Brevi riflessioni critiche in materia di processo penale

Articolo a cura dell’Avv. Cristina Monteleone

Con il seguente breve elaborato ci si propone di individuare ed analizzare brevemente le riforme del processo penale susseguitesi nel recente passato e di suggerire alcuni correttivi che potrebbero risultare idonei a superare le attuali criticità da cui è affetto il funzionamento degli uffici giudiziari italiani.

Riflessioni processo penale

1. Introduzione

Negli ultimi anni, sono stati frequenti i progetti di riforma del processo penale, con l’obiettivo primario di abbattere i tempi medi di celebrazione dei processi. Si è proceduto, pertanto, alla rivisitazione di alcuni istituti, ritenuti affetti da criticità. Con la legge Orlando ossia la L. 23 giugno 2017 n. 103, si è inciso sugli istituti dell’appello, della sentenza di non luogo a procedere, dell’archiviazione e della quantificazione delle sanzioni pecuniarie in luogo delle pene detentive. Con la Riforma Bonafede ossia la L. 9 gennaio 2019 n. 3, tra l’altro, è stato modificato il regime della prescrizione (nuovamente modificato dalla riforma Cartabia).  Con la legge 27 settembre 2021, n. 134, da ultimo, il legislatore ha inteso incidere sulla cd. regola di giudizio riassumibile “nella ragionevole probabilità di conseguire una condanna in sede dibattimentale” che deve essere applicata dal P.M. (in sede di richiesta di rinvio a giudizio) e dal GUP (ai fini dell’eventuale rinvio a giudizio). Come è facilmente desumibile, la direttiva comune a tutti gli anzidetti interventi legislativi è rintracciabile nell’eliminazione dell’arretrato accumulato dagli Uffici Giudiziari e nel miglioramento del funzionamento del processo penale. Nel corso degli ultimi anni, il legislatore pare avere ritenuto che l’introduzione di alcuni sbarramenti ad alcuni mezzi di impugnazione o la riformulazione di alcuni istituti (ad esempio, la prescrizione) possano rappresentare una soluzione efficace per efficientare il sistema giudiziario. Detta visione appare essere critica sotto diversi punti di vista, esplicati nel successivo paragrafo.

