Violazione dei valori dell’Unione europea da parte dei suoi Stati membri: strumenti sanzionatori e prassi recente alla luce delle vicende in Ungheria e in Polonia

Articolo a cura della Dott.ssa Martina Barbagallo

Valori unione europea

1. La tutela dei diritti umani e dello Stato di diritto nell’Unione europea

L’ordinamento giuridico europeo è costruito su precipui valori che ne costituiscono la sua ratio existendi. Tali valori sono enunciati all’art. 2 del Trattato sull’Unione europea (TUE), il quale stabilisce che “l’Unione si fonda sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Sebbene l’acquisizione di tale tutela nell’assetto europeo sia un fenomeno recente, l’ordinamento europeo a differenza dell’ordinamento internazionale è stato contraddistinto, sin dai suoi albori,  dal riconoscimento dello status di soggetti di diritto a persone fisiche e giuridiche dei suoi Stati membri (v. CGUE sent. Van Gend &Loos, 1963 e sent. Costa c. Enel, 1964). La protezione dei diritti e dei valori si è sviluppata in due distinte fasi: la prima caratterizzata dal carattere pretorio, per il tramite della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), e una seconda di tipo normativo, trovando pieno riconoscimento normativo con la nascita dell’Unione Europea (1992) nei Trattati istitutivi e nella Carta dei diritti fondamenti dell’UE.
Nella fase iniziale la CGUE ha seguito un atteggiamento di tipo “astensionistico”, limitando dunque il riconoscimento e l’attribuzione di diritti in capo ai singoli, conformemente con quanto disposto dai Trattati di Parigi (1951) e di Roma (1957) i quali prevedevano il riconoscimento dei soli diritti funzionali allo svolgimento dell’attività lavorativa.
Successivamente la Corte di Lussemburgo ha modificato le sue posizioni, anche in considerazione della rapida evoluzione dell’ordinamento comunitario e del suo impatto diretto nella vita degli individui. In tal senso la Corte ha dato luogo ad una “attività creatrice”[1], rintracciando per via interpretativa una forma di tutela dei diritti umani, incorporati nell’ordinamento comunitario in quanto principi generali e tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. Il contributo della Corte è perciò divenuto propulsivo per lo sviluppo della fase successiva, in cui il rispetto dei diritti umani ha trovato pieno riconoscimento normativa. A rafforzare il sistema europeo per la protezione dei diritti umani già costruito con il Trattato di Maastricht (1992) e con il successivo Trattato di Amsterdam (1997), è intervenuto il Trattato di Lisbona (2007) che riscrive completamente l’art. 6 TUE, inserendo al paragrafo la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, adottata a Nizza nel 2000, come fonte primaria dell’ordinamento e avente dunque lo stesso valore giuridico dei Trattati. Tale Carta era finalizzata a dare un quadro giuridico unitario dei diritti umani, sviluppatisi in maniera frammentaria e giurisprudenziale sino ad allora, oltre che a fornire un catalogo degli stessi. Inoltre, essa voleva consacrare il rispetto di tali diritti come fondamento del costituendo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, riconoscendo così visibilità politica in materia alla nascente UE.
L’UE pone al centro della sua azione i suoi valori e ,pertanto, al fine di garantire il più ampio rispetto degli stessi, ha previsto nei Trattati degli appositi meccanismi di tutela che garantiscono effettività del sistema stesso, attivabili in caso di violazioni da parte degli Stati membri. Rilevano in particolare la procedura per violazione dei valori dell’art. 2 TUE disciplinata dall’art. 7 TUE e caratterizzata da una connotazione politica, sia per il ruolo riconosciuto al Consiglio europeo e al Consiglio, sia per le sanzioni adottabili. È inoltre prevista una procedura di tipo giurisdizionale davanti alla CGUE, detta di infrazione e regolata dagli artt. 258 e seguenti del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), volta a sanzionare le infrazioni. Infine, occorre evidenziare la procedura di congelamento dei fondi dell’UE nel caso di violazione dello Stato di diritto. Tali strumenti sanzionatori assumono oggi particolare importanza a seguito dei recenti casi di violazione dei diritti umani e dello Stato di diritto, verificatesi in Polonia e in Ungheria.

