Violenza sessuale di gruppo: il concetto di “partecipazione”

La L. n. 66/1996 ha introdotto nel Titolo XII del Codice Penale, dedicato ai delitti contro la persona, il reato di cui all’art. 609 octies, tenendo conto che il bene giuridico tutelato dall’ordinamento è la dignità personale e la libertà di ciascun soggetto di autodeterminarsi liberamente e autonomamente in merito alla propria sfera intima.
L’articolo 609 octies c.p. disciplina il reato di violenza sessuale di gruppo che consiste nella partecipazione da parte di più persone riunite ad atti di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p.

Violenza sessuale di gruppo

1. La configurabilità del reato di violenza sessuale di gruppo

Il reato di cui all’art. 609 octies è un reato plurisoggettivo e necessita della partecipazione di almeno due persone riunite; è caratterizzato da un maggior disvalore sociale considerato che l’offesa al bene giuridico tutelato imprime al fatto un grado di lesività più intenso. Si tratta di una fattispecie autonoma di reato, non di una mera circostanza aggravante del delitto di violenza sessuale poiché maggiore è l’offesa, fisica e psichica, subita dalla vittima.
Le condotte incriminate sono le medesime previste per il reato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) e pertanto:

  • violenza sessuale per costrizione, realizzata per mezzo di violenza, minaccia o abuso di autorità;
  • violenza per induzione, mediante abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa o mediante inganno.

Il reato de quo è integrato ogni qual volta il compartecipe abbia fornito un contributo causale alla commissione del fatto, anche qualora uno dei correi abbia semplicemente incentivato la volontà criminosa di colui che ha posto in essere le condotte indicate dall’art. 609 bis c.p.: ciò accresce l’effetto intimidatorio derivante dalla consapevolezza della vittima di essere in balia di un gruppo di soggetti.
Ai fini dell’integrazione del reato non occorre che tutti i componenti del gruppo compiano atti di violenza sessuale: è sufficiente che uno dei compartecipi abbia apportato un contributo causale alla commissione del reato.
La Cassazione si è espressa in tal senso con una pronuncia del 2018 affermando la responsabilità per il reato di violenza sessuale di gruppo del compartecipe che si era limitato a fare riprese, con un telefono cellulare, degli atti sessuali posti in essere sulla vittima dal coimputato, ritenendo che tale condotta abbia rafforzato la volontà criminosa dell’autore della violenza (1).

2. Il concetto di “partecipazione”

Come anticipato, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 609 octies c.p. non è richiesto che tutti i componenti del gruppo compiano atti di violenza sessuale, essendo sufficiente che uno dei compartecipi fornisca un contributo causale, materiale o morale, alla commissione del reato.
Non è altresì necessario che i componenti del gruppo assistano al compimento degli atti, essendo sufficiente la loro presenza nel luogo e al momento in cui tali atti vengono compiuti anche da uno solo dei correi, perché la determinazione di questi viene rafforzata dalla consapevole presenza dei primi.
Il concetto di “partecipazione” non richiede, quindi, che ciascun compartecipe ponga in essere un atto tipico di violenza sessuale. La punibilità deve ritenersi estesa a qualsiasi condotta partecipativa, tenuta in una situazione di simultanea ed effettiva presenza (non da mero spettatore) sul luogo e al momento del fatto di reato (2) (“persone riunite”).
Ci si è chiesti se questa interpretazione possa essere paragonata alla “connivenza” cioè il comportamento meramente passivo di un soggetto presente sul luogo in cui si sta consumando il reato. La presenza “inerte” alla commissione del reato, per quanto biasimevole, non costituisce una condotta penalmente rilevante.
La Suprema Corte ha chiarito che la presenza rilevante ai fini dell’integrazione del reato non è la presenza passiva del compartecipe (da mero spettatore o “voyeur”) bensì la presenza attiva, nel senso che il compartecipe deve aver fornito un contributo causale, materiale o morale, all’abuso sessuale, agevolando il proposito criminoso altrui.
Per “connivenza” si intende un comportamento di estraneità, disapprovazione del soggetto presente sul luogo mentre per presenza attiva si fa riferimento a qualsiasi contributo fornito dal compartecipe agli altri durante la preparazione o l’esecuzione del reato.
Il concetto di “partecipazione” si estende a tutte le condotte che manifestano una chiara e inequivocabile adesione alla violenza di gruppo.
Se uno dei correi si limita a riprendere la violenza sessuale commessa da altri con la telecamera commette il reato di violenza sessuale di gruppo?
Secondo un primo orientamento la risposta avrebbe dovuto essere negativa perché l’agente non ha causalmente determinato l’atto sessuale né ha agito con il dolo di “violenza”.
Diversamente si è espressa la giurisprudenza;
secondo la Suprema Corte di Cassazione la causalità invero sussiste. Difatti l’art. 609 octies c.p. punisce la violenza sessuale di gruppo, ove anche colui che si limita a riprendere contribuisce, anche con la sua sola presenza fisica, a intimidire maggiormente la vittima. Tale condotta è idonea ad aumentare la forza intimidatrice del gruppo agevolando la commissione del reato suddetto.
Il soggetto che riprende con la telecamera inoltre agisce con dolo, seppur nella forma eventuale.
Ad ogni modo è sufficiente la sua “partecipazione” poiché l’art. 609 octies c.p. richiede la sola partecipazione essendo un reato a concorso necessario.
La partecipazione al reato di violenza sessuale di gruppo non è limitata al compimento, da parte del singolo, di un’attività tipica di violenza sessuale, ma ricomprende qualsiasi condotta partecipativa, tenuta in una situazione di effettiva presenza non da mero ‘spettatore’, sia pure compiacente, sul luogo e al momento del reato, che apporti un reale contributo materiale o morale all’azione collettiva”.
Si pensi inoltre che, in tema di concorso di reati, il delitto di sequestro di persona concorre con quello di violenza sessuale di gruppo quando la privazione della libertà di movimento della vittima si protrae oltre il tempo strettamente necessario al compimento degli atti di violenza sessuale, a nulla rilevando che l’impedimento ad allontanarsi sia precedente, contestuale o successivo allo svolgersi delle violenze (3).
L’attenuante del contributo di minima importanza di cui al comma 4, art. 609 octies c.p. può essere riconosciuto solo ove l’apporto del compartecipe sia stato minimo e del tutto trascurabile, sia nella fase preparativa che nella fase esecutiva (4).

