Verso l’europeizzazione del diritto amministrativo: il caso delle concessioni demaniali marittime

Articolo a cura dell’Avv.ssa Marta Iacopini

Europeizzazione diritto europeo

1. L’europeizzazione del diritto amministrativo italiano

Con le sentenze “gemelle” n. 17 e 18 del 9 novembre 2021, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha senza dubbio mutato il destino delle concessioni demaniali marittime (e in generale delle concessioni di beni pubblici), mettendo in risalto – con toni fermi e decisi – l’incompatibilità con il diritto europeo della normativa italiana che ha istituzionalizzato il regime delle proroghe automatiche finora vigente (si ricorda l’art. 1, co. 18, d.l. 194/2009, l’art. 1 commi 682, 683, 684 l. 145/2018 che ha disposto la proroga fino al 2023 e il più recente art. 182 co. 2 d.l. 34/2020, che ha introdotto un’ulteriore moratoria di “emergenza” per contenere le ripercussioni economiche della situazione emergenziale legata alla diffusione del Covid-19).
Guardandole da una prospettiva più sistematica, tali sentenze esprimono tutta la dinamicità del diritto amministrativo: tradizionalmente considerato il ramo del diritto più legato ai confini territoriali e per questo immune alla globalizzazione politica ed economica iniziata negli anni Cinquanta, il massimo Organo del Consiglio di Stato ci ricorda che  la realizzazione del programma europeo, ossia di un mercato unico europeo senza barriere alla libera circolazione dei fattori produttivi, ipotizzato da Robert Schuman[1] e poi portato avanti con determinazione innanzitutto da Jacques Delors[2], passa anche dal diritto amministrativo – vigente e vivente –  chiamato sempre più ad assumere un ruolo da protagonista.
Sotto il primo profilo, è soprattutto tramite il diritto amministrativo che si è realizzato il “passaggio dallo Stato gestore allo Stato regolatore[3], attraverso i fenomeni della deregolazione, della liberalizzazione e della semplificazione invocati dal principio della concorrenza.
Sotto il secondo aspetto, inevitabilmente, le libertà europee (in particolare quelle dell’art. 49 TFUE) e i principi (di uguaglianza, di non discriminazione, di proporzionalità) che ne garantiscono la realizzazione – principi al cui rispetto è oggi espressamente tenuta l’attività amministrativa (art. 1 L. 241/1990) – sono entrati irreversibilmente nel ragionamento e nell’armamentario giuridico dei Giudici amministrativi.