2. La procedura per violazione dei valori

Per quanto concerne la procedura per violazione dei valori, l’UE prende in considerazione il caso in cui si verifichi un’involuzione nei suoi Stati membri circa i valori dell’ordinamento comunitario. Tale procedura si applica a due distinte situazioni, il paragrafo 1 dell’art. 7 TUE disciplina l’ipotesi in cui non vi sia ancora stata la violazione ma vi sia un rischio evidente di violazione da parte di uno Stato membro. È prevista qui una procedura aggravata che vede la segnalazione del rischio da parte di un terzo degli Stati, della Commissione o del Parlamento; la deliberazione con maggioranza di quattro quinti del Consiglio e la previa approvazione del Parlamento. Il Consiglio inoltre prima di deliberare la presenza del rischio può rivolgere delle raccomandazioni allo Stato interessato. Questa procedura detta Early warning mechanism,  prevede la volontà dell’UE di prevenire violazioni da parte dei suoi Stati membri. Il secondo paragrafo del medesimo articolo dispone invece del caso in cui sia giù stata commessa una violazione ed essa sia grave e persistente. In tal caso il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità (salvo il voto dello Stato oggetto di contestazione, ex art. 354 TFUE) su proposta di un terzo degli Stati o della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza della violazione. Sulla base di tale constatazione, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sanzionare lo Stato membro in questione anche tramite la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio, fermo restando l’obbligo per lo Stato di rispettare i Trattati. Si evince la complessità che caratterizza tale procedura e le ampie maggioranze richieste, anche in virtù della delicatezza politica che tali decisioni implicano. 
Nel contesto di tale procedura sanzionatoria si ascrivono i recenti casi di violazione dei valori verificatisi in Polonia e in Ungheria. Nel primo caso la Commissione europea ha proposta nel 2017 al Consiglio di adottare una decisione, a che a seguito della infruttuosa procedura di dialogo avviata con lo stato polacco. Nel caso ungherese la proposta è giunta dal Parlamento europeo che ha sollecitato il Consiglio a intervenire a tutela del sistema democratico in Ungheria. A 30 anni dalla nascita dell’UE si è trattato del primo caso in cui la procedura ex art. 7 TUE è stata attivata. Tuttavia, il Consiglio si è limitato a tenere alcune audizioni formali con gli Stati, come forma di cautela politico-diplomatica. In Parlamento europeo in una risoluzione del gennaio 2020 ha evidenziato l’inerzia del Consiglio, sottolineandone l’incapacità di applicare efficacemente la procedura in oggetto e minando così l’integrità dell’UE.

3. La procedura di infrazione

In considerazione delle difficoltà politiche che circondano la suddetta procedura sanzionatoria, particolare rilievo assume la procedura di infrazione davanti la CGUE, grazie al suo carattere di giudice terzo e imparziale e quindi privo di connotazioni politiche. La procedura ex art. 258 e seguenti TFUE è distinta in due fasi: la prima pre-contenziosa o amministrativa e la seconda contenziosa, davanti alla Corte. Coerentemente con il ruolo di “guardiana dei Trattati”[2] un ruolo centrale è affidato alla Commissione europea, cui è attribuita l’iniziativa per l’accertamento di una violazione. Essa può assolvere tale compito anche tramite ricezione di denunce da parte di vari soggetti; occorre evidenziare tuttavia come la Commissione goda di un potere discrezionale sul punto, non essendo previsto alcun obbligo giuridico di intraprendere un’azione contro lo Stato. La fase pre-contenziosa prevede l’invio di una lettera di messa in mora dalla Commissione allo Stato interessato, nella quale vengono indicati gli elementi di fatto e di diritto alla base dell’infrazione. Lo Stato destinatario ha la facoltà di presentare le sue osservazioni e qualora la Commissione le ritenga insufficienti o esse siano stato omesse, può emettere un parere motivato con indicazione di termine entro cui lo Stato  deve adempiere alle indicazioni della Commissione. A seguito di tale fase che costituisce condizione di ricevibilità del ricorso alla Corte, la Commissione può adire la Corte e una volta avviato, il ricorso porta necessariamente alla pronuncia di una sentenza. Tale sentenza ha valore dichiarativo dell’inadempimento ed è vincolante in ogni sua parte. La Corte su richiesta della Commissione può poi comminare lo Stato interessato al pagamento di una sanzione pecuniaria. Tale procedura di infrazione può inoltre essere avviata anche da un altro Stato membro, con le modifiche procedurali disciplinate dall’art. 259 TFUE.

