La norma penale tra interpretazione e analogia, inesigibilità della condotta osservante e ambito applicativo delle scusanti

articolo a cura dell’Avv. Fabio Santalucia

Inesigibilità della condotta osservante

1. La norma penale

La norma penale rispetto a quella civile ed amministrativa può essere considerata una norma sui generis. Questa particolare caratteristica è data dal fatto che la stessa non soggiace alle stesse regole sia sul piano nazionale che sovranazionale.
In primo luogo per norma penale si intende quella norma giuridica avente carattere imperativo, inteso come obbligatorietà della norma; valutativo, nel senso di qualificare determinati comportamenti contrari ai fii dello Stato; ed infine statuale, ossia definita dal solo Stato. La norma penale disciplina una situazione giuridica attraverso il divieto di un determinato comportamento che viene accompagnato, laddove vi fosse l’inosservanza da una sanzione, che si definisce inflizione della pena. Generalmente per inflizione della pena si fa riferimento alla restrizione della libertà personale, la quale ai sensi dell’art. 13 Cost. non può essere inflitta se non per atto della autorità giudiziaria nei casi e nei modi previsti dalla legge; da qui il carattere statuale della norma penale.
Orbene, per concludere la breve disamina sulla norma penale questa è costituita dal precetto, quale comando o divieto a compiere una determinata azione, e la sanzione intesa come conseguenza giuridica che deriva dalla inosservanza del precetto.

2. Il principio di legalità tra nozione assolta e relativa

L’ordinamento penale è imperniato sul principio di legalità. Attraverso la lettura sistemica della Costituzione nonché del codice di rito, questo risulta essere composto da diversi corollari. Un breve esempio sono gli artt. 25 co. 2 Cost., 1 c.p. e 199 c.p. danno una idea completa della misurazione del principio di legalità in materia penale, introducendo implicitamente il principio della riserva di legge, quello della irretroattività della norma penale più sfavorevole all’autore del fatto, della determinazione e di tassatività. Quest’ultimo viene introdotto grazie alla lettera dell’art. 1 c.p., il quale ha la funzione di recepire nel sistema normativo penale il principio di legalità nella sua accezione formale, in virtù del quale è vietato punire qualsiasi fatto che al momento della sua commissione non era considerato reato. Ancora altro corollario di estrema importanza è quello della riserva di legge. Orbene tra una nozione assoluta, secondo cui è rimessa solo e soltanto alla legge l’individuazione di tutti gli elementi di reato e del relativo trattamento sanzionatorio, ed una nozione relativa, rispetto alla quale si considera confacente la rimessione della norma penale a norme di rango secondario che siano in grado di individuare precetti e sanzioni, il nostro ordinamento accoglie una nozione definita in dottrina come tendenzialmente assoluta.

Se da una parte il ragionamento sin qui esposto trova corrispondenza nella costituzione e nel codice di rito, dall’altro la dottrina ha posto in luce una crisi del principio de quo.
I fattori che l’hanno determinata sono essenzialmente legati: al ruolo del governo, il quale negli ultimi decenni ha acquisito un sempre maggior ruolo nell’attività di formazione della legge, attraverso gli atti aventi forza di legge quali Decreti Legge e Decreti Legislativi; la normazione in senso lato da parte del sapere tecnico scientifico, qui si ricordino le linee guida sull’attività medica. Ancora, altri fattori sono quelli di carattere giurisprudenziale. Invero, il ruolo della giurisprudenza nella riserva di legge può sembrare quasi contra legem, ossia contro l’essenza stessa del principio di riserva di legge assoluta; ma come detto, la dottrina ha riconosciuto nel nostro ordinamento il ruolo della riserva di legge come tendenzialmente assoluto.

