Procedura di consegna: esigenze e limiti della cooperazione giudiziaria in materia penale

Articolo a cura della Dott.ssa Di Crescenzo Lucia

Cooperazione giudiziaria

1. La cooperazione giudiziaria in materia penale: ratio e limiti

In un contesto ormai globalizzato, appare sempre più sentita l’esigenza di sviluppare efficaci relazioni di collaborazione giudiziaria ed elaborare idonei strumenti normativi al riguardo. Ciò nasce dal bisogno di far fronte allo sviluppo di una criminalità senza confini, agevolato da condizioni particolarmente favorevoli, quali la diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione, l’espansione dei mercati finanziari e della loro agevole possibilità di accesso, i profondi mutamenti istituzionali intervenuti in alcune aree geografiche1.
Tuttavia, come ampiamente osservato in dottrina2, gli strumenti della cooperazione giudiziaria sono risultati – e continuano a risultare – inadeguati, costituendo un rilievo particolare nell’ambito delle politiche dell’Unione europea in cui “le frontiere sono interamente cadute per le persone e per le attività economiche, ma continuano a valere per le attività giudiziarie, ostacolando le indagini, i processi e l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari3.
Per tali ragioni, nel corso del tempo, il principio di sovranità statale ha necessariamente subito delle attenuazioni fondate su una parziale rinuncia da parte dello Stato competente alla propria giurisdizione, in favore di quello al quale viene rivolta la richiesta di collaborazione internazionale, tant’è vero che le prime forme di cooperazione internazionale hanno avuto proprio finalità estradizionali4.
Nell’ambito della cooperazione giudiziaria, infatti, quello dell’estradizione è l’istituto di matrice più antica, volto a disciplinare “i rapporti fra uno Stato, che ricerca una persona per eseguire nei suoi confronti una sentenza di condanna a pena detentiva o un altro provvedimento restrittivo della libertà personale, e lo Stato (c.d. di rifugio) nel quale la persona si trova”5.
Esso si fonda su forme di cooperazione intergovernativa (tra lo Stato richiedente e lo Stato richiesto), che implicano, oltre al filtro di carattere politico, un lungo iter procedimentale, posto che per l’avvio e per le eventuali richieste di informazioni complementari viene di regola utilizzato il canale diplomatico.
In ambito europeo un ruolo fondamentale nella costruzione di una disciplina estradizionale, che superasse la frammentazione politico-giuridica dei singoli Stati, è stato giocato dalla Convenzione europea di estradizione, elaborata in seno al Consiglio d’Europa e sottoscritta a Parigi il 13 dicembre 19576 (c.e.estr.), poi completata da due Protocolli addizionali stipulati a Strasburgo nel 1975 e nel 1978. La convenzione europea di estradizione tuttora disciplina questo istituto tra gli Stati che l’hanno ratificata e che non appartengono all’Unione Europea, in quanto attraverso il mandato d’arresto europeo, introdotto a partire dalla decisione-quadro del 2002, le procedure di consegna tra gli Stati membri dell’Unione Europea è stato ampiamente modificato.
Nell’ordinamento italiano, in virtù del principio di sussidiarietà sancito dall’art. 696 c.p.p., comma 3, la disciplina contenuta nel Codice di rito, relativamente all’istituto dell’estradizione, trova applicazione solo quando le norme delle convenzioni internazionali in vigore per lo Stato e le norme di diritto internazionale generale, «mancano o non dispongono diversamente»7.
Tuttavia, la recente dottrina ha chiarito che le disposizioni del codice non sono relegate ad un ruolo marginale, nonostante l’affermata sussidiarietà delle stesse rispetto alle fonti internazionali, rimanendo ad esse affidata non solo la regolamentazione dell’estradizione extra-convenzionale, ma anche la disciplina dei rapporti estradizionali con Stati con i quali, pur esistendo un vincolo pattizio, le norme convenzionali applicabili richiedono integrazioni o consentono deroghe.8
Un evidente limite al ricorso a tale istituto è, giustamente, rappresentato dal rispetto delle norme dettate in tema di tutela dei diritti umani9, quali il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, di discriminazione, di violazione dei principi fondamentali di un equo processo (inclusa la presunzione di innocenza), nonché il divieto di detenzione arbitraria10.
Tale limite è servito, altresì, anche per arginare una prima fase del percorso di integrazione europea, nel quadro della cooperazione giudiziaria penale e di polizia, avente carattere prettamente repressivo nonché per allinearlo alle imposte garanzie processuali.
Altra peculiarità della procedura di consegna estradizionale è data dal fatto che, a differenza dell’unica pronuncia – quella giurisdizionale – operante nella procedura di consegna occasionata dall’emissione del mandato d’arresto europeo, nel procedimento di estradizione si instaura un particolare rapporto tra due determinazioni: la Corte d’appello – concluso il controllo sui requisiti della domanda – decide con sentenza favorevole o contraria all’estradizione; la decisione determina l’apertura della fase amministrativa finale spettante al Ministro della giustizia con un provvedimento di Alta amministrazione e, quindi, caratterizzato da ampia discrezionalità, sebbene non sottratto al sindacato giurisdizionale sulle valutazioni compiute dall’autorità politica-amministrativa, in quanto tale valutazione non dovrebbe risolversi in mere considerazioni di “opportunità politica”, ma esigere parametri oggettivi, da verificare caso per caso.

