Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: la Corte Costituzionale interviene ancora sull’art. 18 Stat. Lav.

Corte Cost. 19 maggio 2022, n. 125

Il presente articolo prende ad esame la recente sentenza della Corte Costituzionale del 19 maggio 2022, n. 125 con la quale i Giudici delle Leggi sono intervenuti sul regime sanzionatorio del licenziamento per motivi oggettivi, previsto dall’art. 18, co. 7, Stat. Lav.
In particolare, la Corte ha sancito l’illegittimità costituzionale della norma – per contrasto con l’art. 3, co. 1 Cost. – nella parte in cui prevedeva l’applicazione della tutela reintegratoria, solo nell’ipotesi in cui l’”insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento” fosse stata “manifesta”. Tale criterio è apparso alla Consulta irragionevole e non fondato su elementi certi e determinati, tanto più se relativo ad un fatto materiale.
La sentenza in commento, dunque, capovolgendo l’assetto della norma ha reso la reintegrazione la tutela ordinaria, applicabile ogni qualvolta venga accertata l’”insussistenza del fatto” posto alla base del licenziamento individuale per ragioni oggettive, e del tutto residuale, la tutela indennitaria, destinata a trovare applicazione negli “altri casi”.

Art. 18 stat. Lav. E corte costituzionale

1. La norma oggetto di censura: art. 18, co. 7, Stat. Lav.

La disposizione censurata era stata introdotta con la Legge del 28 giugno 2012, n. 92 (c.d. Riforma Fornero), con l’obiettivo di adeguare la disciplina dei licenziamenti “alle esigenze del mutato contesto di riferimento” e di ridistribuire “in modo più equo le tutele per l’impiego”, accordando ai lavoratori illegittimamente licenziati un apparato di tutele estremamente diversificato in relazione alla gravità del vizio rilevato.
Per quel che concerne il licenziamento per motivi oggettivi, requisiti per la sua giustificatezza e quindi legittimità sono: la soppressione del posto cui era addetto il lavoratore e l’impossibilità di adibire lo stesso ad altre mansioni.
Il regime sanzionatorio, previsto dalla norma in questione e applicabile solo a quei lavoratori assunti antecedentemente al 7 marzo 2015 (data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, c.d. Jobs Acts), prevedeva una tutela reale (ossia, reintegrazione del lavoratore nel luogo di lavoro) nel caso in cui, in giudizio, fosse stata accertata la “manifesta” insussistenza del fatto posta alla base del licenziamento per ragioni oggettive. In tutti gli altri casi di illegittimità del licenziamento (e quindi anche nel caso in cui l’insussistenza del fatto fosse stata sì accertata ma priva del carattere palese), invece, il Legislatore prevedeva una tutela obbligatoria, corrispondente ad un’indennità variabile (tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto) da corrispondere al lavoratore.
L’intento del Legislatore del 2012 era stato dunque quello di ridimensionare il campo applicativo della tutela reintegratoria, in luogo a quella indennitaria così da rendere più agevole alle imprese l’organizzazione e il ridimensionamento della forza lavoro, senza il pericolo di incorrere in sanzioni gravose.

2. Il fatto

La questione di legittimità è stata sollevata dal Giudice del Lavoro di Ravenna con ordinanza del 6 maggio 2021, nell’ambito di un giudizio di opposizione promosso dal datore di lavoro nelle forme del “rito Fornero” avverso un’ordinanza dello stesso Tribunale che – in un caso di licenziamento per giustificato motivo – lo aveva condannato alla reintegrazione del lavoratore sul luogo di lavoro.
L’opposizione si fondava proprio sulla asserita non “manifesta” insussistenza del motivo oggettivo addotto, questione che ha portato il giudice di merito ha rimettere la questione alla Corte.

