Giustizia predittiva deduttiva, funzione giurisdizionale e certezza del diritto

Articolo a cura dell’Avv. Gianluca Ludovici

La necessità di raggiungere l’obiettivo della certezza del diritto conduce alla affermazione di modelli di giustizia predittiva, ma solo quelli di tipo logico-deduttivo appaiono coerenti con i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico, rispettando la natura della funzione giurisdizionale e garantendo l’affrancamento dal cosiddetto “precedente vincolante” proprio di un sistema di civil law.

Giustizia predittiva deduttiva

1. Introduzione

Il più recente ed innovativo dibattito dottrinario ha ad oggetto il tema della cosiddetta “giustizia predittiva” (1) ossia quella tendenza alla ricerca di soluzioni alle problematiche inerenti la certezza del diritto attraverso il ricorso a strumenti che rendano prevedibili, da una parte, l’interpretazione e la comprensione delle norme giuridiche e, dall’altra, gli esiti di procedure giudiziali che di tali norme dovranno fare applicazione. Quanto detto rende sin da subito chiaro che i due poli dell’argomento sono le norme e le pronunce giurisprudenziali e che attorno ad essi possono svilupparsi modelli di giustizia predittiva formalmente e sostanzialmente molto differenti, poiché traenti origini da attitudini più o meno consolidate in tema di esegesi del testo normativo e di richiamo ai precedenti giurisprudenziali.

2. Giustizia predittiva di tipo induttivo

Il modello attualmente maggioritario, anche nel nostro ordinamento, si fonda su di una logica induttiva (2) ossia fondata su di un’impostazione statistica-giurisprudenziale: vale a dire che l’interprete verifica i precedenti giurisprudenziali esistenti in un determinato ordinamento giuridico ed in base a questi cerca di prevedere le decisioni future degli organi giurisdizionali.
In questa direzione si sono diretti in Italia i progetti di alcuni Uffici giudiziari italiani (Corte di appello di Bari, Corte di Appello di Venezia e Corte di Appello di Brescia), nonché quello frutto della collaborazione tra l’Università di Padova e la Corte di Cassazione: oltre i confini nazionali si rinvengono altre realtà che vanno consolidandosi, tra cui prima fra tutte la Francia (il più noto progetto straniero si chiama “Predictive: la Predictice – società specializzata in legal tech – ha messo a disposizione uno strumento di carattere informatico che avvalendosi di algoritmi di calcolo permette di prevedere la probabilità di orientamento decisionale del giudice. La base dati sulla quale l’algoritmo viene applicato è costituita dalle decisioni delle Corti di appello e dalle decisioni della Cassazione).
Per l’ordinamento giuridico italiano l’impiego di modelli induttivi di giustizia predittiva presupporrebbe un impiego di ampie banche dati giurisprudenziali condivise e messe a disposizione in modo uniforme sul territorio nazionale al fine di assicurare trasparenza alle decisioni, conoscenza da parte del singolo giudice del livello di resistenza e accoglimento dei propri provvedimenti, riscontro da parte del presidente di sezione e del dirigente dell’ufficio e più in generale degli operatori del diritto delle diverse tesi giurisprudenziali esistenti, informazione per gli operatori del diritto e per i cittadini sugli orientamenti giurisprudenziali dell’ufficio e la probabilità di accoglimento di domande avanzate in una certa materia e sulla scorta di determinate norme. In simili casi non si tratterebbe di una mera verifica della giurisprudenza esistente su di un dato argomento, ma di acquisire consapevolezza della medesima e di migliorare l’evoluzione del diritto con il contributo di tutti i soggetti coinvolti in un procedimento giudiziale: del resto la norma di cui all’art. 47 quater Legge sull’ordinamento giudiziario italiano (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) non esalta il conformismo delle decisioni, ma tende ad evitare le divergenze inconsapevoli, cercando di superare l’inevitabile difformità che esiste nelle diverse giurisprudenze attraverso il confronto e l’acquisizione del valore della prevedibilità delle decisioni.

