La giurisdizione della corte penale internazionale in materia di crimini di guerra

Il caso russo: chiarezza sulla situazione attuale in Ucraina

Articolo a cura dell’Avv. Federica Bolla

In seguito all’invasione russa in Ucraina tutte le testate giornalistiche hanno iniziato a parlare di “crimini di guerra” e di “indagine da parte della Corte Penale Internazionale”.
È realmente corretto parlare di crimini di guerra? Quando la CPI ha giurisdizione in materia?
Il presente elaborato è volto a far luce (almeno a tentare) sul reale scenario ucraino sulla base delle definizioni dettate dal diritto internazionale.

Crimini di guerra

Indice

1. I crimini internazionali
2. I crimini di guerra
3. I crimini contro l’umanità
4. Il crimine di genocidio
5. Il crimine di aggressione
6. Il caso russo

1. I crimini internazionali

Il “crimine internazionale” è un atto fortemente lesivo dei valori su cui si fonda la comunità internazionale e comporta la responsabilità penale dell’individuo che ne è l’autore.
Pace, sicurezza, benessere del mondo sono i valori individuati nel preambolo dello Statuto di Roma (1998) della Corte Penale Internazionale (CPI).
Occorre prestare attenzione sulla distinzione tra crimini internazionali e crimini a carattere transnazionale: il traffico internazionale di sostanze stupefacenti, il riciclaggio internazionale di denaro sono reati la cui punibilità è affidata al diritto interno ovvero allo Stato di appartenenza del loro autore.
La repressione di questi reati è infatti rimessa ai tribunali interni in seguito alla ratifica, da parte dei singoli Stati, delle norme internazionali che ne disciplinano la materia.
Quando intervengono, quindi, i tribunali internazionali?
Il primo tribunale internazionale competente per i crimini internazionali è il Tribunale di Norimberga, istituito nel 1945 su accordo di Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, ove furono processati i maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità della Germania nazista.
Sul modello del menzionato tribunale venne istituito nel 1946 il Tribunale di Tokyo davanti al quale vennero processati i maggiori responsabili dei crimini contro la pace e contro l’umanità dell’Impero Giapponese.
Con lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale del 1998, firmato da 123 Paesi, entrato in vigore nel 2002, è stato creato un tribunale internazionale competente in materia di crimini internazionali. Trattasi di un’istituzione fortemente voluta dall’Assemblea generale dell’ONU già nel 1948: tuttavia non fanno parte della Convenzione di Roma proprio Russia, Ucraina, Cina e Stati Uniti.
La CPI ha sede a l’Aja, nei Paesi Bassi e ha giurisdizione per i crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il crimine di aggressione così come definiti dallo Statuto stesso. È fondamentale sottolineare che la Corte Penale Internazionale esercita il proprio potere giurisdizionale sulle persone fisiche e non sugli Stati nazionali, diversamente dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU(1).
La competenza della Corte è complementare a quella dei tribunali nazionali: giudica i responsabili dei crimini individuati qualora lo Stato che ha giurisdizione nel merito non è in grado di condurre (o non intende farlo) le indagini ovvero celebrare il processo(2).
Si tenga a mente, inoltre, che l’imputato non può essere processato in contumacia perciò deve essere presente fisicamente in aula (presumibilmente in stato di arresto).
La CPI può procedere solo nei confronti di persone accusate di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità ovvero crimini di aggressione che siano stati commessi sul territorio di uno Stato contraente oppure che siano stati commessi da parte di uno o più residenti nello stesso.
La funzione apicale o di comando rivestita dai colpevoli di questi crimini all’interno dello Stato di appartenenza è, la maggior parte delle volte, idonea a neutralizzare la possibilità di risposta dell’ordinamento di appartenenza degli autori del fatto illecito rendendo necessario l’intervento internazionale nei loro confronti(3).

