Quando il bacio sulla guancia integra il reato di violenza sessuale: derive e tutele nel concetto di atti sessuali

Articolo a cura dell’Avv. Baracco Jeannette

Bacio guancia

1. Introduzione

I reati sessuali costituiscono fattispecie di grave allarme sociale, e tra le più odiose nell’ambito del sentire comune. Essi, peraltro, sono un terreno di applicazione fertile per il continuo rinnovarsi del formante giurisprudenziale, giacchè la nozione – assente nel codice penale – di cosa debba intendersi come “atto sessuale” si presta ad una innata percezione della mutevole sensibilità di una popolazione.
In particolare, nel codice penale la fattispecie codicistica che per prima espressamente prevede tale concetto è rappresentata dall’art. 609 bis c.p. La collocazione topografica, che vedeva il delitto in esame nell’alveo dei delitti contro la moralità pubblica, e da ultimo trasposto con l. 66 del 15.2.1996 nei delitti contro la libertà personale, esternalizza la differente portata percettiva della sfera sessuale, la quale, nel corso degli ultimi decenni, è passata da una visione statuale ad una visione antropocentrica che pone in rilievo, in primis, la persona e la sua libertà individuale.
Le fattispecie dei reati sessuali hanno la finalità principale di preservare la libertà di autodeterminazione sessuale dell’individuo, intesa come diritto di impedire che il proprio corpo possa essere sottoposto alla mercé altrui senza un atto di cosciente, volontaria e costante determinazione.
L’art. 609 bis c.p., il quale disciplina l’ipotesi delittuosa della violenza sessuale, sanziona con la reclusione da sei a dodici anni “Chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

  1. Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
  2. Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona”.

Il terzo comma disciplina invece le fattispecie di minor gravità, prevedendo che in questi casi la pena venga diminuita in misura non eccedente i due terzi.
Si tratta di un reato comune, senza evento, di danno, e punito a titolo di dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di compiere un atto invasivo e lesivo della libertà sessuale della persona offesa non consenziente.
Esso viene distinto in due fattispecie: una di costrizione, che prevede come condotte modali idonee ad integrare il delitto quelle di minaccia, violenza e abuso di autorità, l’altra di induzione, consistente nell’abuso e approfittamento delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima. Dalla doppia bipartizione del delitto in esame discende la natura bifronte dell’interesse tutelato: la libertà sessuale nell’ipotesi di costrizione e l’intangibilità sessuale nell’ipotesi di induzione.

2. Il concetto di atto sessuale secondo la dottrina e la giurisprudenza

Tanto la violenza sessuale per costrizione, quanto quella per induzione postulano quale condotta modale il compimento di atti sessuali [1].
Proprio tale concetto, che il legislatore non ha definito in ragione della sua configurazione permeata dal comune sentire, risulta al centro di un dibattito dottrinale, in cui si contendono tre indirizzi: il primo ravvisa la nozione di atti sessuali come sovrapponibile a quella di atti di libidine; il secondo abbraccia la tesi della maggior portata di significato degli atti sessuali rispetto agli atti di libidine; l’ultimo, infine, sposa una lettura più restrittiva del concetto di atto sessuale, dovendo considerarsi tale solo quello che ha natura sessuale sul versante oggettivo, indipendentemente dalle variabili soggettive della vittima, occorrendo il contatto fisico tra una parte qualsiasi del corpo di una persona con una zona genitale anale o orale del partner [2].
Nell’assenza di una disposizione normativa che enuclei la portata definitoria del concetto di atto sessuale, il formante giurisprudenziale ha assunto nel corso degli anni portata dirimente per la configurazione di ciò che può ritenersi atto sessuale, e, dunque, per la configurabilità del delitto di violenza sessuale.
Per la Suprema Corte, l’enunciato “atto sessuale” intende “la risultante della somma dei concetti di congiunzione carnale ed atti di libidine, previsti dalla previgente fattispecie di violenza carnale ed atti di libidine violenti, per cui essa viene a comprendere tutti gli atti che, secondo il senso comune e l’elaborazione giurisprudenziale, esprimono l’impulso sessuale dell’agente con invasione della sfera sessuale del soggetto passivo”[3].
Tali rilievi giurisprudenziali, se da una parte hanno il pregio di sussumere nell’alveo del reato di cui all’art. 609 bis c.p. l’evoluzione socio-culturale del comune sentire sessuale, dall’altra possono portare a derive degenerative, come il ritenere atti non pervasivi idonei, comunque, ad integrare il delitto in contestazione, attraverso una nozione ultra-vittimologica e soggettiva di cosa sia idoneo a qualificarsi come zona erogena, e dunque a rientrare nel concetto di atto sessuale.