3. Giustizia predittiva di tipo deduttivo

Posto che nel nostro ordinamento giuridico sussiste, almeno in astratto, il principio della esclusione della cogenza del precedente giurisprudenziale (sia esso maggioritario o prevalente, sia esso universalmente accolto) e vigono in modo pieno ed incontestato le disposizioni di cui all’art. 12 disp. prel. c.c. in punto di esegesi del testo normativo, ci si può chiedere se esistano spazi per interpretazioni delle norme giuridiche diversi e riconducibili a forme di “stare decisis”, nonché se tali spazi possano assumere ampiezza tale da comprimere quello dell’art. 12 preleggi ovvero convivere con quest’ultimo ed in quali termini di rapporto.
Il tema della giustizia predittiva (deduttiva) in Italia è stato di recente introdotto da approfonditi studi dottrinari ed accademici (3), in virtù dei quali, partendo proprio dalla disposizione delle preleggi de qua, si è potuto in sintesi elaborare una equazione che ha tradotto in termini matematici (rectius: logici) la norma in commento.
Senza riportare per esteso questo significativo algoritmo, basti dire che il prodotto dell’interpretazione del testo normativo viene individuato nel risultato di un’operazione logica consistente in una procedura di verifica dell’esistenza di un numero di possibili argomentazioni giuridiche (tra loro poste in relazione sotto forma di somma algebrica, a seconda che esprimano un senso o il suo contrario) fondate dapprima sul dato testuale, poi sul dato teleologico, successivamente sull’analogia legis e, infine, sull’analogia iuris: orbene, si tratta di quattro passaggi distinti per cui si passa dall’uno all’altro (nel rispetto del rigoroso ordine previsto dall’art. 12 disp. prel. c.c. e qui appena riportato (4)) se e solo se non sia possibile trarre argomenti ovvero argomentazioni convincenti (rectius: prevalenti) con riferimento al passaggio logico precedente. In altri termini, si potrà pervenire ad una interpretazione della norma in ragione della teleologia (id est: il significato derivante dalla volontà del Legislatore) solo se non si rinvengano argomentazioni su base letterale ovvero se queste siano tali da esprimere risultati esegetici contrapposti che si elidano a vicenda; così come non si potrà far ricorso alle ipotesi di interpretazione analogica se quella teleologica, logicamente e legalmente antecedente alla analogia legis ed alla analogia iuris, abbia manifestato l’esistenza di una o più argomentazioni convincenti espressione del medesimo significato (5).
L’applicazione di questo modello logico-deduttivo della giustizia predittiva a numerosi casi concreti conclusisi in sede di legittimità dinanzi alle Sezioni Unite del Supremo Collegio ha avallato non solo ex post, ma talvolta anche ex ante, la correttezza metodologica della giustizia predittiva e della giurimetria (6): la scelta della Suprema Corte, nella sua più autorevole composizione, talora in favore dell’orientamento minoritario espresso dalle sezioni semplici dimostra la circostanza che la correttezza di una data interpretazione della legge non è questione di maggioranza o prevalenza di pareri giudiziari su quel dato argomento, ma è e deve essere il risultato di un’attività di indagine speculativa da compiersi in virtù e nel rispetto di una disposizione di legge che ne predetermini l’ambito, senza inficiare la discrezionalità del singolo organo giudicante.

