Malpractice medica e marito infedele: niente risarcimento alla vedova!

Cassazione Civile, sez. III, 21/03/2022, n. 9010

Articolo a cura del Dott. Gianmarco Torrigiani

La Suprema Corte ha stabilito che alla vedova il cui coniuge deceda a causa di una errata-inadeguata prestazione medico chirurgica, non spetta in automatico il risarcimento da c.d. “perdita del rapporto parentale”, dovendo invece essa fornire la dimostrazione positiva di un vincolo intenso con il defunto. Le Corti di merito, quindi, ai fini del riconoscimento del danno, devono accertare l’effettività del legame affettivo della coppia e/o, quanto meno, l’intensità del vincolo tra i coniugi e la loro situazione sentimentale, e ciò attraverso una complessiva e attenta valutazione di tutte le circostanze di fatto emerse all’esito dell’istruzione probatoria.

Danno parentale

1. Il fatto

Una vedova, in seguito alla morte del marito (derivata da un intervento chirurgico a cui non sono seguiti appositi interventi di monitoraggio e specifici trattamenti sanitari del paziente), citava in giudizio l’Azienda Sanitaria Locale e l’Ospedale ove era avvenuta l’operazione, richiedendo il risarcimento di tutti i danni patiti e, in particolare, il c.d. danno parentale.
Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda esclusivamente nei confronti dell’Azienda Sanitaria Locale, che veniva condannata a pagare all’attrice la somma di Euro 280.329,00, oltre accessori.
Alla vedova, in detta decisione, veniva riconosciuta detta somma a titolo di danno parentale, automaticamente, in virtù della presunzione (“iuris tantum” e pertanto superabile attraverso la prova contraria imperniata su elementi presuntivi tali da far venir meno – ovvero attenuare – la presunzione suddetta) di appartenenza dei coniugi allo stesso nucleo familiare.
Di conseguenza la donna, secondo il Tribunale di prime cure, per il solo fatto che avesse perso il marito avrebbe avuto diritto al risarcimento del danno da perdita parentale, non ritenendo necessario compiere alcun accertamento sull’effettiva sussistenza di rapporti di reciproco affetto e solidarietà tra i due coniugi.
Allo stesso modo, anche la Corte d’Appello di Milano adita dall’Azienda convenuta, aveva confermato la precedente decisione, pur riducendo l’importo riconosciuto alla vedova per una somma complessiva pari a Euro 264.077,00, oltre accessori.
L’Azienda Sanitaria Locale, insoddisfatta da tali decisioni, ricorreva, pertanto, in Cassazione, sulla base di due motivi:

  1. anzitutto, contestava il fatto che il paziente non si fosse presentato alla visita di controllo prevista dopo tre giorni dall’intervento che ne avrebbe poi causato il decesso, ritenendo che se il defunto si fosse presentato alla visita, così come prescrittogli, la sua morte avrebbe potuto non avvenire, ciò evidenziando quindi una sua, quantomeno pretesa, esclusiva responsabilità;
  2. in secondo luogo, riteneva che non vi fossero i presupposti per riconoscere il risarcimento del danno non patrimoniale (i.e. danno da perdita del rapporto parentale), vista l’insussistenza di rapporti affettivi significativi tra le parti.

2. Colpa dell’inerzia del paziente? La Cassazione risponde negativamente

Ebbene, il primo motivo veniva rigettato dagli Ermellini perché, come era già emerso in Appello, la consulenza tecnica di ufficio esperita aveva già escluso il nesso causale tra la mancata presentazione del paziente alla vista post operatoria programmata con il suo decesso.
Secondo i consulenti tecnici di ufficio, infatti, una semplice visita di controllo ambulatoriale non avrebbe potuto in alcun modo indagare le cause reali dell’infiammazione trattata chirurgicamente e, a tal fine, avrebbe dovuto essere invero avviato immediatamente un necessario percorso di monitoraggio ed approfondimento diagnostico, che non risultava essere stato invece programmato nella lettera di dimissione.
Di conseguenza, la Cassazione ha ritenuto che la mancata presentazione del paziente alla visita ambulatoriale “non aveva avuto alcuna efficacia causale in relazione all’evento dannoso oggetto della presente controversia (cioè alla sua morte)”, in quanto detta visita non avrebbe potuto in alcun modo alterare il tragico decorso di cui è stato protagonista, poiché sarebbero comunque serviti esami diagnostici maggiormente approfonditi.

