La figura del fiduciario per la salute nella legge n. 219 del 2017

Articolo a cura dell’Avv. Giuseppe Palmisano

Fiduciario per la salute

La legge n. 219 del 2017 ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto delle disposizioni anticipate di trattamento, ovvero quell’atto col quale si dispone in merito ai trattamenti sanitari cui si intende o meno essere sottoposti nel caso di futura perdita della capacità di autodeterminazione.
Negli ultimi decenni, siamo stati spettatori di un notevole incremento della durata e della qualità della vita umana, che ha portato, però, anche ad un prolungamento delle malattie e delle fasi terminali della vita stessa caratterizzate da questioni etico giuridiche che gli operatori del diritto sono chiamati ad analizzare e disciplinare.
Dato che il concetto di morte non è più definibile solo come naturale, si è sentito il bisogno, già nei precedenti decenni, di porre in essere tentativi di legiferazione in materia, evidenziando l’importanza del rispetto della volontà dell’individuo e, conseguentemente, del principio di autodeterminazione costituzionalmente sancito.
I tentativi necessari per giungere all’emanazione di una legge in materia sono stati molteplici; solo negli anni novanta, ad esempio, sono stati proposti più di 15 disegni di legge, tra cui il più noto D.d.l. “Calabrò” che trovava le sue radici nelle vicende del caso Englaro.
Proprio su tale proposta normativa si è ispirato la legge n. 219 del 2017, la quale, confermando alcuni istituti già previsti dalle precedenti proposte di legge e rivalutando aspetti che ad oggi risultavano poco attuali, ha definitivamente sancito la vincolatività delle disposizioni anticipate di trattamento. 
L’introduzione dell’istituto nell’ordinamento italiano, è stato possibile grazie a principi rinvenibili in fonti interne, comunitarie ed internazionali, tutte in armonia con i principi della nostra carta costituzionale.
A seguito di un accurato esame del testo di legge, particolare interesse ha destato la possibilità per il disponente, prevista dall’art. 4 della legge n. 219 del 2017 rubricata “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, di nominare un fiduciario per la salute.
Il comma 2 dello stesso articolo, dispone testualmente: «il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo, che è allegato alle DAT […]».
Viene, dunque, lasciata ampia libertà nella designazione del fiduciario, che può essere un familiare così come una persona non legata allo stesso da vincoli giuridici o di parentela.
Per comprendere la centralità del ruolo ricoperto dal fiduciario in materia di consenso informato, va ricordato che in una recente pronuncia, la Corte Costituzionale ha ribadito che le disposizioni anticipate di trattamento rappresentano “[…] un preciso punto di riferimento cui affidare la tutela della libera autodeterminazione del malato nelle scelte di quei trattamenti finalizzati a liberarlo dalle sofferenze anche di fine vita.[1]
Si pensi al caso in cui, tra il momento di redazione delle disposizioni anticipate di trattamento e la loro effettiva attuazione, intercorra un lasso temporale considerevole.
In tali circostanze, può accadere che, dato l’esponenziale progresso medico – scientifico, si verifichi una difformità tra quanto espresso nelle DAT e la reale volontà del disponente al momento del verificarsi dell’infausto evento.
La legge n. 219 del 2017, prevedendo il possibile verificarsi di tale difformità, invita il disponente alla nomina di un fiduciario, ovvero alla designazione di una persona di massima fiducia, che si assuma la responsabilità di interpretare le sue volontà in relazione anche ai progressi in ambito medico.
Si badi bene, però, che non si tratta di un obbligo, ma di un semplice invito alla nomina.
Mediante quest’ultima, il rapporto medico-paziente si allarga ad altri soggetti, e ciò a tutela sia del paziente che del medico, permettendo l’esecuzione di una prestazione sanitaria conforme a quanto disposto.
La mancata indicazione di un fiduciario, tuttavia, non compromette né il contenuto né la validità delle disposizioni.
Il compito più arduo affidatogli è, dunque, quello di attualizzare le volontà del disponente e, nel contempo, garantirne il rispetto.