3. Il bacio non voluto

Sul versante della portata concettuale di atto sessuale, dunque, si inserisce la diatriba giurisprudenziale in ordine all’attitudine di un bacio non voluto ad integrare il delitto di violenza sessuale, con evidenti ripercussioni in ordine all’iscrizione nel casellario giudiziale – seppur nell’alveo della fattispecie attenuata di cui al terzo comma dell’art. 609 bis c.p. – di una condanna di tal genere.
Per la giurisprudenza, diviene imprescindibile analizzare l’effettiva idoneità della condotta, sintomatica dell’impulso sessuale, a compromettere effettivamente la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale [4].
Così, non possono qualificarsi come atti sessuali gli atti che siano espressivi di desiderio sessuale e, tuttavia, che non incidono nella sfera della sessualità della persona offesa. Viceversa, rientrano in tale nozione quelli che coinvolgono il rapporto corpore corporis, siano essi anche rivolti a zone non genitali quali polsi e guance. Nessun rilievo viene concesso all’effettivo ottenimento del soddisfacimento del piacere sessuale dell’agente.
Ne discende che anche i palpeggiamenti, i toccamenti, e un bacio non voluto, posti in essere nella prospettiva dell’agente di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, possono costituire una indebita intrusione nella sfera sessuale altrui, se coinvolgono la corporeità della vittima[5].
Di più. Il Supremo Consesso si è spinto oltre, andando a stabilire che non solo il bacio, ma anche il mero sfioramento con le labbra del viso altrui per dare un bacio integra il delitto di violenza sessuale, posto che tra gli atti idonei ad integrare il reato in questione vengono compresi anche quelli rapidi e insidiosi [6]. Infatti, la Corte ha indicato che “nel concetto di atti sessuali di cui all’art. 609 bis c.p. bisogna far rientrare non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente; pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorchè l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo”.’ [7]
Recentissimamente la Suprema Corte è giunta ad indicare, a più riprese, come in tema di reati sessuali, il bacio sulla guancia, “in quanto atto non dirottamente indirizzato a zone chiaramente definibili come erogene configura violenza sessuale nella forma consumata e non tentata allorquando in base ad una valutazione complessiva della condotta che tenga conto del contesto ambientale e sociale in cui l’azione è stata realizzata, del rapporto intercorrente tra i soggetti coinvolti e di ogni altro dato fattuale qualificante, possa ritenersi che abbia inciso sulla libertà sessuale della vittima” [8].
Il file rouge che lega tutte le pronunce giurisprudenziali in materia si sostanzia in un evidente ampliamento della categoria di zona erogena, e dunque atto sessuale, che per la Suprema Corte comprende, evidentemente, anche il viso e la guancia.
Come si è avuto modo di verificare dalle pronunce citate, molte di esse [9] qualificano il viso come zona erogena, mentre altre più recenti, invece, lo escludono [10]: manca, tuttavia, la presenza di una solida e stabile argomentazione giurisprudenziale che specifichi come possano ritenersi o meno erogene zone quali il viso e la guancia, donde ne discenderebbe il carattere sessuale di un bacio su di esse.