2. L’introduzione del M.A.E e le continue esigenze di riforma

Le disfunzioni emerse in passato hanno dato voce ad un ormai irreversibile processo evolutivo, volto alla trasformazione dei meccanismi tradizionali della cooperazione tra Stati in una cooperazione fra giurisdizioni, ovvero una direzione che può definirsi di giustizia transnazionale o addirittura, come da taluni prefigurato, di una progressiva «integrazione tra le giurisdizioni11» limitando, nei limiti del consentito, l’ “ingerenza” del potere politico.
Molti dei nodi problematici emersi nel funzionamento dei rapporti inter-giurisdizionali, tuttavia, si è cercato di affrontarli in sede di attuazione delle deleghe conferite al Governo in virtù della Convenzione di Bruxelles relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale del 29 maggio 2000 (artt. 3 e 4 della legge 21 luglio 2016, n. 149)12. L’accoglimento del principio del mutuo riconoscimento ha determinato sviluppi importanti nella cooperazione giudiziaria penale. In attuazione della delega suddetta l’emanazione del d.lgs. n. 149/2017 ha interessato quasi tutte le disposizioni del Libro XI del codice di procedura penale13: il legislatore si è dunque mosso nel senso di una depoliticizzazione dei rapporti in materia di assistenza giudiziaria prevista dai criteri di delega14, che sanciscono prevalentemente la diretta corrispondenza tra le autorità giudiziarie dei Paesi dell’Unione europea.
A quello del mutuo riconoscimento, però, dev’essere affiancato l’altro principio cardine della materia in esame, ovvero quello della reciprocità: da sempre correlato al principio di mutua assistenza, in virtù di esso può darsi corso ad uno strumento di cooperazione solo quando lo Stato richiedente offra le stesse garanzie circa la possibilità di utilizzare lo stesso strumento da parte dello Stato richiesto. Ciò implica l’esistenza di un “filtro politico” ossia un controllo volto a stabilire se sussiste la possibilità di poter utilizzare lo stesso mezzo nella stessa misura in cui se ne consente l’utilizzo nel proprio ordinamento.
Tuttavia, nel tempo la dottrina ha osservato come tale principio, che in passato aveva avuto una notevole importanza, col tempo sia diventato meno rilevante, perché gli strumenti della cooperazione giudiziaria sono sempre più visti come un mezzo di grande efficacia per combattere la criminalità transnazionale piuttosto che come mero strumento di contrattazione politica e di concessione di favori reciproci tra Stati.
Il riformato comma 4 dell’art. 696 c.p.p. prevede, infatti, che il Ministro della giustizia «in ogni caso» possa non dar corso alle domande di “cooperazione giudiziaria” se lo Stato richiedente non dia idonee garanzie di reciprocità.
A questo punto, però, sorge la necessità di conciliare il principio del mutuo riconoscimento, che poggia su una “reciproca fiducia” tra Stati elidendo il controllo dell’organo politico, con il principio di reciprocità che invece si fonda su tale “filtro politico”. Tale aspetto rappresenterebbe, quindi, un esplicito ritorno al passato ed inoltre, “fino a quando gli interventi normativi saranno cauti, e soprattutto in larga parte succubi degli orientamenti “consolidati” della giurisprudenza, pare difficile che si possa fare di più15.
Così come, un chiaro “ritorno al passato” si è avuto – tanto da richiedere un recente intervento di riforma di cui si dirà infra – con l’emanazione della l. 69 del 2005 istitutiva del mandato d’arresto europeo.
Il mutuo riconoscimento16 definito come “pietra angolare”17 della cooperazione giudiziaria è il principio secondo il quale le decisioni dei giudici penali o di altre autorità assimilate di uno Stato membro devono essere riconosciute dai giudici o dalle autorità assimilate degli altri Stati membri ed eseguite allo stesso modo delle proprie.
La crescente rilevanza del principio sta a significare che esso rappresenta, al tempo stesso, il “presupposto” ed il “fine” dell’attuale processo di trasformazione dei meccanismi di funzionamento della cooperazione giudiziaria: “presupposto”, perché solo accettando la piena operatività del principio sarà possibile immaginare l’effettiva realizzazione di quello spazio giuridico europeo che costituisce uno dei principali obiettivi dell’U.E.; “fine”, perché il completamento di tale “spazio”, a sua volta, richiede proprio la definitiva affermazione di quel principio18.
