Il diritto alla giustizia riparativa alla luce della riforma Cartabia

Articolo a cura della Dott.ssa Letizia Cuppari

I fini della mediazione sono ambiziosi. Sono ambiziosi perché la mediazione crede nella propria applicabilità a tutti i generi di conflitto, grandi o piccoli e di qualsiasi natura, e, specialmente […] a quelli caratterizzati da una forte dimensione relazionale”.[1]
I fini della Giustizia Riparativa (di cui la mediazione costituisce lo strumento privilegiato), sono ambiziosi.
Lo ha compreso bene l’attuale Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, che ha demandato alla riforma avanzata (divenuta legge pochi giorni fa) il delicato compito di disciplinare l’intricato tessuto normativo della pratica riparatoria.
Si ipotizza una “legge dell’accoglienza”, in grado di cogliere tutte le sfaccettature (di ordine giuridico, logistico, socio-psicologico) della Giustizia Riparativa. Un precetto legislativo in grado di accogliere storie e memorie, senza, tuttavia, snaturare e soffocare l’essenza dell’istituto regolamentato.
La sfida sarà conciliare le logiche di coercizione (sottese al diritto) con le istanze umane di cui la Giustizia riparativa si fa portavoce, al fine di attrezzare l’ordinamento alla possibilità di esercitare un vero e proprio diritto alla Giustizia Riparativa, come paradigma alternativo e complementare a quello tradizionale, da sperimentare in ogni fase del procedimento penale.[2].

Giustizia riparativa

1. La definizione della “Giustizia Riparativa”

Tracciare la definizione di un oggetto (qualsivoglia esso sia), porta con sé il fatto stesso di limitarlo.
Si converrà, infatti, che la pretesa di fare ordine in una determinata categoria (anche giuridica) senza voler scontrarsi con le conseguenze che detta operazione economica comporta, appare oltremodo utopica.
Lo diceva bene Oscar Wilde: “definire è limitare”. Conscio che i primi problemi ontologici derivassero proprio dall’atto di definire. E – per citare una personalità che ricorrerà spesso nel corso di questa trattazione (assai più vicina agli argomenti dibattuti) – lo scrive anche Adolfo Ceretti[1]: “le definizioni contengono sempre in sé stesse il proprio limite, nel voler circoscrivere in una clausola ciò che descrivono…”.[2]
Fatta questa doverosa premessa, che è più un invito a esplorare il tema oltre i confini che verranno inevitabilmente posti anche da questo lavoro, è d’uopo analizzare il perimetro tracciato dai cultori della materia.
Tra le innumerevoli definizioni offerte, si consideri, dapprima, quella data dalla Ministra Marta Cartabia in occasione di un recente intervento presso il Palazzo della Giustizia di Brescia.
La Guardasigilli afferma che la giustizia con la R[3] è  “[…] un’apertura al futuro, perché ripara, ricostruisce, ricorda”.
Una giustizia, dunque, che ripara, ricostruisce, ricorda.
L’aspetto linguistico, già di per sé, suggerisce l’idea di una giustizia che si propone di andare oltre alla “mera” sentenza e al “mero” accertamento della verità processuale.
A riguardo, il summenzionato criminologo Adolfo Ceretti, precisa che:
“[…] La mediazione[4] non si accontenta delle sentenze, né potrebbe, essendo le sentenze destinate al freddo, quasi scientifico accertamento di una verità processuale, in funzione di un’assoluzione o di una condanna; bensì ha l’ambizione di offrire qualcosa di più, in primo luogo alle vittime dei reati ma anche ai loro autori: un luogo e un tempo per superare assieme, di là dei luoghi processuali, le conseguenze generate dal reato.”[5]

2. Il reato come evento psicologico

Dette ultime parole impongono una breve riflessione sul concetto di “reato”.
Sarebbe riduttivo, infatti, accingersi allo studio della Giustizia Riparativa considerando il reato quale mera violazione di una norma giuridica e lesione di un bene tutelato dall’ordinamento.
Concepire la mediazione penale come