3. La sentenza della Corte Costituzionale

La Consulta, accogliendo i profili di illegittimità sollevati dal Giudice rimettente, ha dichiarato l’incostituzionalità della norma nella parte in cui richiedeva, per l’applicazione della tutela reale, un requisito ulteriore rispetto alla mera insussistenza del fatto, ossia il carattere plateale della stessa.
La gradualità della tutela nella fattispecie di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo (reintegrazione solo in caso di “manifesta” insussistenza del fatto e indennizzo negli “altri casi”) si poneva, infatti, secondo la Corte, in contrasto con il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., con riguardo: (i) sia al licenziamento per ragioni soggettive (giustificato motivo soggettivo e giusta causa) nel quale la reintegra non richiede alcuna manifesta illegittimità del motivo; (ii) sia al licenziamento collettivo, nel quale il vizio sostanziale (violazione dei criteri di scelta) comporta sempre la reintegrazione, a prescindere dalla gravità di tale vizio.
Il Giudice delle Leggi ha ritenuto, dunque, che la distinzione sul grado di illegittimità del licenziamento, effettuata dal Legislatore nella sola ipotesi di giustificato motivo oggettivo, costituisse una discriminazione dei lavoratori così licenziati, rispetto alla posizione di quelli licenziati per ragioni disciplinari o nell’ambito di un licenziamento collettivo, ai quali, invece, la reintegrazione è sempre riconosciuta ogni qual volta sia insussistente il motivo di licenziamento (vizio sostanziale), senza alcuna distinzione relativa alla natura plateale o meno del suddetto vizio.
La natura palese dell’insussistenza del motivo non incide, invero, sul disvalore del comportamento datoriale, ma solo sulla facilità dell’accertamento del vizio e pertanto non può assurgere a criterio determinante il regime sanzionatorio da applicare, il quale deve invece essere fondato sulla gravità della violazione commessa dal datore di lavoro.
Il contrasto del criterio della “manifesta” insussistenza con il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. è emerso, inoltre, anche sotto il profilo strettamente processuale: la disciplina censurata, tutelando il lavoratore con la reintegrazione nei soli casi di motivo illegittimo “manifesto”, provocava una parziale inversione dell’onere della prova a discapito del lavoratore, costringendo quest’ultimo a dar prova della la gravità del vizio, ossia di “un fatto dai contorni incerti”, a limitazione della sua libertà ed uguaglianza.
La Corte, infine, ha rilevato altresì come il criterio prescelto dal Legislatore, nella sua eccessiva indeterminatezza, lasciava spazio ad “incertezze applicative” idonee a “condurre a soluzioni difformi”, con conseguenti “ingiustificate disparità di trattamento”. Il requisito della “manifesta” insussistenza, infatti, demandava al giudice una valutazione “totalmente discrezionale” e “non sorretta da alcun criterio direttivo” per la valutazione del caso concreto non fornendo, in aggiunta, alcun “criterio serio ed omogeneo, uguale per tutti” per la determinazione delle tutele spettanti al lavoratore ingiustamente licenziato.

3.1. Gli effetti della sentenza sul regime sanzionatorio dei vizi del licenziamento per ragioni oggettive

 La presente sentenza, unitamente alla precedente pronuncia della Corte Costituzionale sempre sull’art. 18, co. 7, Stat. Lav. (sentenza n. 59/2021), ha profondamente modificato la norma rispetto alla versione originaria post Riforma Fornero.
Inizialmente, in ipotesi di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, la reintegrazione costituiva un’ipotesi di fatto residuale, se non una extrema ratio, prevista a discrezione del Giudice e solo in caso di manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento, ossia di vizio palese del licenziamento. In tutti gli altri casi, come regola generale, era invece prevista la tutela economica (indennizzo compreso tra le dodici e le ventiquattro mensilità).
La Corte ha capovolto l’assetto della norma, trasformando la reintegrazione nella tutela normale in caso di licenziamento individuale per ragioni oggettive, la tutela indennitaria in quella residuale.
Con particolare riguardo all’ambito di applicazione della (come detto, ormai residuale) tutela indennitaria, poi, la Corte Costituzionale – richiamando una recente pronuncia della Cassazione (1) – ha statuito che rientrano nell’di operatività della stessa “le ipotesi in cui il licenziamento è illegittimo per aspetti che, pur condizionando la legittimità del licenziamento, esulano dal fatto giuridicamente rilevante, inteso in senso stretto”. In tale ambito, secondo l’Organo costituzionale, “si colloca il mancato rispetto della buona fede e della correttezza che presiedono alla scelta dei lavoratori da licenziare, quando questi appartengono a personale omogeneo e fungibile”.
In altre parole, dunque, nel caso in cui un lavoratore venga licenziato per soppressione della sua posizione lavorativa, egli avrà diritto alla reintegrazione ove venga dimostrato che tale posizione non sia stata in realtà soppressa. Gli spetterà, invece, il solo indennizzo se – in presenza di un certo numero di lavoratori che espletava mansioni identiche o simili, e di accertato esubero di una sola posizione tra quelle equivalenti – il lavoratore licenziato sia stato scelto in malafede, dovendo invece essere sacrificato un collega ad esito di un raffronto basato su anzianità e carichi di famiglia (in analogia con i criteri previsti dalla L. 223/1991 sui licenziamenti collettivi).