Anche se il medico ha l’obbligo di attenersi alle volontà contenute nelle disposizioni anticipate, ciò non vuol dire che, in alcuni casi, queste non possano essere disattese.
A tal proposito è necessario non sottacere circa il principio di collaborazione medico-fiduciario espresso all’art. 4 comma 5 della legge in esame; il procedimento di modifica delle DAT, infatti, può essere azionato dal medico quanto ritenga che le disposizioni siano inadeguate alle condizioni del disponente e, in tal caso, il fiduciario è solamente tenuto ad esprimere il suo consenso o diniego alle modifiche proposte dal medico, non potendo di sua iniziativa proporne altre.
Lo stesso può autorizzare il mancato rispetto delle volontà del disponente quando queste risultino palesemente incongrue, non corrispondenti alle condizioni cliniche del paziente o se si appalesi la circostanza per cui il paziente, al momento della redazione delle DAT, non era a conoscenza di terapie capaci di offrire un effettivo miglioramento delle condizioni cliniche in cui versa.[2]
In altri termini, medico e fiduciario dovranno collaborare per il rispetto delle volontà espresse dal disponente, senza poter imporre trattamenti, terapie o accanimenti terapeutici non previsti nelle DAT.
È evidente, dunque, quanto sia sottile la linea di confine tra attualizzare le disposizioni anticipate di trattamento e imporre, invece, un trattamento non voluto dal disponente; perciò, qualora si verifichi una situazione di disaccordo tra il fiduciario e il medico, la risoluzione della controversia sarà demandata al giudice tutelare mediante il deposito di un ricorso.
Mentre è pacifica la legittimazione degli stessi a presentare tale ricorso, permangono dubbi, invece, circa quella degli  soggetti indicati nell’articolo 3 comma 5 della legge[3] e, precisamente, il rappresentante legale della persona interessata, i suoi familiari, il convivente e il rappresentante legale della struttura sanitaria operante.
Sul punto, di rilevante interesse appare la nota pronuncia della Corte di Cassazione, la quale soffermandosi sul rapporto medico – paziente,  ha evidenziato che « l’istanza personalistica alla base del principio del consenso informato e il principio di parità di trattamento tra gli individui, a prescindere dal loro stato di capacità, impone di ricreare il dualismo dei soggetti nel processo di elaborazione della decisione medica: tra medico che deve informare in ordine alla diagnosi e alle possibilità terapeutiche, e il paziente che, attraverso il legale rappresentante, possa accettare o rifiutare i trattamenti prospettati»[4]
Non si può escludere, dunque, la possibilità che il rappresentante legale possa compiere atti inerenti alla salute dell’incapace perché, così facendo, in tutti quei casi in cui un soggetto non sia in grado di provvedere direttamente al loro compimento, vi sarebbe la vanificazione dell’esercizio di tutti i diritti fondamentali della personalità.[5]
Di ciò, troviamo fondamento anche nell’articolo 6 della Convenzione di Oviedo il quale stabilisce che, nel caso in cui la persona maggiorenne non sia in grado di prestare consenso ad un intervento, a causa di un handicap mentale, di una malattia o altro motivo di salute, il medico non può procedere se non ottiene prima l’autorizzazione dal rappresentante o da altra persona individuata dal giudice tutelare.
Appare evidente, pertanto, la necessaria ed imprescindibile nomina di un rappresentante in tutte quelle situazioni in cui il paziente versi in uno stato d’incapacità.
Questo fondamentale principio è stato, fortunatamente, inglobato dalla nuova normativa, assicurando al paziente la facoltà di tutelarsi mediante la nomina di un proprio fiduciario.
Non si può sottacere, inoltre, sulla circostanza per cui l’articolo 33 comma 6 del codice di deontologia medica prevede l’obbligo per il sanitario di rispettare la volontà del paziente di demandare ad altro soggetto, da lui precedentemente designato, le decisioni circa il consenso o dissenso all’atto medico;
Anche se tale disposto fa riferimento solo alla fase informativa, e non di accettazione o meno dell’atto, questo è stato interpretato estensivamente facendovi rientrare anche un riconoscimento di validità del consenso espresso dal delegato.[6]
