L’insostenibile leggerezza del genere

Figli di genitori dello stesso sesso: principi costituzionali, lacune normative ed interesse del minore

Articolo a cura della Dott.ssa Daphne Dei

Mamma e mamma

Procreazione medicalmente assistita tra garantismo e diritti del nascituro

Il cambiamento culturale e sociale rispetto al concetto di famiglia ha assistito alla scissione inevitabile tra l’esperienza sessuale e la riproduzione con l’introduzione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) che hanno rivoluzionato il rapporto tra la scienza e il diritto alla salute, incidendo altresì sul modo di considerare le relazioni tra i sessi e i rapporti di filiazione.
Le PMA sono nate come trattamenti sanitari finalizzati al superamento dell’infertilità o della sterilità delle coppie incapaci di procreare naturalmente e al giorno d’oggi sono utilizzate per poter portare avanti progetti genitoriali altrimenti non realizzabili con ripercussioni che mettono a dura prova la tenuta della “legalità costituzionale”1 dell’ordinamento.
Nella riflessione giuridica l’elusione dei limiti soggettivi previsti dall’art 5 della legge n. 40/20042 secondo il quale possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi, ha aperto scenari i cui esiti sono lontani dal rispetto dei principi di legalità e certezza del diritto ed ha mostrato l’esigenza di un intervento organico del legislatore.
Gli artt. 8 e 9 della legge n. 40 del 2004 stanno a dimostrare che il legislatore ha inteso definire lo status di figlio nato da PMA ancor prima che fosse dichiarata l’illegittimità costituzionale del relativo divieto (sentenza n. 162 del 2014)3. Nel fondare un progetto genitoriale comune, i soggetti maggiorenni che, all’interno di coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi, avessero consensualmente fatto ricorso a PMA (art. 5 della legge n. 40 del 2004), divenivano, per ciò stesso, responsabili nei confronti dei nati, destinatari naturali dei doveri di cura, pur in assenza di un legame biologico.
L’evoluzione dell’ordinamento, muovendo dalla nozione tradizionale di famiglia, ha progressivamente riconosciuto, evidenziato dalla Corte Costituzionale, rilievo giuridico alla genitorialità sociale, ove non coincidente con quella biologica (sentenza n. 272 del 2017)4, tenuto conto che «il dato della provenienza genetica non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia stessa» (sentenza n. 162 del 2014).
Tutti questi interventi hanno contribuito alla risoluzione dell’infertilità e della sterilità umana derivante da cause patologiche senza alterare i fondamenti della già menzionata legge. Infatti, non ha inciso sui limiti soggettivi posti dalla legge n. 40/2004 con riguardo agli articoli 5 e 12 nella stessa parte in cui si precludono alle coppie composte da persone dello stesso sesso di accedere alle tecniche di PMA.

Trascrizione del certificato di nascita straniero di bambini ‘nati’ da coppie omosessuali: Questioni giurisprudenziali

Consentire alle coppie omosessuali l’accesso alla PMA significherebbe sconfessare il disposto dell’art. 5 della legge n. 40/2004; questo divieto però non ha costituito un ostacolo al desiderio di genitorialità delle coppie composte da persone dello stesso sesso, che decidono di recarsi in Paesi con una legislazione più permissiva in tema di procreazione per realizzare il proprio progetto genitoriale. Con riferimento a tale fatto prende piede un’altra questione spinosa, ossia la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un figlio nato all’estero con il metodo della fecondazione eterologa o, addirittura, della maternità surrogata.
Nel corso degli anni, si sono verificate di frequente richieste di trascrizione degli atti di nascita di minori legittimamente nati all’estero e l’aumento delle domande di riconoscimento del rapporto di filiazione tra il minore nato in Italia e il cosiddetto genitore intenzionale.
Gli esiti di tali richieste dipendono spesso dagli Ufficiali di Stato civile che di fronte al compito di trascrivere questi certificati di nascita, nel vuoto della regolamentazione che non prevedeva espressamente questa opportunità e neanche la escludeva, si sono orientati su due linee di condotta tra loro contrastanti, ben lontani dal conservare una concezione minima di eguaglianza e certezza del diritto.
Gli orientamenti contrastanti adottati hanno avuto delle ripercussioni sullo status filiationis dei minori che a seconda che venga o meno riconosciuto il loro rapporto con il genitore intenzionale subiscono gravi discriminazioni, fin da subito in netto contrasto con gli articoli:

  • l’art. 2 Cost., in quanto l’inapplicabilità delle regole sulla genitorialità intenzionale alle coppie di donne unite civilmente “non realizza il diritto fondamentale alla genitorialità dell’individuo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”5
  • l’art. 3, commi 1 e 2, Cost., creando una disparità di trattamento in base all’orientamento sessuale ed al reddito, poiché soltanto chi dispone dei mezzi economici per concepire e far nascere il figlio all’estero può poi richiedere la trascrizione dell’atto di nascita in Italia. Sarebbe poi compito della Repubblica rimuovere lo“stigma tradizionalmente subito dagli omosessuali” consentendo “di realizzare il desiderio di maternità”6
  • l’art. 30 Cost. previo accoglimento di una concezione progressista del principio di tutela della filiazione, imporrebbe di svincolarsi dalla mera dimensione “naturalistico-fattuale” per pervenire all’affermazione di un “diritto pretensivo”, realizzabile attraverso i mezzi forniti dal progresso scientifico, e limitabile dal legislatore soltanto per tutelare interessi di pari rango;
  • l’art. 8 della CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare), il rifiuto da parte delle autorità nazionali di riconoscere valore legale alla relazione tra un padre e i suoi figli biologici nati all’estero facendo ricorso a surrogazione di maternità.

In riferimento al superiore interesse del minore, tutelato a norma suddetto articolo, la Corte ribadisce (caso Mennesson e Labassee c. Francia) che il mancato riconoscimento della filiazione non ricade soltanto su coloro che hanno fatto ricorso alla modalità procreativa vietata, ma si ripercuote sul minore e sul suo diritto al rispetto della vita privata. Secondo i giudici di Strasburgo l’interesse superiore del minore a norma dell’art. 8 della Cedu deve essere valutato caso per caso ed è incompatibile con un divieto generale e assoluto di riconoscimento della filiazione con il genitore intenzionale ed ha ha affermato l’obbligo degli Stati, attraverso il Protocollo 16, del 10 aprile 2019 della Grande Chambre, di prevedere il riconoscimento legale del legame di filiazione tra il minore nato attraverso il ricorso a tecniche di PMA e i genitori intenzionali. Per analizzare il problema e il vulnus arrecato all’interesse del minore e ai principi fondamentali di uguaglianza è sufficiente richiamare l’attenzione alle tre ipotesi maggiormente ricorrenti in giurisprudenza:

  • La richiesta formulata da una coppia di due donne di trascrizione dell’atto di nascita del minore legittimamente nato all’estero;
  • La richiesta formulata da una coppia di due uomini di trascrizione dell’atto di nascita legittimamente formato all’estero dal minore nato all’estero attraverso la surrogazione di maternità;
  • La richiesta formulata da una coppia di due donne di riconoscimento del rapporto del minore nato in Italia anche con la madre intenzionale che condivide il progetto genitoriale con la donna che lo ha partorito;