4. La funzione giurisdizionale e la giustizia predittiva

Quanto appena esposto ci induce a riflettere sulla effettiva portata della disposizione in commento. Atteso che il precedente giurisprudenziale maggioritario o prevalente non è ontologicamente vincolante nel nostro sistema giuridico e considerato che quest’ultimo ha una norma di riferimento fondamentale (questa sì) vincolante nei termini in cui una norma giuridica è per sua stessa natura cogente per tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico (ivi compresi i soggetti chiamati ad esercitare la funzione giurisdizionale), occorre osservare come l’assenza di vincoli derivanti da precedenti pronunce di organi giurisdizionali gerarchicamente superiori o di pari grado, così come provenienti da orientamenti giurisprudenziali maggioritari o prevalenti, garantisca, in primis, il corretto esercizio della funzione giurisdizionale e la conseguente libertà di giudizio del giudice adito per la definizione della singola querelle; se la prerogativa del potere giudiziario è, infatti, l’esercizio della giurisdizione e questa, stando alla dizione latina (id est: ius dicere), si traduce nella applicazione della legge al caso concreto, allora tale funzione si realizza solo allorquando il giudice può autonomamente e liberamente interpretare il diritto e farne applicazione al singolo caso sottoposto alla sua attenzione, al fine di garantire il miglior risultato possibile nel rispetto delle norme giuridiche e dei beni (della vita) tutelati dall’ordinamento giuridico.
Tale libertà può allora essere garantita se ogni singola decisione sia svincolata a priori ed a prescindere da qualsiasi condizionamento, tra cui ovviamente il condizionamento dettato, volontariamente o involontariamente, direttamente o indirettamente, dall’operato di altri giudici, in posizione autorevole o meno: ciò ovviamente non può tradursi in termini di arbitrio, poiché la libertà di giudizio non si atteggia e non può atteggiarsi a remissione alla volontà assoluta (nel senso latino del termine “absolutus”) di un soggetto terzo che imponga, seppur con i poteri riconosciutigli dall’ordinamento, una propria indiscriminata, incontrollabile ed incondizionata volontà. La volontà di cui deve essere fatta applicazione nella decisione di una disputa giudiziale deve essere necessariamente quella del Legislatore ovvero quella dei cittadini in virtù dei quali si creano e si applicano le leggi dello Stato (rectius: si amministra la Giustizia); nessun altro metodo, pertanto, se non quello dell’assoggettamento del giudice alla Legge è e può essere garanzia della bontà della libera, verificabile ed accettabile decisione dell’organo giurisdizionale di volta, in volta adito per la soluzione del caso concreto.
A ben vedere, poi, è proprio la Legge che, oltre ad essere il presupposto ed il terminale dell’azione del giudice, nonché oltre ad esprimere la funzione di tutela e di rispetto dell’operato dell’organo giurisdizionale, garantisce prima di tutto l’irrinunciabile risultato dell’uniformità dell’applicazione del diritto. Se la libertà di pensiero, di argomentazione e di decisione delle corti di giustizia (e soprattutto dei soggetti persone fisiche che le incarnano) rispetto al cosiddetto precedente giurisprudenziale maggioritario e prevalente, può in astratto condurre ad interpretazioni ed applicazioni della legge potenzialmente confliggenti o addirittura antitetiche, così da realizzare il deprecabile risultato di trovare soluzioni differenti per casi identici, il rimedio a tale possibile distorsione del sistema è posto proprio dal diritto medesimo, il quale a mezzo di norma che disciplina l’interpretazione della legge (nel caso del nostro ordinamento, l’art. 12 disp. prel. c.c.) stabilisce ex ante quali siano i criteri per l’ermeneutica dei testi normativi, al pari di quello che accade in ambito civilistico per il contratto, per la cui esegesi l’ordinamento detta disposizioni in grado di garantire il raggiungimento dell’obiettivo della comprensione della reale volontà delle parti.
Non inganni che l’art. 65 (7) Legge sull’ordinamento giudiziario italiano (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) impone alla Suprema Corte nella propria composizione a Sezioni Unite, la funzione nomofilattica, poiché questa non viene esercitata o non dovrebbe essere esercitata in virtù di una regola iuris elaborata dalla giurisprudenza di legittimità nella sua più autorevole manifestazione, ma sempre e comunque in forza di una legge preesistente e che dovrà necessariamente essere interpretata alla luce dei principi esegetici dell’art. 12 disp. prel. c.c., nel pieno rispetto della ripartizione dei poteri dello Stato stabiliti dalla carta costituzionale.