2. I crimini di guerra

Con crimine di guerra si intende una violazione grave del diritto internazionale dei conflitti armati commessa dagli Stati, da enti internazionali o da agenti statali.
Già la Carta del Tribunale di Norimberga definiva tali crimini come “violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra,” ma conteneva un elenco non esaustivo.
Successivamente le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, che dettano disposizioni per la protezione delle vittime di conflitti internazionali, contengono un elenco di gravi infrazioni la cui commissione comporta la responsabilità penale del loro autore. Si tratta di una responsabilità individuale in quanto le disposizioni impongono agli Stati Parte di cercare gli autori del reato e di sottoporli a processo indipendentemente dalla loro nazionalità ovvero di consegnarli allo Stato Parte che ne abbia fatto richiesta e dimostri di avere prove sufficienti a loro carico(4).
Vengono considerati crimini di guerra tanto le violazioni delle norme relative i conflitti internazionali quanto la violazione delle norme inerenti i conflitti interni. Trattasi di uno sviluppo recente poiché fino all’inizio degli anni novanta la responsabilità penale individuale discendeva esclusivamente dalla violazione delle prime.
Lo Statuto di Roma, recependo questo sviluppo, ha sancito che la CPI ha giurisdizione su tutti i crimini di guerra individuati dalle Convenzioni di Ginevra (1949).
Questi possono essere commessi tanto da combattenti quanto dai civili: è fondamentale una connessione tra l’atto da questi compiuto e il conflitto armato.
I crimini di guerra vengono distinti in quattro “gruppi”:

  • crimini contro persone protette, sia nei conflitti internazionali che interni; pensiamo a un attacco contro la popolazione civile che non partecipa al conflitto o contro coloro che sono impegnati nell’assistenza umanitaria, all’uccisione di prigionieri di guerra;
  • crimini contro beni protetti come tutti quelli che non costituiscono obiettivo militare, la distruzione di edifici religiosi, monumenti storici, ospedali;
  • crimini connessi all’utilizzo di metodi di combattimento vietati: uccisione e ferimento di combattenti avversari con estrema cattiveria e malvagità, il rifiuto di concedere una tregua, la riduzione dei civili alla fame ovvero l’utilizzo dei medesimi come “scudi umani”;
  • crimini relativi all’uso di mezzi di combattimento proibiti, in qualsiasi conflitto armato, quali l’uso di armi chimiche o l’uso di armi che abbiano l’effetto di produrre il ferimento mediante schegge nel corpo.

3. I crimini contro l’umanità

I crimini contro l’umanità sono stati individuati per la prima volta dalla Carta del Tribunale di Norimberga che li ha definiti come “atti inumani compiuti nell’ambito di una prassi estesa o sistematica di violenze nei confronti di una popolazione civile”.
Diversamente dai crimini di guerra, i crimini contro l’umanità possono essere compiuti sia durante un conflitto armato sia al di fuori di esso, in tempo di pace. I crimini di guerra sono commessi in danno a combattenti o civili di nazionalità nemica mentre per i crimini contro l’umanità è irrilevante la nazionalità della vittima; i primi possono essere costituiti da atti isolati mentre i secondi richiedono la sussistenza di una molteplicità di condotte lesive.
Lo Statuto di Roma individua i crimini contro l’umanità all’art. 7, par. 1(5): gli atti elencati integrano il reato quando “commessi come parte di un attacco esteso o sistematico diretto contro qualsiasi popolazione civile, con la consapevolezza dell’attacco”.
Si intendono per “attacco diretto contro popolazioni civili” condotte che implicano la reiterata commissione di taluno degli atti preveduti al paragrafo 1 contro popolazioni civili, in attuazione o in esecuzione del disegno politico di uno Stato o di una organizzazione, diretto a realizzare l’attacco(6).