4. Considerazioni conclusive

Se così è, di fronte ad un lampante – e opinabile – ampliamento delle maglie applicative di un reato di tale pregnanza, il compito del difensore assume una portata dirompente: in presenza di un vuoto legislativo, placato solo parzialmente dai reiterati indirizzi giurisprudenziali, che talora definisco erogene zone quali le guance, talaltra lo escludono, è proprio sulla figura del difensore che si ripone il difficile e delicato compito di edificare la verità processuale più confacente al caso di specie, donde, di riflesso, ne scaturisce la sussumibilità all’interno della fattispecie incriminatrice o meno. Siamo in presenza, in altre parole, di un diritto che si avvicina evidentemente a quello degli ordinamenti di common law, dove la portata accertativa di una pronuncia di condanna si basa non più sul dettato normativo, quanto, invece, sul versante giurisprudenziale e sulle abilità logico-argomentative.
Se tale enunciato ha il pregio di assicurare il contemperamento tra l’evolversi dei tempi – e, dunque, del comune sentire – d’altra parte si presta a numerose incertezze: è nelle varie aule dei Tribunali d’Italia dove è demandato il delicatissimo compito di definire ciò di cui la legge tace, con la massima attenzione al caso concreto, evitando che la diversa sensibilità degli attori giuridici non divenga foriera di differenze trattamentali. Ciò, a maggior ragione, in un settore tanto affascinante quanto tortuoso come quello dei reati sessuali, dove le vicende che coinvolgono le variegate sfumature della quotidianità devono essere analizzate in maniera assolutamente obiettiva e scevra da considerazioni e passionalità personali.
Tale analisi, in particolare, è auspicabile tenga in considerazione che la chimera più temibile sarà proprio l’animo umano e le vicende che toccano l’intima essenza della sensibilità personale: a fronte dell’opera edificatoria assunta dalla giurisprudenza, il compito dei vari operatori giuridici sarà quello di verificare se un bacio sulla guancia abbia davvero manifestato una effettiva efficacia invasiva della libera determinazione sessuale altrui, cercando di allontanarsi da personalismi e da una insidiosa verità, perturbativa del rigor logico “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”[11].

bacio guancia

1. Introduzione

I reati sessuali costituiscono fattispecie di grave allarme sociale, e tra le più odiose nell’ambito del sentire comune. Essi, peraltro, sono un terreno di applicazione fertile per il continuo rinnovarsi del formante giurisprudenziale, giacchè la nozione – assente nel codice penale – di cosa debba intendersi come “atto sessuale” si presta ad una innata percezione della mutevole sensibilità di una popolazione.
In particolare, nel codice penale la fattispecie codicistica che per prima espressamente prevede tale concetto è rappresentata dall’art. 609 bis c.p. La collocazione topografica, che vedeva il delitto in esame nell’alveo dei delitti contro la moralità pubblica, e da ultimo trasposto con l. 66 del 15.2.1996 nei delitti contro la libertà personale, esternalizza la differente portata percettiva della sfera sessuale, la quale, nel corso degli ultimi decenni, è passata da una visione statuale ad una visione antropocentrica che pone in rilievo, in primis, la persona e la sua libertà individuale.
Le fattispecie dei reati sessuali hanno la finalità principale di preservare la libertà di autodeterminazione sessuale dell’individuo, intesa come diritto di impedire che il proprio corpo possa essere sottoposto alla mercé altrui senza un atto di cosciente, volontaria e costante determinazione.
L’art. 609 bis c.p., il quale disciplina l’ipotesi delittuosa della violenza sessuale, sanziona con la reclusione da sei a dodici anni “Chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

  1. Abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
  2. Traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona”.

Il terzo comma disciplina invece le fattispecie di minor gravità, prevedendo che in questi casi la pena venga diminuita in misura non eccedente i due terzi.
Si tratta di un reato comune, senza evento, di danno, e punito a titolo di dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di compiere un atto invasivo e lesivo della libertà sessuale della persona offesa non consenziente.
Esso viene distinto in due fattispecie: una di costrizione, che prevede come condotte modali idonee ad integrare il delitto quelle di minaccia, violenza e abuso di autorità, l’altra di induzione, consistente nell’abuso e approfittamento delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima. Dalla doppia bipartizione del delitto in esame discende la natura bifronte dell’interesse tutelato: la libertà sessuale nell’ipotesi di costrizione e l’intangibilità sessuale nell’ipotesi di induzione.