Visto il rilievo etico e morale del compito delegato al fiduciario è lapalissiano un necessario controllo sul suo operato e la preventiva individuazione di soluzioni in caso di conflitti tra i soggetti coinvolti nell’applicazione delle DAT.
Il legislatore ha, sapientemente, previsto dei meccanismi di controllo volti alla risoluzione di eventuali conflitti che possono crearsi tra fiduciario, medico ed i familiari del paziente. Spetta all’autorità giudiziaria esercitare tali controlli autorizzando o meno le scelte del fiduciario e risolvendo i contrasti che possono crearsi tra i soggetti coinvolti.
Ai sensi dell’articolo 37 del codice deontologico, il medico ha l’onere di informare l’autorità giudiziaria in caso di contrasto con il rappresentante legale in merito a un trattamento necessario e indifferibile da praticare nei confronti del paziente incapace.
L’autorità giudiziaria, prima di autorizzare o meno un trattamento medico richiesto dal fiduciario, in presenza di un testamento biologico lo esaminerà, accertandosi della sua efficacia e validità tenendo sempre conto dei principi di promozione della persona umana e di tutela della salute previsti dalle fonti nazionali ed internazionali.
Particolarmente attuale, infine, in ordine alla figura del fiduciario, è il rapporto intercorrente tra la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento e quella sulle unioni civili.
La legge n. 76 del 20 maggio 2016, più nome come “Legge Cirinnà”, grande traguardo in materia di diritti civili, contiene, infatti, alcune disposizioni che non collimano perfettamente con quanto disposto dalla nuova normativa in materia di disposizioni anticipate di trattamento.
In particolare, i commi 40 e 41 dell’articolo 1 della legge Cirinnà hanno sollevato grandi dibattiti dottrinali.
Il comma 40 dell’articolo 1 sancisce testualmente che: «Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.»
La norma, che a prima lettura, pare preveda l’equiparazione dei conviventi di fatto ai coniugi e ai partner dell’unione civile, con riguardo al caso di malattia del convivente, in realtà assume, oltre al suo valore prescrittivo, un plusvalore.[7]
La norma, riferita al convivente ed estendibile anche al coniuge o al partner di unione civile, prevede il potere, attuale o futuro, del paziente di nominare una persona che lo sostituisca nelle decisioni in materia di salute sia dal punto di vista informativo che da quello del consenso alle cure in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e di volere.
Il legislatore quindi, ha esteso al convivente una possibilità implicita nelle relazioni coniugali.
Tuttavia la legge n. 76 del 2016 non regola gli effetti di tali disposizioni anticipate, per cui è pacifico ritenere applicabile l’articolo 6 [8] della legge n. 219 del 2017.
Siamo di fronte, perciò, ad una disciplina di diritto transitorio con funzione “selettiva”, poiché ha permette di identificare quali schede biotestamentarie possano beneficiare del nuovo trattamento normativo, seppur a formazione antecedente.
In conclusione, Il conflitto tra le due normative deve risolversi mediante l’applicazione del principio cronologico, con una conseguente abrogazione implicita e tacita dei commi 40 e 41 dell’articolo 1 della legge n. 76 a favore dell’articolo 6 della legge n. 219 del 2017.
Oggi, a più di tre anni dall’emanazione della legge n. 219 del 2017, possiamo affermare che tale testo normativo, atteso per decenni, non ha sicuramente legiferato in maniera esaustiva una così delicata materia, ma ha rappresentato, sicuramente, un enorme passo in avanti nella tutela dei diritti dell’uomo, conformando la disciplina nazionale ai principi ed i valori internazionali già assimilati dalla maggior parte degli ordinamenti stranieri.
Seppur permangono diverse lacune, in particolar modo in ambito applicativo, che dovranno essere affrontate e risolte dalla Giurisprudenza, la figura del fiduciario, e più in generale la legge n. 219 del 2017, rappresenta la volontà del legislatore di porre al centro del proprio operato i diritti fondamentali della persona, quale singolo individuo e formazione sociale, tentando un’attualizzazione dell’ordinamento resa necessaria dal frenetico sviluppo della società moderna.