Diversamente è applicabile l’aggravante prevista dall’art. 112, comma 1, n. 1, c.p. poiché, nei reati plurisoggettivi, è richiesto un numero minimo di almeno due partecipanti; un numero di agenti maggiore di quello minimo richiesto costituisce certamente un quid pluris apprezzabile.

3. Concorso nel reato di violenza sessuale di gruppo

Per quanto riguarda il concorso nel reato di cui all’art. 609 octies c.p. si evidenzia che il legislatore ha previsto, per l’integrazione della violenza sessuale di gruppo, la commissione di atti di violenza da parte di più persone riunite nel luogo e nel momento di consumazione del reato.
Ciò rende residuale la configurabilità dell’ipotesi del concorso (art. 110 c.p.) nel reato di violenza sessuale di gruppo verificabile nelle sole ipotesi di istigazione o consiglio (quindi nella sola forma del concorso morale con l’autore materiale del reato), di aiuto o agevolazione, che non si risolvono nella simultanea presenza del concorrente nel luogo e nel momento del fatto.
Il legislatore ha voluto rafforzare la tutela del bene protetto dall’incriminazione di cui all’art. 609 bis c.p. attraverso la previsione di un’autonoma e più grave fattispecie incriminatrice (l’art. 609 octies c.p. per l’appunto) che tenesse pienamente conto del maggior disvalore penale del fatto derivante dall’apporto causale fornito nell’esecuzione del reato dalla presenza dei concorrenti nel locus commissi delicti produttiva di un’accentuata carica intimidatoria esercitata sulla vittima.
La giurisprudenza è determinata a ridurre gli spazi applicativi del concorso in violenza sessuale “monosoggettiva” ex artt. 110 e 609 bis c.p.
Basti pensare che gli ermellini, con sentenza di legittimità n. 23272/2015, sezione terza, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo a carico di una madre che, pur senza un accordo esplicito con l’agente avente ad oggetto la commissione di atti sessuali con la di lei figlia, era stata notata, con atteggiamento per nulla turbato, posizionata appena fuori la porta del bagno ove il soggetto attivo stava realizzando il rapporto sessuale con la ragazza. I giudici hanno ravvisato che l’imputata dovesse svolgere “funzioni di sorveglianza del convegno sessuale”, ritenendosi pertanto che la vittima fosse pienamente consapevole del ruolo attivo assunto dalla madre, tale da configurare quest’ultima come “persona riunita”, e dunque giustificare la condanna ex art. 609 octies c.p.
Ancora, risponde del reato di violenza sessuale di gruppo il genitore che, pur non partecipando alla commissione di atti di sessuali sul figlio, sia presente sul luogo del fatto e agevoli concretamente l’abuso sessuale posto in essere dal correo.
La Corte ha precisato che il meno grave reato di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p., materialmente commesso da altri, è configurabile, a titolo di concorso morale, solo quando il genitore sia assente dal luogo del fatto e, pur consapevole dell’abuso ai danni del figlio, tenga una condotta meramente passiva, in violazione dei doveri inerenti alla responsabilità genitoriale.