Con riferimento alla prassi recente vengono in rilievo le procedura di infrazione avviate contro l’Ungheria e la Polonia da parte della Commissione. Si è trattato di molteplici procedure, nel caso ungherese già dal lontano 2012 la CGUE si è pronunciata circa la violazione della normativa UE in materia di pensionamento anticipato dei giudici, condannando così il governo di Budapest. In tali circostanze, la Corte di Lussemburgo si è recentemente pronunciata con condanna nei confronti elle “misure antiSoros”, ossia un pacchetto di misure adottate nel 2018 dal governo Orban per colpire le ONG impegante nell’attività di supporto ai migranti. Tale normativa configura come reato le attività poste in essere dalle ONG e tale previsione si pone in contrasto con l’esercizio dei diritti garantiti dall’UE in materia di sostegno ai richiedenti protezione internazionale. Inoltre, nel luglio 2021 la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti di Polonia e Ungheria per discriminazioni Lgbtq+.
Nel caso polacco sono state introdotte diverse  procedure di infrazione concernenti le riforme del sistema giudiziario dello Stato, tra le quali figuravano la creazione di una camera disciplinare nominata dall’Esecutivo per il controllo dell’operato dei giudici . La CGUE pronunciandosi con procedura accelerata con due distinte ordinanze nel giugno e luglio 2021, ha stabilito che le misure del governo di Varsavia sono contrarie al diritto UE e minano l’indipendenza della magistratura. Costituendo un “attacco sistematico”[3]. Di fatti, sebbene la competenza sull’amministrazione della giustizia sia di tipo statale, essa deve essere esercitata conformemente al diritto UE, anche in virtù del principio del primato e di leale collaborazione. In risposta al dettato della Corte dell’UE, la Corte costituzionale polacca adita dal Governo di Varsavia,  ha negato con due distinte ordinanze l’efficacia vincolante delle sentenze della CGUE e il primato del diritto UE quando esso limita la sovranità dello Stato polacco. La Corte di Lussemburgo, a causa del mancato adempimento del Governo polacco a quanto stabilito dalle sue precedenti sentenze, ha condannato la Polonia (ottobre 2021) al pagamento di una ammenda giornaliera di 1 milione di Euro.