3.2. Gli effetti della sentenza sui giudizi in corso e futuri

La sentenza costituzionale in commento avrà indubbiamente un impatto immediato e diretto, non solo sui procedimenti giudiziali futuri, ma anche su quelli in corso, ove il giudizio verta sull’impugnativa del licenziamento per giustificato motivo oggettivo e il lavoratore abbia invocato l’applicazione della tutela prevista dall’art. 18, co. 7, L. 300/1970.
Il combinato disposto dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30, co. 3, L. 87/1953, disciplinante l’efficacia nel tempo della dichiarazione di illegittimità costituzionale, infatti, prevede che la norma dichiarata incostituzionale cessi di avere efficacia e non possa più trovare applicazione a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza dichiarativa di incostituzionalità.
Per l’ormai unanime orientamento di dottrina (2) e giurisprudenza (3) il principio deve essere interpretato nel senso che la decisione dichiarativa di incostituzionalità ha efficacia anche relativamente ai rapporti giuridici sorti anteriormente, purché ancora pendenti e cioè non “esauriti”, ovverosia, definiti anteriormente alla pronuncia di illegittimità costituzionale per effetto di giudicato, intervenuta prescrizione o decadenza.
In questo senso, la sentenza della Corte è destinata a spiegare i suoi effetti sui giudizi pendenti o, comunque non ancora passati in giudicato, nonché nei confronti di quei licenziamenti ancora da intimare o, se già intimati, già impugnati o il cui termine di impugnazione non sia ancora decorso. In tutti questi casi, quindi, i giudici dovranno limitarsi ad accertare se i motivi organizzativi posti alla base del licenziamento siano realmente esistenti, senza effettuare alcuna verifica in ordine alla manifesta insussistenza degli stessi.
Saranno insensibili alla sentenza della Corte, invece, oltre che i giudizi già definiti con sentenza passata in giudicato, i licenziamenti economici rispetto ai quali il lavoratore sia già decaduto dalla relativa impugnazione, trattandosi, in tal caso, di una situazione giuridica già definita, nonché le conciliazioni che hanno a oggetto i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, già perfezionate ai sensi dell’art. 2113 c.c., in quanto anch’esse situazioni giuridiche divenute ormai intangibili per effetto della conciliazione sindacale o amministrativa.

4. Conclusioni

In conclusione, a dieci anni dall’entrata in vigore del “nuovo” articolo 18 (come modificato dalla L. n. 92/2012), introdotto – come detto – al fine di ridistribuire “in modo più equo le tutele per l’impiego” e prevedere un apparato di tutele diversificato in relazione alla gravità del vizio del licenziamento accertato, è evidente che la Consulta si stia muovendo in senso diametralmente opposto rispetto alla ratio della norma (4).
Se l’intento del Legislatore del 2012 era, infatti, quello di rendere più agevole al datore di lavoro operare una riduzione del personale e “liberarsi” delle risorse in eccesso, prevedendo nella maggioranza dei casi di illegittimità del licenziamento la mera tutela indennitaria, e segregando la tutela reintegratoria entro limiti per delineati, la giurisprudenza costituzionale pare stia, invece, pronuncia dopo pronuncia, erodendo tali confini così da far tornare quella reale, la tutela principe dell’apparato sanzionatorio in caso di vizi del licenziamento.
Si auspica, dunque, un ulteriore intervento normativo da parte del Legislatore, anche alla luce del mutato contesto economico emerso dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, finalizzato a mettere ordine alla disciplina sanzionatoria dei licenziamenti illegittimi e ad effettuare un bilanciamento tra i contrapposti interessi in gioco, quelli delle imprese da un lato e dei lavoratori dall’altro.