violenza sessuale di gruppo

1. La configurabilità del reato di violenza sessuale di gruppo

Il reato di cui all’art. 609 octies è un reato plurisoggettivo e necessita della partecipazione di almeno due persone riunite; è caratterizzato da un maggior disvalore sociale considerato che l’offesa al bene giuridico tutelato imprime al fatto un grado di lesività più intenso. Si tratta di una fattispecie autonoma di reato, non di una mera circostanza aggravante del delitto di violenza sessuale poiché maggiore è l’offesa, fisica e psichica, subita dalla vittima.
Le condotte incriminate sono le medesime previste per il reato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) e pertanto:

  • violenza sessuale per costrizione, realizzata per mezzo di violenza, minaccia o abuso di autorità;
  • violenza per induzione, mediante abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa o mediante inganno.

Il reato de quo è integrato ogni qual volta il compartecipe abbia fornito un contributo causale alla commissione del fatto, anche qualora uno dei correi abbia semplicemente incentivato la volontà criminosa di colui che ha posto in essere le condotte indicate dall’art. 609 bis c.p.: ciò accresce l’effetto intimidatorio derivante dalla consapevolezza della vittima di essere in balia di un gruppo di soggetti.
Ai fini dell’integrazione del reato non occorre che tutti i componenti del gruppo compiano atti di violenza sessuale: è sufficiente che uno dei compartecipi abbia apportato un contributo causale alla commissione del reato.
La Cassazione si è espressa in tal senso con una pronuncia del 2018 affermando la responsabilità per il reato di violenza sessuale di gruppo del compartecipe che si era limitato a fare riprese, con un telefono cellulare, degli atti sessuali posti in essere sulla vittima dal coimputato, ritenendo che tale condotta abbia rafforzato la volontà criminosa dell’autore della violenza (1).

2. Il concetto di “partecipazione”

Come anticipato, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 609 octies c.p. non è richiesto che tutti i componenti del gruppo compiano atti di violenza sessuale, essendo sufficiente che uno dei compartecipi fornisca un contributo causale, materiale o morale, alla commissione del reato.
Non è altresì necessario che i componenti del gruppo assistano al compimento degli atti, essendo sufficiente la loro presenza nel luogo e al momento in cui tali atti vengono compiuti anche da uno solo dei correi, perché la determinazione di questi viene rafforzata dalla consapevole presenza dei primi.
Il concetto di “partecipazione” non richiede, quindi, che ciascun compartecipe ponga in essere un atto tipico di violenza sessuale. La punibilità deve ritenersi estesa a qualsiasi condotta partecipativa, tenuta in una situazione di simultanea ed effettiva presenza (non da mero spettatore) sul luogo e al momento del fatto di reato (2) (“persone riunite”).
Ci si è chiesti se questa interpretazione possa essere paragonata alla “connivenza” cioè il comportamento meramente passivo di un soggetto presente sul luogo in cui si sta consumando il reato. La presenza “inerte” alla commissione del reato, per quanto biasimevole, non costituisce una condotta penalmente rilevante.
La Suprema Corte ha chiarito che la presenza rilevante ai fini dell’integrazione del reato non è la presenza passiva del compartecipe (da mero spettatore o “voyeur”) bensì la presenza attiva, nel senso che il compartecipe deve aver fornito un contributo causale, materiale o morale, all’abuso sessuale, agevolando il proposito criminoso altrui.
Per “connivenza” si intende un comportamento di estraneità, disapprovazione del soggetto presente sul luogo mentre per presenza attiva si fa riferimento a qualsiasi contributo fornito dal compartecipe agli altri durante la preparazione o l’esecuzione del reato.
Il concetto di “partecipazione” si estende a tutte le condotte che manifestano una chiara e inequivocabile adesione alla violenza di gruppo.
Se uno dei correi si limita a riprendere la violenza sessuale commessa da altri con la telecamera commette il reato di violenza sessuale di gruppo?
Secondo un primo orientamento la risposta avrebbe dovuto essere negativa perché l’agente non ha causalmente determinato l’atto sessuale né ha agito con il dolo di “violenza”.
Diversamente si è espressa la giurisprudenza;
secondo la Suprema Corte di Cassazione la causalità invero sussiste. Difatti l’art. 609 octies c.p. punisce la violenza sessuale di gruppo, ove anche colui che si limita a riprendere contribuisce, anche con la sua sola presenza fisica, a intimidire maggiormente la vittima. Tale condotta è idonea ad aumentare la forza intimidatrice del gruppo agevolando la commissione del reato suddetto.
Il soggetto che riprende con la telecamera inoltre agisce con dolo, seppur nella forma eventuale.
Ad ogni modo è sufficiente la sua “partecipazione” poiché l’art. 609 octies c.p. richiede la sola partecipazione essendo un reato a concorso necessario.
La partecipazione al reato di violenza sessuale di gruppo non è limitata al compimento, da parte del singolo, di un’attività tipica di violenza sessuale, ma ricomprende qualsiasi condotta partecipativa, tenuta in una situazione di effettiva presenza non da mero ‘spettatore’, sia pure compiacente, sul luogo e al momento del reato, che apporti un reale contributo materiale o morale all’azione collettiva”.
Si pensi inoltre che, in tema di concorso di reati, il delitto di sequestro di persona concorre con quello di violenza sessuale di gruppo quando la privazione della libertà di movimento della vittima si protrae oltre il tempo strettamente necessario al compimento degli atti di violenza sessuale, a nulla rilevando che l’impedimento ad allontanarsi sia precedente, contestuale o successivo allo svolgersi delle violenze (3).
L’attenuante del contributo di minima importanza di cui al comma 4, art. 609 octies c.p. può essere riconosciuto solo ove l’apporto del compartecipe sia stato minimo e del tutto trascurabile, sia nella fase preparativa che nella fase esecutiva (4).