 “[…] processo di interazione comunicativa tra autore e vittima [….] finalizzato a dare ascolto ai bisogni psicologici del soggetto passivo del reato e, nello stesso tempo, a responsabilizzare il colpevole, inducendolo a comprendere e a farsi carico del danno e della sofferenza prodotti con l’atto illecito.”[6]

implica, necessariamente, una riformulazione della “[…] grammatica e della semantica del reato […] che da categoria giuridica, tende a trasformarsi in evento psicologico o socio-psicologico.”[7]
Si riporti, per favorire la comprensione di quanto appena asserito, un esempio offerto dallo stesso Fiandaca e ripreso dal Ceretti: un furto, pur essendo un illecito lesivo di un interesse patrimoniale, può essere vissuto dalla vittima – a seconda del tipo di relazione che preesiste con l’autore – come un’aggressione alla persona, una violazione della sua fiducia o, ancora, un tradimento affettivo.[8]

3. In che modo è “riparativa”

Fatta chiarezza, dunque, sugli assunti socio-giuridici da cui muovere ai fini di un’agevole comprensione del tema, è opportuno indagare il come e il perché, l’assetto di giustizia dianzi delineato, possa essere effettivamente “riparativo”, così come promesso dal suo aspetto linguistico.
Parte della risposta è già insita nella classica definizione di mediazione:

 “[…] un incontro, il più delle volte formale, con il quale un terzo imparziale tenta, mediante scambi tra le parti, di permettere loro di confrontare i propri punti di vista e di cercare con il suo aiuto una soluzione o – meglio – una gestione al conflitto che le oppone.”[9]

L’assioma fondamentale da cui muovere[10] è che le vittime, per taluni specifici aspetti che riguardano la loro vicenda traumatica, possono essere liberati soltanto dai loro perpetratori.
La sola persona al mondo, infatti, in grado di fornire una risposta alla vittima sul quesito che da sempre attanaglia la mente umana, il “perché” e, nella fattispecie, il “perché hai scelto me?”, il “perché mi hai comportato questa sofferenza?”, è solo il perpetratore.
È bene precisare che la vittima non è l’unica parte della (tendenziale) diade che porta il peso dell’evento sulle spalle.
Superficialmente, infatti, risulta di immediata individuazione il peso della “ferita o della mancanza (perché sono vittime, naturalmente, anche quelle che sopravvivono alla morte di un familiare o di un amico) della vittima”, [11] mentre è più difficile comprendere che anche gli autori del reato portano il peso di un passato con cui occorre fare i conti.

4. Giustizia riparativa e perdono

Al fine di evitare equivoci, appare altresì opportuno chiarire che il fine dell’incontro non è il perdono.
La guarigione[12] a cui anela la giustizia riparativa nulla ha che a vedere con il foro della coscienza interna del singolo individuo.
La giustizia mai potrà avere la pretesa che la vittima perdoni il proprio perpetratore.
Il compenetrarsi del terreno giuridico e di quello interiore può avvenire, e avviene. Ma non è richiesto né al singolo né alle istanze di cui si fa portavoce la Giustizia Riparativa.
Lo scrive bene Benedetta Tobagi[13], sulla scorta delle parole di Howard Zehr[14], cosa non è la Giustizia Riparativa. E non è né riconciliazione, né perdono:

“Questi possono accadere, il contesto può facilitare questo tipo di esito, ma non è il focus principale né deve esserci alcuna pressione in questo senso. Anche perché il perdono è un atto unilaterale, non richiede né presuppone quell’assunzione di responsabilità da parte di chi ha arrecato l’offesa che è invece fondamentale nel campo della giustizia riparativa. Lo psicologo Fulvio Scaparro, parlando di mediazione, suggeriva di utilizzare piuttosto la bellissima espressione “fare la pace”, ingiustamente confinata al lessico dei bambini. L’associazione del termine “perdono” al paradigma riparativo, però, resta molto forte, soprattutto in contesti influenzati dalla religione cattolica.”[15]

5. Una “giustizia presupposta”

Nel summenzionato intervento presso il Palazzo di Giustizia di Brescia[16], la Ministra Marta Cartabia, ripercorrendo la genesi della Giustizia Riparativa, sottolinea come essa sia “un’espressione sociale chenasce di un’urgenza”. L’urgenza di riparare quegli effetti distruttivi, conseguenti alla commissione dell’evento reato, di cui magari ci si avvede anche dopo molti anni.
Un assetto di giustizia, dunque, che nasce dal basso.
Un’esperienza sociale che si dà in luoghi e latitudini diverse.[17] A Brescia, come in Sudafrica, come in Colombia, poiché essa costituisce un presupposto del mondo giuridico. Proprio come accade per tutti i diritti e le cose importanti: presupposte, prima ancora che codificate. [18]