fiduciario per la salute

La legge n. 219 del 2017 ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto delle disposizioni anticipate di trattamento, ovvero quell’atto col quale si dispone in merito ai trattamenti sanitari cui si intende o meno essere sottoposti nel caso di futura perdita della capacità di autodeterminazione.
Negli ultimi decenni, siamo stati spettatori di un notevole incremento della durata e della qualità della vita umana, che ha portato, però, anche ad un prolungamento delle malattie e delle fasi terminali della vita stessa caratterizzate da questioni etico giuridiche che gli operatori del diritto sono chiamati ad analizzare e disciplinare.
Dato che il concetto di morte non è più definibile solo come naturale, si è sentito il bisogno, già nei precedenti decenni, di porre in essere tentativi di legiferazione in materia, evidenziando l’importanza del rispetto della volontà dell’individuo e, conseguentemente, del principio di autodeterminazione costituzionalmente sancito.
I tentativi necessari per giungere all’emanazione di una legge in materia sono stati molteplici; solo negli anni novanta, ad esempio, sono stati proposti più di 15 disegni di legge, tra cui il più noto D.d.l. “Calabrò” che trovava le sue radici nelle vicende del caso Englaro.
Proprio su tale proposta normativa si è ispirato la legge n. 219 del 2017, la quale, confermando alcuni istituti già previsti dalle precedenti proposte di legge e rivalutando aspetti che ad oggi risultavano poco attuali, ha definitivamente sancito la vincolatività delle disposizioni anticipate di trattamento. 
L’introduzione dell’istituto nell’ordinamento italiano, è stato possibile grazie a principi rinvenibili in fonti interne, comunitarie ed internazionali, tutte in armonia con i principi della nostra carta costituzionale.
A seguito di un accurato esame del testo di legge, particolare interesse ha destato la possibilità per il disponente, prevista dall’art. 4 della legge n. 219 del 2017 rubricata “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, di nominare un fiduciario per la salute.
Il comma 2 dello stesso articolo, dispone testualmente: «il fiduciario deve essere una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere. L’accettazione della nomina da parte del fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo, che è allegato alle DAT […]».
Viene, dunque, lasciata ampia libertà nella designazione del fiduciario, che può essere un familiare così come una persona non legata allo stesso da vincoli giuridici o di parentela.
Per comprendere la centralità del ruolo ricoperto dal fiduciario in materia di consenso informato, va ricordato che in una recente pronuncia, la Corte Costituzionale ha ribadito che le disposizioni anticipate di trattamento rappresentano “[…] un preciso punto di riferimento cui affidare la tutela della libera autodeterminazione del malato nelle scelte di quei trattamenti finalizzati a liberarlo dalle sofferenze anche di fine vita.[1]
Si pensi al caso in cui, tra il momento di redazione delle disposizioni anticipate di trattamento e la loro effettiva attuazione, intercorra un lasso temporale considerevole.
In tali circostanze, può accadere che, dato l’esponenziale progresso medico – scientifico, si verifichi una difformità tra quanto espresso nelle DAT e la reale volontà del disponente al momento del verificarsi dell’infausto evento.
La legge n. 219 del 2017, prevedendo il possibile verificarsi di tale difformità, invita il disponente alla nomina di un fiduciario, ovvero alla designazione di una persona di massima fiducia, che si assuma la responsabilità di interpretare le sue volontà in relazione anche ai progressi in ambito medico.
Si badi bene, però, che non si tratta di un obbligo, ma di un semplice invito alla nomina.
Mediante quest’ultima, il rapporto medico-paziente si allarga ad altri soggetti, e ciò a tutela sia del paziente che del medico, permettendo l’esecuzione di una prestazione sanitaria conforme a quanto disposto.
La mancata indicazione di un fiduciario, tuttavia, non compromette né il contenuto né la validità delle disposizioni.
Il compito più arduo affidatogli è, dunque, quello di attualizzare le volontà del disponente e, nel contempo, garantirne il rispetto.