Nel primo caso è doveroso ricordare la famosa sentenza n.19599/20167, per alcuni aspetti addirittura rivoluzionaria, dove la Corte di Cassazione ha affermato la legittimità della trascrizione dell’atto di nascita di un minore nato all’estero da una coppia formata da una coppia di due donne, una italiana e l’altra spagnola. La sentenza, di particolare rilievo, risulta piena di principi di diritto e di spunti orientati a determinare le future decisioni in materia. Nella fattispecie dedotta in giudizio la trascrizione dell’atto di nascita del minore formatosi legalmente in Spagna vedeva indicate come genitori la coppia delle due donne che avevano entrambe contribuito alla gestazione, una donando gli ovociti e l’altra conducendo e portando a termine la gravidanza. Il mancato riconoscimento del rapporto di filiazione, legalmente esistente in Spagna, avrebbe determinato una situazione di incertezza giuridica e inflessioni negative sulla definizione di identità del minore, l’impossibilità di acquistare la cittadinanza italiana e i connessi diritti al pari degli altri bambini, nati all’estero da coppie eterosessuali, che abbiano ottenuto il riconoscimento.
Tutto il contrario accade nel secondo caso, la trascrizione dell’atto di nascita del minore, nato secondo il ricorso a surrogazione di maternità, in cui le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 121938 hanno affermato che l’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004 vieta il ricorso alla gestazione per altri e ha escluso il riconoscimento delle sentenze straniere.
Nell’ultimo caso, due sono gli orientamenti giurisprudenziali rilevanti: il primo orientamento si fonda sulla scissione tra il piano di illiceità della condotta della donna di ricorrere alla PMA eterologa e il piano della tutela del minore. Secondo questa giurisprudenza di merito interpretare l’art 8 della CEDU nel senso dell’inapplicabilità al minore nato attraverso la PMA, fa ricadere così sul minore gli effetti negativi dovuti alle modalità con cui è venuto al mondo.
Un opposto orientamento legato all’ultima ipotesi, che muove da un’interpretazione sistematica e logica degli art. 5, 8, 9 e 12 della legge n. 40/2004, ritiene che il requisito soggettivo della diversità prescritto dall’art. 5 in combinato disposto con la norma del codice civile della filiazione, non permetta di interpretare gli art. 8, 9 in modo da riconoscere al minore lo stato di filiazione di entrambe le donne.
Da ciò scaturisce la diversità di trattamento di merito e di legittimità a situazioni sostanzialmente analoghe ma che si differenziano per via del luogo di nascita del minore. Nel caso in cui il minore nasce all’estero, risulta maggiore la probabilità che gli venga riconosciuto il proprio status filiationis anche con la madre intenzionale attraverso la trascrizione dell’atto di nascita straniero; al contrario nel caso in cui il minore nasce in Italia potrebbe vedersi riconosciuto tale legame solo e unicamente con la madre biologica.

L’omogenitorialità: il diritto di avere diritti

Sono state depositate le sentenze n 329-33 del gennaio 2021 dove la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli articoli 8, 9 della legge n. 40/2004 che non consentirebbe di attribuire al minore lo status filiationis anche da parte della madre intenzionale che abbia prestato il consenso alla pratica fecondativa ove non vi siano le condizioni per procedere all’adozione nei casi particolari e che sia stato accertato l’interesse del minore.
La Corte ha riconosciuto in entrambe le sentenze un vuoto tutela in materia e ha sollecitato il legislatore ad agire nel più breve tempo possibile. In mancanza di un divieto costituzionale, la Corte si era limitata a confermare che la decisione di contemplare o meno situazioni di omogenitorialità era riservata alla discrezionalità del legislatore; in questo caso la corte è andata oltre, non limitandosi ad un semplice invito ma formulando un monito in tal senso. La necessità di un intervento risulta particolarmente chiara nella sentenza n. 32/2021, dove la Corte sottolinea l’indifferibilità di una legge per garantire al minore la pienezza del diritto alla cura , all’educazione, all’istruzione ed alla stabilità dei rapporti affettivi; meno evidente nella sentenza n. 33/2021 (relativa ad un caso di doppia paternità), dove la Corte definisce come improrogabile l’individuazione di strumenti per la tutela della posizione dei figli nati e dove risulta particolarmente chiaro che non è più tollerabile la mancanza di tutela dell’interesse del minore.
Nell’attesa di un intervento del legislatore, va in conclusione riconosciuto quale sia il concetto di ‘famiglia’ che deve essere privilegiato. Punto focale deve essere la centralità del minore che va considerata in ogni tipologia di coppia, eterosessuale o ‘same sex, garantendo il diritto alla felicità del bambino indipendentemente dagli orientamenti sessuali, culturali o religiosi dei singoli componenti del nucleo familiare.
Per quanto riguarda il concetto di omogenitorialità occorrerà del tempo affinché si possa superare il concetto della famiglia convenzionale ma il cambiamento culturale è già nell’aria.