5. Riflessioni critiche

L’affermazione dell’affrancamento del giudice da precedenti vincolanti e dell’assoggettamento dello stesso alla sola Legge, come la legge che stabilisce i criteri di interpretazione dei testi normativi, manifesta inequivocabile adesione alla teoria della cosiddetta giustizia predittiva deduttiva, dimostrando così, da un lato, la corrispondenza di quest’ultima ai principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico di civil law (ed in specie la piena corrispondenza al nostro sistema processualistico civile ed ai criteri costituzionali) e, dall’altro, la sua idoneità al raggiungimento di importanti obiettivi quali la razionalizzazione ed oggettivazione del diritto (per le parti ovviamente in cui non intervengano elementi soggettivi e dati valoriali, quali, ad esempio, la buona fede) che siano il viatico per l’acquisizione del risultato della certezza del diritto, con tutte le implicazioni sociali ed economiche già delineate dal filosofo M. Weber nei propri scritti.
Da quanto sin qui detto appare evidente la fondatezza di un metodo scientifico applicato al diritto e denominato “giustizia predittiva logico-deduttiva”, fondato sull’applicazione di una norma (l’art. 12 disp. prel. c.c.) di natura logicamente preliminare e presupposta rispetto all’applicazione delle norme processuali e di merito che vengono in rilievo per la soluzione dei singoli casi concreti, afferendo al tema della esegesi di queste ultime e, quindi, della loro corretta comprensione e della loro reale portata; metodo scientifico caratterizzato dall’anelito alla certezza del diritto, obiettivo sempre più trasversale, atteso l’attuale atteggiarsi dell’ordinamento giuridico e considerate le numerose interazioni tra mondo delle norme e mondo dei rapporti economico-sociali, indissolubilmente legate in ragione della loro riconducibilità all’ambito delle relazioni degli uomini, le cui attività debbono essere esercitate consapevolmente ovvero previa certa ed oggettiva conoscenze del significato delle proprie azioni ed omissioni, nonché delle conseguenze sul piano del diritto.
Metodologia di indagine che a ben vedere, non solo tutela il soggetto destinatario della norma, ma anche e soprattutto le prerogative (costituzionalmente previste) del soggetto che esercita la funzione giurisdizionale, poiché esclude l’esistenza di un vincolo cogente dettato da precedenti pronunce ed orientamenti giurisprudenziali maggioritari o prevalenti, rimettendo la discrezionalità dell’organo giudicante, sintomo della sua terzietà ed indipendenza, dinanzi al solo parametro della Legge, la cui primazia nell’interpretazione del diritto non può e non deve essere negata, pena la negazione dell’ordinamento giuridico stesso.
Ipotizzare il ricorso a formule matematiche (rectius: formule logiche) fondate sulle disposizioni che nei sistemi giuridici di civil law prevedono criteri di esegesi dei testi normativi, affrancando l’ordinamento da vincoli che non siano di natura legale, non lede le prerogative del giudice e non snatura l’entità del sistema stesso, ma esalta l’affidabilità dell’uno e dell’altro in termini di credibilità e di rispetto del diritto, così da determinarne un miglioramento delle condizioni: la logica, quindi, laddove ritiene necessario il ricorso ai principi dell’interpretazione letterale e teleologica della legge, costituisce l’unica ipotizzabile sostanza di un metodo, quale quello della giustizia predittiva (deduttiva), diretto a rendere, nelle parti in cui ciò sia possibile (ovvero sempre con esclusione dei dati valoriali), il più oggettive e certe possibile le regole (processuali e sostanziali) che sovraintendono allo svolgimento di tutte le attività dell’ordinamento giuridico.

giustizia predittiva deduttiva

1. Introduzione

Il più recente ed innovativo dibattito dottrinario ha ad oggetto il tema della cosiddetta “giustizia predittiva” (1) ossia quella tendenza alla ricerca di soluzioni alle problematiche inerenti la certezza del diritto attraverso il ricorso a strumenti che rendano prevedibili, da una parte, l’interpretazione e la comprensione delle norme giuridiche e, dall’altra, gli esiti di procedure giudiziali che di tali norme dovranno fare applicazione. Quanto detto rende sin da subito chiaro che i due poli dell’argomento sono le norme e le pronunce giurisprudenziali e che attorno ad essi possono svilupparsi modelli di giustizia predittiva formalmente e sostanzialmente molto differenti, poiché traenti origini da attitudini più o meno consolidate in tema di esegesi del testo normativo e di richiamo ai precedenti giurisprudenziali.