2. Principali criticità rilevate e brevi riflessioni

È certamente innegabile la meritevolezza dell’intento perseguito dal legislatore ossia la riduzione dei fascicoli processuali in carico agli Uffici Giudiziari e la conseguente esigenza di evitare la maturazione dei termini prescrizionali. Dalla lettura dei testi legislativi, tuttavia, le soluzioni apportate dal legislatore degli ultimi anni appaiono essere connotate da una progressiva miopia verso i principi costituzionali vigenti in materia processuale, tra i quali il giusto processo e la presunzione di non colpevolezza.
Avuto riguardo alla riforma Cartabia, peraltro, le criticità rilevate sono essenzialmente riassumibili: nell’incremento della ragionevole durata del processo, nell’individuazione della reale estensione del diritto di difesa e nella determinazione dei limiti della presunzione di innocenza.
Avuto riguardo alla durata del processo, dalla lettura degli artt. 161 bis cod. pen. e 344 bis cod. proc. pen., si evince un allungamento dei termini di durata del processo previsti dalla norma. Il termine di prescrizione ex art. 157 cod. pen., infatti, diviene applicabile alle sole fasi delle indagini preliminari, dell’eventuale udienza preliminare e alla fase dibattimentale. Successivamente alla conclusione del processo di primo grado, invero, divengono applicabili i termini previsti dall’art. 344 bis cod. proc. pen. ossia di due anni per il procedimento di appello e di un anno per il procedimento innanzi alla Suprema Corte. L’eventuale superamento dei suddetti termini (e delle eventuali proroghe previste dalla norma) importa l’improcedibilità dell’azione penale.
Premessa la distinzione tra gli istituti della prescrizione e dell’improcedibilità, il legislatore consente che un procedimento penale ordinario, per un delitto, possa durare almeno dieci anni e sei mesi. Avuto riguardo alla durata del processo di primo grado, è da rilevare, la distonia il dato previsto dall’art. 159 cod. pen. primo grado ossia di almeno 7 anni e sei mesi e i termini previsti dall’art. 2, commi 2 bis e 2 ter, della l. 24 marzo 2001 n. 8, rispettivamente di tre anni per il processo di primo grado e di sei anni nella durata complessiva. Sebbene il termine di cui all’art. 159 cod. pen. includa anche il periodo delle indagini preliminari, si osserva l’evidente divario tra i due termini e le conseguenze che potrebbero derivare per le casse erariali.
Si rileva, altresì, che la limitazione di applicabilità dell’istituto dell’improcedibilità ai soli reati commessi a far data dal 1° gennaio 2020 appare costituzionalmente illegittima. Sono esclusi dal regime di prescrizione e dall’improcedibilità tutti i reati commessi fino al 31 dicembre 2019 e non giudicati fino all’entrata in vigore della superiore disposizione.
Da ultimo, riformare l’istituto della prescrizione e  introdurre l’improcedibilità, appare la presa di coscienza del legislatore della oramai fisiologica patologia dalla quale sono affetti i nostri uffici giudiziari e del tentativo di individuare delle soluzioni.
Per altro verso, avuto riguardo alla complessiva disamina della l. 134/2021, peraltro, emerge una potenziale lesione del diritto di difesa riconosciuto all’imputato e, in particolare, alle facoltà di impugnazione riconosciutegli. In materia di giudizio abbreviato e di procedimento per decreto, il legislatore ha previsto delle riduzioni di pena (rispettivamente di un sesto e di un quinto) qualora il condannato rinunci a proporre impugnazione avverso il provvedimento di condanna. La ratio sottesa alle suddette norme diviene inconciliabile con la parimenti meritoria esigenza del condannato di proporre impugnazione per ottenere un nuovo esame della fattispecie concreta. In altri termini, non appare opportuno che il legislatore introduca dei meccanismi premiali per coloro che scelgono di non attivare il contraddittorio (nel caso del procedimento per decreto) o di non proseguirlo (nel caso del giudizio abbreviato). È da evidenziare, infatti, che gli effetti economici delle superiori modifiche si riverbereranno sui soggetti appartenenti alle fasce economiche più basse della popolazione. Costoro, invero, potrebbero avere delle remore a far valere i propri diritti per timore di perdere la premialità loro riconosciuta dalla legge. La formulazione delle superiori norme, peraltro, desta qualche perplessità in ordine alla legittimità costituzionale (artt. 3, co. 2, 24 e 111 Cost.) e alla rispondenza con i principi delle Carte sovranazionali (artt. 614 CEDU e artt. 21 – 47 Carta di Nizza). I benefici economici connessi all’applicazione della normativa, infatti, appaiono integrare una violazione dei superiori principi: qualora alla rinuncia all’impugnazione consegua una premialità economica, quest’ultima deve essere intesa come un inespresso ostacolo al diritto di difesa riconosciuto ad ogni individuo.
La previsione del contraddittorio scritto in via ordinaria (solo a richiesta delle parti, convertibile in contradditorio orale), in sede di appello e di ricorso per Cassazione appare un ulteriore e preoccupante limitazione del diritto di difesa riconosciuto al condannato. Ancor più grave è la suddetta restrizione se rapportata alla caratteristica dell’oralità che è propria del processo penale.
Da ultimo, si rileva una violazione (o quantomeno un affievolimento) della presunzione di innocenza riconosciuta dall’art. 27 Cost.
L’art. 1, co. 9, lett. a) della l. 134/2021 appare violare palesemente l’anzidetto precetto costituzionale: l’imputato verrà rinviato a giudizio solo se il GUP ne prevederà ragionevolmente la condanna. In altri termini, con la Riforma Cartabia, la fase dibattimentale diviene la fase necessaria a formare le prove di colpevolezza dell’imputato e non ad accertare la verità processuale.
Alla luce delle superiori considerazioni, è certamente da evidenziare, l’indiscutibile difficoltà del legislatore insita nell’elaborazione di un modello processuale capace di coniugare le opposte esigenze proprie delle diverse parti del processo. In altri termini, è necessario delineare un processo che possa garantire speditezza della procedura così da ridurre il rischio di prescrizione del reato e, per altro verso, non rinunciare ad alcuna garanzia posta a presidio della tutela sia dei diritti dell’indagato/imputato sia dei diritti della persona offesa.
Non appare corretto, peraltro, fare ricadere sul cittadino (indagato/imputato o persona offesa) le conseguenze delle oramai croniche carenze d’organico dei Tribunali. Per altro verso, ancora, non appare ragionevole frapporre degli ostacoli all’eventuale proposizione di impugnazioni da parte dell’imputato. A quest’ultimo, infatti, deve essere garantito il diritto di impugnare i provvedimenti ritenuti lesivi e a godere di tutte le garanzie processuali dei quali è titolare.
Allo stesso modo, vi è bisogno di garantire ai cittadini una risposta certa ossia una sentenza di merito, indipendentemente dall’esito, in termini temporali ragionevoli.