4. Il congelamento dei fondi

Nel dicembre 2020 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato il regolamento n. 2092/2020 relativo a un regime di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione 2021-2027, volto a stabilire una chiara correlazione tra il rispetto dello Stato di diritto da parte degli Stati membri e l’esecuzione del bilancio. In sostanza, tale Regolamento crea un meccanismo che subordina l’erogazione dei fondi dell’Unione agli Stati membri all’effettivo rispetto da parte di questi ultimi della rule of law.  Nel caso in cui si verifichino rischi di violazioni o gravi violazioni dell’art. 2 TUE sopra esaminato, il Consiglio, su proposta della Commissione europea, può approvare, a maggioranza qualificata una serie di misure, quali la sospensione dei pagamenti, la risoluzione degli impegni legali, il rimborso dei prestiti o il divieto di stipulare accordi finanziari. Tale meccanismo è di particolare importanza in considerazione del fatto che l’adozione di tale Regolamento ha avuto delle ricadute sull’erogazione dei contributi del Recovery fund, ossia delle misure economiche di sostegno per l’emergenza pandemica. Il contenuto del Regolamento è stato oggetto di un serrato negoziato tra i paesi cd. Frugali (Svezia, Austria, Danimaca e Paesi Bassi) e il cd. Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). Questi ultimi paesi sono tra i più bassi nella classifica del rispetto dello Stato di diritto secondo il Rule of law index dell’UE del 2020. A seguito dell’adozione di suddetto regolamento, tanto la Polonia quanto l’Ungheria hanno impugnato nel marzo 2021 l’atto normativo dinanzi alla CGUE. Tale Corte il 2 marzo 2022  ha dichiarato inammissibile il ricorso dei due Stati e la Commissione europea ha potuto così adottare le Linee guida sull’applicazione di tale Regolamento, rendendo così effettivo e applicabile tale meccanismo di condizionalità.

5. Conclusioni

Quanto finora detto permette di svolgere delle brevi considerazioni conclusive. L’Unione europea si pone nel panorama internazionale come un alfiere dei diritti umani e di altri valori che essa protegge tanto nella sua azione esterna, verso Stati terzi e Organizzazioni internazionali, quanto nel suo assetto interno. La previsione nell’ordinamento europeo di tali strumenti sanzionatori, alcuni più efficaci di altri, si pone come cartina tornasole dell’interno ordinamento. Di fatti, si può constatare che la mera enunciazione della protezione di diritti  e valori non rappresenta l’effettivo rispetto o applicazione degli stessi. Tuttavia, in considerazione delle recenti vicende sopra esaminate e il coinvolgimento di Stati membri in serie violazioni dei valori, porta con sé l’interrogativo sul futuro dell’Unione europea e degli Stati membri che si sono resi responsabili di tali azioni.