6. Le “leggi dell’accoglienza”: la Riforma Cartabia “

Alla luce delle considerazioni esposte nel paragrafo precedente, ci si chiede, dunque, cosa si possa o meno demandare alla legge e perché è necessario farlo. Con urgenza.
È bene considerare, preliminarmente, che il compito di sistematizzazione e di elaborazione di un modello organico di giustizia riparativa, appare tutt’altro che semplice.
Seppur vero, infatti, che ogni opera di positivizzazione posta in essere dal diritto porta con sé una certa difficoltà, questo dato appare particolarmente tangibile se ci si scontra con la Giustizia Riparativa. Come ha efficacemente evidenziato Claudia Mazzuccato[19], infatti, le manifestazioni della Giustizia Riparativa hanno sempre un che di imprevedibile. E aggiungerei anche di peculiare, irripetibile, non controllabile. Si converrà, infatti, come il coacervo di emozioni, di ricordi, di parole, di domande che si creano con l’esperienza riparativa, già per il solo fatto di essere umani, sfuggano ad una pretesa di controllo. Giacché “emozione” e “controllo” parrebbero quasi un ossimoro, e che la Giustizia Riparativa, ammette e concede, diversamente, che vittima e autore del reato vivano le emozioni proprie e conseguenti all’esperienza traumatica, al fine di trovare “un minimo comune denominatore tra due interessi contrapposti”.[20]
Un secondo aspetto di difficoltà, messo in luce dalla Ministra Cartabia, è che l’esperienza riparativa presuppone un libero consenso e una spontanea adesione delle parti all’esperienza riparativa. Detto peculiare aspetto dovrà essere adeguatamente contestualizzato nel terreno proprio in cui operano le leggi: quello dei comandi, dei divieti, delle sanzioni. Della coercizione. L’obiettivo, dunque, e la vera sfida, è quello di entrare all’interno di un istituto e regolamentarlo, senza, tuttavia, snaturarlo.
In concreto, come si propone di intervenire la Riforma Cartabia per favorire la prassi di un ricorso sempre maggiore all’istituto della Giustizia Riparativa?
Benché si è precedentemente affermato[21] che la l’esperienza sociale della Giustizia Riparativa presenta luoghi e latitudini diverse, la realtà dei fatti è che l’accesso ai servizi esistenti dell’istituto in esame presenta una diffusione a macchia di leopardo, con il risultato di creare una notevole disuguaglianza di opportunità tra un territorio e l’altro. Senza contare, inoltre, la presenza di una differenziazione di pratiche applicative, competenze e professionalità messe in campo, dei percorsi e dei requisiti formativi spettanti. [22]
Si tratta, dunque, di assicurare un vero e proprio diritto alla Giustizia Riparativa, predisponendo un tessuto normativo che sia in grado di coprire le molteplici sfaccettature (logistiche, giuridiche, psicologiche) proprie dell’istituto.
In primo luogo, sarà opportuno occuparsi della “fisicità” della Giustizia Riparativa. Dell’individuazione e della predisposizione di un luogo in cui avverrà quel “che di imprevedibile”.[23] In altre parole, attrezzare l’ordinamento con dei veri e propri centri di Giustizia Riparativa.
Un luogo che, come ha affermato la Ministra Cartabia, diventerà poi un “invito”: quello di poter accedere all’opportunità di un assetto giuridico che materializzi la giustizia, e che guarisca gli animi.
Si tratterà, successivamente, di individuare una “disciplina organica della giustizia riparativa quanto a nozione, principali programmi, criteri di accesso, garanzie, persone legittimate a partecipare, modalità di svolgimento dei programmi e valutazione dei suoi esiti, nell’interesse della vittima e dell’autore del reato”, nel rispetto della normativa europea (direttiva 2012/29/UE) e dei principi sanciti a livello internazionale. [24]
Il magistrato di sorveglianza presso il Tribunale di Santa Maria Capua Venere, Filomena Capasso, ritiene che l’obiettivo della legge delega n. 123/2001 afferisca non solo all’aspetto di introduzione di pene alternative alla detenzione per reati di gravità medio-bassa, bensì all’intera disciplina della Giustizia Riparativa nel nostro ordinamento, come paradigma alternativo e complementare a quello tradizionale, da sperimentare in ogni fase del procedimento penale.
Appare evidente, anche sulla scorta delle osservazioni sopraesposte, che l’ambizione perseguita dalla Riforma Cartabia debba, necessariamente, muoversi su una strada oltremodo impervia, che implica e presuppone, prima di tutto