Anche se il medico ha l’obbligo di attenersi alle volontà contenute nelle disposizioni anticipate, ciò non vuol dire che, in alcuni casi, queste non possano essere disattese.
A tal proposito è necessario non sottacere circa il principio di collaborazione medico-fiduciario espresso all’art. 4 comma 5 della legge in esame; il procedimento di modifica delle DAT, infatti, può essere azionato dal medico quanto ritenga che le disposizioni siano inadeguate alle condizioni del disponente e, in tal caso, il fiduciario è solamente tenuto ad esprimere il suo consenso o diniego alle modifiche proposte dal medico, non potendo di sua iniziativa proporne altre.
Lo stesso può autorizzare il mancato rispetto delle volontà del disponente quando queste risultino palesemente incongrue, non corrispondenti alle condizioni cliniche del paziente o se si appalesi la circostanza per cui il paziente, al momento della redazione delle DAT, non era a conoscenza di terapie capaci di offrire un effettivo miglioramento delle condizioni cliniche in cui versa.[2]
In altri termini, medico e fiduciario dovranno collaborare per il rispetto delle volontà espresse dal disponente, senza poter imporre trattamenti, terapie o accanimenti terapeutici non previsti nelle DAT.
È evidente, dunque, quanto sia sottile la linea di confine tra attualizzare le disposizioni anticipate di trattamento e imporre, invece, un trattamento non voluto dal disponente; perciò, qualora si verifichi una situazione di disaccordo tra il fiduciario e il medico, la risoluzione della controversia sarà demandata al giudice tutelare mediante il deposito di un ricorso.
Mentre è pacifica la legittimazione degli stessi a presentare tale ricorso, permangono dubbi, invece, circa quella degli  soggetti indicati nell’articolo 3 comma 5 della legge[3] e, precisamente, il rappresentante legale della persona interessata, i suoi familiari, il convivente e il rappresentante legale della struttura sanitaria operante.
Sul punto, di rilevante interesse appare la nota pronuncia della Corte di Cassazione, la quale soffermandosi sul rapporto medico – paziente,  ha evidenziato che « l’istanza personalistica alla base del principio del consenso informato e il principio di parità di trattamento tra gli individui, a prescindere dal loro stato di capacità, impone di ricreare il dualismo dei soggetti nel processo di elaborazione della decisione medica: tra medico che deve informare in ordine alla diagnosi e alle possibilità terapeutiche, e il paziente che, attraverso il legale rappresentante, possa accettare o rifiutare i trattamenti prospettati»[4]
Non si può escludere, dunque, la possibilità che il rappresentante legale possa compiere atti inerenti alla salute dell’incapace perché, così facendo, in tutti quei casi in cui un soggetto non sia in grado di provvedere direttamente al loro compimento, vi sarebbe la vanificazione dell’esercizio di tutti i diritti fondamentali della personalità.[5]
Di ciò, troviamo fondamento anche nell’articolo 6 della Convenzione di Oviedo il quale stabilisce che, nel caso in cui la persona maggiorenne non sia in grado di prestare consenso ad un intervento, a causa di un handicap mentale, di una malattia o altro motivo di salute, il medico non può procedere se non ottiene prima l’autorizzazione dal rappresentante o da altra persona individuata dal giudice tutelare.
Appare evidente, pertanto, la necessaria ed imprescindibile nomina di un rappresentante in tutte quelle situazioni in cui il paziente versi in uno stato d’incapacità.
Questo fondamentale principio è stato, fortunatamente, inglobato dalla nuova normativa, assicurando al paziente la facoltà di tutelarsi mediante la nomina di un proprio fiduciario.
Non si può sottacere, inoltre, sulla circostanza per cui l’articolo 33 comma 6 del codice di deontologia medica prevede l’obbligo per il sanitario di rispettare la volontà del paziente di demandare ad altro soggetto, da lui precedentemente designato, le decisioni circa il consenso o dissenso all’atto medico;
Anche se tale disposto fa riferimento solo alla fase informativa, e non di accettazione o meno dell’atto, questo è stato interpretato estensivamente facendovi rientrare anche un riconoscimento di validità del consenso espresso dal delegato.[6]