2. L’ambito applicativo della c.d. “Direttiva Bolkestein” secondo l’Adunanza Plenaria

L’Adunanza Plenaria è giunta ad affermare l’illegittimità del regime delle proroghe ex lege e l’imprescindibilità dello svolgimento di procedure selettive pubbliche ritenendo applicabile, anche alle concessioni demaniali marittime, la c.d.  “Direttiva Bolkestein” (Direttiva 123/2006/CE del 12 dicembre 2006, così denominata dal nome del Commissario che la propose).
Tale Direttiva (recepita in Italia con il d.lgs. 59/2010) è stata adottata con l’obiettivo di eliminare gli ostacoli amministrativi alle libertà economiche europee (libertà di stabilimento e di servizio) così da garantire la massima concorrenza tra gli operatori economici dei diversi Stati membri.
Considerata una “delle iniziative più rilevanti della Commissione Prodi (1999-2004) e uno dei lasciti più delicati da gestire dalla Commissione Barroso (2004-2009)”[4], la Direttiva persegue il suo obiettivo attraverso più binari: la semplificazione amministrativa e la riduzione delle procedure autorizzative, l’equivalenza e l’armonizzazione delle normative interne e la garanzia dello svolgimento di selezioni pubbliche nel caso in cui il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato a causa della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili.
Selezioni che – precisa l’art. 12 della Direttiva – devono svolgersi in maniera trasparente, imparziale e previa adeguata pubblicità.
Coerentemente, sempre al fine di abbattere gli ostacoli all’ingresso nei mercati da parte di nuovi operatori economici, la stessa norma aggiunge il divieto di procedere a rinnovi automatici delle autorizzazioni (nel diritto europeo non è presente la marcata distinzione tra autorizzazioni e concessioni elaborata, invece, dalla dottrina italiana a partire dagli studi di Oreste Ranelletti[5]) e di accordare qualsivoglia vantaggio al prestatore uscente.
Simili disposizioni non sono passate inosservate agli operatori economici italiani – in particolare agli operatori di mercato su area pubblica (ambulanti) e ai titolari di concessioni per l’esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime – che hanno reagito immediatamente organizzandosi nei numerosi comitati “No Bolkestein”.
Uno dei nodi cruciali che non solo gli operatori anti-Bolkestein, ma anche la dottrina e la giurisprudenza chiedevano che venisse sciolto era quello relativo all’ambito applicativo della Direttiva.
Valorizzandone le finalità, l’Adunanza Plenaria ne ha affermato l’applicabilità non solo – come era pacificamente riconosciuto – alle concessioni di servizi, ma anche alle concessioni di beni con le quali viene assegnato, in via esclusiva, ad un operatore economico l’utilizzo di un determinato bene o area, chiudendo così definitivamente il dibattito che, su questo punto, era sorto (non può tacersi che era stato lo stesso ex Commissario Bolkestein a dichiarare che le concessioni balneari sarebbero beni e non servizi, facendo da ciò derivare l’esclusione dall’ambito applicativo della Direttiva[6]).
Così inquadrate, l’affermazione secondo cui la proroga automatica e senza gara delle concessioni demaniali marittime fino al 2033 costituirebbe una barriera all’ingresso di nuovi operatori incompatibile con il diritto eurounitario e, in particolare, con il predetto art. 12 della Direttiva, era una conclusione obbligata.

3. La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Come precedentemente anticipato, l’influenza del diritto europeo sul diritto amministrativo italiano opera anche sul piano giudiziario. Di ciò, l’Adunanza Plenaria è protagonista in prima persona.
I Giudici Amministrativi, infatti, richiamano espressamente la giurisprudenza europea e, in particolare, la sentenza del 14 luglio 2016, cause riunite C-458/14 E C-67/15, Propimpresa, con la quale la Corte di Giustizia aveva già espressamente dichiarato l’illegittimità della proroga automatica delle concessioni balneari in assenza di procedura selettiva per contrasto all’art. 49 del TFUE e all’art. 12 della Direttiva Bolkestein.
Nonostante quanto affermato della Corte di Giustizia Europea (nel 2016), il Legislatore italiano ha comunque disposto (nel 2018) la proroga della durata delle concessioni demaniali marittime sino al 2033, con ripercussioni sia sulle singole amministrazioni che sulla giustizia amministrativa.
Le prime si sono trovate investite della scelta – sicuramente scomoda e non semplice – tra rispettare il diritto nazionale e, dunque, il previsto regime di proroghe, o uniformarsi al diritto europeo ed indire delle nuove procedure selettive.
Le seconda, invece, è stata chiamata – facendo quasi da supplente al Legislatore – a recepire comunque gli indirizzi europei, realizzando, per via giurisprudenziale, l’armonizzazione dei sistemi e l’adattamento, sempre più in profondità, di quello italiano al principio della concorrenza.