4. Il crimine di genocidio

La Convenzione delle NU del 1948, all’art. 2, elenca cinque condotte che configurano tale crimine qualora siano sorrette dall’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, religioso, in quanto tale: l’uccisione di membri del gruppo; l’afflizione di gravi lesioni fisiche o psichiche a membri del gruppo; la deliberata sottoposizione del gruppo a condizioni di vita dirette a causarne la distruzione fisica, in tutto o in parte; l’imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; il trasferimento forzato di bambini del gruppo ad altro gruppo.
Questa definizione è stata integralmente riprodotta nello Statuto di Roma della CPI all’art. 6(7).
In merito all’elemento soggettivo è richiesta la volontà di eliminare in senso fisico o biologico un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, a causa della sua specifica identità.
Si consideri che il crimine di stupro e altre forme di violenza sessuale, oltre a costituire crimine di guerra e contro l’umanità, possono integrare il crimine di genocidio quando vengono commessi al fine di causare traumi psicologici tali da indurre i membri del gruppo a non procreare più(8).

5. Il crimine di aggressione

Il crimine di aggressione, ai sensi dell’art. 5 dello Statuto di Roma, rientra tra i crimini su cui ha giurisdizione la Corte Penale Internazionale; la definizione del crimine de quo è prevista dall’art. 8 bis, introdotto nello Statuto con un emendamento adottato dalla Conferenza di revisione di Kampala nel 2010.
La norma è frutto di una trattativa internazionale particolarmente complessa data la difficoltà degli Stati di trovare un accordo in merito al rapporto tra i poteri della CPI e quelli del Consiglio di Sicurezza che, ex art. 39 della Carta ONU, ha il dovere di accertare l’esistenza di minacce per la pace.
Al comma 1, l’art. 8 bis definisce il crimine di aggressione come la “pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione di un atto di aggressione che, per la sua natura, gravità e magnitudine, costituisce una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite” e chiarisce che di detto crimine possano rendersi responsabili gli individui che si trovino “in una posizione tale da controllare o dirigere effettivamente l’azione politica o militare di uno Stato”.
Al paragrafo secondo il medesimo articolo dà una definizione di atto di aggressione da intendersi come “uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in ogni altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”.
Solo un atto di aggressione che costituisce una violazione manifesta della Carta delle NU del 1945 integra il crimine di aggressione.
La CPI ha giurisdizione sul crimine di cui si tratta a partire dal mese di luglio 2018.
L’elemento che distingue tale crimine, a differenza delle aggressioni di competenza del Consiglio di Sicurezza, risiede nel fatto che il primo è un crimine individuale e non attribuibile a uno Stato (diversamente dal crimine di guerra), bensì alle persone al vertice del medesimo. Normalmente sono da ritenersi responsabili coloro che ordinano la commissione di un crimine di aggressione ma non anche i soldati ovvero gli esecutori materiali.