“[…] una rivoluzione culturale che vede nelle istanze vendicative della giustizia retributiva, connesse ad una grande moralizzazione sociale, il continuo inasprimento delle pene detentiva. Il passaggio sarebbe quindi verso un sistema penale che non veda più come pena principale quella carceraria, e che […] la pratica ha dimostrato essere poco incisiva sulla risoluzione del pericolo di recidiva e sulla effettiva risocializzazione del condannato, ma verso un sistema basato anche su sanzioni alternative e su meccanismi riparatori che possano incidere sulla stessa struttura dell’illecito, portando alla sua degradazione o estinzione in caso di successo della pratica riparatoria”.[25]

Come scritto sopra, la vera sfida sarà, tuttavia, predisporre un tessuto normativo che rispetti l’essenza della pratica riparatoria.
La Guardasigilli ha definito le leggi che si occuperanno di elaborare il modello organico di Giustizia Riparativa, come le “leggi dell’accoglienza”: dell’accoglienza di storie uniche e irripetibili, di esperienze, di sentiti e di emozioni, che il precetto legislativo ha solo compito di sostenere, senza soffocare, né snaturare.

giustizia riparativa

1. La definizione della “Giustizia Riparativa”

Tracciare la definizione di un oggetto (qualsivoglia esso sia), porta con sé il fatto stesso di limitarlo.
Si converrà, infatti, che la pretesa di fare ordine in una determinata categoria (anche giuridica) senza voler scontrarsi con le conseguenze che detta operazione economica comporta, appare oltremodo utopica.
Lo diceva bene Oscar Wilde: “definire è limitare”. Conscio che i primi problemi ontologici derivassero proprio dall’atto di definire. E – per citare una personalità che ricorrerà spesso nel corso di questa trattazione (assai più vicina agli argomenti dibattuti) – lo scrive anche Adolfo Ceretti[1]: “le definizioni contengono sempre in sé stesse il proprio limite, nel voler circoscrivere in una clausola ciò che descrivono…”.[2]
Fatta questa doverosa premessa, che è più un invito a esplorare il tema oltre i confini che verranno inevitabilmente posti anche da questo lavoro, è d’uopo analizzare il perimetro tracciato dai cultori della materia.
Tra le innumerevoli definizioni offerte, si consideri, dapprima, quella data dalla Ministra Marta Cartabia in occasione di un recente intervento presso il Palazzo della Giustizia di Brescia.
La Guardasigilli afferma che la giustizia con la R[3] è  “[…] un’apertura al futuro, perché ripara, ricostruisce, ricorda”.
Una giustizia, dunque, che ripara, ricostruisce, ricorda.
L’aspetto linguistico, già di per sé, suggerisce l’idea di una giustizia che si propone di andare oltre alla “mera” sentenza e al “mero” accertamento della verità processuale.
A riguardo, il summenzionato criminologo Adolfo Ceretti, precisa che:
“[…] La mediazione[4] non si accontenta delle sentenze, né potrebbe, essendo le sentenze destinate al freddo, quasi scientifico accertamento di una verità processuale, in funzione di un’assoluzione o di una condanna; bensì ha l’ambizione di offrire qualcosa di più, in primo luogo alle vittime dei reati ma anche ai loro autori: un luogo e un tempo per superare assieme, di là dei luoghi processuali, le conseguenze generate dal reato.”[5]

2. Il reato come evento psicologico

Dette ultime parole impongono una breve riflessione sul concetto di “reato”.
Sarebbe riduttivo, infatti, accingersi allo studio della Giustizia Riparativa considerando il reato quale mera violazione di una norma giuridica e lesione di un bene tutelato dall’ordinamento.
Concepire la mediazione penale come

 “[…] processo di interazione comunicativa tra autore e vittima [….] finalizzato a dare ascolto ai bisogni psicologici del soggetto passivo del reato e, nello stesso tempo, a responsabilizzare il colpevole, inducendolo a comprendere e a farsi carico del danno e della sofferenza prodotti con l’atto illecito.”[6]

implica, necessariamente, una riformulazione della “[…] grammatica e della semantica del reato […] che da categoria giuridica, tende a trasformarsi in evento psicologico o socio-psicologico.”[7]
Si riporti, per favorire la comprensione di quanto appena asserito, un esempio offerto dallo stesso Fiandaca e ripreso dal Ceretti: un furto, pur essendo un illecito lesivo di un interesse patrimoniale, può essere vissuto dalla vittima – a seconda del tipo di relazione che preesiste con l’autore – come un’aggressione alla persona, una violazione della sua fiducia o, ancora, un tradimento affettivo.[8]