4. Le conseguenze per le pubbliche amministrazioni italiane

Le conseguenze delle pronunce dell’Adunanza Plenaria sono enormi.
Dall’affermata incompatibilità del diritto interno a quello eurounitario discende la necessità della sua disapplicazione, che a sua volta ha come ripercussione, anche nei casi in cui siano stati adottati formali atti di proroga e anche nei casi in cui sulla legittimità degli stessi si sia formato un giudicato favorevole, il venire meno degli effetti delle concessioni.
Ciò dà origine, fondamentalmente, a due problematiche: quelle dell’organizzazione delle nuove procedure e quella degli indennizzi per gli operatori uscenti (che porta con sé la scelta di come ripartirne il carico tra le pubbliche amministrazioni e i concessionari subentranti).
Sotto il primo aspetto diventa rilevante coordinare le procedure con la disciplina del d.lgs. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici) e, in particolare, con gli articoli 164 e seguenti del d.lgs. 50/2016
Sotto il secondo profilo vengono in rilievo invece l’art. 21 quinquies della l. 241/1990  e l’art. 42 del Codice della navigazione (r.d. 327/1942).
Vero è che l’Adunanza Plenaria è pienamente consapevole dell’ampiezza delle conseguenze delle sue sentenze “gemelle” e per questo ne modula gli effetti temporali per dare tempo, da un lato, alle amministrazioni di organizzare le prescritte competizioni e, dall’altro lato, alle istituzioni politiche italiane – Parlamento e Governo – di adottare una normativa che riordini e disciplini la materia.
Lo spartiacque è individuato nel 31 dicembre 2023: fino a quella data le concessioni in essere continueranno ad essere efficaci; dopo, anche se il Legislatore non dovesse adoperarsi per via legislativa, cesseranno.
Per evitare il prospettato vuoto normativo, il Legislatore è quindi intervenuto attraverso il d.d.l. concorrenza (AS 2469)[7] che – nella sua attuale formulazione (il disegno di legge è stato oggetto, infatti, di numerosi emendamenti) – conferisce delega al Governo per l’adozione di decreti legislativi che dovranno definire una disciplina uniforme delle procedure selettive di affidamento delle concessioni.
Queste dovranno essere improntate al rispetto dei principi di imparzialità, non discriminazione, massima partecipazione (anche di imprese di piccole dimensioni e enti del terzo settore), pubblicità e trasparenza; dovranno dare adeguata considerazione all’aspetto qualitativo dell’offerta, tenendo conto delle loro condizioni e dell’esperienza già acquisita; dovranno tenere conto della posizione dei soggetti che, nei cinque anni antecedenti l’avvio della procedura selettiva, hanno utilizzato la concessione quale prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare; infine, dovranno definire criteri uniformi per la quantificazione dell’indennizzo da riconosce al concessionario uscente.

5. Conclusioni

Il diritto pubblico e il diritto amministrativo sono nati costruendosi su un principio di territorialità assoluto (“il diritto amministrativo è, per sua tradizione, legato allo Stato e alla sua sovranità[8]).
La sfida del mercato unico europeo ha però reso necessario un suo cambiamento: nonostante i Trattati attribuiscano all’Unione Europea una competenza molto limitata in materia di cooperazione amministrativa (art. 197 TFUE), il diritto amministrativo italiano è stato modificato profondamente in nome del principio europeo della concorrenza.
In questa prospettiva, le decisioni dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato altro non sono che una manifestazione – indubbiamente molto forte – di tale cambiamento e dell’erosione del carattere tradizionalmente nazionale del diritto e del potere amministrativo.
E ciò anche alla luce del fatto che gli effetti di queste pronunce (e dunque l’applicabilità della Direttiva Bolkestein) non sono destinati a rimanere isolati al caso delle concessioni demaniali marittime, ma ad estendersi a tutte le concessioni di beni e aree pubbliche. 
Il percorso verso l’uniformazione del diritto amministrativo nazionale alle esigenze del diritto europeo sembra essere ormai irrimediabilmente tracciato; spetta ora al Legislatore non solo istituzionalizzarlo ma anche rispondere alle contrarie esigenze degli operatori interni.