1. La tutela dei diritti umani e dello Stato di diritto nell’Unione europea

L’ordinamento giuridico europeo è costruito su precipui valori che ne costituiscono la sua ratio existendi. Tali valori sono enunciati all’art. 2 del Trattato sull’Unione europea (TUE), il quale stabilisce che “l’Unione si fonda sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Sebbene l’acquisizione di tale tutela nell’assetto europeo sia un fenomeno recente, l’ordinamento europeo a differenza dell’ordinamento internazionale è stato contraddistinto, sin dai suoi albori,  dal riconoscimento dello status di soggetti di diritto a persone fisiche e giuridiche dei suoi Stati membri (v. CGUE sent. Van Gend &Loos, 1963 e sent. Costa c. Enel, 1964). La protezione dei diritti e dei valori si è sviluppata in due distinte fasi: la prima caratterizzata dal carattere pretorio, per il tramite della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), e una seconda di tipo normativo, trovando pieno riconoscimento normativo con la nascita dell’Unione Europea (1992) nei Trattati istitutivi e nella Carta dei diritti fondamenti dell’UE.
Nella fase iniziale la CGUE ha seguito un atteggiamento di tipo “astensionistico”, limitando dunque il riconoscimento e l’attribuzione di diritti in capo ai singoli, conformemente con quanto disposto dai Trattati di Parigi (1951) e di Roma (1957) i quali prevedevano il riconoscimento dei soli diritti funzionali allo svolgimento dell’attività lavorativa.
Successivamente la Corte di Lussemburgo ha modificato le sue posizioni, anche in considerazione della rapida evoluzione dell’ordinamento comunitario e del suo impatto diretto nella vita degli individui. In tal senso la Corte ha dato luogo ad una “attività creatrice”[1], rintracciando per via interpretativa una forma di tutela dei diritti umani, incorporati nell’ordinamento comunitario in quanto principi generali e tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. Il contributo della Corte è perciò divenuto propulsivo per lo sviluppo della fase successiva, in cui il rispetto dei diritti umani ha trovato pieno riconoscimento normativa. A rafforzare il sistema europeo per la protezione dei diritti umani già costruito con il Trattato di Maastricht (1992) e con il successivo Trattato di Amsterdam (1997), è intervenuto il Trattato di Lisbona (2007) che riscrive completamente l’art. 6 TUE, inserendo al paragrafo la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, adottata a Nizza nel 2000, come fonte primaria dell’ordinamento e avente dunque lo stesso valore giuridico dei Trattati. Tale Carta era finalizzata a dare un quadro giuridico unitario dei diritti umani, sviluppatisi in maniera frammentaria e giurisprudenziale sino ad allora, oltre che a fornire un catalogo degli stessi. Inoltre, essa voleva consacrare il rispetto di tali diritti come fondamento del costituendo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, riconoscendo così visibilità politica in materia alla nascente UE.
L’UE pone al centro della sua azione i suoi valori e ,pertanto, al fine di garantire il più ampio rispetto degli stessi, ha previsto nei Trattati degli appositi meccanismi di tutela che garantiscono effettività del sistema stesso, attivabili in caso di violazioni da parte degli Stati membri. Rilevano in particolare la procedura per violazione dei valori dell’art. 2 TUE disciplinata dall’art. 7 TUE e caratterizzata da una connotazione politica, sia per il ruolo riconosciuto al Consiglio europeo e al Consiglio, sia per le sanzioni adottabili. È inoltre prevista una procedura di tipo giurisdizionale davanti alla CGUE, detta di infrazione e regolata dagli artt. 258 e seguenti del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), volta a sanzionare le infrazioni. Infine, occorre evidenziare la procedura di congelamento dei fondi dell’UE nel caso di violazione dello Stato di diritto. Tali strumenti sanzionatori assumono oggi particolare importanza a seguito dei recenti casi di violazione dei diritti umani e dello Stato di diritto, verificatesi in Polonia e in Ungheria.

2. La procedura per violazione dei valori

Per quanto concerne la procedura per violazione dei valori, l’UE prende in considerazione il caso in cui si verifichi un’involuzione nei suoi Stati membri circa i valori dell’ordinamento comunitario. Tale procedura si applica a due distinte situazioni, il paragrafo 1 dell’art. 7 TUE disciplina l’ipotesi in cui non vi sia ancora stata la violazione ma vi sia un rischio evidente di violazione da parte di uno Stato membro. È prevista qui una procedura aggravata che vede la segnalazione del rischio da parte di un terzo degli Stati, della Commissione o del Parlamento; la deliberazione con maggioranza di quattro quinti del Consiglio e la previa approvazione del Parlamento. Il Consiglio inoltre prima di deliberare la presenza del rischio può rivolgere delle raccomandazioni allo Stato interessato. Questa procedura detta Early warning mechanism,  prevede la volontà dell’UE di prevenire violazioni da parte dei suoi Stati membri. Il secondo paragrafo del medesimo articolo dispone invece del caso in cui sia giù stata commessa una violazione ed essa sia grave e persistente. In tal caso il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità (salvo il voto dello Stato oggetto di contestazione, ex art. 354 TFUE) su proposta di un terzo degli Stati o della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza della violazione. Sulla base di tale constatazione, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sanzionare lo Stato membro in questione anche tramite la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio, fermo restando l’obbligo per lo Stato di rispettare i Trattati. Si evince la complessità che caratterizza tale procedura e le ampie maggioranze richieste, anche in virtù della delicatezza politica che tali decisioni implicano. 
Nel contesto di tale procedura sanzionatoria si ascrivono i recenti casi di violazione dei valori verificatisi in Polonia e in Ungheria. Nel primo caso la Commissione europea ha proposta nel 2017 al Consiglio di adottare una decisione, a che a seguito della infruttuosa procedura di dialogo avviata con lo stato polacco. Nel caso ungherese la proposta è giunta dal Parlamento europeo che ha sollecitato il Consiglio a intervenire a tutela del sistema democratico in Ungheria. A 30 anni dalla nascita dell’UE si è trattato del primo caso in cui la procedura ex art. 7 TUE è stata attivata. Tuttavia, il Consiglio si è limitato a tenere alcune audizioni formali con gli Stati, come forma di cautela politico-diplomatica. In Parlamento europeo in una risoluzione del gennaio 2020 ha evidenziato l’inerzia del Consiglio, sottolineandone l’incapacità di applicare efficacemente la procedura in oggetto e minando così l’integrità dell’UE.