3. Prospettive di riforma

In primo luogo, sarebbe necessario procedere ad una sostanziale riscrittura degli attuali testi normativi sostanziali e procedurali. Per un verso, infatti, sarebbe necessario aggiornare il catalogo di reati, sostanzialmente delineato nel 1930, seppur modificato nel corso dei decenni. È di ogni evidenza, invero, che l’attuale sensibilità morale e giuridica sia profondamente diversa rispetto al 1930 e che le modifiche susseguitesi nel corso del tempo non siano capaci di superare la logica di fondo del codice Rocco e i beni giuridici da questo individuati e tutelati. La costante ed incessante emanazione di testi unici per materia non ha fatto altro che creare un codice penale costituito da una miriade di testi legislativi da ricercare continuamente. Ai fini anche di una maggiore chiarezza ed organicità del codice penale, pertanto, sarebbe opportuno procedere ad un’integrale rielaborazione del suddetto testo normativo.
Per altro verso, come sopra delineato, si ritiene che il Legislatore debba procedere nell’individuazione di un modello processuale idoneo a rispettare le aspettative di tutte le parti nonché a ridurre i tempi medi di durata di un processo penale.
Al fine di raggiungere i predetti obiettivi, sarebbe necessario anticipare già alla richiesta di rinvio a giudizio la possibilità (e la soglia di sbarramento) per l’imputato di accedere ai riti alternativi nonché le eventuali richieste di prova. Successivamente all’espletamento delle superiori incombenze, l’eventuale fase innanzi al Giudice dell’Udienza Preliminare dovrebbe avere la finalità di raccolta delle prove già richieste dalle parti e alla definizione dei processi con le istruttorie meno dispendiose in termini di tempo. In altri termini, verrebbe ad essere eliminato dal catalogo dei riti alternativi al dibattimento, il cd. rito abbreviato previsto dagli artt. 438 e ss. cod. proc. pen.
Alla luce delle posizioni già assunte dalle parti, peraltro, queste ultime sarebbero più consapevoli nelle richieste spiegate al GUP.
La modifica procedurale nei suddetti termini apporterebbe molteplici benefici così riassumibili: un minore spreco di tempo e denaro, una maggiore giustizia sostanziale, un minore carico di lavoro alle sezioni dibattimentali dei Tribunali e maggiore possibilità per l’imputato di definire già all’udienza preliminare la propria posizione. Per altro verso, il minore carico di lavoro potrebbe comportare un vantaggio in termini di rispetto del principio di concentrazione del dibattimento.
La sede dibattimentale rimarrebbe, come già detto sopra, la sede naturale di trattazione dei processi che richiedono un’istruttoria notevole (ad esempio, l’escussione di un gran numero di testimoni ovvero l’esecuzione di perizie che richiedono tempi lunghi per l’elaborazione) nonchè di quei reati di particolare allarme sociale che richiedono un’approfondita istruttoria.
È di ogni evidenza, tuttavia, che la buona riuscita dell’eventuale modifica suggerita ha bisogno dell’ampliamento dell’organico dei magistrati componenti gli Uffici GUP nonché del personale amministrativo e di cancelleria degli Uffici. Allo stesso modo, sarà necessario procedere alla riorganizzazione e al potenziamento degli uffici delle Corti di Appello in ragione dei presumibili maggiori volumi di impugnazioni conseguenti al maggior numero di provvedimenti emessi dal Giudice per l’Udienza Preliminare.