art. 18 Stat. Lav. e Corte Costituzionale

1. La norma oggetto di censura: art. 18, co. 7, Stat. Lav.

La disposizione censurata era stata introdotta con la Legge del 28 giugno 2012, n. 92 (c.d. Riforma Fornero), con l’obiettivo di adeguare la disciplina dei licenziamenti “alle esigenze del mutato contesto di riferimento” e di ridistribuire “in modo più equo le tutele per l’impiego”, accordando ai lavoratori illegittimamente licenziati un apparato di tutele estremamente diversificato in relazione alla gravità del vizio rilevato.
Per quel che concerne il licenziamento per motivi oggettivi, requisiti per la sua giustificatezza e quindi legittimità sono: la soppressione del posto cui era addetto il lavoratore e l’impossibilità di adibire lo stesso ad altre mansioni.
Il regime sanzionatorio, previsto dalla norma in questione e applicabile solo a quei lavoratori assunti antecedentemente al 7 marzo 2015 (data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, c.d. Jobs Acts), prevedeva una tutela reale (ossia, reintegrazione del lavoratore nel luogo di lavoro) nel caso in cui, in giudizio, fosse stata accertata la “manifesta” insussistenza del fatto posta alla base del licenziamento per ragioni oggettive. In tutti gli altri casi di illegittimità del licenziamento (e quindi anche nel caso in cui l’insussistenza del fatto fosse stata sì accertata ma priva del carattere palese), invece, il Legislatore prevedeva una tutela obbligatoria, corrispondente ad un’indennità variabile (tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto) da corrispondere al lavoratore.
L’intento del Legislatore del 2012 era stato dunque quello di ridimensionare il campo applicativo della tutela reintegratoria, in luogo a quella indennitaria così da rendere più agevole alle imprese l’organizzazione e il ridimensionamento della forza lavoro, senza il pericolo di incorrere in sanzioni gravose.

2. Il fatto

La questione di legittimità è stata sollevata dal Giudice del Lavoro di Ravenna con ordinanza del 6 maggio 2021, nell’ambito di un giudizio di opposizione promosso dal datore di lavoro nelle forme del “rito Fornero” avverso un’ordinanza dello stesso Tribunale che – in un caso di licenziamento per giustificato motivo – lo aveva condannato alla reintegrazione del lavoratore sul luogo di lavoro.
L’opposizione si fondava proprio sulla asserita non “manifesta” insussistenza del motivo oggettivo addotto, questione che ha portato il giudice di merito ha rimettere la questione alla Corte.

3. La sentenza della Corte Costituzionale

La Consulta, accogliendo i profili di illegittimità sollevati dal Giudice rimettente, ha dichiarato l’incostituzionalità della norma nella parte in cui richiedeva, per l’applicazione della tutela reale, un requisito ulteriore rispetto alla mera insussistenza del fatto, ossia il carattere plateale della stessa.
La gradualità della tutela nella fattispecie di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo (reintegrazione solo in caso di “manifesta” insussistenza del fatto e indennizzo negli “altri casi”) si poneva, infatti, secondo la Corte, in contrasto con il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., con riguardo: (i) sia al licenziamento per ragioni soggettive (giustificato motivo soggettivo e giusta causa) nel quale la reintegra non richiede alcuna manifesta illegittimità del motivo; (ii) sia al licenziamento collettivo, nel quale il vizio sostanziale (violazione dei criteri di scelta) comporta sempre la reintegrazione, a prescindere dalla gravità di tale vizio.
Il Giudice delle Leggi ha ritenuto, dunque, che la distinzione sul grado di illegittimità del licenziamento, effettuata dal Legislatore nella sola ipotesi di giustificato motivo oggettivo, costituisse una discriminazione dei lavoratori così licenziati, rispetto alla posizione di quelli licenziati per ragioni disciplinari o nell’ambito di un licenziamento collettivo, ai quali, invece, la reintegrazione è sempre riconosciuta ogni qual volta sia insussistente il motivo di licenziamento (vizio sostanziale), senza alcuna distinzione relativa alla natura plateale o meno del suddetto vizio.
La natura palese dell’insussistenza del motivo non incide, invero, sul disvalore del comportamento datoriale, ma solo sulla facilità dell’accertamento del vizio e pertanto non può assurgere a criterio determinante il regime sanzionatorio da applicare, il quale deve invece essere fondato sulla gravità della violazione commessa dal datore di lavoro.
Il contrasto del criterio della “manifesta” insussistenza con il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. è emerso, inoltre, anche sotto il profilo strettamente processuale: la disciplina censurata, tutelando il lavoratore con la reintegrazione nei soli casi di motivo illegittimo “manifesto”, provocava una parziale inversione dell’onere della prova a discapito del lavoratore, costringendo quest’ultimo a dar prova della la gravità del vizio, ossia di “un fatto dai contorni incerti”, a limitazione della sua libertà ed uguaglianza.
La Corte, infine, ha rilevato altresì come il criterio prescelto dal Legislatore, nella sua eccessiva indeterminatezza, lasciava spazio ad “incertezze applicative” idonee a “condurre a soluzioni difformi”, con conseguenti “ingiustificate disparità di trattamento”. Il requisito della “manifesta” insussistenza, infatti, demandava al giudice una valutazione “totalmente discrezionale” e “non sorretta da alcun criterio direttivo” per la valutazione del caso concreto non fornendo, in aggiunta, alcun “criterio serio ed omogeneo, uguale per tutti” per la determinazione delle tutele spettanti al lavoratore ingiustamente licenziato.