Visto il rilievo etico e morale del compito delegato al fiduciario è lapalissiano un necessario controllo sul suo operato e la preventiva individuazione di soluzioni in caso di conflitti tra i soggetti coinvolti nell’applicazione delle DAT.
Il legislatore ha, sapientemente, previsto dei meccanismi di controllo volti alla risoluzione di eventuali conflitti che possono crearsi tra fiduciario, medico ed i familiari del paziente. Spetta all’autorità giudiziaria esercitare tali controlli autorizzando o meno le scelte del fiduciario e risolvendo i contrasti che possono crearsi tra i soggetti coinvolti.
Ai sensi dell’articolo 37 del codice deontologico, il medico ha l’onere di informare l’autorità giudiziaria in caso di contrasto con il rappresentante legale in merito a un trattamento necessario e indifferibile da praticare nei confronti del paziente incapace.
L’autorità giudiziaria, prima di autorizzare o meno un trattamento medico richiesto dal fiduciario, in presenza di un testamento biologico lo esaminerà, accertandosi della sua efficacia e validità tenendo sempre conto dei principi di promozione della persona umana e di tutela della salute previsti dalle fonti nazionali ed internazionali.
Particolarmente attuale, infine, in ordine alla figura del fiduciario, è il rapporto intercorrente tra la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento e quella sulle unioni civili.
La legge n. 76 del 20 maggio 2016, più nome come “Legge Cirinnà”, grande traguardo in materia di diritti civili, contiene, infatti, alcune disposizioni che non collimano perfettamente con quanto disposto dalla nuova normativa in materia di disposizioni anticipate di trattamento.
In particolare, i commi 40 e 41 dell’articolo 1 della legge Cirinnà hanno sollevato grandi dibattiti dottrinali.
Il comma 40 dell’articolo 1 sancisce testualmente che: «Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.»
La norma, che a prima lettura, pare preveda l’equiparazione dei conviventi di fatto ai coniugi e ai partner dell’unione civile, con riguardo al caso di malattia del convivente, in realtà assume, oltre al suo valore prescrittivo, un plusvalore.[7]
La norma, riferita al convivente ed estendibile anche al coniuge o al partner di unione civile, prevede il potere, attuale o futuro, del paziente di nominare una persona che lo sostituisca nelle decisioni in materia di salute sia dal punto di vista informativo che da quello del consenso alle cure in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e di volere.
Il legislatore quindi, ha esteso al convivente una possibilità implicita nelle relazioni coniugali.
Tuttavia la legge n. 76 del 2016 non regola gli effetti di tali disposizioni anticipate, per cui è pacifico ritenere applicabile l’articolo 6 [8] della legge n. 219 del 2017.
Siamo di fronte, perciò, ad una disciplina di diritto transitorio con funzione “selettiva”, poiché ha permette di identificare quali schede biotestamentarie possano beneficiare del nuovo trattamento normativo, seppur a formazione antecedente.
In conclusione, Il conflitto tra le due normative deve risolversi mediante l’applicazione del principio cronologico, con una conseguente abrogazione implicita e tacita dei commi 40 e 41 dell’articolo 1 della legge n. 76 a favore dell’articolo 6 della legge n. 219 del 2017.
Oggi, a più di tre anni dall’emanazione della legge n. 219 del 2017, possiamo affermare che tale testo normativo, atteso per decenni, non ha sicuramente legiferato in maniera esaustiva una così delicata materia, ma ha rappresentato, sicuramente, un enorme passo in avanti nella tutela dei diritti dell’uomo, conformando la disciplina nazionale ai principi ed i valori internazionali già assimilati dalla maggior parte degli ordinamenti stranieri.
Seppur permangono diverse lacune, in particolar modo in ambito applicativo, che dovranno essere affrontate e risolte dalla Giurisprudenza, la figura del fiduciario, e più in generale la legge n. 219 del 2017, rappresenta la volontà del legislatore di porre al centro del proprio operato i diritti fondamentali della persona, quale singolo individuo e formazione sociale, tentando un’attualizzazione dell’ordinamento resa necessaria dal frenetico sviluppo della società moderna.