6. Il caso russo

Lo scorso 4 marzo la CPI ha avviato un’indagine per la verifica di presunte violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia durante l’invasione del territorio ucraino.
È indubbio che l’esercito russo abbia bombardato l’ospedale di Mariupol oltre che diversi edifici civili; la Russia sarebbe accusata anche di aver utilizzato bombe a grappolo sui civili, armi vietate nei conflitti bellici dalla Convenzione ONU, entrata in vigore il 1° agosto 2010.
Per il diritto internazionale questi attacchi integrano i c.d. crimini di guerra.
La CPI ha però giurisdizione in Ucraina? Come anticipato, la Corte ha giurisdizione verso i soli Paesi firmatari dello Statuto di Roma: l’Ucraina non lo ha mai firmato.
A onor del vero però l’Ucraina accettò la giurisdizione della Corte, nel 2013 e ancora nel 2015, per permettere al Tribunale di indagare sui presunti crimini commessi dalla Russia durante l’invasione della Crimea; indagine che venne sospesa a causa della pandemia di Sars-Covid19.
Questo, oggi, permette all’Ucraina di rivolgersi al Tribunale per chiedere l’avvio di un’indagine per presunti crimini internazionali e, al contempo, permette alla Corte di avviarle di propria iniziativa.
Vi sono, però, delle complicazioni: la Corte non può processare un soggetto in absentia; questi deve essere fisicamente presente in aula. Inoltre la CPI non possiede una propria forza di polizia quindi si affida ai singoli Stati per arrestare i sospettati.
La Russia, che mai ha ratificato lo Statuto di Roma né accettato la giurisdizione della CPI, non è legalmente obbligata a cooperare e ad arrestare e consegnare l’indagato/gli indagati per sottoporli a un processo per crimini di guerra.
La Corte potrebbe avviare, al più, nei confronti del leader politico di un Paese, un processo per i crimini di aggressione ovvero un crimine di invasione o di conflitto ingiustificato, al di là di un’azione militare giustificabile per autodifesa.
Si tratta, invero, di crimini molto difficili da dimostrare.
Ben Saul, docente di diritto internazionale all’Università di Sydney, ha rivelato all’ABC che “si deve dimostrare che i comandanti o i leader politici fossero a conoscenza di quello che le loro truppe stavano facendo sul campo di battaglia, che avevano la capacità di imporsi e che non hanno fatto niente per fermare i loro soldati”.
Siamo di fronte a prove che indicano, certamente, che sono stati commessi crimini di guerra ma non dimostrano – contro ogni ragionevole dubbio – che sia stato il leader russo a commetterli ovvero a ordinarli.
Philippe Sands QC, avvocato di Matrix Chambers, esperto di diritto internazionale all’University College London, in un articolo pubblicato sul “Dailymail”(9) ha sottolineato come la CPI non può perseguire i leader russi poiché la Russia non ha mai ratificato lo Statuto di Roma.
Gli esperti internazionali stanno quindi ipotizzando di istituire uno speciale Tribunale Penale Internazionale per affrontare specificatamente il caso russo, che non rientrerebbe nella giurisdizione della CPI non essendo la Russia uno Stato parte (così come venne istituito il Tribunale di Norimberga).
Tuttavia Sands ritiene che la comunità internazionale dovrebbe altresì abbracciare il principio della “giurisdizione universale”, principio che fonda la propria idea sul fatto che talune norme internazionali siano di rilevanza tale da valere per tutti gli Stati a prescindere da dove si sia verificata la violazione delle stesse.
In assenza di questa soluzione, dice Sands, “penso che si possa dire che Putin ha condotto una guerra manifestamente illegale. Non c’è alcuna difesa o giustificazione concepibile per questo. Ma direi che Putin è un criminale di guerra? No.
Sulla base di ciò che ho visto non c’è genocidio della popolazione ucraina nel suo linguaggio legale. Non vedo l’intenzione di distruggere un gruppo, in tutto o in parte, ai sensi della Convenzione del 1948”(10).

crimini di guerra

Indice

1. I crimini internazionali
2. I crimini di guerra
3. I crimini contro l’umanità
4. Il crimine di genocidio
5. Il crimine di aggressione
6. Il caso russo

