La protezione internazionale in Italia fra giurisprudenza nazionale e sovranazionale

Articolo a cura della Dott.ssa Donata Maddalena Bonaccorso

Protezione-internazionale-in-italia

1. Introduzione

La categoria della protezione internazionale comprende diverse forme di tutela sostanziale delle posizioni di diritti fondamentali del richiedente asilo, che si inseriscono in uno status riconducibile pacificamente, in seguito alla entrata in vigore della Convezione di Ginevra del 29 luglio 1951, a diritti soggettivi perfetti. Il primo passo verso la costruzione di tale protezione fu rappresentato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (14 dicembre 1948) che all’art. 14.1 afferma il diritto di “cercare” e di “beneficiare” dell’asilo per chi è soggetto a persecuzione. Il diritto d’asilo si riferisce dunque alla persona che è in cerca di protezione e ad esso dovrebbe corrispondere il dovere da parte dello Stato accogliente di attuare e rispettare tale diritto. La citata Convenzione di Ginevra e il relativo protocollo costituiscono la pietra angolare della disciplina giuridica internazionale relativa alla protezione dei rifugiati. Da tale Convenzione deriva la definizione di rifugiato e la protezione del diritto a beneficiare del diritto d’asilo attraverso l’obbligo di non-refoulement: il divieto imposto allo Stato di respingere un individuo verso un Paese nel quale la sua vita e le sue libertà potrebbero essere violate. Tale principio, codificato all’art. 33 della convenzione suddetta, trova supporto nell’ulteriore principio generale di protezione internazionale contro la tortura, punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, espresso da vari strumenti di tipo internazionale, fra cui l’art. 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, l’art. 22(8) della Convenzione americana sui diritti umani (1969); il capitolo III(5) della Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati (1984) , l’art. 1(3) della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1984).
Il contenuto del diritto d’asilo non si esaurisce tuttavia nel principio di non refoulement: esso comprende, altresì, l’accesso al territorio ai fini di essere ammessi a procedure eque ed efficaci di determinazione dello status e dei bisogni di protezione internazionale (incluso il diritto a rimanere sul territorio fino a che non venga presa una decisione sulla domanda), la valutazione della domanda di asilo con una procedura equa ed efficiente, nonché accesso alla rappresentanza legale ed ad organizzazioni che forniscono informazioni e supporto, l’ esercizio dei diritti fondamentali, il riconoscimento dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria, quando ricorrano i presupposti. Il procedimento comincia quindi con l’ammissione in un territorio sicuro e si conclude con il conseguimento di una soluzione duratura.
È in tale contesto che si inserisce l’intervento delle Commissioni Territoriali e delle autorità giudiziarie, le quali sono chiamate a riconoscere la protezione internazionale come, di norma, diritto preesistente del richiedente. Le Commissioni Territoriali si occupano, una volta presentata in via amministrativa la domanda di protezione, di ascoltare il richiedente asilo nel corso della cd. audizione individuale con l’ausilio di un interprete e di decidere con provvedimento che nega o concede la protezione invocata. Nel corso di tale intervista il richiedente viene reso edotto della possibilità di presentare ricorso avverso la decisione della Commissione dinanzi al tribunale che ha sede nel capoluogo di distretto d’appello in cui ha sede la Commissione Territoriale che ha pronunciato il provvedimento.
Fino all’approvazione del decreto legge del 17 febbraio 2017, n. 13, che ha  dettato disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale, era previsto nel procedimento anche il grado in appello (ex art. 19 d.lgs. 251/2008), ora abolito.