3. In che modo è “riparativa”

Fatta chiarezza, dunque, sugli assunti socio-giuridici da cui muovere ai fini di un’agevole comprensione del tema, è opportuno indagare il come e il perché, l’assetto di giustizia dianzi delineato, possa essere effettivamente “riparativo”, così come promesso dal suo aspetto linguistico.
Parte della risposta è già insita nella classica definizione di mediazione:

 “[…] un incontro, il più delle volte formale, con il quale un terzo imparziale tenta, mediante scambi tra le parti, di permettere loro di confrontare i propri punti di vista e di cercare con il suo aiuto una soluzione o – meglio – una gestione al conflitto che le oppone.”[9]

L’assioma fondamentale da cui muovere[10] è che le vittime, per taluni specifici aspetti che riguardano la loro vicenda traumatica, possono essere liberati soltanto dai loro perpetratori.
La sola persona al mondo, infatti, in grado di fornire una risposta alla vittima sul quesito che da sempre attanaglia la mente umana, il “perché” e, nella fattispecie, il “perché hai scelto me?”, il “perché mi hai comportato questa sofferenza?”, è solo il perpetratore.
È bene precisare che la vittima non è l’unica parte della (tendenziale) diade che porta il peso dell’evento sulle spalle.
Superficialmente, infatti, risulta di immediata individuazione il peso della “ferita o della mancanza (perché sono vittime, naturalmente, anche quelle che sopravvivono alla morte di un familiare o di un amico) della vittima”, [11] mentre è più difficile comprendere che anche gli autori del reato portano il peso di un passato con cui occorre fare i conti.

4. Giustizia riparativa e perdono

Al fine di evitare equivoci, appare altresì opportuno chiarire che il fine dell’incontro non è il perdono.
La guarigione[12] a cui anela la giustizia riparativa nulla ha che a vedere con il foro della coscienza interna del singolo individuo.
La giustizia mai potrà avere la pretesa che la vittima perdoni il proprio perpetratore.
Il compenetrarsi del terreno giuridico e di quello interiore può avvenire, e avviene. Ma non è richiesto né al singolo né alle istanze di cui si fa portavoce la Giustizia Riparativa.
Lo scrive bene Benedetta Tobagi[13], sulla scorta delle parole di Howard Zehr[14], cosa non è la Giustizia Riparativa. E non è né riconciliazione, né perdono:

“Questi possono accadere, il contesto può facilitare questo tipo di esito, ma non è il focus principale né deve esserci alcuna pressione in questo senso. Anche perché il perdono è un atto unilaterale, non richiede né presuppone quell’assunzione di responsabilità da parte di chi ha arrecato l’offesa che è invece fondamentale nel campo della giustizia riparativa. Lo psicologo Fulvio Scaparro, parlando di mediazione, suggeriva di utilizzare piuttosto la bellissima espressione “fare la pace”, ingiustamente confinata al lessico dei bambini. L’associazione del termine “perdono” al paradigma riparativo, però, resta molto forte, soprattutto in contesti influenzati dalla religione cattolica.”[15]

5. Una “giustizia presupposta”

Nel summenzionato intervento presso il Palazzo di Giustizia di Brescia[16], la Ministra Marta Cartabia, ripercorrendo la genesi della Giustizia Riparativa, sottolinea come essa sia “un’espressione sociale chenasce di un’urgenza”. L’urgenza di riparare quegli effetti distruttivi, conseguenti alla commissione dell’evento reato, di cui magari ci si avvede anche dopo molti anni.
Un assetto di giustizia, dunque, che nasce dal basso.
Un’esperienza sociale che si dà in luoghi e latitudini diverse.[17] A Brescia, come in Sudafrica, come in Colombia, poiché essa costituisce un presupposto del mondo giuridico. Proprio come accade per tutti i diritti e le cose importanti: presupposte, prima ancora che codificate. [18]