3.1. Gli effetti della sentenza sul regime sanzionatorio dei vizi del licenziamento per ragioni oggettive

 La presente sentenza, unitamente alla precedente pronuncia della Corte Costituzionale sempre sull’art. 18, co. 7, Stat. Lav. (sentenza n. 59/2021), ha profondamente modificato la norma rispetto alla versione originaria post Riforma Fornero.
Inizialmente, in ipotesi di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, la reintegrazione costituiva un’ipotesi di fatto residuale, se non una extrema ratio, prevista a discrezione del Giudice e solo in caso di manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento, ossia di vizio palese del licenziamento. In tutti gli altri casi, come regola generale, era invece prevista la tutela economica (indennizzo compreso tra le dodici e le ventiquattro mensilità).
La Corte ha capovolto l’assetto della norma, trasformando la reintegrazione nella tutela normale in caso di licenziamento individuale per ragioni oggettive, la tutela indennitaria in quella residuale.
Con particolare riguardo all’ambito di applicazione della (come detto, ormai residuale) tutela indennitaria, poi, la Corte Costituzionale – richiamando una recente pronuncia della Cassazione (1) – ha statuito che rientrano nell’di operatività della stessa “le ipotesi in cui il licenziamento è illegittimo per aspetti che, pur condizionando la legittimità del licenziamento, esulano dal fatto giuridicamente rilevante, inteso in senso stretto”. In tale ambito, secondo l’Organo costituzionale, “si colloca il mancato rispetto della buona fede e della correttezza che presiedono alla scelta dei lavoratori da licenziare, quando questi appartengono a personale omogeneo e fungibile”.
In altre parole, dunque, nel caso in cui un lavoratore venga licenziato per soppressione della sua posizione lavorativa, egli avrà diritto alla reintegrazione ove venga dimostrato che tale posizione non sia stata in realtà soppressa. Gli spetterà, invece, il solo indennizzo se – in presenza di un certo numero di lavoratori che espletava mansioni identiche o simili, e di accertato esubero di una sola posizione tra quelle equivalenti – il lavoratore licenziato sia stato scelto in malafede, dovendo invece essere sacrificato un collega ad esito di un raffronto basato su anzianità e carichi di famiglia (in analogia con i criteri previsti dalla L. 223/1991 sui licenziamenti collettivi).

3.2. Gli effetti della sentenza sui giudizi in corso e futuri

La sentenza costituzionale in commento avrà indubbiamente un impatto immediato e diretto, non solo sui procedimenti giudiziali futuri, ma anche su quelli in corso, ove il giudizio verta sull’impugnativa del licenziamento per giustificato motivo oggettivo e il lavoratore abbia invocato l’applicazione della tutela prevista dall’art. 18, co. 7, L. 300/1970.
Il combinato disposto dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30, co. 3, L. 87/1953, disciplinante l’efficacia nel tempo della dichiarazione di illegittimità costituzionale, infatti, prevede che la norma dichiarata incostituzionale cessi di avere efficacia e non possa più trovare applicazione a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza dichiarativa di incostituzionalità.
Per l’ormai unanime orientamento di dottrina (2) e giurisprudenza (3) il principio deve essere interpretato nel senso che la decisione dichiarativa di incostituzionalità ha efficacia anche relativamente ai rapporti giuridici sorti anteriormente, purché ancora pendenti e cioè non “esauriti”, ovverosia, definiti anteriormente alla pronuncia di illegittimità costituzionale per effetto di giudicato, intervenuta prescrizione o decadenza.
In questo senso, la sentenza della Corte è destinata a spiegare i suoi effetti sui giudizi pendenti o, comunque non ancora passati in giudicato, nonché nei confronti di quei licenziamenti ancora da intimare o, se già intimati, già impugnati o il cui termine di impugnazione non sia ancora decorso. In tutti questi casi, quindi, i giudici dovranno limitarsi ad accertare se i motivi organizzativi posti alla base del licenziamento siano realmente esistenti, senza effettuare alcuna verifica in ordine alla manifesta insussistenza degli stessi.
Saranno insensibili alla sentenza della Corte, invece, oltre che i giudizi già definiti con sentenza passata in giudicato, i licenziamenti economici rispetto ai quali il lavoratore sia già decaduto dalla relativa impugnazione, trattandosi, in tal caso, di una situazione giuridica già definita, nonché le conciliazioni che hanno a oggetto i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, già perfezionate ai sensi dell’art. 2113 c.c., in quanto anch’esse situazioni giuridiche divenute ormai intangibili per effetto della conciliazione sindacale o amministrativa.