3. La crisi della coppia esclude il risarcimento

La seconda doglianza che riguarda, invece, la determinazione equitativa del danno da perdita del rapporto parentale risentito dall’attrice in conseguenza del decesso del coniuge, è stata ritenuta fondata dalla Corte.
Infatti, gli Ermellini hanno ritenuto, nel caso di specie, che fosse venuta meno l’intensità del vincolo affettivo proprio per i chiari indizi emersi in relazione ai rapporti tra i due coniugi.
L’orientamento della Cassazione è ormai consolidato nell’affermare che, in tema di liquidazione equitativa del danno da perdita del rapporto parentale, nel caso in cui si tratti di soggetti appartenenti alla cd. famiglia nucleare (e cioè coniugi, genitori, figli, fratelli e sorelle) “la perdita di effettivi rapporti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto può essere presunta in base alla loro appartenenza al medesimo “nucleo familiare minimo”, nell’ambito del quale l’effettività di detti rapporti costituisce tuttora la regola, nell’attuale società, in base all’id quod plerumque accidit”.
La Corte precisa, altresì, che è fatta salva la prova contraria da parte del convenuto, ossia esso può dimostrare l’insussistenza di detto legame coniugale o parentale, ovvero, quanto meno, può offrire elementi idonei ad attenuare considerevolmente l’effettiva solidità di detto vincolo, avendo ciò ripercussioni peggiorative sulla liquidazione dell’importo risarcitorio.
Non solo, la cassazione ha anche ricordato che, in generale, non deve essere escluso aprioristicamente il risarcimento in favore del coniuge separato e/o non convivente, a patto però che si possa dimostrare un legame, particolarmente intenso, anche al di fuori della convivenza[1] e/o nonostante la separazione[2].
Naturalmente, la Corte ha precisato che “in tutti questi casi, i vari (anche contrapposti) elementi presuntivi, cioè tutti gli indizi, di vario segno, relativi all’esistenza/inesistenza ed all’intensità del vincolo affettivo reciso dal fatto illecito (con le sue relative conseguenze, specie sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato) devono essere sempre oggetto di una valutazione unitaria e complessiva da parte del giudice del merito che, ai sensi dell’art. 2729 c.c., deve tener conto della gravità, della precisione e della concordanza del complesso degli elementi indiziari a sua disposizione”.
Pertanto, secondo i Giudici di Piazza Cavour, ai fini dell’accertamento del vincolo necessario ai fini del riconoscimento del risarcimento del danno parentale, la Corte di Appello meneghina, anche ai fini di una corretta applicazione delle Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano (caratterizzate, per quanto riguarda la perdita del rapporto parentale, dall’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra i detti valori tabellari) e di una liquidazione del danno secondo diritto, avrebbe dovuto tenere conto:

  1. sia di quegli elementi (effettivamente presi in considerazione dalla Corte) quali la giovane età della coppia, la particolare intensità del dolore e la lunghezza del periodo dell’agonia sofferta dalla vittima, la sofferenza che necessariamente accompagna lo sgretolarsi di un progetto di vita migliore in un paese straniero, il lasso di tempo che presumibilmente i due coniugi avrebbero trascorso insieme, i benefici relazionali fatalmente perduti, le legittime aspettative di assistenza reciproca definitivamente venute meno;
  2. sia di tutte le altre circostanze, deponenti in senso contrario, che, se attentamente esaminati, avrebbero dovuto portare la Corte territoriale e il giudice di prime cure a rigettare la detta richiesta risarcitoria e, in particolare:
    • vi era una incertezza relativa ai “termini dell’effettiva convivenza tra i coniugi” poiché la vedova, malgrado fosse stata sentita dal giudice di merito, anche attraverso l’interrogatorio formale, non era stata in grado di indicare precisamente l’effettivo indirizzo della residenza coniugale;
    • in egual modo, la coabitazione della vedova con il defunto (smentita, tra l’altro, dalla documentazione anagrafica) risultava solo da una deposizione testimoniale generica: la teste, infatti, non aveva saputo indicare l’indirizzo preciso del luogo in cui i coniugi avrebbero convissuto, indicando, invero, solo certa zona nella loro città;
    • vi era il pacifico riconoscimento di una stabile relazione extraconiugale, di tipo omosessuale, intrattenuta dalla vittima al di fuori del matrimonio. Tale elemento, già di per sé, attesta, quanto meno, un certo “affievolimento” della saldezza del rapporto coniugale;
    • la vedova, infine, a breve distanza di tempo dal decesso del coniuge, aveva ricostruito uno stabile rapporto sentimentale e di comunanza di vita con un altro uomo, con il quale, dopo non più di tre anni dalla perdita del primo marito, risultava già convivere, dopo aver generato in precedenza un figlio.