mamma e mamma

Procreazione medicalmente assistita tra garantismo e diritti del nascituro

Il cambiamento culturale e sociale rispetto al concetto di famiglia ha assistito alla scissione inevitabile tra l’esperienza sessuale e la riproduzione con l’introduzione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) che hanno rivoluzionato il rapporto tra la scienza e il diritto alla salute, incidendo altresì sul modo di considerare le relazioni tra i sessi e i rapporti di filiazione.
Le PMA sono nate come trattamenti sanitari finalizzati al superamento dell’infertilità o della sterilità delle coppie incapaci di procreare naturalmente e al giorno d’oggi sono utilizzate per poter portare avanti progetti genitoriali altrimenti non realizzabili con ripercussioni che mettono a dura prova la tenuta della “legalità costituzionale”1 dell’ordinamento.
Nella riflessione giuridica l’elusione dei limiti soggettivi previsti dall’art 5 della legge n. 40/20042 secondo il quale possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi, ha aperto scenari i cui esiti sono lontani dal rispetto dei principi di legalità e certezza del diritto ed ha mostrato l’esigenza di un intervento organico del legislatore.
Gli artt. 8 e 9 della legge n. 40 del 2004 stanno a dimostrare che il legislatore ha inteso definire lo status di figlio nato da PMA ancor prima che fosse dichiarata l’illegittimità costituzionale del relativo divieto (sentenza n. 162 del 2014)3. Nel fondare un progetto genitoriale comune, i soggetti maggiorenni che, all’interno di coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi, avessero consensualmente fatto ricorso a PMA (art. 5 della legge n. 40 del 2004), divenivano, per ciò stesso, responsabili nei confronti dei nati, destinatari naturali dei doveri di cura, pur in assenza di un legame biologico.
L’evoluzione dell’ordinamento, muovendo dalla nozione tradizionale di famiglia, ha progressivamente riconosciuto, evidenziato dalla Corte Costituzionale, rilievo giuridico alla genitorialità sociale, ove non coincidente con quella biologica (sentenza n. 272 del 2017)4, tenuto conto che «il dato della provenienza genetica non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia stessa» (sentenza n. 162 del 2014).
Tutti questi interventi hanno contribuito alla risoluzione dell’infertilità e della sterilità umana derivante da cause patologiche senza alterare i fondamenti della già menzionata legge. Infatti, non ha inciso sui limiti soggettivi posti dalla legge n. 40/2004 con riguardo agli articoli 5 e 12 nella stessa parte in cui si precludono alle coppie composte da persone dello stesso sesso di accedere alle tecniche di PMA.

Trascrizione del certificato di nascita straniero di bambini ‘nati’ da coppie omosessuali: Questioni giurisprudenziali

Consentire alle coppie omosessuali l’accesso alla PMA significherebbe sconfessare il disposto dell’art. 5 della legge n. 40/2004; questo divieto però non ha costituito un ostacolo al desiderio di genitorialità delle coppie composte da persone dello stesso sesso, che decidono di recarsi in Paesi con una legislazione più permissiva in tema di procreazione per realizzare il proprio progetto genitoriale. Con riferimento a tale fatto prende piede un’altra questione spinosa, ossia la trascrizione in Italia dell’atto di nascita di un figlio nato all’estero con il metodo della fecondazione eterologa o, addirittura, della maternità surrogata.
Nel corso degli anni, si sono verificate di frequente richieste di trascrizione degli atti di nascita di minori legittimamente nati all’estero e l’aumento delle domande di riconoscimento del rapporto di filiazione tra il minore nato in Italia e il cosiddetto genitore intenzionale.
Gli esiti di tali richieste dipendono spesso dagli Ufficiali di Stato civile che di fronte al compito di trascrivere questi certificati di nascita, nel vuoto della regolamentazione che non prevedeva espressamente questa opportunità e neanche la escludeva, si sono orientati su due linee di condotta tra loro contrastanti, ben lontani dal conservare una concezione minima di eguaglianza e certezza del diritto.
Gli orientamenti contrastanti adottati hanno avuto delle ripercussioni sullo status filiationis dei minori che a seconda che venga o meno riconosciuto il loro rapporto con il genitore intenzionale subiscono gravi discriminazioni, fin da subito in netto contrasto con gli articoli:

  • l’art. 2 Cost., in quanto l’inapplicabilità delle regole sulla genitorialità intenzionale alle coppie di donne unite civilmente “non realizza il diritto fondamentale alla genitorialità dell’individuo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”5
  • l’art. 3, commi 1 e 2, Cost., creando una disparità di trattamento in base all’orientamento sessuale ed al reddito, poiché soltanto chi dispone dei mezzi economici per concepire e far nascere il figlio all’estero può poi richiedere la trascrizione dell’atto di nascita in Italia. Sarebbe poi compito della Repubblica rimuovere lo“stigma tradizionalmente subito dagli omosessuali” consentendo “di realizzare il desiderio di maternità”6
  • l’art. 30 Cost. previo accoglimento di una concezione progressista del principio di tutela della filiazione, imporrebbe di svincolarsi dalla mera dimensione “naturalistico-fattuale” per pervenire all’affermazione di un “diritto pretensivo”, realizzabile attraverso i mezzi forniti dal progresso scientifico, e limitabile dal legislatore soltanto per tutelare interessi di pari rango;
  • l’art. 8 della CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare), il rifiuto da parte delle autorità nazionali di riconoscere valore legale alla relazione tra un padre e i suoi figli biologici nati all’estero facendo ricorso a surrogazione di maternità.

In riferimento al superiore interesse del minore, tutelato a norma suddetto articolo, la Corte ribadisce (caso Mennesson e Labassee c. Francia) che il mancato riconoscimento della filiazione non ricade soltanto su coloro che hanno fatto ricorso alla modalità procreativa vietata, ma si ripercuote sul minore e sul suo diritto al rispetto della vita privata. Secondo i giudici di Strasburgo l’interesse superiore del minore a norma dell’art. 8 della Cedu deve essere valutato caso per caso ed è incompatibile con un divieto generale e assoluto di riconoscimento della filiazione con il genitore intenzionale ed ha ha affermato l’obbligo degli Stati, attraverso il Protocollo 16, del 10 aprile 2019 della Grande Chambre, di prevedere il riconoscimento legale del legame di filiazione tra il minore nato attraverso il ricorso a tecniche di PMA e i genitori intenzionali. Per analizzare il problema e il vulnus arrecato all’interesse del minore e ai principi fondamentali di uguaglianza è sufficiente richiamare l’attenzione alle tre ipotesi maggiormente ricorrenti in giurisprudenza:

  • La richiesta formulata da una coppia di due donne di trascrizione dell’atto di nascita del minore legittimamente nato all’estero;
  • La richiesta formulata da una coppia di due uomini di trascrizione dell’atto di nascita legittimamente formato all’estero dal minore nato all’estero attraverso la surrogazione di maternità;
  • La richiesta formulata da una coppia di due donne di riconoscimento del rapporto del minore nato in Italia anche con la madre intenzionale che condivide il progetto genitoriale con la donna che lo ha partorito;

Nel primo caso è doveroso ricordare la famosa sentenza n.19599/20167, per alcuni aspetti addirittura rivoluzionaria, dove la Corte di Cassazione ha affermato la legittimità della trascrizione dell’atto di nascita di un minore nato all’estero da una coppia formata da una coppia di due donne, una italiana e l’altra spagnola. La sentenza, di particolare rilievo, risulta piena di principi di diritto e di spunti orientati a determinare le future decisioni in materia. Nella fattispecie dedotta in giudizio la trascrizione dell’atto di nascita del minore formatosi legalmente in Spagna vedeva indicate come genitori la coppia delle due donne che avevano entrambe contribuito alla gestazione, una donando gli ovociti e l’altra conducendo e portando a termine la gravidanza. Il mancato riconoscimento del rapporto di filiazione, legalmente esistente in Spagna, avrebbe determinato una situazione di incertezza giuridica e inflessioni negative sulla definizione di identità del minore, l’impossibilità di acquistare la cittadinanza italiana e i connessi diritti al pari degli altri bambini, nati all’estero da coppie eterosessuali, che abbiano ottenuto il riconoscimento.
Tutto il contrario accade nel secondo caso, la trascrizione dell’atto di nascita del minore, nato secondo il ricorso a surrogazione di maternità, in cui le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 121938 hanno affermato che l’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004 vieta il ricorso alla gestazione per altri e ha escluso il riconoscimento delle sentenze straniere.
Nell’ultimo caso, due sono gli orientamenti giurisprudenziali rilevanti: il primo orientamento si fonda sulla scissione tra il piano di illiceità della condotta della donna di ricorrere alla PMA eterologa e il piano della tutela del minore. Secondo questa giurisprudenza di merito interpretare l’art 8 della CEDU nel senso dell’inapplicabilità al minore nato attraverso la PMA, fa ricadere così sul minore gli effetti negativi dovuti alle modalità con cui è venuto al mondo.
Un opposto orientamento legato all’ultima ipotesi, che muove da un’interpretazione sistematica e logica degli art. 5, 8, 9 e 12 della legge n. 40/2004, ritiene che il requisito soggettivo della diversità prescritto dall’art. 5 in combinato disposto con la norma del codice civile della filiazione, non permetta di interpretare gli art. 8, 9 in modo da riconoscere al minore lo stato di filiazione di entrambe le donne.
Da ciò scaturisce la diversità di trattamento di merito e di legittimità a situazioni sostanzialmente analoghe ma che si differenziano per via del luogo di nascita del minore. Nel caso in cui il minore nasce all’estero, risulta maggiore la probabilità che gli venga riconosciuto il proprio status filiationis anche con la madre intenzionale attraverso la trascrizione dell’atto di nascita straniero; al contrario nel caso in cui il minore nasce in Italia potrebbe vedersi riconosciuto tale legame solo e unicamente con la madre biologica.