4. Conclusioni

In conclusione, a dieci anni dall’entrata in vigore del “nuovo” articolo 18 (come modificato dalla L. n. 92/2012), introdotto – come detto – al fine di ridistribuire “in modo più equo le tutele per l’impiego” e prevedere un apparato di tutele diversificato in relazione alla gravità del vizio del licenziamento accertato, è evidente che la Consulta si stia muovendo in senso diametralmente opposto rispetto alla ratio della norma (4).
Se l’intento del Legislatore del 2012 era, infatti, quello di rendere più agevole al datore di lavoro operare una riduzione del personale e “liberarsi” delle risorse in eccesso, prevedendo nella maggioranza dei casi di illegittimità del licenziamento la mera tutela indennitaria, e segregando la tutela reintegratoria entro limiti per delineati, la giurisprudenza costituzionale pare stia, invece, pronuncia dopo pronuncia, erodendo tali confini così da far tornare quella reale, la tutela principe dell’apparato sanzionatorio in caso di vizi del licenziamento.
Si auspica, dunque, un ulteriore intervento normativo da parte del Legislatore, anche alla luce del mutato contesto economico emerso dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, finalizzato a mettere ordine alla disciplina sanzionatoria dei licenziamenti illegittimi e ad effettuare un bilanciamento tra i contrapposti interessi in gioco, quelli delle imprese da un lato e dei lavoratori dall’altro.

Note

(1) Cfr. Cass. 19 maggio 2021, n. 13643.
(2) Cfr. sul tema F. POLITI, Gli effetti nel tempo delle sentenze di accoglimento della Corte costituzionale, Padova, 1997, 10 ss.; A. PACE, Effetti temporali delle decisioni di accoglimento e tutela costituzionale del diritto di agire nei rapporti pendenti, in Effetti temporali delle sentenze della Corte costituzionale anche con riferimento alle esperienze straniere, Atti del seminario di studi tenuto al Palazzo della Consulta il 23 e 24 novembre 1988, Milano, 1989, 59 ss.
(3) Cfr. Cass. 28 luglio 1997, n. 7057 nella quale ha Corte ha statuito che “le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, inficiando fin dall’origine la validità e l’efficacia della norma dichiarata contraria alla Costituzione, salvo il limite delle situazioni giuridiche «consolidate» per effetto di eventi che l’ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto, quali le sentenze passate in giudica, l’atto amministrativo non più impugnabile, la prescrizione e la decadenza”. In senso conforme, si vedano, Cass.13 febbraio 1999, n. 1203, Corte Cost. 24 aprile 1996, n. 127.
(4) C. CESTER, Una pronunzia scontata. La riforma dell’art. 18 dello Statuto perde un altro pezzo, in Dibattito istantaneo sulla sentenza della Corte costituzionale n. 125 del 2022, in Rivista Labor, 31 maggio 2022; O. MAZZOTTA, La Corte costituzionale e la “manifesta” insussistenza: cronaca di una sentenza annunciata, in Dibattito istantaneo sulla sentenza della Corte costituzionale n. 125 del 2022, cit.

Bibliografia

CESTER C., Una pronunzia scontata. La riforma dell’art. 18 dello Statuto perde un altro pezzo, in Dibattito istantaneo sulla sentenza della Corte costituzionale n. 125 del 2022, in Rivista Labor, 31 maggio 2022.
MAZZOTTA O., La Corte costituzionale e la “manifesta” insussistenza: cronaca di una sentenza annunciata, in Dibattito istantaneo sulla sentenza della Corte costituzionale n. 125 del 2022, in Rivista Labor, 31 maggio 2022.
PACE A., Effetti temporali delle decisioni di accoglimento e tutela costituzionale del diritto di agire nei rapporti pendenti, in Effetti temporali delle sentenze della Corte costituzionale anche con riferimento alle esperienze straniere, Atti del seminario di studi tenuto al Palazzo della Consulta il 23 e 24 novembre 1988, Milano, 1989, 59 ss.
POLITI F., Gli effetti nel tempo delle sentenze di accoglimento della Corte costituzionale, Padova, 1997.

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