1. I crimini internazionali

Il “crimine internazionale” è un atto fortemente lesivo dei valori su cui si fonda la comunità internazionale e comporta la responsabilità penale dell’individuo che ne è l’autore.
Pace, sicurezza, benessere del mondo sono i valori individuati nel preambolo dello Statuto di Roma (1998) della Corte Penale Internazionale (CPI).
Occorre prestare attenzione sulla distinzione tra crimini internazionali e crimini a carattere transnazionale: il traffico internazionale di sostanze stupefacenti, il riciclaggio internazionale di denaro sono reati la cui punibilità è affidata al diritto interno ovvero allo Stato di appartenenza del loro autore.
La repressione di questi reati è infatti rimessa ai tribunali interni in seguito alla ratifica, da parte dei singoli Stati, delle norme internazionali che ne disciplinano la materia.
Quando intervengono, quindi, i tribunali internazionali?
Il primo tribunale internazionale competente per i crimini internazionali è il Tribunale di Norimberga, istituito nel 1945 su accordo di Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, ove furono processati i maggiori responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità della Germania nazista.
Sul modello del menzionato tribunale venne istituito nel 1946 il Tribunale di Tokyo davanti al quale vennero processati i maggiori responsabili dei crimini contro la pace e contro l’umanità dell’Impero Giapponese.
Con lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale del 1998, firmato da 123 Paesi, entrato in vigore nel 2002, è stato creato un tribunale internazionale competente in materia di crimini internazionali. Trattasi di un’istituzione fortemente voluta dall’Assemblea generale dell’ONU già nel 1948: tuttavia non fanno parte della Convenzione di Roma proprio Russia, Ucraina, Cina e Stati Uniti.
La CPI ha sede a l’Aja, nei Paesi Bassi e ha giurisdizione per i crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il crimine di aggressione così come definiti dallo Statuto stesso. È fondamentale sottolineare che la Corte Penale Internazionale esercita il proprio potere giurisdizionale sulle persone fisiche e non sugli Stati nazionali, diversamente dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU(1).
La competenza della Corte è complementare a quella dei tribunali nazionali: giudica i responsabili dei crimini individuati qualora lo Stato che ha giurisdizione nel merito non è in grado di condurre (o non intende farlo) le indagini ovvero celebrare il processo(2).
Si tenga a mente, inoltre, che l’imputato non può essere processato in contumacia perciò deve essere presente fisicamente in aula (presumibilmente in stato di arresto).
La CPI può procedere solo nei confronti di persone accusate di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità ovvero crimini di aggressione che siano stati commessi sul territorio di uno Stato contraente oppure che siano stati commessi da parte di uno o più residenti nello stesso.
La funzione apicale o di comando rivestita dai colpevoli di questi crimini all’interno dello Stato di appartenenza è, la maggior parte delle volte, idonea a neutralizzare la possibilità di risposta dell’ordinamento di appartenenza degli autori del fatto illecito rendendo necessario l’intervento internazionale nei loro confronti(3).

2. I crimini di guerra

Con crimine di guerra si intende una violazione grave del diritto internazionale dei conflitti armati commessa dagli Stati, da enti internazionali o da agenti statali.
Già la Carta del Tribunale di Norimberga definiva tali crimini come “violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra,” ma conteneva un elenco non esaustivo.
Successivamente le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, che dettano disposizioni per la protezione delle vittime di conflitti internazionali, contengono un elenco di gravi infrazioni la cui commissione comporta la responsabilità penale del loro autore. Si tratta di una responsabilità individuale in quanto le disposizioni impongono agli Stati Parte di cercare gli autori del reato e di sottoporli a processo indipendentemente dalla loro nazionalità ovvero di consegnarli allo Stato Parte che ne abbia fatto richiesta e dimostri di avere prove sufficienti a loro carico(4).
Vengono considerati crimini di guerra tanto le violazioni delle norme relative i conflitti internazionali quanto la violazione delle norme inerenti i conflitti interni. Trattasi di uno sviluppo recente poiché fino all’inizio degli anni novanta la responsabilità penale individuale discendeva esclusivamente dalla violazione delle prime.
Lo Statuto di Roma, recependo questo sviluppo, ha sancito che la CPI ha giurisdizione su tutti i crimini di guerra individuati dalle Convenzioni di Ginevra (1949).
Questi possono essere commessi tanto da combattenti quanto dai civili: è fondamentale una connessione tra l’atto da questi compiuto e il conflitto armato.
I crimini di guerra vengono distinti in quattro “gruppi”:

  • crimini contro persone protette, sia nei conflitti internazionali che interni; pensiamo a un attacco contro la popolazione civile che non partecipa al conflitto o contro coloro che sono impegnati nell’assistenza umanitaria, all’uccisione di prigionieri di guerra;
  • crimini contro beni protetti come tutti quelli che non costituiscono obiettivo militare, la distruzione di edifici religiosi, monumenti storici, ospedali;
  • crimini connessi all’utilizzo di metodi di combattimento vietati: uccisione e ferimento di combattenti avversari con estrema cattiveria e malvagità, il rifiuto di concedere una tregua, la riduzione dei civili alla fame ovvero l’utilizzo dei medesimi come “scudi umani”;
  • crimini relativi all’uso di mezzi di combattimento proibiti, in qualsiasi conflitto armato, quali l’uso di armi chimiche o l’uso di armi che abbiano l’effetto di produrre il ferimento mediante schegge nel corpo.

3. I crimini contro l’umanità

I crimini contro l’umanità sono stati individuati per la prima volta dalla Carta del Tribunale di Norimberga che li ha definiti come “atti inumani compiuti nell’ambito di una prassi estesa o sistematica di violenze nei confronti di una popolazione civile”.
Diversamente dai crimini di guerra, i crimini contro l’umanità possono essere compiuti sia durante un conflitto armato sia al di fuori di esso, in tempo di pace. I crimini di guerra sono commessi in danno a combattenti o civili di nazionalità nemica mentre per i crimini contro l’umanità è irrilevante la nazionalità della vittima; i primi possono essere costituiti da atti isolati mentre i secondi richiedono la sussistenza di una molteplicità di condotte lesive.
Lo Statuto di Roma individua i crimini contro l’umanità all’art. 7, par. 1(5): gli atti elencati integrano il reato quando “commessi come parte di un attacco esteso o sistematico diretto contro qualsiasi popolazione civile, con la consapevolezza dell’attacco”.
Si intendono per “attacco diretto contro popolazioni civili” condotte che implicano la reiterata commissione di taluno degli atti preveduti al paragrafo 1 contro popolazioni civili, in attuazione o in esecuzione del disegno politico di uno Stato o di una organizzazione, diretto a realizzare l’attacco(6).

4. Il crimine di genocidio

La Convenzione delle NU del 1948, all’art. 2, elenca cinque condotte che configurano tale crimine qualora siano sorrette dall’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, religioso, in quanto tale: l’uccisione di membri del gruppo; l’afflizione di gravi lesioni fisiche o psichiche a membri del gruppo; la deliberata sottoposizione del gruppo a condizioni di vita dirette a causarne la distruzione fisica, in tutto o in parte; l’imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; il trasferimento forzato di bambini del gruppo ad altro gruppo.
Questa definizione è stata integralmente riprodotta nello Statuto di Roma della CPI all’art. 6(7).
In merito all’elemento soggettivo è richiesta la volontà di eliminare in senso fisico o biologico un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, a causa della sua specifica identità.
Si consideri che il crimine di stupro e altre forme di violenza sessuale, oltre a costituire crimine di guerra e contro l’umanità, possono integrare il crimine di genocidio quando vengono commessi al fine di causare traumi psicologici tali da indurre i membri del gruppo a non procreare più(8).