L’omogenitorialità: il diritto di avere diritti

Sono state depositate le sentenze n 329-33 del gennaio 2021 dove la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli articoli 8, 9 della legge n. 40/2004 che non consentirebbe di attribuire al minore lo status filiationis anche da parte della madre intenzionale che abbia prestato il consenso alla pratica fecondativa ove non vi siano le condizioni per procedere all’adozione nei casi particolari e che sia stato accertato l’interesse del minore.
La Corte ha riconosciuto in entrambe le sentenze un vuoto tutela in materia e ha sollecitato il legislatore ad agire nel più breve tempo possibile. In mancanza di un divieto costituzionale, la Corte si era limitata a confermare che la decisione di contemplare o meno situazioni di omogenitorialità era riservata alla discrezionalità del legislatore; in questo caso la corte è andata oltre, non limitandosi ad un semplice invito ma formulando un monito in tal senso. La necessità di un intervento risulta particolarmente chiara nella sentenza n. 32/2021, dove la Corte sottolinea l’indifferibilità di una legge per garantire al minore la pienezza del diritto alla cura , all’educazione, all’istruzione ed alla stabilità dei rapporti affettivi; meno evidente nella sentenza n. 33/2021 (relativa ad un caso di doppia paternità), dove la Corte definisce come improrogabile l’individuazione di strumenti per la tutela della posizione dei figli nati e dove risulta particolarmente chiaro che non è più tollerabile la mancanza di tutela dell’interesse del minore.
Nell’attesa di un intervento del legislatore, va in conclusione riconosciuto quale sia il concetto di ‘famiglia’ che deve essere privilegiato. Punto focale deve essere la centralità del minore che va considerata in ogni tipologia di coppia, eterosessuale o ‘same sex, garantendo il diritto alla felicità del bambino indipendentemente dagli orientamenti sessuali, culturali o religiosi dei singoli componenti del nucleo familiare.
Per quanto riguarda il concetto di omogenitorialità occorrerà del tempo affinché si possa superare il concetto della famiglia convenzionale ma il cambiamento culturale è già nell’aria.

Note

1 Il riferimento è a M. luciani, Interpretazione conforme a costituzione, in Enc. dir., Ann., IX, Milano, Giuffrè, 2016,
2 Legge 19 febbraio 2004, n. 40, art. 5, Requisiti soggettivi: “fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
3 Corte costituzionale, sentenza n. 162/2014, spec. punto 7 del Considerato in diritto. 
4 Corte costituzionale, sentenza n. 272/2017, punto 2.5. del Considerato in diritto.
5 Pag. 65 GU n. 28 cit.
6 Pag. 66 GU n. 28 cit.
7 Cfr. Cass., Sez. Un. Civ., n 19599/2016.
8 Cfr. Cass., Sez. Un. Civ., n.1293/2019.
9 Corte costituzionale, sentenza n. 32/2021, punto 2.4.1.3. del Considerato in diritto.