2. Normativa internazionale e nazionale

Il mondo delle forme di riconoscimento della protezione internazionale è  caratterizzato dalla molteplicità di norme che la caratterizzano sia a livello sovranazionale sia a livello nazionale. Quanto alle fonti di origine internazionale, la Convenzione di Ginevra e il relativo protocollo rappresentano, come già detto, la pietra angolare della disciplina giuridica internazionale. Firmata il 28 luglio del 1951, la Convenzione fornisce la nozione di rifugiato che è stata nei decenni a venire acquisita da parte di molti strumenti giuridici nazionali ed internazionali.
A livello europeo, l’art. 78 TFUE (ex articolo 63, punti 1 e 2 e articolo 64, paragrafo 2, del TCE) prevede che l’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento. Tale politica, che, ai sensi del suddetto articolo, deve essere conforme alla convenzione di Ginevra, deve essere attuata attraverso la predisposizione di uno status uniforme in materia di asilo a favore di cittadini di paesi terzi, valido in tutta l’Unione; b) uno status uniforme in materia di protezione sussidiaria per i cittadini di paesi terzi che, pur senza il beneficio dell’asilo europeo, necessitano di protezione internazionale; c) un sistema comune volto alla protezione temporanea degli sfollati in caso di afflusso massiccio; d) procedure comuni per l’ottenimento e la perdita dello status uniforme in materia di asilo o di protezione sussidiaria; e) criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo o di protezione sussidiaria; f) norme concernenti le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo o protezione sussidiaria. Gli strumenti legislativi che sono stati  utilizzati per dare luogo a un tale livello di uniformità sono: il Regolamento Dublino III, entrato in vigore il 1 gennaio 2014, che definisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide; la direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale; la direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011 (cd. “direttiva qualifiche”), recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta (rifusione della direttiva 2004/83/CE del Consiglio); la direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (rifusione della direttiva 2005/85/CE del Consiglio); la direttiva 2001/55/ce del Consiglio del 20 luglio 2001 sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi, che tuttavia non ha mai trovato attuazione.
In ultimo, la direttiva 2013/32/UE sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale che ha abrogato la direttiva 2005/85/CE sugli standard minimi delle procedure per il riconoscimento e la revoca dello status di rifugiato nell’Unione europea. Con la stessa sono state stabilite procedure comuni per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale (lo status di rifugiato e la protezione data alle persone non rifugiate ma che sarebbero in serio pericolo se ritornassero nel loro paese d’origine), garantendo che le procedure di protezione internazionale siano più rapide ed efficienti, giuste per i richiedenti, che rispettino standard unionali per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale.
È importante poi ricordare che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – che, in seguito al Trattato di Lisbona funge da parametro per esaminare la validità del diritto secondario dell’UE e delle misure nazionali – include due articoli dedicati alla materia della protezione internazionale: l’art. 18, volto a proteggere il diritto d’asilo (Il diritto di asilo è garantito nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e dal protocollo del 31 gennaio 1967, relativi allo status dei rifugiati, e a norma del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e l’art. 19 sul divieto di allontanamento, espulsione e estradizione se la persona corre il serio di rischio di essere sottoposta a pena di morte, torture altri trattamenti inumani o degradanti.
In Italia, il d.lgs. n. 251/2007 ha attuato la direttiva recante norme minime sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta. Il d.lgs. n 25/2008 ha attuato la direttiva recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato. Nell’ordinamento interno, dunque si è inizialmente proceduto al recepimento di una disciplina organica in tema di protezione internazionale – mettendo fine a quel sistema in cui la giurisprudenza italiana riconosceva il diritto d’asilo come diverso e più ampio rispetto al diritto allo status di rifugiato – riconoscendo allo straniero la possibilità di far valere immediatamente il proprio diritto soggettivo perfetto attraverso un’azione innanzi al giudice ordinario.
La perfetta coincidenza fra il diritto d’asilo e le forme di protezione internazionale tipizzate dal legislatore, avvenuta per espressa previsione, fra l’altro, dell’art. 2 lett. b) del d.lgs. 25/2008, il cd. “decreto procedure” (secondo cui: per domanda di protezione internazionale o domanda di asilo deve intendersi la domanda presentata secondo le procedure previste dal presente decreto), comporta l’impossibilità per un’autorità giudicante chiamata a valutare la legittimità del provvedimento di mancato o concesso riconoscimento di protezione internazionale, di riconoscere tale diritto soggettivo allo straniero nei cui confronti sia stata rigettata la domanda di protezione internazionale formulata nelle forme della disciplina sopra richiamata.
Dopo il recepimento del nuovo quadro normativo UE definito nell’ambito del Sistema europeo comune di asilo, che ha riguardato le procedure e le modalità di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (Decreto legislativo 142 del 2015), il Parlamento ha approvato ulteriori modifiche.
Dapprima, il D.L. n. 113 del 2018 convertito con modificazioni nella L. n. 132 del 2018 che ha mutato la disciplina legislativa relativa alle condizioni per il riconoscimento del diritto ad un permesso per ragioni umanitarie e ha introdotto la categoria dei permessi di soggiorno “per casi speciali”. Inoltre, con la riforma del 2018 sono state introdotte anche alcune significative modifiche alla procedura di asilo, nonché al sistema di accoglienza, separando i percorsi dei richiedenti asilo da quelli dei titolari di protezione internazionale. Sulle condizioni del sistema di accoglienza è intervenuto nuovamente il decreto-legge n. 130 del 2020, con la definizione del nuovo “Sistema di accoglienza e integrazione” (SAI), che comprende le strutture di seconda accoglienza gestite dagli enti locali, alle quali possono accedere, nei limiti dei posti disponibili, oltre che ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati, ai richiedenti la protezione internazionale, che erano stati esclusi con la riforma del 2018. Il D.L. n. 130 del 2020 prevede una diversificazione dei servizi del Sistema sulla base della tipologia dei beneficiari, ridefinisce le condizioni materiali della prima accoglienza nei centri governativi e detta disposizioni a supporto dei percorsi di integrazione.
Alla luce di tale evoluzione giurisprudenziale, le forme di riconoscimento della protezione internazionale vigenti oggi nell’ordinamento interno sono lo status di rifugiato politico, la protezione sussidiaria e il permesso di soggiorno per “protezione speciale”.