Ebbene alla Corte di Cassazione è apparso chiaro che “le sopra indicate circostanze di fatto, costituenti indizi gravi, precisi e concordanti in ordine, se non alla stessa insussistenza, quanto meno ad una minore intensità (rispetto all’ordinario) del concreto vincolo affettivo esistente tra l’attrice ed il coniuge vittima del fatto illecito, non sono state adeguatamente valutate dalla corte territoriale, in modo complessivo ed unitario, come sarebbe stato necessario, ai fini del riconoscimento e, comunque, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale” in favore della vedova.

4. Conclusioni

Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte ha cassato la decisione impugnata al fine di indurre, in sede di rinvio, la Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, a rivalutare la fattispecie, tenendo adeguatamente conto di tutto il complesso degli elementi indiziari a sua disposizione, sia (e in primo luogo) ai fini del riconoscimento o meno dell’esistenza di un effettivo danno da perdita del rapporto coniugale in favore della vedova, sia, laddove venisse riconosciuto il diritto ad un risarcimento per la perdita del suddetto rapporto coniugale, ai fini della concreta liquidazione dell’importo del conseguente risarcimento, indicando la necessità che il quantum sia determinato in applicazione dei criteri precisati nella più recente giurisprudenza di questa stessa Corte[3].

danno parentale

1. Il fatto

Una vedova, in seguito alla morte del marito (derivata da un intervento chirurgico a cui non sono seguiti appositi interventi di monitoraggio e specifici trattamenti sanitari del paziente), citava in giudizio l’Azienda Sanitaria Locale e l’Ospedale ove era avvenuta l’operazione, richiedendo il risarcimento di tutti i danni patiti e, in particolare, il c.d. danno parentale.
Il Tribunale di Milano accoglieva la domanda esclusivamente nei confronti dell’Azienda Sanitaria Locale, che veniva condannata a pagare all’attrice la somma di Euro 280.329,00, oltre accessori.
Alla vedova, in detta decisione, veniva riconosciuta detta somma a titolo di danno parentale, automaticamente, in virtù della presunzione (“iuris tantum” e pertanto superabile attraverso la prova contraria imperniata su elementi presuntivi tali da far venir meno – ovvero attenuare – la presunzione suddetta) di appartenenza dei coniugi allo stesso nucleo familiare.
Di conseguenza la donna, secondo il Tribunale di prime cure, per il solo fatto che avesse perso il marito avrebbe avuto diritto al risarcimento del danno da perdita parentale, non ritenendo necessario compiere alcun accertamento sull’effettiva sussistenza di rapporti di reciproco affetto e solidarietà tra i due coniugi.
Allo stesso modo, anche la Corte d’Appello di Milano adita dall’Azienda convenuta, aveva confermato la precedente decisione, pur riducendo l’importo riconosciuto alla vedova per una somma complessiva pari a Euro 264.077,00, oltre accessori.
L’Azienda Sanitaria Locale, insoddisfatta da tali decisioni, ricorreva, pertanto, in Cassazione, sulla base di due motivi:

  1. anzitutto, contestava il fatto che il paziente non si fosse presentato alla visita di controllo prevista dopo tre giorni dall’intervento che ne avrebbe poi causato il decesso, ritenendo che se il defunto si fosse presentato alla visita, così come prescrittogli, la sua morte avrebbe potuto non avvenire, ciò evidenziando quindi una sua, quantomeno pretesa, esclusiva responsabilità;
  2. in secondo luogo, riteneva che non vi fossero i presupposti per riconoscere il risarcimento del danno non patrimoniale (i.e. danno da perdita del rapporto parentale), vista l’insussistenza di rapporti affettivi significativi tra le parti.