L’accoglimento del principio del mutuo riconoscimento ha quindi determinato sviluppi importanti nella cooperazione giudiziaria penale sostituendo l’estradizione con il mandato d’arresto europeo19: nonostante la finalità di entrambi gli istituti appaia analoga, profonde sono le differenze. Anzitutto, mentre le vecchie procedure si fondavano su una richiesta, alla quale lo Stato richiesto poteva non dare seguito, alla base delle procedure di mutuo riconoscimento c’è un ordine al quale lo Stato è tenuto ad ottemperare.
Ovviamente, anche i nuovi strumenti di mutuo riconoscimento prevedono motivi di rifiuto, seppur limitati20, i più frequenti dei quali riguardano, in particolare, l’eventualità che l’esecuzione o il recepimento possano comportare una violazione dei diritti fondamentali, o il carattere non penale della violazione nell’ordinamento dello Stato richiesto. Ed è chiaro come riserve di questo tipo siano suscettibili di limitare – come infatti accade nella prassi – in misura più o meno sensibile, la funzionalità e l’efficacia del mutuo riconoscimento. Altra fondamentale differenza tra le vecchie procedure e quelle, nuove, basate sul mutuo riconoscimento riguarda il ruolo esercitato dal potere esecutivo: con gli strumenti di mutuo riconoscimento come il m.a.e., il filtro politico è del tutto escluso. Il mutuo riconoscimento, quindi, non si presenta come uno strumento completamente rivoluzionario, ma piuttosto come uno strumento evolutivo e innovativo.21 Tuttavia, l’idea di base era che i sistemi giuridici di ogni Stato membro fossero sufficientemente affidabili da rendere in linea di principio direttamente recepibili da parte degli altri le decisioni dei loro giudici penali22.
Il preambolo del programma dell’Unione Europea concernente misure per l’attuazione del principio del mutuo riconoscimento in materia penale adottato dal Consiglio il 12/10/2000 affermava esplicitamente che “l’attuazione del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni penali presuppone una fiducia reciproca23 degli Stati membri nei rispettivi ordinamenti penali”. Una tale affermazione poteva essere letta in due modi: da una parte, poteva significare che una simile fiducia andava considerata come un dato implicito, già acquisito; dall’altra, che la realizzazione di un sistema di mutuo riconoscimento implicava a monte l’adozione da parte di tutti gli Stati membri di standard qualitativi nei loro sistemi di giustizia penale tali da giustificare davvero quella fiducia reciproca. Questa seconda interpretazione, però, avrebbe richiesto di affiancare alla produzione normativa in materia di mutuo riconoscimento una produzione normativa volta a garantire, tra le altre cose, diritti minimi per gli imputati. Tuttavia, quando l’Unione adottò il suo primo e più importante provvedimento di mutuo riconoscimento in materia penale, lo fece sul presupposto che la fiducia reciproca fosse un dato già presente e scontato24.
Così il M.A.E. fu varato nel 2002 senza che si provvedesse ad alcuna misura per assicurare che i sistemi di giustizia penale di tutti gli Stati membri disponessero di adeguate garanzie nei confronti di indagati e imputati.25
In Italia, con la legge 22 aprile 2005, n. 6926, il Parlamento ha dato attuazione alla decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo e sulle procedure di consegna applicabili nei rapporti di cooperazione giudiziaria tra i Paesi membri dell’Unione. Tuttavia, la disciplina europea non è stata accolta in Italia con particolare entusiasmo, come si può rilevare dal tormentato iter di approvazione della normativa di adeguamento27 ed è a tutti noto come la legge di recepimento italiana – allontanandosi sensibilmente dallo spirito della decisione-quadro – ha scelto di sostenere l’idea di fondo che il controllo deve essere pur sempre tale da evitare che, a seguito ed in conseguenza dell’esecuzione di un mandato, possano penetrare all’interno del sistema processuale provvedimenti che non sarebbero stati emessi nel rispetto delle regole del processo penale italiano di diretta derivazione costituzionale. A distanza di diversi anni dall’implementazione di tale istituto all’interno del nostro ordinamento, si è reso necessario un intervento riformatore che completasse il processo di adeguamento alla originaria decisione quadro del 2002.
Invero, una “excusatio non petita28 è contenuta proprio nel titolo del d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 1029, là dove si riferisce a disposizioni «per il compiuto adeguamento della normativa nazionale» alla decisione quadro 2002/584/GAI, relativa al m.a.e., in attuazione della delega ex art. 6 l. 4 ottobre 2019, n. 117 (Legge di delegazione europea 2018)30.