6. Le “leggi dell’accoglienza”: la Riforma Cartabia “

Alla luce delle considerazioni esposte nel paragrafo precedente, ci si chiede, dunque, cosa si possa o meno demandare alla legge e perché è necessario farlo. Con urgenza.
È bene considerare, preliminarmente, che il compito di sistematizzazione e di elaborazione di un modello organico di giustizia riparativa, appare tutt’altro che semplice.
Seppur vero, infatti, che ogni opera di positivizzazione posta in essere dal diritto porta con sé una certa difficoltà, questo dato appare particolarmente tangibile se ci si scontra con la Giustizia Riparativa. Come ha efficacemente evidenziato Claudia Mazzuccato[19], infatti, le manifestazioni della Giustizia Riparativa hanno sempre un che di imprevedibile. E aggiungerei anche di peculiare, irripetibile, non controllabile. Si converrà, infatti, come il coacervo di emozioni, di ricordi, di parole, di domande che si creano con l’esperienza riparativa, già per il solo fatto di essere umani, sfuggano ad una pretesa di controllo. Giacché “emozione” e “controllo” parrebbero quasi un ossimoro, e che la Giustizia Riparativa, ammette e concede, diversamente, che vittima e autore del reato vivano le emozioni proprie e conseguenti all’esperienza traumatica, al fine di trovare “un minimo comune denominatore tra due interessi contrapposti”.[20]
Un secondo aspetto di difficoltà, messo in luce dalla Ministra Cartabia, è che l’esperienza riparativa presuppone un libero consenso e una spontanea adesione delle parti all’esperienza riparativa. Detto peculiare aspetto dovrà essere adeguatamente contestualizzato nel terreno proprio in cui operano le leggi: quello dei comandi, dei divieti, delle sanzioni. Della coercizione. L’obiettivo, dunque, e la vera sfida, è quello di entrare all’interno di un istituto e regolamentarlo, senza, tuttavia, snaturarlo.
In concreto, come si propone di intervenire la Riforma Cartabia per favorire la prassi di un ricorso sempre maggiore all’istituto della Giustizia Riparativa?
Benché si è precedentemente affermato[21] che la l’esperienza sociale della Giustizia Riparativa presenta luoghi e latitudini diverse, la realtà dei fatti è che l’accesso ai servizi esistenti dell’istituto in esame presenta una diffusione a macchia di leopardo, con il risultato di creare una notevole disuguaglianza di opportunità tra un territorio e l’altro. Senza contare, inoltre, la presenza di una differenziazione di pratiche applicative, competenze e professionalità messe in campo, dei percorsi e dei requisiti formativi spettanti. [22]
Si tratta, dunque, di assicurare un vero e proprio diritto alla Giustizia Riparativa, predisponendo un tessuto normativo che sia in grado di coprire le molteplici sfaccettature (logistiche, giuridiche, psicologiche) proprie dell’istituto.
In primo luogo, sarà opportuno occuparsi della “fisicità” della Giustizia Riparativa. Dell’individuazione e della predisposizione di un luogo in cui avverrà quel “che di imprevedibile”.[23] In altre parole, attrezzare l’ordinamento con dei veri e propri centri di Giustizia Riparativa.
Un luogo che, come ha affermato la Ministra Cartabia, diventerà poi un “invito”: quello di poter accedere all’opportunità di un assetto giuridico che materializzi la giustizia, e che guarisca gli animi.
Si tratterà, successivamente, di individuare una “disciplina organica della giustizia riparativa quanto a nozione, principali programmi, criteri di accesso, garanzie, persone legittimate a partecipare, modalità di svolgimento dei programmi e valutazione dei suoi esiti, nell’interesse della vittima e dell’autore del reato”, nel rispetto della normativa europea (direttiva 2012/29/UE) e dei principi sanciti a livello internazionale. [24]
Il magistrato di sorveglianza presso il Tribunale di Santa Maria Capua Venere, Filomena Capasso, ritiene che l’obiettivo della legge delega n. 123/2001 afferisca non solo all’aspetto di introduzione di pene alternative alla detenzione per reati di gravità medio-bassa, bensì all’intera disciplina della Giustizia Riparativa nel nostro ordinamento, come paradigma alternativo e complementare a quello tradizionale, da sperimentare in ogni fase del procedimento penale.
Appare evidente, anche sulla scorta delle osservazioni sopraesposte, che l’ambizione perseguita dalla Riforma Cartabia debba, necessariamente, muoversi su una strada oltremodo impervia, che implica e presuppone, prima di tutto