riflessioni processo penale

1. Introduzione

Negli ultimi anni, sono stati frequenti i progetti di riforma del processo penale, con l’obiettivo primario di abbattere i tempi medi di celebrazione dei processi. Si è proceduto, pertanto, alla rivisitazione di alcuni istituti, ritenuti affetti da criticità. Con la legge Orlando ossia la L. 23 giugno 2017 n. 103, si è inciso sugli istituti dell’appello, della sentenza di non luogo a procedere, dell’archiviazione e della quantificazione delle sanzioni pecuniarie in luogo delle pene detentive. Con la Riforma Bonafede ossia la L. 9 gennaio 2019 n. 3, tra l’altro, è stato modificato il regime della prescrizione (nuovamente modificato dalla riforma Cartabia).  Con la legge 27 settembre 2021, n. 134, da ultimo, il legislatore ha inteso incidere sulla cd. regola di giudizio riassumibile “nella ragionevole probabilità di conseguire una condanna in sede dibattimentale” che deve essere applicata dal P.M. (in sede di richiesta di rinvio a giudizio) e dal GUP (ai fini dell’eventuale rinvio a giudizio). Come è facilmente desumibile, la direttiva comune a tutti gli anzidetti interventi legislativi è rintracciabile nell’eliminazione dell’arretrato accumulato dagli Uffici Giudiziari e nel miglioramento del funzionamento del processo penale. Nel corso degli ultimi anni, il legislatore pare avere ritenuto che l’introduzione di alcuni sbarramenti ad alcuni mezzi di impugnazione o la riformulazione di alcuni istituti (ad esempio, la prescrizione) possano rappresentare una soluzione efficace per efficientare il sistema giudiziario. Detta visione appare essere critica sotto diversi punti di vista, esplicati nel successivo paragrafo.