3. Lacunosità dell’odierno sistema penale

Preliminarmente è necessario chiarire che il sistema penale è per propria natura lacunoso, non potendo infatti il Legislatore prevedere puntualmente qualsiasi tipo criminoso. In questo senso interviene l’art. 12 delle preleggi che individua i criteri della interpretazione che il Giudice è tenuto a rispettare al fine di applicare in modo conforme la legge. Il primo criterio elencato dalla norma, riflettendo anche la gerarchia degli stessi, è quello letterale, a seguire è indicato il criterio sistematico, poi quello logico o storico. Si potrebbe pensare che al sistema dei criteri come un sistema chiuso, ma così non è poiché, per combattere l’entropia delle disposizioni penali, è necessario, per evitare la caducazione della norma, di una interpretazione c.d. evolutiva, intesa nel senso del potere di Giudice di interpretare quella determinata norma rispetto al mutamento del contesto socio-economico.

4. L’interpretazione della Corte Costituzionale

Questo particolare tipo di interpretazione è stata ammessa dalla Corte Costituzionale, la quale ha dichiarato la costituzionalità della stessa anche in malam partem. Una delle maggiori problematiche sul punto è da sempre stato quello di delimitare in maniera chiara i confini tra l’istituto della interpretazione estensiva e quello della c.d. analogia. Invero, siffatti istituti hanno natura comune, tanto che possono sorgere dubbi rispetto alle ragioni secondo cui la prima sarebbe consentita anche quando i suoi effetti siano sfavorevoli al reo, mentre la seconda sia consentita solo quando abbia ad oggetto norme in bonam.
L’ambito di applicazione della interpretazione estensiva si riferisce alla interpretazione operata restando nelle ipotesi comprese all’interno della lettera della norma stessa, ciò significa che in questi casi non vi è una lacuna in senso stretto. Ex adverso l’analogia presuppone una lacuna e la non possibilità di individuazione all’interno dell’ordinamento una norma in grado di disciplinare la fattispecie concreta.

5. L’analogia

L’analogia in malam partem è vietata, questo in ossequio al principio di legalità, nella forma della certezza del diritto; il soggetto deve essere in grado di conoscere se la propria condotta possa o meno costituire reato prima della commissione della stessa.
Proprio sulla differenza e sulla applicabilità tra analogia e interpretazione estensiva si è espressa la corte Costituzionale con la pronuncia nr. 98 del 2021. Ebbene la Corte esprime il proprio pensiero rispetto al confine tra maltrattamenti in famiglia e stalking. Invero, la stessa condotta può integrare due fattispecie criminose, sia quella contenuta nella disposizione ai sensi dell’art. 572 c.p. che quella del 612 bis c.p.; per questo motivo è necessario guardare alla relazione con la persona offesa. La partita nel caso di specie si gioca sulla interpretazione della nozione di relazione affettiva stabile, il giudice ad quem aveva ritenuto potersi riqualificare nel più grave reato di maltrattamenti in famiglia, la condotta, inizialmente qualificata ai sensi dell’art. 612 bis c.p., dell’imputato nei confronti di una donna conosciuta da pochi mesi. Il dilemma nasceva dal fatto che lo stesso frequentava in maniera abituale la sua casa familiare. La Corte, chiamata a rispondere ad una simile questione rileva innanzi tutto il concetto di legame affettivo stabile che si inserisce nel novero del contesto affettivo protetto. Per quanto riguarda l’art. 572 c.p. il reato viene integrato laddove la condotta criminosa venga perpetrata nei confronti di persona appartenente alla “famiglia”, oppure di una persona “convivente”; mentre, invece, il reato di atti persecutori aggravati prevede che le condotte vengano compiute nei confronti di persona che sia o sia stata legata all’autore da una, “semplice” relazione affettiva. Dunque la riqualificazione che il giudice ad quem avrebbe voluto operare sfociava sicuramente nei casi di analogia, tra l’altro in malam partem, sicché il reato di cui all’art. 572 c.p. è punito più gravemente, proprio per il contesto in cui si inserisce la condotta, rispetto all’art. 612 bis c.p., e come tale vietata dall’art. 25 co. 2 Cost.