5. Il crimine di aggressione

Il crimine di aggressione, ai sensi dell’art. 5 dello Statuto di Roma, rientra tra i crimini su cui ha giurisdizione la Corte Penale Internazionale; la definizione del crimine de quo è prevista dall’art. 8 bis, introdotto nello Statuto con un emendamento adottato dalla Conferenza di revisione di Kampala nel 2010.
La norma è frutto di una trattativa internazionale particolarmente complessa data la difficoltà degli Stati di trovare un accordo in merito al rapporto tra i poteri della CPI e quelli del Consiglio di Sicurezza che, ex art. 39 della Carta ONU, ha il dovere di accertare l’esistenza di minacce per la pace.
Al comma 1, l’art. 8 bis definisce il crimine di aggressione come la “pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione di un atto di aggressione che, per la sua natura, gravità e magnitudine, costituisce una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite” e chiarisce che di detto crimine possano rendersi responsabili gli individui che si trovino “in una posizione tale da controllare o dirigere effettivamente l’azione politica o militare di uno Stato”.
Al paragrafo secondo il medesimo articolo dà una definizione di atto di aggressione da intendersi come “uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in ogni altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”.
Solo un atto di aggressione che costituisce una violazione manifesta della Carta delle NU del 1945 integra il crimine di aggressione.
La CPI ha giurisdizione sul crimine di cui si tratta a partire dal mese di luglio 2018.
L’elemento che distingue tale crimine, a differenza delle aggressioni di competenza del Consiglio di Sicurezza, risiede nel fatto che il primo è un crimine individuale e non attribuibile a uno Stato (diversamente dal crimine di guerra), bensì alle persone al vertice del medesimo. Normalmente sono da ritenersi responsabili coloro che ordinano la commissione di un crimine di aggressione ma non anche i soldati ovvero gli esecutori materiali.

6. Il caso russo

Lo scorso 4 marzo la CPI ha avviato un’indagine per la verifica di presunte violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia durante l’invasione del territorio ucraino.
È indubbio che l’esercito russo abbia bombardato l’ospedale di Mariupol oltre che diversi edifici civili; la Russia sarebbe accusata anche di aver utilizzato bombe a grappolo sui civili, armi vietate nei conflitti bellici dalla Convenzione ONU, entrata in vigore il 1° agosto 2010.
Per il diritto internazionale questi attacchi integrano i c.d. crimini di guerra.
La CPI ha però giurisdizione in Ucraina? Come anticipato, la Corte ha giurisdizione verso i soli Paesi firmatari dello Statuto di Roma: l’Ucraina non lo ha mai firmato.
A onor del vero però l’Ucraina accettò la giurisdizione della Corte, nel 2013 e ancora nel 2015, per permettere al Tribunale di indagare sui presunti crimini commessi dalla Russia durante l’invasione della Crimea; indagine che venne sospesa a causa della pandemia di Sars-Covid19.
Questo, oggi, permette all’Ucraina di rivolgersi al Tribunale per chiedere l’avvio di un’indagine per presunti crimini internazionali e, al contempo, permette alla Corte di avviarle di propria iniziativa.
Vi sono, però, delle complicazioni: la Corte non può processare un soggetto in absentia; questi deve essere fisicamente presente in aula. Inoltre la CPI non possiede una propria forza di polizia quindi si affida ai singoli Stati per arrestare i sospettati.
La Russia, che mai ha ratificato lo Statuto di Roma né accettato la giurisdizione della CPI, non è legalmente obbligata a cooperare e ad arrestare e consegnare l’indagato/gli indagati per sottoporli a un processo per crimini di guerra.
La Corte potrebbe avviare, al più, nei confronti del leader politico di un Paese, un processo per i crimini di aggressione ovvero un crimine di invasione o di conflitto ingiustificato, al di là di un’azione militare giustificabile per autodifesa.
Si tratta, invero, di crimini molto difficili da dimostrare.
Ben Saul, docente di diritto internazionale all’Università di Sydney, ha rivelato all’ABC che “si deve dimostrare che i comandanti o i leader politici fossero a conoscenza di quello che le loro truppe stavano facendo sul campo di battaglia, che avevano la capacità di imporsi e che non hanno fatto niente per fermare i loro soldati”.
Siamo di fronte a prove che indicano, certamente, che sono stati commessi crimini di guerra ma non dimostrano – contro ogni ragionevole dubbio – che sia stato il leader russo a commetterli ovvero a ordinarli.
Philippe Sands QC, avvocato di Matrix Chambers, esperto di diritto internazionale all’University College London, in un articolo pubblicato sul “Dailymail”(9) ha sottolineato come la CPI non può perseguire i leader russi poiché la Russia non ha mai ratificato lo Statuto di Roma.
Gli esperti internazionali stanno quindi ipotizzando di istituire uno speciale Tribunale Penale Internazionale per affrontare specificatamente il caso russo, che non rientrerebbe nella giurisdizione della CPI non essendo la Russia uno Stato parte (così come venne istituito il Tribunale di Norimberga).
Tuttavia Sands ritiene che la comunità internazionale dovrebbe altresì abbracciare il principio della “giurisdizione universale”, principio che fonda la propria idea sul fatto che talune norme internazionali siano di rilevanza tale da valere per tutti gli Stati a prescindere da dove si sia verificata la violazione delle stesse.
In assenza di questa soluzione, dice Sands, “penso che si possa dire che Putin ha condotto una guerra manifestamente illegale. Non c’è alcuna difesa o giustificazione concepibile per questo. Ma direi che Putin è un criminale di guerra? No.
Sulla base di ciò che ho visto non c’è genocidio della popolazione ucraina nel suo linguaggio legale. Non vedo l’intenzione di distruggere un gruppo, in tutto o in parte, ai sensi della Convenzione del 1948”(10).