2. Giustizia predittiva di tipo induttivo

Il modello attualmente maggioritario, anche nel nostro ordinamento, si fonda su di una logica induttiva (2) ossia fondata su di un’impostazione statistica-giurisprudenziale: vale a dire che l’interprete verifica i precedenti giurisprudenziali esistenti in un determinato ordinamento giuridico ed in base a questi cerca di prevedere le decisioni future degli organi giurisdizionali.
In questa direzione si sono diretti in Italia i progetti di alcuni Uffici giudiziari italiani (Corte di appello di Bari, Corte di Appello di Venezia e Corte di Appello di Brescia), nonché quello frutto della collaborazione tra l’Università di Padova e la Corte di Cassazione: oltre i confini nazionali si rinvengono altre realtà che vanno consolidandosi, tra cui prima fra tutte la Francia (il più noto progetto straniero si chiama “Predictive: la Predictice – società specializzata in legal tech – ha messo a disposizione uno strumento di carattere informatico che avvalendosi di algoritmi di calcolo permette di prevedere la probabilità di orientamento decisionale del giudice. La base dati sulla quale l’algoritmo viene applicato è costituita dalle decisioni delle Corti di appello e dalle decisioni della Cassazione).
Per l’ordinamento giuridico italiano l’impiego di modelli induttivi di giustizia predittiva presupporrebbe un impiego di ampie banche dati giurisprudenziali condivise e messe a disposizione in modo uniforme sul territorio nazionale al fine di assicurare trasparenza alle decisioni, conoscenza da parte del singolo giudice del livello di resistenza e accoglimento dei propri provvedimenti, riscontro da parte del presidente di sezione e del dirigente dell’ufficio e più in generale degli operatori del diritto delle diverse tesi giurisprudenziali esistenti, informazione per gli operatori del diritto e per i cittadini sugli orientamenti giurisprudenziali dell’ufficio e la probabilità di accoglimento di domande avanzate in una certa materia e sulla scorta di determinate norme. In simili casi non si tratterebbe di una mera verifica della giurisprudenza esistente su di un dato argomento, ma di acquisire consapevolezza della medesima e di migliorare l’evoluzione del diritto con il contributo di tutti i soggetti coinvolti in un procedimento giudiziale: del resto la norma di cui all’art. 47 quater Legge sull’ordinamento giudiziario italiano (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) non esalta il conformismo delle decisioni, ma tende ad evitare le divergenze inconsapevoli, cercando di superare l’inevitabile difformità che esiste nelle diverse giurisprudenze attraverso il confronto e l’acquisizione del valore della prevedibilità delle decisioni.

3. Giustizia predittiva di tipo deduttivo

Posto che nel nostro ordinamento giuridico sussiste, almeno in astratto, il principio della esclusione della cogenza del precedente giurisprudenziale (sia esso maggioritario o prevalente, sia esso universalmente accolto) e vigono in modo pieno ed incontestato le disposizioni di cui all’art. 12 disp. prel. c.c. in punto di esegesi del testo normativo, ci si può chiedere se esistano spazi per interpretazioni delle norme giuridiche diversi e riconducibili a forme di “stare decisis”, nonché se tali spazi possano assumere ampiezza tale da comprimere quello dell’art. 12 preleggi ovvero convivere con quest’ultimo ed in quali termini di rapporto.
Il tema della giustizia predittiva (deduttiva) in Italia è stato di recente introdotto da approfonditi studi dottrinari ed accademici (3), in virtù dei quali, partendo proprio dalla disposizione delle preleggi de qua, si è potuto in sintesi elaborare una equazione che ha tradotto in termini matematici (rectius: logici) la norma in commento.
Senza riportare per esteso questo significativo algoritmo, basti dire che il prodotto dell’interpretazione del testo normativo viene individuato nel risultato di un’operazione logica consistente in una procedura di verifica dell’esistenza di un numero di possibili argomentazioni giuridiche (tra loro poste in relazione sotto forma di somma algebrica, a seconda che esprimano un senso o il suo contrario) fondate dapprima sul dato testuale, poi sul dato teleologico, successivamente sull’analogia legis e, infine, sull’analogia iuris: orbene, si tratta di quattro passaggi distinti per cui si passa dall’uno all’altro (nel rispetto del rigoroso ordine previsto dall’art. 12 disp. prel. c.c. e qui appena riportato (4)) se e solo se non sia possibile trarre argomenti ovvero argomentazioni convincenti (rectius: prevalenti) con riferimento al passaggio logico precedente. In altri termini, si potrà pervenire ad una interpretazione della norma in ragione della teleologia (id est: il significato derivante dalla volontà del Legislatore) solo se non si rinvengano argomentazioni su base letterale ovvero se queste siano tali da esprimere risultati esegetici contrapposti che si elidano a vicenda; così come non si potrà far ricorso alle ipotesi di interpretazione analogica se quella teleologica, logicamente e legalmente antecedente alla analogia legis ed alla analogia iuris, abbia manifestato l’esistenza di una o più argomentazioni convincenti espressione del medesimo significato (5).
L’applicazione di questo modello logico-deduttivo della giustizia predittiva a numerosi casi concreti conclusisi in sede di legittimità dinanzi alle Sezioni Unite del Supremo Collegio ha avallato non solo ex post, ma talvolta anche ex ante, la correttezza metodologica della giustizia predittiva e della giurimetria (6): la scelta della Suprema Corte, nella sua più autorevole composizione, talora in favore dell’orientamento minoritario espresso dalle sezioni semplici dimostra la circostanza che la correttezza di una data interpretazione della legge non è questione di maggioranza o prevalenza di pareri giudiziari su quel dato argomento, ma è e deve essere il risultato di un’attività di indagine speculativa da compiersi in virtù e nel rispetto di una disposizione di legge che ne predetermini l’ambito, senza inficiare la discrezionalità del singolo organo giudicante.