L’analogia, tuttavia, è possibile nei casi di applicazione della norma in bonam partem, ovvero quando vi è una lacuna involontaria nel sistema penale e quando non debba applicarsi ad una norma eccezionale. Sul punto, rileva la sentenza delle SS.UU. relativa alla applicazione della causa di non punibilità ai sensi dell’art. 384 c.p. rispetto alla nozione di “prossimo congiunto”.
Le cause di giustificazione, come quella presa in considerazione dalle Sezioni Unite, rendono un fatto di per sé illecito in lecito, nel caso di specie la causa di giustificazione è una causa c.d. soggettiva, che trova fondamento nel principio di conservazione che induce ogni persona a fare il possibile per poter salvare sé stesso ed i propri familiari.

6. Conclusioni

Nel caso di specie secondo la lettera della norma il congiunto, inteso come il soggetto che sia legato al reo da un legame affettivo tale da rendere inesigibile il precetto, non sarebbe ammesso alla concessione della causa di giustificazione di cui all’art. 384 c.p.
Partendo dal ragionamento secondo il quale il concetto di congiunto, non viene menzionato nemmeno nella L. Cirinnà, che equipara in maniera puntuale il matrimonio, la convivenza di fatto e le unioni civili, ma nulla esprime in merito alla nozione di prossimo congiunto.
Orbene, se si pensasse alla non applicazione del prossimo congiunto vi sarebbe una disparità di trattamento tale da rendere la norma incostituzionale nella parte in cui non prevede l’applicazione della causa di giustificazione.
Ebbene, gli Ermellini ritengono possibile l’applicazione analogica della causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p. anche al prossimo congiunto, anche in ragione della ratio della disposizione: la tutela del singolo all’interno del contesto familiare.
Con questo ragionamento, viene preservato il principio di legalità secondo cui devono trattarsi in modo uguale situazioni uguali ed in modo diverso situazioni ragionevolmente diverse.

inesigibilità della condotta osservante

1. La norma penale

La norma penale rispetto a quella civile ed amministrativa può essere considerata una norma sui generis. Questa particolare caratteristica è data dal fatto che la stessa non soggiace alle stesse regole sia sul piano nazionale che sovranazionale.
In primo luogo per norma penale si intende quella norma giuridica avente carattere imperativo, inteso come obbligatorietà della norma; valutativo, nel senso di qualificare determinati comportamenti contrari ai fii dello Stato; ed infine statuale, ossia definita dal solo Stato. La norma penale disciplina una situazione giuridica attraverso il divieto di un determinato comportamento che viene accompagnato, laddove vi fosse l’inosservanza da una sanzione, che si definisce inflizione della pena. Generalmente per inflizione della pena si fa riferimento alla restrizione della libertà personale, la quale ai sensi dell’art. 13 Cost. non può essere inflitta se non per atto della autorità giudiziaria nei casi e nei modi previsti dalla legge; da qui il carattere statuale della norma penale.
Orbene, per concludere la breve disamina sulla norma penale questa è costituita dal precetto, quale comando o divieto a compiere una determinata azione, e la sanzione intesa come conseguenza giuridica che deriva dalla inosservanza del precetto.