1. L’europeizzazione del diritto amministrativo italiano

Con le sentenze “gemelle” n. 17 e 18 del 9 novembre 2021, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha senza dubbio mutato il destino delle concessioni demaniali marittime (e in generale delle concessioni di beni pubblici), mettendo in risalto – con toni fermi e decisi – l’incompatibilità con il diritto europeo della normativa italiana che ha istituzionalizzato il regime delle proroghe automatiche finora vigente (si ricorda l’art. 1, co. 18, d.l. 194/2009, l’art. 1 commi 682, 683, 684 l. 145/2018 che ha disposto la proroga fino al 2023 e il più recente art. 182 co. 2 d.l. 34/2020, che ha introdotto un’ulteriore moratoria di “emergenza” per contenere le ripercussioni economiche della situazione emergenziale legata alla diffusione del Covid-19).
Guardandole da una prospettiva più sistematica, tali sentenze esprimono tutta la dinamicità del diritto amministrativo: tradizionalmente considerato il ramo del diritto più legato ai confini territoriali e per questo immune alla globalizzazione politica ed economica iniziata negli anni Cinquanta, il massimo Organo del Consiglio di Stato ci ricorda che  la realizzazione del programma europeo, ossia di un mercato unico europeo senza barriere alla libera circolazione dei fattori produttivi, ipotizzato da Robert Schuman[1] e poi portato avanti con determinazione innanzitutto da Jacques Delors[2], passa anche dal diritto amministrativo – vigente e vivente –  chiamato sempre più ad assumere un ruolo da protagonista.
Sotto il primo profilo, è soprattutto tramite il diritto amministrativo che si è realizzato il “passaggio dallo Stato gestore allo Stato regolatore[3], attraverso i fenomeni della deregolazione, della liberalizzazione e della semplificazione invocati dal principio della concorrenza.
Sotto il secondo aspetto, inevitabilmente, le libertà europee (in particolare quelle dell’art. 49 TFUE) e i principi (di uguaglianza, di non discriminazione, di proporzionalità) che ne garantiscono la realizzazione – principi al cui rispetto è oggi espressamente tenuta l’attività amministrativa (art. 1 L. 241/1990) – sono entrati irreversibilmente nel ragionamento e nell’armamentario giuridico dei Giudici amministrativi.

2. L’ambito applicativo della c.d. “Direttiva Bolkestein” secondo l’Adunanza Plenaria

L’Adunanza Plenaria è giunta ad affermare l’illegittimità del regime delle proroghe ex lege e l’imprescindibilità dello svolgimento di procedure selettive pubbliche ritenendo applicabile, anche alle concessioni demaniali marittime, la c.d.  “Direttiva Bolkestein” (Direttiva 123/2006/CE del 12 dicembre 2006, così denominata dal nome del Commissario che la propose).
Tale Direttiva (recepita in Italia con il d.lgs. 59/2010) è stata adottata con l’obiettivo di eliminare gli ostacoli amministrativi alle libertà economiche europee (libertà di stabilimento e di servizio) così da garantire la massima concorrenza tra gli operatori economici dei diversi Stati membri.
Considerata una “delle iniziative più rilevanti della Commissione Prodi (1999-2004) e uno dei lasciti più delicati da gestire dalla Commissione Barroso (2004-2009)”[4], la Direttiva persegue il suo obiettivo attraverso più binari: la semplificazione amministrativa e la riduzione delle procedure autorizzative, l’equivalenza e l’armonizzazione delle normative interne e la garanzia dello svolgimento di selezioni pubbliche nel caso in cui il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato a causa della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili.
Selezioni che – precisa l’art. 12 della Direttiva – devono svolgersi in maniera trasparente, imparziale e previa adeguata pubblicità.
Coerentemente, sempre al fine di abbattere gli ostacoli all’ingresso nei mercati da parte di nuovi operatori economici, la stessa norma aggiunge il divieto di procedere a rinnovi automatici delle autorizzazioni (nel diritto europeo non è presente la marcata distinzione tra autorizzazioni e concessioni elaborata, invece, dalla dottrina italiana a partire dagli studi di Oreste Ranelletti[5]) e di accordare qualsivoglia vantaggio al prestatore uscente.
Simili disposizioni non sono passate inosservate agli operatori economici italiani – in particolare agli operatori di mercato su area pubblica (ambulanti) e ai titolari di concessioni per l’esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime – che hanno reagito immediatamente organizzandosi nei numerosi comitati “No Bolkestein”.
Uno dei nodi cruciali che non solo gli operatori anti-Bolkestein, ma anche la dottrina e la giurisprudenza chiedevano che venisse sciolto era quello relativo all’ambito applicativo della Direttiva.
Valorizzandone le finalità, l’Adunanza Plenaria ne ha affermato l’applicabilità non solo – come era pacificamente riconosciuto – alle concessioni di servizi, ma anche alle concessioni di beni con le quali viene assegnato, in via esclusiva, ad un operatore economico l’utilizzo di un determinato bene o area, chiudendo così definitivamente il dibattito che, su questo punto, era sorto (non può tacersi che era stato lo stesso ex Commissario Bolkestein a dichiarare che le concessioni balneari sarebbero beni e non servizi, facendo da ciò derivare l’esclusione dall’ambito applicativo della Direttiva[6]).
Così inquadrate, l’affermazione secondo cui la proroga automatica e senza gara delle concessioni demaniali marittime fino al 2033 costituirebbe una barriera all’ingresso di nuovi operatori incompatibile con il diritto eurounitario e, in particolare, con il predetto art. 12 della Direttiva, era una conclusione obbligata.