3. La procedura di infrazione

In considerazione delle difficoltà politiche che circondano la suddetta procedura sanzionatoria, particolare rilievo assume la procedura di infrazione davanti la CGUE, grazie al suo carattere di giudice terzo e imparziale e quindi privo di connotazioni politiche. La procedura ex art. 258 e seguenti TFUE è distinta in due fasi: la prima pre-contenziosa o amministrativa e la seconda contenziosa, davanti alla Corte. Coerentemente con il ruolo di “guardiana dei Trattati”[2] un ruolo centrale è affidato alla Commissione europea, cui è attribuita l’iniziativa per l’accertamento di una violazione. Essa può assolvere tale compito anche tramite ricezione di denunce da parte di vari soggetti; occorre evidenziare tuttavia come la Commissione goda di un potere discrezionale sul punto, non essendo previsto alcun obbligo giuridico di intraprendere un’azione contro lo Stato. La fase pre-contenziosa prevede l’invio di una lettera di messa in mora dalla Commissione allo Stato interessato, nella quale vengono indicati gli elementi di fatto e di diritto alla base dell’infrazione. Lo Stato destinatario ha la facoltà di presentare le sue osservazioni e qualora la Commissione le ritenga insufficienti o esse siano stato omesse, può emettere un parere motivato con indicazione di termine entro cui lo Stato  deve adempiere alle indicazioni della Commissione. A seguito di tale fase che costituisce condizione di ricevibilità del ricorso alla Corte, la Commissione può adire la Corte e una volta avviato, il ricorso porta necessariamente alla pronuncia di una sentenza. Tale sentenza ha valore dichiarativo dell’inadempimento ed è vincolante in ogni sua parte. La Corte su richiesta della Commissione può poi comminare lo Stato interessato al pagamento di una sanzione pecuniaria. Tale procedura di infrazione può inoltre essere avviata anche da un altro Stato membro, con le modifiche procedurali disciplinate dall’art. 259 TFUE.

Con riferimento alla prassi recente vengono in rilievo le procedura di infrazione avviate contro l’Ungheria e la Polonia da parte della Commissione. Si è trattato di molteplici procedure, nel caso ungherese già dal lontano 2012 la CGUE si è pronunciata circa la violazione della normativa UE in materia di pensionamento anticipato dei giudici, condannando così il governo di Budapest. In tali circostanze, la Corte di Lussemburgo si è recentemente pronunciata con condanna nei confronti elle “misure antiSoros”, ossia un pacchetto di misure adottate nel 2018 dal governo Orban per colpire le ONG impegante nell’attività di supporto ai migranti. Tale normativa configura come reato le attività poste in essere dalle ONG e tale previsione si pone in contrasto con l’esercizio dei diritti garantiti dall’UE in materia di sostegno ai richiedenti protezione internazionale. Inoltre, nel luglio 2021 la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti di Polonia e Ungheria per discriminazioni Lgbtq+.
Nel caso polacco sono state introdotte diverse  procedure di infrazione concernenti le riforme del sistema giudiziario dello Stato, tra le quali figuravano la creazione di una camera disciplinare nominata dall’Esecutivo per il controllo dell’operato dei giudici . La CGUE pronunciandosi con procedura accelerata con due distinte ordinanze nel giugno e luglio 2021, ha stabilito che le misure del governo di Varsavia sono contrarie al diritto UE e minano l’indipendenza della magistratura. Costituendo un “attacco sistematico”[3]. Di fatti, sebbene la competenza sull’amministrazione della giustizia sia di tipo statale, essa deve essere esercitata conformemente al diritto UE, anche in virtù del principio del primato e di leale collaborazione. In risposta al dettato della Corte dell’UE, la Corte costituzionale polacca adita dal Governo di Varsavia,  ha negato con due distinte ordinanze l’efficacia vincolante delle sentenze della CGUE e il primato del diritto UE quando esso limita la sovranità dello Stato polacco. La Corte di Lussemburgo, a causa del mancato adempimento del Governo polacco a quanto stabilito dalle sue precedenti sentenze, ha condannato la Polonia (ottobre 2021) al pagamento di una ammenda giornaliera di 1 milione di Euro.