“[…] una rivoluzione culturale che vede nelle istanze vendicative della giustizia retributiva, connesse ad una grande moralizzazione sociale, il continuo inasprimento delle pene detentiva. Il passaggio sarebbe quindi verso un sistema penale che non veda più come pena principale quella carceraria, e che […] la pratica ha dimostrato essere poco incisiva sulla risoluzione del pericolo di recidiva e sulla effettiva risocializzazione del condannato, ma verso un sistema basato anche su sanzioni alternative e su meccanismi riparatori che possano incidere sulla stessa struttura dell’illecito, portando alla sua degradazione o estinzione in caso di successo della pratica riparatoria”.[25]

Come scritto sopra, la vera sfida sarà, tuttavia, predisporre un tessuto normativo che rispetti l’essenza della pratica riparatoria.
La Guardasigilli ha definito le leggi che si occuperanno di elaborare il modello organico di Giustizia Riparativa, come le “leggi dell’accoglienza”: dell’accoglienza di storie uniche e irripetibili, di esperienze, di sentiti e di emozioni, che il precetto legislativo ha solo compito di sostenere, senza soffocare, né snaturare.

Note

[1] Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020, pag. 126.
[2] Capasso F., “Una nuova forma di politica criminale. La giustizia riparativa nella riforma Cartabia”, Unicost. Unità per la Costitizione, 14 febbraio 2022.
[3] (1955) Professore ordinario di Criminologia all’Università di Milano-Bicocca e coordinatore scientifico del Centro per la giustizia riparativa e per la mediazione penale del Comune di Milano.
[4] Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020, pag. 125.
[5] Perifrasi con cui si allude alla Giustizia Riparativa.
[6] Strumento principale della Giustizia Riparativa.
[7] Ibidem nota 2.
[8] Fiandaca G., “Prima lezione di diritto penale”, Editori Laterza, Bari, 2017, pag.
[9] Ibidem nota 6.
[10] Fiandaca G. citato in Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020, pag. 124.
[11] Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020, pag. 124.
[12] E che lo stesso Ceretti ha cura di precisare in numerosi suoi interventi in materia.
[13] Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020, pag. 125.
[14] La giornalista e scrittrice Benedetta Tobagi, nel ripercorrere la storia della Giustizia Riparativa, ricorda, come, l’originale saggio tedesco che per la prima volta designa questo nuovo orizzonte di Giustizia, utilizzi l’espressione “heilende Gerechtigkeit”, ovvero “giustizia che guarisce”, “[…] dove l’uso del verbo heilen rimanda a un percorso di guarigione morale, spirituale, e persino mistica.” Insomma, una giustizia che inizialmente si faceva carico di un’ambizione assai profonda: curare le ferite del genere umano.
[15] (1977) Scrittrice e giornalista italiana.
[16] (1944) Professore di sociologia e criminologo americano, considerato uno dei pionieri moderni della Giustizia Riparativa.
[17] Tobagi E., 4 dicembre 2021, “Spezzare la catena del male”, Valigia Blu.
[18] Cfr. paragrafo 1.1.
[19] Cit. della Ministra Marta Cartabia.
[20] Ibidem.
[21] Professore associato di diritto penale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali.
[22] Corsale M., citato in Tigano S., “Giustizia riparativa e mediazione penale”, Rassegna Penitenziaria, 2006.
[23] Cfr. paragrafo 3.
[24] “La Giustizia che fa bene: Riforma Cartabia e novità sulla Giusizia Riparativa”, L’Ovile. Cooperativa di Solidarietà Sociale,, 11 marzo 2022.
[25] Si riprende la citazione di Claudia Mazzucato.
[26] Capasso F., “Una nuova forma di politica criminale. La giustizia riparativa nella riforma Cartabia”, Unicost. Unità per la Costitizione, 14 febbraio 2022.
[27] Ibidem

Bibliografia

– Capasso F., “Una nuova forma di politica criminale. La giustizia riparativa nella riforma Cartabia”, Unicost. Unità per la Costitizione, 14 febbraio 2022.
– Ceretti. A., “Il Diavolo mi accarezza i capelli”, Il Saggiatore, Milano, 2020.
– Corsale M., citato in Tigano S., “Giustizia riparativa e mediazione penale”, Rassegna Penitenziaria, 2006.
– Tobagi E., 4 dicembre 2021, “Spezzare la catena del male”, Valigia Blu.

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