3. La giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

Come precedentemente anticipato, l’influenza del diritto europeo sul diritto amministrativo italiano opera anche sul piano giudiziario. Di ciò, l’Adunanza Plenaria è protagonista in prima persona.
I Giudici Amministrativi, infatti, richiamano espressamente la giurisprudenza europea e, in particolare, la sentenza del 14 luglio 2016, cause riunite C-458/14 E C-67/15, Propimpresa, con la quale la Corte di Giustizia aveva già espressamente dichiarato l’illegittimità della proroga automatica delle concessioni balneari in assenza di procedura selettiva per contrasto all’art. 49 del TFUE e all’art. 12 della Direttiva Bolkestein.
Nonostante quanto affermato della Corte di Giustizia Europea (nel 2016), il Legislatore italiano ha comunque disposto (nel 2018) la proroga della durata delle concessioni demaniali marittime sino al 2033, con ripercussioni sia sulle singole amministrazioni che sulla giustizia amministrativa.
Le prime si sono trovate investite della scelta – sicuramente scomoda e non semplice – tra rispettare il diritto nazionale e, dunque, il previsto regime di proroghe, o uniformarsi al diritto europeo ed indire delle nuove procedure selettive.
Le seconda, invece, è stata chiamata – facendo quasi da supplente al Legislatore – a recepire comunque gli indirizzi europei, realizzando, per via giurisprudenziale, l’armonizzazione dei sistemi e l’adattamento, sempre più in profondità, di quello italiano al principio della concorrenza.

4. Le conseguenze per le pubbliche amministrazioni italiane

Le conseguenze delle pronunce dell’Adunanza Plenaria sono enormi.
Dall’affermata incompatibilità del diritto interno a quello eurounitario discende la necessità della sua disapplicazione, che a sua volta ha come ripercussione, anche nei casi in cui siano stati adottati formali atti di proroga e anche nei casi in cui sulla legittimità degli stessi si sia formato un giudicato favorevole, il venire meno degli effetti delle concessioni.
Ciò dà origine, fondamentalmente, a due problematiche: quelle dell’organizzazione delle nuove procedure e quella degli indennizzi per gli operatori uscenti (che porta con sé la scelta di come ripartirne il carico tra le pubbliche amministrazioni e i concessionari subentranti).
Sotto il primo aspetto diventa rilevante coordinare le procedure con la disciplina del d.lgs. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici) e, in particolare, con gli articoli 164 e seguenti del d.lgs. 50/2016
Sotto il secondo profilo vengono in rilievo invece l’art. 21 quinquies della l. 241/1990  e l’art. 42 del Codice della navigazione (r.d. 327/1942).
Vero è che l’Adunanza Plenaria è pienamente consapevole dell’ampiezza delle conseguenze delle sue sentenze “gemelle” e per questo ne modula gli effetti temporali per dare tempo, da un lato, alle amministrazioni di organizzare le prescritte competizioni e, dall’altro lato, alle istituzioni politiche italiane – Parlamento e Governo – di adottare una normativa che riordini e disciplini la materia.
Lo spartiacque è individuato nel 31 dicembre 2023: fino a quella data le concessioni in essere continueranno ad essere efficaci; dopo, anche se il Legislatore non dovesse adoperarsi per via legislativa, cesseranno.
Per evitare il prospettato vuoto normativo, il Legislatore è quindi intervenuto attraverso il d.d.l. concorrenza (AS 2469)[7] che – nella sua attuale formulazione (il disegno di legge è stato oggetto, infatti, di numerosi emendamenti) – conferisce delega al Governo per l’adozione di decreti legislativi che dovranno definire una disciplina uniforme delle procedure selettive di affidamento delle concessioni.
Queste dovranno essere improntate al rispetto dei principi di imparzialità, non discriminazione, massima partecipazione (anche di imprese di piccole dimensioni e enti del terzo settore), pubblicità e trasparenza; dovranno dare adeguata considerazione all’aspetto qualitativo dell’offerta, tenendo conto delle loro condizioni e dell’esperienza già acquisita; dovranno tenere conto della posizione dei soggetti che, nei cinque anni antecedenti l’avvio della procedura selettiva, hanno utilizzato la concessione quale prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare; infine, dovranno definire criteri uniformi per la quantificazione dell’indennizzo da riconosce al concessionario uscente.