2. Principali criticità rilevate e brevi riflessioni

È certamente innegabile la meritevolezza dell’intento perseguito dal legislatore ossia la riduzione dei fascicoli processuali in carico agli Uffici Giudiziari e la conseguente esigenza di evitare la maturazione dei termini prescrizionali. Dalla lettura dei testi legislativi, tuttavia, le soluzioni apportate dal legislatore degli ultimi anni appaiono essere connotate da una progressiva miopia verso i principi costituzionali vigenti in materia processuale, tra i quali il giusto processo e la presunzione di non colpevolezza.
Avuto riguardo alla riforma Cartabia, peraltro, le criticità rilevate sono essenzialmente riassumibili: nell’incremento della ragionevole durata del processo, nell’individuazione della reale estensione del diritto di difesa e nella determinazione dei limiti della presunzione di innocenza.
Avuto riguardo alla durata del processo, dalla lettura degli artt. 161 bis cod. pen. e 344 bis cod. proc. pen., si evince un allungamento dei termini di durata del processo previsti dalla norma. Il termine di prescrizione ex art. 157 cod. pen., infatti, diviene applicabile alle sole fasi delle indagini preliminari, dell’eventuale udienza preliminare e alla fase dibattimentale. Successivamente alla conclusione del processo di primo grado, invero, divengono applicabili i termini previsti dall’art. 344 bis cod. proc. pen. ossia di due anni per il procedimento di appello e di un anno per il procedimento innanzi alla Suprema Corte. L’eventuale superamento dei suddetti termini (e delle eventuali proroghe previste dalla norma) importa l’improcedibilità dell’azione penale.
Premessa la distinzione tra gli istituti della prescrizione e dell’improcedibilità, il legislatore consente che un procedimento penale ordinario, per un delitto, possa durare almeno dieci anni e sei mesi. Avuto riguardo alla durata del processo di primo grado, è da rilevare, la distonia il dato previsto dall’art. 159 cod. pen. primo grado ossia di almeno 7 anni e sei mesi e i termini previsti dall’art. 2, commi 2 bis e 2 ter, della l. 24 marzo 2001 n. 8, rispettivamente di tre anni per il processo di primo grado e di sei anni nella durata complessiva. Sebbene il termine di cui all’art. 159 cod. pen. includa anche il periodo delle indagini preliminari, si osserva l’evidente divario tra i due termini e le conseguenze che potrebbero derivare per le casse erariali.
Si rileva, altresì, che la limitazione di applicabilità dell’istituto dell’improcedibilità ai soli reati commessi a far data dal 1° gennaio 2020 appare costituzionalmente illegittima. Sono esclusi dal regime di prescrizione e dall’improcedibilità tutti i reati commessi fino al 31 dicembre 2019 e non giudicati fino all’entrata in vigore della superiore disposizione.
Da ultimo, riformare l’istituto della prescrizione e  introdurre l’improcedibilità, appare la presa di coscienza del legislatore della oramai fisiologica patologia dalla quale sono affetti i nostri uffici giudiziari e del tentativo di individuare delle soluzioni.
Per altro verso, avuto riguardo alla complessiva disamina della l. 134/2021, peraltro, emerge una potenziale lesione del diritto di difesa riconosciuto all’imputato e, in particolare, alle facoltà di impugnazione riconosciutegli. In materia di giudizio abbreviato e di procedimento per decreto, il legislatore ha previsto delle riduzioni di pena (rispettivamente di un sesto e di un quinto) qualora il condannato rinunci a proporre impugnazione avverso il provvedimento di condanna. La ratio sottesa alle suddette norme diviene inconciliabile con la parimenti meritoria esigenza del condannato di proporre impugnazione per ottenere un nuovo esame della fattispecie concreta. In altri termini, non appare opportuno che il legislatore introduca dei meccanismi premiali per coloro che scelgono di non attivare il contraddittorio (nel caso del procedimento per decreto) o di non proseguirlo (nel caso del giudizio abbreviato). È da evidenziare, infatti, che gli effetti economici delle superiori modifiche si riverbereranno sui soggetti appartenenti alle fasce economiche più basse della popolazione. Costoro, invero, potrebbero avere delle remore a far valere i propri diritti per timore di perdere la premialità loro riconosciuta dalla legge. La formulazione delle superiori norme, peraltro, desta qualche perplessità in ordine alla legittimità costituzionale (artt. 3, co. 2, 24 e 111 Cost.) e alla rispondenza con i principi delle Carte sovranazionali (artt. 614 CEDU e artt. 21 – 47 Carta di Nizza). I benefici economici connessi all’applicazione della normativa, infatti, appaiono integrare una violazione dei superiori principi: qualora alla rinuncia all’impugnazione consegua una premialità economica, quest’ultima deve essere intesa come un inespresso ostacolo al diritto di difesa riconosciuto ad ogni individuo.
La previsione del contraddittorio scritto in via ordinaria (solo a richiesta delle parti, convertibile in contradditorio orale), in sede di appello e di ricorso per Cassazione appare un ulteriore e preoccupante limitazione del diritto di difesa riconosciuto al condannato. Ancor più grave è la suddetta restrizione se rapportata alla caratteristica dell’oralità che è propria del processo penale.
Da ultimo, si rileva una violazione (o quantomeno un affievolimento) della presunzione di innocenza riconosciuta dall’art. 27 Cost.
L’art. 1, co. 9, lett. a) della l. 134/2021 appare violare palesemente l’anzidetto precetto costituzionale: l’imputato verrà rinviato a giudizio solo se il GUP ne prevederà ragionevolmente la condanna. In altri termini, con la Riforma Cartabia, la fase dibattimentale diviene la fase necessaria a formare le prove di colpevolezza dell’imputato e non ad accertare la verità processuale.
Alla luce delle superiori considerazioni, è certamente da evidenziare, l’indiscutibile difficoltà del legislatore insita nell’elaborazione di un modello processuale capace di coniugare le opposte esigenze proprie delle diverse parti del processo. In altri termini, è necessario delineare un processo che possa garantire speditezza della procedura così da ridurre il rischio di prescrizione del reato e, per altro verso, non rinunciare ad alcuna garanzia posta a presidio della tutela sia dei diritti dell’indagato/imputato sia dei diritti della persona offesa.
Non appare corretto, peraltro, fare ricadere sul cittadino (indagato/imputato o persona offesa) le conseguenze delle oramai croniche carenze d’organico dei Tribunali. Per altro verso, ancora, non appare ragionevole frapporre degli ostacoli all’eventuale proposizione di impugnazioni da parte dell’imputato. A quest’ultimo, infatti, deve essere garantito il diritto di impugnare i provvedimenti ritenuti lesivi e a godere di tutte le garanzie processuali dei quali è titolare.
Allo stesso modo, vi è bisogno di garantire ai cittadini una risposta certa ossia una sentenza di merito, indipendentemente dall’esito, in termini temporali ragionevoli.