4. La funzione giurisdizionale e la giustizia predittiva

Quanto appena esposto ci induce a riflettere sulla effettiva portata della disposizione in commento. Atteso che il precedente giurisprudenziale maggioritario o prevalente non è ontologicamente vincolante nel nostro sistema giuridico e considerato che quest’ultimo ha una norma di riferimento fondamentale (questa sì) vincolante nei termini in cui una norma giuridica è per sua stessa natura cogente per tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico (ivi compresi i soggetti chiamati ad esercitare la funzione giurisdizionale), occorre osservare come l’assenza di vincoli derivanti da precedenti pronunce di organi giurisdizionali gerarchicamente superiori o di pari grado, così come provenienti da orientamenti giurisprudenziali maggioritari o prevalenti, garantisca, in primis, il corretto esercizio della funzione giurisdizionale e la conseguente libertà di giudizio del giudice adito per la definizione della singola querelle; se la prerogativa del potere giudiziario è, infatti, l’esercizio della giurisdizione e questa, stando alla dizione latina (id est: ius dicere), si traduce nella applicazione della legge al caso concreto, allora tale funzione si realizza solo allorquando il giudice può autonomamente e liberamente interpretare il diritto e farne applicazione al singolo caso sottoposto alla sua attenzione, al fine di garantire il miglior risultato possibile nel rispetto delle norme giuridiche e dei beni (della vita) tutelati dall’ordinamento giuridico.
Tale libertà può allora essere garantita se ogni singola decisione sia svincolata a priori ed a prescindere da qualsiasi condizionamento, tra cui ovviamente il condizionamento dettato, volontariamente o involontariamente, direttamente o indirettamente, dall’operato di altri giudici, in posizione autorevole o meno: ciò ovviamente non può tradursi in termini di arbitrio, poiché la libertà di giudizio non si atteggia e non può atteggiarsi a remissione alla volontà assoluta (nel senso latino del termine “absolutus”) di un soggetto terzo che imponga, seppur con i poteri riconosciutigli dall’ordinamento, una propria indiscriminata, incontrollabile ed incondizionata volontà. La volontà di cui deve essere fatta applicazione nella decisione di una disputa giudiziale deve essere necessariamente quella del Legislatore ovvero quella dei cittadini in virtù dei quali si creano e si applicano le leggi dello Stato (rectius: si amministra la Giustizia); nessun altro metodo, pertanto, se non quello dell’assoggettamento del giudice alla Legge è e può essere garanzia della bontà della libera, verificabile ed accettabile decisione dell’organo giurisdizionale di volta, in volta adito per la soluzione del caso concreto.
A ben vedere, poi, è proprio la Legge che, oltre ad essere il presupposto ed il terminale dell’azione del giudice, nonché oltre ad esprimere la funzione di tutela e di rispetto dell’operato dell’organo giurisdizionale, garantisce prima di tutto l’irrinunciabile risultato dell’uniformità dell’applicazione del diritto. Se la libertà di pensiero, di argomentazione e di decisione delle corti di giustizia (e soprattutto dei soggetti persone fisiche che le incarnano) rispetto al cosiddetto precedente giurisprudenziale maggioritario e prevalente, può in astratto condurre ad interpretazioni ed applicazioni della legge potenzialmente confliggenti o addirittura antitetiche, così da realizzare il deprecabile risultato di trovare soluzioni differenti per casi identici, il rimedio a tale possibile distorsione del sistema è posto proprio dal diritto medesimo, il quale a mezzo di norma che disciplina l’interpretazione della legge (nel caso del nostro ordinamento, l’art. 12 disp. prel. c.c.) stabilisce ex ante quali siano i criteri per l’ermeneutica dei testi normativi, al pari di quello che accade in ambito civilistico per il contratto, per la cui esegesi l’ordinamento detta disposizioni in grado di garantire il raggiungimento dell’obiettivo della comprensione della reale volontà delle parti.
Non inganni che l’art. 65 (7) Legge sull’ordinamento giudiziario italiano (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) impone alla Suprema Corte nella propria composizione a Sezioni Unite, la funzione nomofilattica, poiché questa non viene esercitata o non dovrebbe essere esercitata in virtù di una regola iuris elaborata dalla giurisprudenza di legittimità nella sua più autorevole manifestazione, ma sempre e comunque in forza di una legge preesistente e che dovrà necessariamente essere interpretata alla luce dei principi esegetici dell’art. 12 disp. prel. c.c., nel pieno rispetto della ripartizione dei poteri dello Stato stabiliti dalla carta costituzionale.