2. Il principio di legalità tra nozione assolta e relativa

L’ordinamento penale è imperniato sul principio di legalità. Attraverso la lettura sistemica della Costituzione nonché del codice di rito, questo risulta essere composto da diversi corollari. Un breve esempio sono gli artt. 25 co. 2 Cost., 1 c.p. e 199 c.p. danno una idea completa della misurazione del principio di legalità in materia penale, introducendo implicitamente il principio della riserva di legge, quello della irretroattività della norma penale più sfavorevole all’autore del fatto, della determinazione e di tassatività. Quest’ultimo viene introdotto grazie alla lettera dell’art. 1 c.p., il quale ha la funzione di recepire nel sistema normativo penale il principio di legalità nella sua accezione formale, in virtù del quale è vietato punire qualsiasi fatto che al momento della sua commissione non era considerato reato. Ancora altro corollario di estrema importanza è quello della riserva di legge. Orbene tra una nozione assoluta, secondo cui è rimessa solo e soltanto alla legge l’individuazione di tutti gli elementi di reato e del relativo trattamento sanzionatorio, ed una nozione relativa, rispetto alla quale si considera confacente la rimessione della norma penale a norme di rango secondario che siano in grado di individuare precetti e sanzioni, il nostro ordinamento accoglie una nozione definita in dottrina come tendenzialmente assoluta.

Se da una parte il ragionamento sin qui esposto trova corrispondenza nella costituzione e nel codice di rito, dall’altro la dottrina ha posto in luce una crisi del principio de quo.
I fattori che l’hanno determinata sono essenzialmente legati: al ruolo del governo, il quale negli ultimi decenni ha acquisito un sempre maggior ruolo nell’attività di formazione della legge, attraverso gli atti aventi forza di legge quali Decreti Legge e Decreti Legislativi; la normazione in senso lato da parte del sapere tecnico scientifico, qui si ricordino le linee guida sull’attività medica. Ancora, altri fattori sono quelli di carattere giurisprudenziale. Invero, il ruolo della giurisprudenza nella riserva di legge può sembrare quasi contra legem, ossia contro l’essenza stessa del principio di riserva di legge assoluta; ma come detto, la dottrina ha riconosciuto nel nostro ordinamento il ruolo della riserva di legge come tendenzialmente assoluto.

3. Lacunosità dell’odierno sistema penale

Preliminarmente è necessario chiarire che il sistema penale è per propria natura lacunoso, non potendo infatti il Legislatore prevedere puntualmente qualsiasi tipo criminoso. In questo senso interviene l’art. 12 delle preleggi che individua i criteri della interpretazione che il Giudice è tenuto a rispettare al fine di applicare in modo conforme la legge. Il primo criterio elencato dalla norma, riflettendo anche la gerarchia degli stessi, è quello letterale, a seguire è indicato il criterio sistematico, poi quello logico o storico. Si potrebbe pensare che al sistema dei criteri come un sistema chiuso, ma così non è poiché, per combattere l’entropia delle disposizioni penali, è necessario, per evitare la caducazione della norma, di una interpretazione c.d. evolutiva, intesa nel senso del potere di Giudice di interpretare quella determinata norma rispetto al mutamento del contesto socio-economico.

4. L’interpretazione della Corte Costituzionale

Questo particolare tipo di interpretazione è stata ammessa dalla Corte Costituzionale, la quale ha dichiarato la costituzionalità della stessa anche in malam partem. Una delle maggiori problematiche sul punto è da sempre stato quello di delimitare in maniera chiara i confini tra l’istituto della interpretazione estensiva e quello della c.d. analogia. Invero, siffatti istituti hanno natura comune, tanto che possono sorgere dubbi rispetto alle ragioni secondo cui la prima sarebbe consentita anche quando i suoi effetti siano sfavorevoli al reo, mentre la seconda sia consentita solo quando abbia ad oggetto norme in bonam.
L’ambito di applicazione della interpretazione estensiva si riferisce alla interpretazione operata restando nelle ipotesi comprese all’interno della lettera della norma stessa, ciò significa che in questi casi non vi è una lacuna in senso stretto. Ex adverso l’analogia presuppone una lacuna e la non possibilità di individuazione all’interno dell’ordinamento una norma in grado di disciplinare la fattispecie concreta.