Note

(1) La normale visione del diritto internazionale come ordinamento dove i soli soggetti sono gli Stati (unici destinatari di sanzioni) è entrata in crisi dopo il secondo conflitto mondiale quando sono stati istituiti il Tribunale di Norimberga o quello di Tokyo che hanno applicato lo ius gentium di natura penale direttamente agli individui. Essi non hanno agito sulla base di una legittimazione pattizia ma in ragione di una giustificazione giuridica “universale”, sulla base di un diritto “immanente” da considerare comune a tutta l’umanità. – SATZGER, Die Ausweitung der (Mit-) Täterschaft – Besorgnis erregende Entwicklungen (nur) im Völkerstrafrecht?, in FS Volk, München, 2009.
(2) Art. 17, par. 1, lett a) e b) dello Statuto.
(3) F. PALAZZO, Corso di diritto penale. Parte generale, VI ed., Torino, 2016.
(4) Artt. 49 e 50 della I Convenzione; artt. 50 e 51 della II Convenzione; artt. 129e 130 della III Convenzione; artt. 146 e 147 della IV Convenzione.
(5) Art. 7, par. 1: “Ai fini del presente Statuto, per crimine contro l’umanità s’intende uno degli atti di seguito elencati, se commesso nell’ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili, e con la consapevolezza dell’attacco:
a) omicidio;
b) sterminio;
c) riduzione in schiavitù;
d) deportazione o trasferimento forzato della popolazione;
e) imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale;
f) tortura;
g) stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità;
h) persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità, inspirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale ai sensi del paragrafo 3, o da altre ragioni universalmente riconosciute come non permissibili ai sensi del diritto internazionale, collegate ad atti preveduti dalle disposizioni del presente paragrafo o a crimini di competenza della Corte;
i) sparizione forzata delle persone;
j) apartheid;
k) altri atti inumani di analogo carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale”.
(6) Statuto di Roma – art. 7, par. 2, lett. a).
(7) La prima condanna per il crimine di genocidio è stata emessa dal TPIR nel 1998: J.-P. Akayesu, borgomastro del comune ruandese di Taba, è stato ritenuto colpevole del crimine de quo commesso in Ruanda nel 1994 nei confronti del gruppo etnico dei tutsi – TPIR, Cam. I gr., 2.10.1998, ICTR-96-4-T, Procuratore c. Jean-Paul Akayesu.
(8) TPIJ, Cam. I gr., 2.8.2001, IT-98-33-T, Procuratore c. Radislav Krstić, par. 554.
(9) PHILIPPE SANDS: Perché abbiamo bisogno di un nuovo processo a Norimberga per far pagare a Putin | Daily Mail Online
(10) PHILIPPE SANDS QC – The Guardian – 31.03.2022.