5. Conclusioni

Il diritto pubblico e il diritto amministrativo sono nati costruendosi su un principio di territorialità assoluto (“il diritto amministrativo è, per sua tradizione, legato allo Stato e alla sua sovranità[8]).
La sfida del mercato unico europeo ha però reso necessario un suo cambiamento: nonostante i Trattati attribuiscano all’Unione Europea una competenza molto limitata in materia di cooperazione amministrativa (art. 197 TFUE), il diritto amministrativo italiano è stato modificato profondamente in nome del principio europeo della concorrenza.
In questa prospettiva, le decisioni dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato altro non sono che una manifestazione – indubbiamente molto forte – di tale cambiamento e dell’erosione del carattere tradizionalmente nazionale del diritto e del potere amministrativo.
E ciò anche alla luce del fatto che gli effetti di queste pronunce (e dunque l’applicabilità della Direttiva Bolkestein) non sono destinati a rimanere isolati al caso delle concessioni demaniali marittime, ma ad estendersi a tutte le concessioni di beni e aree pubbliche. 
Il percorso verso l’uniformazione del diritto amministrativo nazionale alle esigenze del diritto europeo sembra essere ormai irrimediabilmente tracciato; spetta ora al Legislatore non solo istituzionalizzarlo ma anche rispondere alle contrarie esigenze degli operatori interni.

Note

[1] «…placer l’ensemble de la production franco-allemande du charbon et d’acier sous une Haute Autorité commune, dans une organisation ouverte à la participation des autres pays d’Europe» propose il Miinistro degli Esteri francese, Robert Schuman, in una dichiarazione del 9 maggio del 1950,  https://europa.eu/european-union/about-eu/symbols/europe-day/schuman-declaration_fr.
[2] Che diresse i lavori per la stesura del Libro bianco sul completamento del mercato interno, v. Commissione delle Comunità europee, Il completamento del mercato interno: libro bianco della Commissione per il Consiglio europeo, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Lussemburgo, 1985.
[3] Formula che ha avuto un grande successo e che si ritrova in La Spina A., Majone G., Lo stato regolatore, Il Mulino, Bologna, 2000, p. 15 e ss.
[4] S. D’Acunto, Direttiva servizi (2006/123/CE): genesi, obiettivi e contenuto, Giuffrè Editore, Milano, 2009, p. 3.
[5] O. Ranelletti, Teoria generale delle autorizzazioni e delle concessioni amministrative. Parte I: Concetto e natura delle autorizzazioni e concessioni amministrative, in “Giur. it.”, XLVI (1894), IV, pagg. 7-83; Teoria generale delle autorizzazioni e delle concessioni amministrative. Parte II. Capacità e volontà nelle autorizzazioni e concessioni amministrative, in “Riv. it. sc. giur.”, XVII (1894), pagg. 3-100, 315-372; Teoria generale delle autorizzazioni e delle concessioni amministrative. Parte III. Facoltà create dalle autorizzazioni e concessioni amministrative, in “Riv. it sc. giur.”, XIX (1895), pagg. 3-107; XX, pagg. 255-337; XXI (1896), pagg. 77-172, 350-379; XXII, pagg. 177-277.
[6] Vedi: Bolkestein: «La direttiva non si applica agli stabilimenti balneari» – Il Sole 24 ORE.
[7] Per il testo e gli emendamenti vds. la scheda del disegno di legge AS n. 2469 su https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/54618_testi.htm
[8] S. Cassese, Il diritto amministrativo europeo presenta caratteri originali? in “Riv. trim. dir. pubbl.”, fasc.1, 2003, pag. 35.

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