5. Riflessioni critiche

L’affermazione dell’affrancamento del giudice da precedenti vincolanti e dell’assoggettamento dello stesso alla sola Legge, come la legge che stabilisce i criteri di interpretazione dei testi normativi, manifesta inequivocabile adesione alla teoria della cosiddetta giustizia predittiva deduttiva, dimostrando così, da un lato, la corrispondenza di quest’ultima ai principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico di civil law (ed in specie la piena corrispondenza al nostro sistema processualistico civile ed ai criteri costituzionali) e, dall’altro, la sua idoneità al raggiungimento di importanti obiettivi quali la razionalizzazione ed oggettivazione del diritto (per le parti ovviamente in cui non intervengano elementi soggettivi e dati valoriali, quali, ad esempio, la buona fede) che siano il viatico per l’acquisizione del risultato della certezza del diritto, con tutte le implicazioni sociali ed economiche già delineate dal filosofo M. Weber nei propri scritti.
Da quanto sin qui detto appare evidente la fondatezza di un metodo scientifico applicato al diritto e denominato “giustizia predittiva logico-deduttiva”, fondato sull’applicazione di una norma (l’art. 12 disp. prel. c.c.) di natura logicamente preliminare e presupposta rispetto all’applicazione delle norme processuali e di merito che vengono in rilievo per la soluzione dei singoli casi concreti, afferendo al tema della esegesi di queste ultime e, quindi, della loro corretta comprensione e della loro reale portata; metodo scientifico caratterizzato dall’anelito alla certezza del diritto, obiettivo sempre più trasversale, atteso l’attuale atteggiarsi dell’ordinamento giuridico e considerate le numerose interazioni tra mondo delle norme e mondo dei rapporti economico-sociali, indissolubilmente legate in ragione della loro riconducibilità all’ambito delle relazioni degli uomini, le cui attività debbono essere esercitate consapevolmente ovvero previa certa ed oggettiva conoscenze del significato delle proprie azioni ed omissioni, nonché delle conseguenze sul piano del diritto.
Metodologia di indagine che a ben vedere, non solo tutela il soggetto destinatario della norma, ma anche e soprattutto le prerogative (costituzionalmente previste) del soggetto che esercita la funzione giurisdizionale, poiché esclude l’esistenza di un vincolo cogente dettato da precedenti pronunce ed orientamenti giurisprudenziali maggioritari o prevalenti, rimettendo la discrezionalità dell’organo giudicante, sintomo della sua terzietà ed indipendenza, dinanzi al solo parametro della Legge, la cui primazia nell’interpretazione del diritto non può e non deve essere negata, pena la negazione dell’ordinamento giuridico stesso.
Ipotizzare il ricorso a formule matematiche (rectius: formule logiche) fondate sulle disposizioni che nei sistemi giuridici di civil law prevedono criteri di esegesi dei testi normativi, affrancando l’ordinamento da vincoli che non siano di natura legale, non lede le prerogative del giudice e non snatura l’entità del sistema stesso, ma esalta l’affidabilità dell’uno e dell’altro in termini di credibilità e di rispetto del diritto, così da determinarne un miglioramento delle condizioni: la logica, quindi, laddove ritiene necessario il ricorso ai principi dell’interpretazione letterale e teleologica della legge, costituisce l’unica ipotizzabile sostanza di un metodo, quale quello della giustizia predittiva (deduttiva), diretto a rendere, nelle parti in cui ciò sia possibile (ovvero sempre con esclusione dei dati valoriali), il più oggettive e certe possibile le regole (processuali e sostanziali) che sovraintendono allo svolgimento di tutte le attività dell’ordinamento giuridico.

