Art. 235 – Testo Unico Enti Locali

(D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 - Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali - TUEL)

Durata dell'incarico e cause di cessazione

Articolo 235 - testo unico enti locali

1. L’organo di revisione contabile dura in carica tre anni a decorrere dalla data di esecutività della delibera o dalla data di immediata eseguibilità nell’ipotesi di cui all’articolo 134, comma 3, e i suoi componenti non possono svolgere l’incarico per più di due volte nello stesso ente locale. Ove nei collegi si proceda a sostituzione di un singolo componente la durata dell’incarico del nuovo revisore è limitata al tempo residuo sino alla scadenza del termine triennale, calcolata a decorrere dalla nomina dell’intero collegio. Si applicano le norme relative alla proroga degli organi amministrativi di cui agli articoli 2, 3 comma 1, 4 comma 1, 5 comma 1, e 6 del decreto legge 16 maggio 1994, n. 293 convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 1994, n. 444. (1)
2. Il revisore è revocabile solo per inadempienza ed in particolare per la mancata presentazione della relazione alla proposta di deliberazione consiliare del rendiconto entro il termine previsto dall’articolo 239, comma 1, lettera d).
3. Il revisore cessa dall’incarico per:
a) scadenza del mandato;
b) dimissioni volontarie da comunicare con preavviso di almeno quarantacinque giorni e che non sono soggette ad accettazione da parte dell’ente; (2)
c) impossibilità derivante da qualsivoglia causa a svolgere l’incarico per un periodo di tempo stabilito dal regolamento dell’ente.

Articolo 235 - Testo Unico Enti Locali

1. L’organo di revisione contabile dura in carica tre anni a decorrere dalla data di esecutività della delibera o dalla data di immediata eseguibilità nell’ipotesi di cui all’articolo 134, comma 3, e i suoi componenti non possono svolgere l’incarico per più di due volte nello stesso ente locale. Ove nei collegi si proceda a sostituzione di un singolo componente la durata dell’incarico del nuovo revisore è limitata al tempo residuo sino alla scadenza del termine triennale, calcolata a decorrere dalla nomina dell’intero collegio. Si applicano le norme relative alla proroga degli organi amministrativi di cui agli articoli 2, 3 comma 1, 4 comma 1, 5 comma 1, e 6 del decreto legge 16 maggio 1994, n. 293 convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 1994, n. 444. (1)
2. Il revisore è revocabile solo per inadempienza ed in particolare per la mancata presentazione della relazione alla proposta di deliberazione consiliare del rendiconto entro il termine previsto dall’articolo 239, comma 1, lettera d).
3. Il revisore cessa dall’incarico per:
a) scadenza del mandato;
b) dimissioni volontarie da comunicare con preavviso di almeno quarantacinque giorni e che non sono soggette ad accettazione da parte dell’ente; (2)
c) impossibilità derivante da qualsivoglia causa a svolgere l’incarico per un periodo di tempo stabilito dal regolamento dell’ente.

Note

(1) Il presente comma è stato così modificato dall’art. 19, comma 1-bis, D.L. 24.04.2014, n. 66 con decorrenza dal 24.04.2014, così come modificato dall’allegato alla legge di conversione, L. 23.06.2014, n. 89 con decorrenza dal 24.06.2014. Si riporta di seguito il testo previgente:
“1. L’organo di revisione contabile dura in carica tre anni a decorrere dalla data di esecutività della delibera o dalla data di immediata eseguibilità nell’ipotesi di cui all’articolo 134, comma 3, e sono rieleggibili per una sola volta. Ove nei collegi si proceda a sostituzione di un singolo componente la durata dell’incarico del nuovo revisore è limitata al tempo residuo sino alla scadenza del termine triennale, calcolata a decorrere dalla nomina dell’intero collegio. Si applicano le norme relative alla proroga degli organi amministrativi di cui agli articoli 2, 3 comma 1, 4 comma 1, 5 comma 1, e 6 del decreto legge 16 maggio 1994, n. 293 convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 1994, n. 444.”.
(2) La presente lettera è stata così modificata dall’art. 19, comma 1-bis, D.L. 24.04.2014, n. 66 con decorrenza dal 24.04.2014, così come modificato dall’allegato alla legge di conversione, L. 23.06.2014, n. 89 con decorrenza dal 24.06.2014. Si riporta di seguito il testo previgente:
“b) dimissioni volontarie;”.

Massime

E’ cessata la materia del contendere nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 3; 8; 20; 25; 27; 28; 32; 33; 43; 45, comma secondo; 48; 50 comma secondo; 53; 54; 60 e 62, comma quarto e nono, del disegno di legge della Regione siciliana n. 917, approvato dall’Assemblea regionale nella seduta del 21-22/10/2004, recanti disposizioni in tema di versamento di tributi per concessioni e autorizzazioni amministrative, assunzione del personale del corpo forestale dello stato, indennità di funzione ai vice presidenti dei consigli comunali e provinciali, insediamento di attività produttive, pianificazione e gestione del territorio, piani regolatori dei porti, palificazione per reti telefoniche ed elettriche in territori soggetti a vincolo paesaggistico, accesso nei ruoli di personale precario, oneri previdenziali relativi, contabilità pubblica, medici e personale ausl, personale “autobottista”, collegio dei revisori dei conti negli enti locali, disciplina del commercio, giudizio promosso con ricorso del Commissario dello Stato per la Regione siciliana, in riferimento agli artt. 3, 5, 9, 51, 81, 97 e 114 Cost. ed all’art. 43 dello statuto della Regione Siciliana. Dopo la proposizione del ricorso, infatti, la legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana è stata promulgata come legge della Regione siciliana 5/11/2004, n. 15, con omissione delle parti impugnate, sicché risulta preclusa la possibilità che sia conferita efficacia alle disposizioni censurate. (Corte Costituzionale Ordinanza 10 marzo 2005 n. 103)

Non sussiste la violazione del principio di correlazione, tra accusa e sentenza, qualora, ancorché non formalmente contestata nel capo di imputazione, sia ritenuta in sentenza l’ipotesi aggravata del reato di falso in atto pubblico, ex art. 476, comma secondo, cod. pen., purché la natura fidefacente dell’atto considerato falso sia stata chiaramente indicata “in fatto” ed emerga inequivocamente dalla tipologia dell’atto oggetto del falso. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che non potevano esserci dubbi sull’effettiva contestazione del reato in forma aggravata poiché nelle sentenze di primo e secondo grado i giudici di merito avevano qualificato il bilancio comunale come atto pubblico fidefacente). (Corte di Cassazione Sezione 5 Penale Sentenza 19 luglio 2018 n. 33843)

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