4. Il congelamento dei fondi

Nel dicembre 2020 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato il regolamento n. 2092/2020 relativo a un regime di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione 2021-2027, volto a stabilire una chiara correlazione tra il rispetto dello Stato di diritto da parte degli Stati membri e l’esecuzione del bilancio. In sostanza, tale Regolamento crea un meccanismo che subordina l’erogazione dei fondi dell’Unione agli Stati membri all’effettivo rispetto da parte di questi ultimi della rule of law.  Nel caso in cui si verifichino rischi di violazioni o gravi violazioni dell’art. 2 TUE sopra esaminato, il Consiglio, su proposta della Commissione europea, può approvare, a maggioranza qualificata una serie di misure, quali la sospensione dei pagamenti, la risoluzione degli impegni legali, il rimborso dei prestiti o il divieto di stipulare accordi finanziari. Tale meccanismo è di particolare importanza in considerazione del fatto che l’adozione di tale Regolamento ha avuto delle ricadute sull’erogazione dei contributi del Recovery fund, ossia delle misure economiche di sostegno per l’emergenza pandemica. Il contenuto del Regolamento è stato oggetto di un serrato negoziato tra i paesi cd. Frugali (Svezia, Austria, Danimaca e Paesi Bassi) e il cd. Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). Questi ultimi paesi sono tra i più bassi nella classifica del rispetto dello Stato di diritto secondo il Rule of law index dell’UE del 2020. A seguito dell’adozione di suddetto regolamento, tanto la Polonia quanto l’Ungheria hanno impugnato nel marzo 2021 l’atto normativo dinanzi alla CGUE. Tale Corte il 2 marzo 2022  ha dichiarato inammissibile il ricorso dei due Stati e la Commissione europea ha potuto così adottare le Linee guida sull’applicazione di tale Regolamento, rendendo così effettivo e applicabile tale meccanismo di condizionalità.

5. Conclusioni

Quanto finora detto permette di svolgere delle brevi considerazioni conclusive. L’Unione europea si pone nel panorama internazionale come un alfiere dei diritti umani e di altri valori che essa protegge tanto nella sua azione esterna, verso Stati terzi e Organizzazioni internazionali, quanto nel suo assetto interno. La previsione nell’ordinamento europeo di tali strumenti sanzionatori, alcuni più efficaci di altri, si pone come cartina tornasole dell’interno ordinamento. Di fatti, si può constatare che la mera enunciazione della protezione di diritti  e valori non rappresenta l’effettivo rispetto o applicazione degli stessi. Tuttavia, in considerazione delle recenti vicende sopra esaminate e il coinvolgimento di Stati membri in serie violazioni dei valori, porta con sé l’interrogativo sul futuro dell’Unione europea e degli Stati membri che si sono resi responsabili di tali azioni.

Bibliografia

[1] Villani, Istituzioni di diritto dell’Unione Europea 2020.
[2] Adam- Tizzano, Manuale di diritto dell’Unione Europea
[3] www.Curia.europa.eu