2. Il concetto di atto sessuale secondo la dottrina e la giurisprudenza

Tanto la violenza sessuale per costrizione, quanto quella per induzione postulano quale condotta modale il compimento di atti sessuali [1].
Proprio tale concetto, che il legislatore non ha definito in ragione della sua configurazione permeata dal comune sentire, risulta al centro di un dibattito dottrinale, in cui si contendono tre indirizzi: il primo ravvisa la nozione di atti sessuali come sovrapponibile a quella di atti di libidine; il secondo abbraccia la tesi della maggior portata di significato degli atti sessuali rispetto agli atti di libidine; l’ultimo, infine, sposa una lettura più restrittiva del concetto di atto sessuale, dovendo considerarsi tale solo quello che ha natura sessuale sul versante oggettivo, indipendentemente dalle variabili soggettive della vittima, occorrendo il contatto fisico tra una parte qualsiasi del corpo di una persona con una zona genitale anale o orale del partner [2].
Nell’assenza di una disposizione normativa che enuclei la portata definitoria del concetto di atto sessuale, il formante giurisprudenziale ha assunto nel corso degli anni portata dirimente per la configurazione di ciò che può ritenersi atto sessuale, e, dunque, per la configurabilità del delitto di violenza sessuale.
Per la Suprema Corte, l’enunciato “atto sessuale” intende “la risultante della somma dei concetti di congiunzione carnale ed atti di libidine, previsti dalla previgente fattispecie di violenza carnale ed atti di libidine violenti, per cui essa viene a comprendere tutti gli atti che, secondo il senso comune e l’elaborazione giurisprudenziale, esprimono l’impulso sessuale dell’agente con invasione della sfera sessuale del soggetto passivo”[3].
Tali rilievi giurisprudenziali, se da una parte hanno il pregio di sussumere nell’alveo del reato di cui all’art. 609 bis c.p. l’evoluzione socio-culturale del comune sentire sessuale, dall’altra possono portare a derive degenerative, come il ritenere atti non pervasivi idonei, comunque, ad integrare il delitto in contestazione, attraverso una nozione ultra-vittimologica e soggettiva di cosa sia idoneo a qualificarsi come zona erogena, e dunque a rientrare nel concetto di atto sessuale.

3. Il bacio non voluto

Sul versante della portata concettuale di atto sessuale, dunque, si inserisce la diatriba giurisprudenziale in ordine all’attitudine di un bacio non voluto ad integrare il delitto di violenza sessuale, con evidenti ripercussioni in ordine all’iscrizione nel casellario giudiziale – seppur nell’alveo della fattispecie attenuata di cui al terzo comma dell’art. 609 bis c.p. – di una condanna di tal genere.
Per la giurisprudenza, diviene imprescindibile analizzare l’effettiva idoneità della condotta, sintomatica dell’impulso sessuale, a compromettere effettivamente la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo nella sua sfera sessuale [4].
Così, non possono qualificarsi come atti sessuali gli atti che siano espressivi di desiderio sessuale e, tuttavia, che non incidono nella sfera della sessualità della persona offesa. Viceversa, rientrano in tale nozione quelli che coinvolgono il rapporto corpore corporis, siano essi anche rivolti a zone non genitali quali polsi e guance. Nessun rilievo viene concesso all’effettivo ottenimento del soddisfacimento del piacere sessuale dell’agente.
Ne discende che anche i palpeggiamenti, i toccamenti, e un bacio non voluto, posti in essere nella prospettiva dell’agente di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, possono costituire una indebita intrusione nella sfera sessuale altrui, se coinvolgono la corporeità della vittima[5].
Di più. Il Supremo Consesso si è spinto oltre, andando a stabilire che non solo il bacio, ma anche il mero sfioramento con le labbra del viso altrui per dare un bacio integra il delitto di violenza sessuale, posto che tra gli atti idonei ad integrare il reato in questione vengono compresi anche quelli rapidi e insidiosi [6]. Infatti, la Corte ha indicato che “nel concetto di atti sessuali di cui all’art. 609 bis c.p. bisogna far rientrare non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente; pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorchè l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo”.’ [7]
Recentissimamente la Suprema Corte è giunta ad indicare, a più riprese, come in tema di reati sessuali, il bacio sulla guancia, “in quanto atto non dirottamente indirizzato a zone chiaramente definibili come erogene configura violenza sessuale nella forma consumata e non tentata allorquando in base ad una valutazione complessiva della condotta che tenga conto del contesto ambientale e sociale in cui l’azione è stata realizzata, del rapporto intercorrente tra i soggetti coinvolti e di ogni altro dato fattuale qualificante, possa ritenersi che abbia inciso sulla libertà sessuale della vittima” [8].
Il file rouge che lega tutte le pronunce giurisprudenziali in materia si sostanzia in un evidente ampliamento della categoria di zona erogena, e dunque atto sessuale, che per la Suprema Corte comprende, evidentemente, anche il viso e la guancia.
Come si è avuto modo di verificare dalle pronunce citate, molte di esse [9] qualificano il viso come zona erogena, mentre altre più recenti, invece, lo escludono [10]: manca, tuttavia, la presenza di una solida e stabile argomentazione giurisprudenziale che specifichi come possano ritenersi o meno erogene zone quali il viso e la guancia, donde ne discenderebbe il carattere sessuale di un bacio su di esse.