3. Prospettive di riforma

In primo luogo, sarebbe necessario procedere ad una sostanziale riscrittura degli attuali testi normativi sostanziali e procedurali. Per un verso, infatti, sarebbe necessario aggiornare il catalogo di reati, sostanzialmente delineato nel 1930, seppur modificato nel corso dei decenni. È di ogni evidenza, invero, che l’attuale sensibilità morale e giuridica sia profondamente diversa rispetto al 1930 e che le modifiche susseguitesi nel corso del tempo non siano capaci di superare la logica di fondo del codice Rocco e i beni giuridici da questo individuati e tutelati. La costante ed incessante emanazione di testi unici per materia non ha fatto altro che creare un codice penale costituito da una miriade di testi legislativi da ricercare continuamente. Ai fini anche di una maggiore chiarezza ed organicità del codice penale, pertanto, sarebbe opportuno procedere ad un’integrale rielaborazione del suddetto testo normativo.
Per altro verso, come sopra delineato, si ritiene che il Legislatore debba procedere nell’individuazione di un modello processuale idoneo a rispettare le aspettative di tutte le parti nonché a ridurre i tempi medi di durata di un processo penale.
Al fine di raggiungere i predetti obiettivi, sarebbe necessario anticipare già alla richiesta di rinvio a giudizio la possibilità (e la soglia di sbarramento) per l’imputato di accedere ai riti alternativi nonché le eventuali richieste di prova. Successivamente all’espletamento delle superiori incombenze, l’eventuale fase innanzi al Giudice dell’Udienza Preliminare dovrebbe avere la finalità di raccolta delle prove già richieste dalle parti e alla definizione dei processi con le istruttorie meno dispendiose in termini di tempo. In altri termini, verrebbe ad essere eliminato dal catalogo dei riti alternativi al dibattimento, il cd. rito abbreviato previsto dagli artt. 438 e ss. cod. proc. pen.
Alla luce delle posizioni già assunte dalle parti, peraltro, queste ultime sarebbero più consapevoli nelle richieste spiegate al GUP.
La modifica procedurale nei suddetti termini apporterebbe molteplici benefici così riassumibili: un minore spreco di tempo e denaro, una maggiore giustizia sostanziale, un minore carico di lavoro alle sezioni dibattimentali dei Tribunali e maggiore possibilità per l’imputato di definire già all’udienza preliminare la propria posizione. Per altro verso, il minore carico di lavoro potrebbe comportare un vantaggio in termini di rispetto del principio di concentrazione del dibattimento.
La sede dibattimentale rimarrebbe, come già detto sopra, la sede naturale di trattazione dei processi che richiedono un’istruttoria notevole (ad esempio, l’escussione di un gran numero di testimoni ovvero l’esecuzione di perizie che richiedono tempi lunghi per l’elaborazione) nonchè di quei reati di particolare allarme sociale che richiedono un’approfondita istruttoria.
È di ogni evidenza, tuttavia, che la buona riuscita dell’eventuale modifica suggerita ha bisogno dell’ampliamento dell’organico dei magistrati componenti gli Uffici GUP nonché del personale amministrativo e di cancelleria degli Uffici. Allo stesso modo, sarà necessario procedere alla riorganizzazione e al potenziamento degli uffici delle Corti di Appello in ragione dei presumibili maggiori volumi di impugnazioni conseguenti al maggior numero di provvedimenti emessi dal Giudice per l’Udienza Preliminare.