2. Colpa dell’inerzia del paziente? La Cassazione risponde negativamente

Ebbene, il primo motivo veniva rigettato dagli Ermellini perché, come era già emerso in Appello, la consulenza tecnica di ufficio esperita aveva già escluso il nesso causale tra la mancata presentazione del paziente alla vista post operatoria programmata con il suo decesso.
Secondo i consulenti tecnici di ufficio, infatti, una semplice visita di controllo ambulatoriale non avrebbe potuto in alcun modo indagare le cause reali dell’infiammazione trattata chirurgicamente e, a tal fine, avrebbe dovuto essere invero avviato immediatamente un necessario percorso di monitoraggio ed approfondimento diagnostico, che non risultava essere stato invece programmato nella lettera di dimissione.
Di conseguenza, la Cassazione ha ritenuto che la mancata presentazione del paziente alla visita ambulatoriale “non aveva avuto alcuna efficacia causale in relazione all’evento dannoso oggetto della presente controversia (cioè alla sua morte)”, in quanto detta visita non avrebbe potuto in alcun modo alterare il tragico decorso di cui è stato protagonista, poiché sarebbero comunque serviti esami diagnostici maggiormente approfonditi.

3. La crisi della coppia esclude il risarcimento

La seconda doglianza che riguarda, invece, la determinazione equitativa del danno da perdita del rapporto parentale risentito dall’attrice in conseguenza del decesso del coniuge, è stata ritenuta fondata dalla Corte.
Infatti, gli Ermellini hanno ritenuto, nel caso di specie, che fosse venuta meno l’intensità del vincolo affettivo proprio per i chiari indizi emersi in relazione ai rapporti tra i due coniugi.
L’orientamento della Cassazione è ormai consolidato nell’affermare che, in tema di liquidazione equitativa del danno da perdita del rapporto parentale, nel caso in cui si tratti di soggetti appartenenti alla cd. famiglia nucleare (e cioè coniugi, genitori, figli, fratelli e sorelle) “la perdita di effettivi rapporti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto può essere presunta in base alla loro appartenenza al medesimo “nucleo familiare minimo”, nell’ambito del quale l’effettività di detti rapporti costituisce tuttora la regola, nell’attuale società, in base all’id quod plerumque accidit”.
La Corte precisa, altresì, che è fatta salva la prova contraria da parte del convenuto, ossia esso può dimostrare l’insussistenza di detto legame coniugale o parentale, ovvero, quanto meno, può offrire elementi idonei ad attenuare considerevolmente l’effettiva solidità di detto vincolo, avendo ciò ripercussioni peggiorative sulla liquidazione dell’importo risarcitorio.
Non solo, la cassazione ha anche ricordato che, in generale, non deve essere escluso aprioristicamente il risarcimento in favore del coniuge separato e/o non convivente, a patto però che si possa dimostrare un legame, particolarmente intenso, anche al di fuori della convivenza[1] e/o nonostante la separazione[2].
Naturalmente, la Corte ha precisato che “in tutti questi casi, i vari (anche contrapposti) elementi presuntivi, cioè tutti gli indizi, di vario segno, relativi all’esistenza/inesistenza ed all’intensità del vincolo affettivo reciso dal fatto illecito (con le sue relative conseguenze, specie sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato) devono essere sempre oggetto di una valutazione unitaria e complessiva da parte del giudice del merito che, ai sensi dell’art. 2729 c.c., deve tener conto della gravità, della precisione e della concordanza del complesso degli elementi indiziari a sua disposizione”.
Pertanto, secondo i Giudici di Piazza Cavour, ai fini dell’accertamento del vincolo necessario ai fini del riconoscimento del risarcimento del danno parentale, la Corte di Appello meneghina, anche ai fini di una corretta applicazione delle Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano (caratterizzate, per quanto riguarda la perdita del rapporto parentale, dall’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra i detti valori tabellari) e di una liquidazione del danno secondo diritto, avrebbe dovuto tenere conto:

  1. sia di quegli elementi (effettivamente presi in considerazione dalla Corte) quali la giovane età della coppia, la particolare intensità del dolore e la lunghezza del periodo dell’agonia sofferta dalla vittima, la sofferenza che necessariamente accompagna lo sgretolarsi di un progetto di vita migliore in un paese straniero, il lasso di tempo che presumibilmente i due coniugi avrebbero trascorso insieme, i benefici relazionali fatalmente perduti, le legittime aspettative di assistenza reciproca definitivamente venute meno;
  2. sia di tutte le altre circostanze, deponenti in senso contrario, che, se attentamente esaminati, avrebbero dovuto portare la Corte territoriale e il giudice di prime cure a rigettare la detta richiesta risarcitoria e, in particolare:
    • vi era una incertezza relativa ai “termini dell’effettiva convivenza tra i coniugi” poiché la vedova, malgrado fosse stata sentita dal giudice di merito, anche attraverso l’interrogatorio formale, non era stata in grado di indicare precisamente l’effettivo indirizzo della residenza coniugale;
    • in egual modo, la coabitazione della vedova con il defunto (smentita, tra l’altro, dalla documentazione anagrafica) risultava solo da una deposizione testimoniale generica: la teste, infatti, non aveva saputo indicare l’indirizzo preciso del luogo in cui i coniugi avrebbero convissuto, indicando, invero, solo certa zona nella loro città;
    • vi era il pacifico riconoscimento di una stabile relazione extraconiugale, di tipo omosessuale, intrattenuta dalla vittima al di fuori del matrimonio. Tale elemento, già di per sé, attesta, quanto meno, un certo “affievolimento” della saldezza del rapporto coniugale;
    • la vedova, infine, a breve distanza di tempo dal decesso del coniuge, aveva ricostruito uno stabile rapporto sentimentale e di comunanza di vita con un altro uomo, con il quale, dopo non più di tre anni dalla perdita del primo marito, risultava già convivere, dopo aver generato in precedenza un figlio.

Ebbene alla Corte di Cassazione è apparso chiaro che “le sopra indicate circostanze di fatto, costituenti indizi gravi, precisi e concordanti in ordine, se non alla stessa insussistenza, quanto meno ad una minore intensità (rispetto all’ordinario) del concreto vincolo affettivo esistente tra l’attrice ed il coniuge vittima del fatto illecito, non sono state adeguatamente valutate dalla corte territoriale, in modo complessivo ed unitario, come sarebbe stato necessario, ai fini del riconoscimento e, comunque, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale” in favore della vedova.

4. Conclusioni

Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte ha cassato la decisione impugnata al fine di indurre, in sede di rinvio, la Corte di Appello di Milano, in diversa composizione, a rivalutare la fattispecie, tenendo adeguatamente conto di tutto il complesso degli elementi indiziari a sua disposizione, sia (e in primo luogo) ai fini del riconoscimento o meno dell’esistenza di un effettivo danno da perdita del rapporto coniugale in favore della vedova, sia, laddove venisse riconosciuto il diritto ad un risarcimento per la perdita del suddetto rapporto coniugale, ai fini della concreta liquidazione dell’importo del conseguente risarcimento, indicando la necessità che il quantum sia determinato in applicazione dei criteri precisati nella più recente giurisprudenza di questa stessa Corte[3].

Note

[1] Cass. Civ., sez. III, ordinanza n. 18284 del 25/06/2021, Rv. 661702 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 24689 del 05/11/2020, Rv. 659848 – 01; Cass. Civ., sez. III, ordinanza n. 7743 del 08/04/2020, Rv. 657503 – 01.
[2] Anche l’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, nell’aggiornamento del 2021 delle note Tabelle milanesi, in tema di danno parentale, ha precisato che “la misura del danno non patrimoniale risarcibile alla vittima secondaria è disancorato dal danno biologico subito dalla vittima primaria; infatti, pur essendo la gravità di quest’ultimo rilevante per la stessa configurabilità del danno al familiare, pare opportuno tener conto nella liquidazione del danno essenzialmente della natura e intensità del legame tra vittime secondarie e vittima primaria, nonché della quantità e qualità dell’alterazione della vita familiare (da provarsi anche mediante presunzioni)”.
[3]  Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 901 del 17/01/2018, Rv. 647125 – 02 e 04; Cass. Civ., Sez. III, ordinanza n. 23469 del 28/09/2018, Rv. 650858 – 03; Sez. 3, Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 28220 del 04/11/2019, Rv. 655782 – 01; Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 28989 del 11/11/2019, Rv. 656223 – 01; Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 25843 del 13/11/2020, Rv. 659583 – 01. In particolare, Cass. Civ., Sez. III, sentenza n. 25164 del 10/11/2020 statuiva che: “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, in assenza di lesione alla salute, ogni “vulnus” arrecato ad altro valore costituzionalmente tutelato va valutato ed accertato, all’esito di compiuta istruttoria, in assenza di qualsiasi automatismo, sotto il duplice aspetto risarcibile sia della sofferenza morale che della privazione, ovvero diminuzione o modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal danneggiato, cui va attribuita una somma che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito sotto entrambi i profili, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche“.

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