5. L’analogia

L’analogia in malam partem è vietata, questo in ossequio al principio di legalità, nella forma della certezza del diritto; il soggetto deve essere in grado di conoscere se la propria condotta possa o meno costituire reato prima della commissione della stessa.
Proprio sulla differenza e sulla applicabilità tra analogia e interpretazione estensiva si è espressa la corte Costituzionale con la pronuncia nr. 98 del 2021. Ebbene la Corte esprime il proprio pensiero rispetto al confine tra maltrattamenti in famiglia e stalking. Invero, la stessa condotta può integrare due fattispecie criminose, sia quella contenuta nella disposizione ai sensi dell’art. 572 c.p. che quella del 612 bis c.p.; per questo motivo è necessario guardare alla relazione con la persona offesa. La partita nel caso di specie si gioca sulla interpretazione della nozione di relazione affettiva stabile, il giudice ad quem aveva ritenuto potersi riqualificare nel più grave reato di maltrattamenti in famiglia, la condotta, inizialmente qualificata ai sensi dell’art. 612 bis c.p., dell’imputato nei confronti di una donna conosciuta da pochi mesi. Il dilemma nasceva dal fatto che lo stesso frequentava in maniera abituale la sua casa familiare. La Corte, chiamata a rispondere ad una simile questione rileva innanzi tutto il concetto di legame affettivo stabile che si inserisce nel novero del contesto affettivo protetto. Per quanto riguarda l’art. 572 c.p. il reato viene integrato laddove la condotta criminosa venga perpetrata nei confronti di persona appartenente alla “famiglia”, oppure di una persona “convivente”; mentre, invece, il reato di atti persecutori aggravati prevede che le condotte vengano compiute nei confronti di persona che sia o sia stata legata all’autore da una, “semplice” relazione affettiva. Dunque la riqualificazione che il giudice ad quem avrebbe voluto operare sfociava sicuramente nei casi di analogia, tra l’altro in malam partem, sicché il reato di cui all’art. 572 c.p. è punito più gravemente, proprio per il contesto in cui si inserisce la condotta, rispetto all’art. 612 bis c.p., e come tale vietata dall’art. 25 co. 2 Cost.

L’analogia, tuttavia, è possibile nei casi di applicazione della norma in bonam partem, ovvero quando vi è una lacuna involontaria nel sistema penale e quando non debba applicarsi ad una norma eccezionale. Sul punto, rileva la sentenza delle SS.UU. relativa alla applicazione della causa di non punibilità ai sensi dell’art. 384 c.p. rispetto alla nozione di “prossimo congiunto”.
Le cause di giustificazione, come quella presa in considerazione dalle Sezioni Unite, rendono un fatto di per sé illecito in lecito, nel caso di specie la causa di giustificazione è una causa c.d. soggettiva, che trova fondamento nel principio di conservazione che induce ogni persona a fare il possibile per poter salvare sé stesso ed i propri familiari.

6. Conclusioni

Nel caso di specie secondo la lettera della norma il congiunto, inteso come il soggetto che sia legato al reo da un legame affettivo tale da rendere inesigibile il precetto, non sarebbe ammesso alla concessione della causa di giustificazione di cui all’art. 384 c.p.
Partendo dal ragionamento secondo il quale il concetto di congiunto, non viene menzionato nemmeno nella L. Cirinnà, che equipara in maniera puntuale il matrimonio, la convivenza di fatto e le unioni civili, ma nulla esprime in merito alla nozione di prossimo congiunto.
Orbene, se si pensasse alla non applicazione del prossimo congiunto vi sarebbe una disparità di trattamento tale da rendere la norma incostituzionale nella parte in cui non prevede l’applicazione della causa di giustificazione.
Ebbene, gli Ermellini ritengono possibile l’applicazione analogica della causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p. anche al prossimo congiunto, anche in ragione della ratio della disposizione: la tutela del singolo all’interno del contesto familiare.
Con questo ragionamento, viene preservato il principio di legalità secondo cui devono trattarsi in modo uguale situazioni uguali ed in modo diverso situazioni ragionevolmente diverse.

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