Note

(1) Guido Alpa, Note sulla calcolabilità nel diritto nordamericano, in Alessandra Carleo, a cura di, Calcolabilità giuridica, Bologna, 2017; Emilio Betti, Le categorie civilistiche dell’interpretazione, Milano, 1948, 13; Renato Borruso, L’informatica del diritto, Milano, 2004; Bruno De Finetti, Teoria della probabilità, Milano, 2005; Giorgio De Nova, Sull’interpretazione del precedente giudiziario, in Contratto e Impresa, 1986; Natalino Irti, Per un dialogo sulla calcolabilità giuridica, in Alessandra Carleo, a cura di, Calcolabilità giuridica, Bologna, 2017; Gottfried Wilhelm von Leibniz, Dissertatio de Arte combinatoria, 1666; Luigi Viola, Interpretazione della legge con modelli matematici, Milano, 2017.
(2) Luigi Viola, Giustizia predittiva: è preferibile un modello deduttivo, in Altalex, 10.03.2020;
(3) Luigi Viola, Interpretazione della legge con modelli matematici, Milano, 2017, cui si rinvia per l’esposizione dell’algoritmo e per la spiegazione dei termini logici che vi sono sottesi
(4) Sull’ordine gerarchico cfr. in giurisprudenza amministrativa di merito T.A.R. Basilicata, sentenza in data 17.01.2015, n. 50, in www.dejure.com
(5) Luigi Viola, Interpretazione della legge con modelli matematici, Milano, 2017, in cui si legge che: “I principi generali possono venire in soccorso dell’interprete solo in assenza di una «precisa disposizione» che abbia legittimato un’analogia legis dal risultato dubbio”. Più chiaramente, l’interpretazione tramite principi generali è utilizzabile solo in caso di fallimento delle altre tipologie di interpretazione, prima tra tutte quella letterale che è la regina, così come confermato più di recente da: Trib. Taranto, sez. II, sentenza in data 02.08.2016, in www.dejure.com
(6) Luigi Viola, Interpretazione della legge con modelli matematici, Milano, 2017
(7) L’art. 65 R.D. 12/1941 così recita: “La corte suprema di cassazione, quale organo supremo della giustizia, assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni, ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge. La corte suprema di cassazione ha sede in Roma ed ha giurisdizione su tutto il territorio del regno, dell’impero e su ogni altro territorio soggetto alla sovranità dello Stato”.

Bibliografia

Note sulla calcolabilità nel diritto nordamericano, G. Alpa, in Alessandra Carleo, a cura di, Calcolabilità giuridica, Bologna, 2017;
Le categorie civilistiche dell’interpretazione, E. Betti, Milano, 1948, 13;
L’informatica del diritto, R. Borruso, Milano, 2004;
Teoria della probabilità, B. De Finetti, Milano, 2005;
Sull’interpretazione del precedente giudiziario, G. De Nova, in Contratto e Impresa, 1986;
Per un dialogo sulla calcolabilità giuridica, N. Irti, in Alessandra Carleo, a cura di, Calcolabilità giuridica, Bologna, 2017;
Dissertatio de Arte combinatoria, G.W. Leibnitz, 1666
Interpretazione della legge con modelli matematici, L. Viola, Milano, 2017.
Giustizia predittiva: è preferibile un modello deduttivo, L. Viola, in Altalex, 10.03.2020

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