3. Criticità del sistema di protezione internazionale in Italia

Certamente con l’ultimo provvedimento legislativo (2020) si è avviata una fase di allargamento del diritto all’accoglienza in Italia, ma permangono alcuni nodi critici ancora da affrontare. Tra le disparità di trattamento, si segnala l’impossibilità di accesso del richiedente asilo alle misure di integrazione e inclusione sociale, disparità di trattamento tanto più acuta, considerata la lunghezza della tempistica per la valutazione della domanda di protezione internazionale, nonché le gravi criticità procedurali che rappresentano un ostacolo per l’accesso alla richiesta di protezione internazionale e speciale e ai permessi di soggiorno. È dunque, indispensabile che i procedimenti della regolarizzazione siano definiti celermente, evitando rigidità ed errate applicazioni, che andrebbero in direzione contraria alla finalità sostanzialmente perseguita dalle disposizioni.

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1. Introduzione

La categoria della protezione internazionale comprende diverse forme di tutela sostanziale delle posizioni di diritti fondamentali del richiedente asilo, che si inseriscono in uno status riconducibile pacificamente, in seguito alla entrata in vigore della Convezione di Ginevra del 29 luglio 1951, a diritti soggettivi perfetti. Il primo passo verso la costruzione di tale protezione fu rappresentato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (14 dicembre 1948) che all’art. 14.1 afferma il diritto di “cercare” e di “beneficiare” dell’asilo per chi è soggetto a persecuzione. Il diritto d’asilo si riferisce dunque alla persona che è in cerca di protezione e ad esso dovrebbe corrispondere il dovere da parte dello Stato accogliente di attuare e rispettare tale diritto. La citata Convenzione di Ginevra e il relativo protocollo costituiscono la pietra angolare della disciplina giuridica internazionale relativa alla protezione dei rifugiati. Da tale Convenzione deriva la definizione di rifugiato e la protezione del diritto a beneficiare del diritto d’asilo attraverso l’obbligo di non-refoulement: il divieto imposto allo Stato di respingere un individuo verso un Paese nel quale la sua vita e le sue libertà potrebbero essere violate. Tale principio, codificato all’art. 33 della convenzione suddetta, trova supporto nell’ulteriore principio generale di protezione internazionale contro la tortura, punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, espresso da vari strumenti di tipo internazionale, fra cui l’art. 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, l’art. 22(8) della Convenzione americana sui diritti umani (1969); il capitolo III(5) della Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati (1984) , l’art. 1(3) della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (1984).
Il contenuto del diritto d’asilo non si esaurisce tuttavia nel principio di non refoulement: esso comprende, altresì, l’accesso al territorio ai fini di essere ammessi a procedure eque ed efficaci di determinazione dello status e dei bisogni di protezione internazionale (incluso il diritto a rimanere sul territorio fino a che non venga presa una decisione sulla domanda), la valutazione della domanda di asilo con una procedura equa ed efficiente, nonché accesso alla rappresentanza legale ed ad organizzazioni che forniscono informazioni e supporto, l’ esercizio dei diritti fondamentali, il riconoscimento dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria, quando ricorrano i presupposti. Il procedimento comincia quindi con l’ammissione in un territorio sicuro e si conclude con il conseguimento di una soluzione duratura.
È in tale contesto che si inserisce l’intervento delle Commissioni Territoriali e delle autorità giudiziarie, le quali sono chiamate a riconoscere la protezione internazionale come, di norma, diritto preesistente del richiedente. Le Commissioni Territoriali si occupano, una volta presentata in via amministrativa la domanda di protezione, di ascoltare il richiedente asilo nel corso della cd. audizione individuale con l’ausilio di un interprete e di decidere con provvedimento che nega o concede la protezione invocata. Nel corso di tale intervista il richiedente viene reso edotto della possibilità di presentare ricorso avverso la decisione della Commissione dinanzi al tribunale che ha sede nel capoluogo di distretto d’appello in cui ha sede la Commissione Territoriale che ha pronunciato il provvedimento.
Fino all’approvazione del decreto legge del 17 febbraio 2017, n. 13, che ha  dettato disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale, era previsto nel procedimento anche il grado in appello (ex art. 19 d.lgs. 251/2008), ora abolito.