Diversamente è applicabile l’aggravante prevista dall’art. 112, comma 1, n. 1, c.p. poiché, nei reati plurisoggettivi, è richiesto un numero minimo di almeno due partecipanti; un numero di agenti maggiore di quello minimo richiesto costituisce certamente un quid pluris apprezzabile.

3. Concorso nel reato di violenza sessuale di gruppo

Per quanto riguarda il concorso nel reato di cui all’art. 609 octies c.p. si evidenzia che il legislatore ha previsto, per l’integrazione della violenza sessuale di gruppo, la commissione di atti di violenza da parte di più persone riunite nel luogo e nel momento di consumazione del reato.
Ciò rende residuale la configurabilità dell’ipotesi del concorso (art. 110 c.p.) nel reato di violenza sessuale di gruppo verificabile nelle sole ipotesi di istigazione o consiglio (quindi nella sola forma del concorso morale con l’autore materiale del reato), di aiuto o agevolazione, che non si risolvono nella simultanea presenza del concorrente nel luogo e nel momento del fatto.
Il legislatore ha voluto rafforzare la tutela del bene protetto dall’incriminazione di cui all’art. 609 bis c.p. attraverso la previsione di un’autonoma e più grave fattispecie incriminatrice (l’art. 609 octies c.p. per l’appunto) che tenesse pienamente conto del maggior disvalore penale del fatto derivante dall’apporto causale fornito nell’esecuzione del reato dalla presenza dei concorrenti nel locus commissi delicti produttiva di un’accentuata carica intimidatoria esercitata sulla vittima.
La giurisprudenza è determinata a ridurre gli spazi applicativi del concorso in violenza sessuale “monosoggettiva” ex artt. 110 e 609 bis c.p.
Basti pensare che gli ermellini, con sentenza di legittimità n. 23272/2015, sezione terza, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo a carico di una madre che, pur senza un accordo esplicito con l’agente avente ad oggetto la commissione di atti sessuali con la di lei figlia, era stata notata, con atteggiamento per nulla turbato, posizionata appena fuori la porta del bagno ove il soggetto attivo stava realizzando il rapporto sessuale con la ragazza. I giudici hanno ravvisato che l’imputata dovesse svolgere “funzioni di sorveglianza del convegno sessuale”, ritenendosi pertanto che la vittima fosse pienamente consapevole del ruolo attivo assunto dalla madre, tale da configurare quest’ultima come “persona riunita”, e dunque giustificare la condanna ex art. 609 octies c.p.
Ancora, risponde del reato di violenza sessuale di gruppo il genitore che, pur non partecipando alla commissione di atti di sessuali sul figlio, sia presente sul luogo del fatto e agevoli concretamente l’abuso sessuale posto in essere dal correo.
La Corte ha precisato che il meno grave reato di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p., materialmente commesso da altri, è configurabile, a titolo di concorso morale, solo quando il genitore sia assente dal luogo del fatto e, pur consapevole dell’abuso ai danni del figlio, tenga una condotta meramente passiva, in violazione dei doveri inerenti alla responsabilità genitoriale.

Note

(1) Cass. Pen. Sez. III, sentenza n. 16037/2018.
(2) Cass. Pen. Sez. III, sentenza n. 29096/2020.
(3) Cass. Pen. Sez. III, sentenza n. 967/2014.
(4) Cass. Pen. Sez. III, sentenza n. 19987/2020.

Bibliografia

Roberto Giovaglioni, Manuale di diritto penale – parte generale, ITA Edizioni, 2019.
Roberto Giovaglioni, Manuale di diritto penale – parte speciale, ITA Edizioni, 2019

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