Note

[1] Corte Costituzionale, sentenza n. 242/2019, del 22.11.2019
[2] MAINARDI M., Testamento biologico e consenso informato, Torino, Giappichelli editore, 2018, pp.21 e ss.
[3] Articolo 3 comma 5 della legge n.219 del 2017: « Nel  caso  in  cui  il  rappresentante  legale  della   persona interdetta o inabilitata  oppure  l’amministratore  di  sostegno,  in assenza delle disposizioni anticipate di  trattamento  (DAT)  di  cui all’articolo 4, o  il  rappresentante  legale  della  persona  minore rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste  siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o  dei soggetti di cui agli articoli 406 e seguenti del codice civile o  del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.»
[4] Cassazione Civile, sezione I, sentenza n.21748/2007 del 04.10.2007
[5] ATZEI R. e FICHERA M.S., Il sistema normativo vigente. Principi generali, in AA.VV., tutela, curatela e amministrazione di sostegno, Giappicchelli, 2008, pp.57 ss.
[6] MONTANARI VERGALLO G., Il rapporto medico-paziente, Consenso e informazione tra libertà e responsabilità, Milano, Giuffrè editore, 2008, pp.162-163.
[7] Calò, Convivenze: il legislatore crea il testamento biologico credendo di estenderlo, in Notariato, 2016, 596 ss.
[8] Articolo 6 legge n.219 del 22 dicembre 2017: «Ai documenti atti ad esprimere le volontà del disponente in merito ai trattamenti sanitari, depositati presso il comune di residenza o presso un notaio prima della data di entrata in vigore della presente legge, si applicano le disposizioni della medesima legge.»

Codici e leggi

Codice Ambiente

Codice Antimafia

Codice Antiriciclaggio

Codice Civile

Codice Crisi d’Impresa

Codice dei Beni Culturali

Codice dei Contratti Pubblici

Codice del Consumo

Codice del Terzo Settore

Codice del Turismo

Codice dell’Amministrazione Digitale

Codice della Navigazione

Codice della Privacy

Codice della Protezione Civile

Codice della Strada

Codice delle Assicurazioni

Codice delle Comunicazioni Elettroniche

Codice delle Pari Opportunità

Codice di Procedura Civile

Codice di Procedura Penale

Codice Giustizia Contabile

Codice Penale

Codice Processo Amministrativo

Codice Processo Tributario

Codice Proprietà Industriale

Codice Rosso

Costituzione

Decreto Cura Italia

Decreto Legge Balduzzi

Disposizioni attuazione Codice Civile e disposizioni transitorie

Disposizioni di attuazione del Codice di Procedura Civile

Disposizioni di attuazione del Codice Penale

DPR 445 – 2000

Legge 104

Legge 23 agosto 1988 n 400

Legge 68 del 1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili)

Legge Basaglia

Legge Bassanini

Legge Bassanini Bis

Legge Cambiaria

Legge Cure Palliative

Legge Di Bella

Legge Diritto d’Autore

Legge Equo Canone

Legge Fallimentare

Legge Gelli-Bianco

Legge Mediazione

Legge Pinto

Legge Severino

Legge Sovraindebitamento

Legge sul Divorzio

Legge sul Procedimento Amministrativo

Legge sulle Locazioni Abitative

Legge Testamento Biologico

Legge Unioni Civili

Norme di attuazione del Codice di Procedura Penale

Ordinamento Penitenziario

Preleggi

Statuto dei Lavoratori

Statuto del Contribuente

Testo Unico Bancario

Testo Unico Edilizia

Testo Unico Enti Locali

Testo Unico Espropri

Testo Unico Imposte sui Redditi

Testo Unico Iva

Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza

Testo Unico Sicurezza Lavoro

Testo Unico Stupefacenti

Testo Unico Successioni e Donazioni

Testo Unico sul Pubblico Impiego

Testo Unico sull’Immigrazione

Altre leggi

Codice Deontologico Forense

Codici Deontologici

Disciplina comunitaria e internazionale

Office Advice © 2020 – Tutti i diritti riservati – P.IVA 02542740747