2. Normativa internazionale e nazionale

Il mondo delle forme di riconoscimento della protezione internazionale è  caratterizzato dalla molteplicità di norme che la caratterizzano sia a livello sovranazionale sia a livello nazionale. Quanto alle fonti di origine internazionale, la Convenzione di Ginevra e il relativo protocollo rappresentano, come già detto, la pietra angolare della disciplina giuridica internazionale. Firmata il 28 luglio del 1951, la Convenzione fornisce la nozione di rifugiato che è stata nei decenni a venire acquisita da parte di molti strumenti giuridici nazionali ed internazionali.
A livello europeo, l’art. 78 TFUE (ex articolo 63, punti 1 e 2 e articolo 64, paragrafo 2, del TCE) prevede che l’Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento. Tale politica, che, ai sensi del suddetto articolo, deve essere conforme alla convenzione di Ginevra, deve essere attuata attraverso la predisposizione di uno status uniforme in materia di asilo a favore di cittadini di paesi terzi, valido in tutta l’Unione; b) uno status uniforme in materia di protezione sussidiaria per i cittadini di paesi terzi che, pur senza il beneficio dell’asilo europeo, necessitano di protezione internazionale; c) un sistema comune volto alla protezione temporanea degli sfollati in caso di afflusso massiccio; d) procedure comuni per l’ottenimento e la perdita dello status uniforme in materia di asilo o di protezione sussidiaria; e) criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo o di protezione sussidiaria; f) norme concernenti le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo o protezione sussidiaria. Gli strumenti legislativi che sono stati  utilizzati per dare luogo a un tale livello di uniformità sono: il Regolamento Dublino III, entrato in vigore il 1 gennaio 2014, che definisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide; la direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale; la direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2011 (cd. “direttiva qualifiche”), recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta (rifusione della direttiva 2004/83/CE del Consiglio); la direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (rifusione della direttiva 2005/85/CE del Consiglio); la direttiva 2001/55/ce del Consiglio del 20 luglio 2001 sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi, che tuttavia non ha mai trovato attuazione.
In ultimo, la direttiva 2013/32/UE sulle procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale che ha abrogato la direttiva 2005/85/CE sugli standard minimi delle procedure per il riconoscimento e la revoca dello status di rifugiato nell’Unione europea. Con la stessa sono state stabilite procedure comuni per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale (lo status di rifugiato e la protezione data alle persone non rifugiate ma che sarebbero in serio pericolo se ritornassero nel loro paese d’origine), garantendo che le procedure di protezione internazionale siano più rapide ed efficienti, giuste per i richiedenti, che rispettino standard unionali per il riconoscimento e la revoca della protezione internazionale.
È importante poi ricordare che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – che, in seguito al Trattato di Lisbona funge da parametro per esaminare la validità del diritto secondario dell’UE e delle misure nazionali – include due articoli dedicati alla materia della protezione internazionale: l’art. 18, volto a proteggere il diritto d’asilo (Il diritto di asilo è garantito nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 e dal protocollo del 31 gennaio 1967, relativi allo status dei rifugiati, e a norma del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e l’art. 19 sul divieto di allontanamento, espulsione e estradizione se la persona corre il serio di rischio di essere sottoposta a pena di morte, torture altri trattamenti inumani o degradanti.