4. Considerazioni conclusive

Se così è, di fronte ad un lampante – e opinabile – ampliamento delle maglie applicative di un reato di tale pregnanza, il compito del difensore assume una portata dirompente: in presenza di un vuoto legislativo, placato solo parzialmente dai reiterati indirizzi giurisprudenziali, che talora definisco erogene zone quali le guance, talaltra lo escludono, è proprio sulla figura del difensore che si ripone il difficile e delicato compito di edificare la verità processuale più confacente al caso di specie, donde, di riflesso, ne scaturisce la sussumibilità all’interno della fattispecie incriminatrice o meno. Siamo in presenza, in altre parole, di un diritto che si avvicina evidentemente a quello degli ordinamenti di common law, dove la portata accertativa di una pronuncia di condanna si basa non più sul dettato normativo, quanto, invece, sul versante giurisprudenziale e sulle abilità logico-argomentative.
Se tale enunciato ha il pregio di assicurare il contemperamento tra l’evolversi dei tempi – e, dunque, del comune sentire – d’altra parte si presta a numerose incertezze: è nelle varie aule dei Tribunali d’Italia dove è demandato il delicatissimo compito di definire ciò di cui la legge tace, con la massima attenzione al caso concreto, evitando che la diversa sensibilità degli attori giuridici non divenga foriera di differenze trattamentali. Ciò, a maggior ragione, in un settore tanto affascinante quanto tortuoso come quello dei reati sessuali, dove le vicende che coinvolgono le variegate sfumature della quotidianità devono essere analizzate in maniera assolutamente obiettiva e scevra da considerazioni e passionalità personali.
Tale analisi, in particolare, è auspicabile tenga in considerazione che la chimera più temibile sarà proprio l’animo umano e le vicende che toccano l’intima essenza della sensibilità personale: a fronte dell’opera edificatoria assunta dalla giurisprudenza, il compito dei vari operatori giuridici sarà quello di verificare se un bacio sulla guancia abbia davvero manifestato una effettiva efficacia invasiva della libera determinazione sessuale altrui, cercando di allontanarsi da personalismi e da una insidiosa verità, perturbativa del rigor logico “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”[11].

Note

(1) Cass. Pen., sez. III, n. 43423 del 18.9.2019
(2) A. CADOPPI, Commentario delle norme contro la violenza sessuale e contro la pedofilia, CEDAM, 2002, p. 35 e ss.
(3) Cass. Pen., sez. III, n. 6158 del 17.2.2021
(4) G. FIANDACA , La rilevanza penale del bacio tra anatomia e cultura, nota a sent. Cass. Pen. 27.4.1998, in Foro it., 1998, III, p. 507 e ss.
(5) Cass. Pen., sez. III, n. 40979 del 3.10.2012; Cass. Pen., sez. III, n. 312252 del 10.6.2009
(6) Cass. Pen., sez. III, n. 4480 del 26.9.2012; Cass. Pen., sez. III, n. 31252 del 10.6.2009
(7) Cass. Pen., sez. III, n. 12425 del 26.3.2007; in senso conforme Cass. Pen. Sez. IV, n. 3447 del 3.10.2007
(8) Cass. Pen., sez. III, n. 6158 del 17.2.2021
(9) Cass. Pen. sez. III, n. 12425 del 26.3.2007; Cass. Pen. sez. IV, n. 3447 del 3.10.2007
(10) Cass. Pen., sez. III, n. 6158 del 17.2.2021
(11) P. Terenzio,  Heautontimorùmenos, I, 1, 25.

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