In Italia, il d.lgs. n. 251/2007 ha attuato la direttiva recante norme minime sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta. Il d.lgs. n 25/2008 ha attuato la direttiva recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato. Nell’ordinamento interno, dunque si è inizialmente proceduto al recepimento di una disciplina organica in tema di protezione internazionale – mettendo fine a quel sistema in cui la giurisprudenza italiana riconosceva il diritto d’asilo come diverso e più ampio rispetto al diritto allo status di rifugiato – riconoscendo allo straniero la possibilità di far valere immediatamente il proprio diritto soggettivo perfetto attraverso un’azione innanzi al giudice ordinario.
La perfetta coincidenza fra il diritto d’asilo e le forme di protezione internazionale tipizzate dal legislatore, avvenuta per espressa previsione, fra l’altro, dell’art. 2 lett. b) del d.lgs. 25/2008, il cd. “decreto procedure” (secondo cui: per domanda di protezione internazionale o domanda di asilo deve intendersi la domanda presentata secondo le procedure previste dal presente decreto), comporta l’impossibilità per un’autorità giudicante chiamata a valutare la legittimità del provvedimento di mancato o concesso riconoscimento di protezione internazionale, di riconoscere tale diritto soggettivo allo straniero nei cui confronti sia stata rigettata la domanda di protezione internazionale formulata nelle forme della disciplina sopra richiamata.
Dopo il recepimento del nuovo quadro normativo UE definito nell’ambito del Sistema europeo comune di asilo, che ha riguardato le procedure e le modalità di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (Decreto legislativo 142 del 2015), il Parlamento ha approvato ulteriori modifiche.
Dapprima, il D.L. n. 113 del 2018 convertito con modificazioni nella L. n. 132 del 2018 che ha mutato la disciplina legislativa relativa alle condizioni per il riconoscimento del diritto ad un permesso per ragioni umanitarie e ha introdotto la categoria dei permessi di soggiorno “per casi speciali”. Inoltre, con la riforma del 2018 sono state introdotte anche alcune significative modifiche alla procedura di asilo, nonché al sistema di accoglienza, separando i percorsi dei richiedenti asilo da quelli dei titolari di protezione internazionale. Sulle condizioni del sistema di accoglienza è intervenuto nuovamente il decreto-legge n. 130 del 2020, con la definizione del nuovo “Sistema di accoglienza e integrazione” (SAI), che comprende le strutture di seconda accoglienza gestite dagli enti locali, alle quali possono accedere, nei limiti dei posti disponibili, oltre che ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati, ai richiedenti la protezione internazionale, che erano stati esclusi con la riforma del 2018. Il D.L. n. 130 del 2020 prevede una diversificazione dei servizi del Sistema sulla base della tipologia dei beneficiari, ridefinisce le condizioni materiali della prima accoglienza nei centri governativi e detta disposizioni a supporto dei percorsi di integrazione.
Alla luce di tale evoluzione giurisprudenziale, le forme di riconoscimento della protezione internazionale vigenti oggi nell’ordinamento interno sono lo status di rifugiato politico, la protezione sussidiaria e il permesso di soggiorno per “protezione speciale”.

3. Criticità del sistema di protezione internazionale in Italia

Certamente con l’ultimo provvedimento legislativo (2020) si è avviata una fase di allargamento del diritto all’accoglienza in Italia, ma permangono alcuni nodi critici ancora da affrontare. Tra le disparità di trattamento, si segnala l’impossibilità di accesso del richiedente asilo alle misure di integrazione e inclusione sociale, disparità di trattamento tanto più acuta, considerata la lunghezza della tempistica per la valutazione della domanda di protezione internazionale, nonché le gravi criticità procedurali che rappresentano un ostacolo per l’accesso alla richiesta di protezione internazionale e speciale e ai permessi di soggiorno. È dunque, indispensabile che i procedimenti della regolarizzazione siano definiti celermente, evitando rigidità ed errate applicazioni, che andrebbero in direzione contraria alla finalità sostanzialmente perseguita dalle disposizioni.