La riforma si pone il chiaro obiettivo di semplificare le procedure di consegna all’interno dello spazio europeo, ispirandosi al principio cardine del mutuo riconoscimento, da una parte, rimuovendo inutili ostacoli e formalismi contenuti nella legge del 2005, alcuni già superati dall’interpretazione giurisprudenziale, dall’altra, allargando la gamma dei diritti espressamente riconosciuti al consegnando. Insomma, per dirla con uno slogan, “meno diritto e più diritti31.
Tra le novità più rilevanti, si segnala innanzitutto l’inserimento, nell’art. 1 comma 3 della l. n. 69 del 2005, della norma programmatica per cui «l’Italia dà esecuzione al mandato d’arresto europeo in base al principio del mutuo riconoscimento». Per tale motivo, non sarà più necessaria l’allegazione del provvedimento giurisdizionale alla base della richiesta di consegna, sia che si tratti di una sentenza di condanna ovvero di un provvedimento che disponga una misura di sicurezza o cautelare, bensì risulterà unicamente sufficiente la mera trasmissione del MAE. Si tratta, com’è evidente, di una vera e propria rivoluzione copernicana32: difatti, sebbene la giurisprudenza di legittimità avesse da tempo circoscritto il sindacato del giudice italiano circa la fondatezza dell’accusa o della gravità indiziaria, la riforma sembra invero escludere ogni valutazione sui motivi di merito che sorreggono la richiesta di consegna, operando in tal senso e per l’appunto il principio del mutuo riconoscimento33. Ovviamente, trattasi di un principio relativo che dovrà, necessariamente, cedere il passo di fronte alla possibilità che vengano violati i diritti fondamentali, cui la riforma attribuisce espressa rilevanza.
Altra rilevante novità è stata l’integrale sostituzione dell’art. 2 della l. 69 del 2005: è infatti previsto che l’esecuzione del mandato di arresto europeo non possa, in alcun caso, comportare una violazione:
a) dei principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato; b) dei diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione; c) dei diritti fondamentali e dei fondamentali principi giuridici sanciti dall’articolo 6 del TUE, che rimanda – come si è detto – alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; d) dei diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e dai Protocolli addizionali alla stessa. Il combinato disposto tra il nuovo art. 2 e il nuovo art. 18 – in cui si disciplinano i casi di «rifiuto obbligatorio della consegna» – genera delle vere e proprie «cause ostative» alla consegna, con l’immediata conseguenza che la possibile violazione dei predetti principi e diritti dovrà essere affrontata e decisa dal giudice nel senso di impedire tout court l’esecuzione del MAE, senza la possibilità di richiedere “idonee garanzie”.
Ultima riguarda il tema della doppia punibilità del fatto come reato, nell’ordinamento italiano ed in quello dello Stato richiedente: il nuovo comma 1 dell’art. 7 l. 69 del 2005 continua a prevedere che «l’Italia dà esecuzione al mandato d’arresto europeo solo nel caso in cui il fatto sia previsto come reato anche dalla legge nazionale»; tuttavia, al contempo, precisa che il requisito della doppia punibilità sarà ritenuto sussistente indipendentemente sia dalla «qualificazione giuridica» sia dai «singoli elementi costitutivi del reato», con l’effetto cioè di consentire la consegna qualora il nucleo centrale delle fattispecie incriminatrici possa ritenersi analogo, con speciale riguardo all’offesa, senza che la mancanza, nella fattispecie straniera, di uno degli elementi costitutivi previsti nella fattispecie italiana sia d’ostacolo alla esecuzione del mandato34.
L’effetto, in concreto, è quello di ampliare le ipotesi di consegna obbligatoria per reati gravi, così come, l’ampia riforma circa i motivi di rifiuto obbligatori o facoltativi della richiesta di consegna si pone l’obiettivo di facilitare l’accoglimento del MAE da parte del giudice italiano, nello spirito di leale cooperazione all’interno dei paesi dell’Unione Europea.

3.     Il caso “Puigdemont”

Per le considerazioni finora svolte, assume carattere centrale la vicenda giudiziaria che vede coinvolto il politico spagnolo Carles Puigdemont, eletto Presidente della Generalitat nel 2016 e membro del Partito democratico Europeo Catalano, fermo sostenitore dell’indipendenza catalana35, nei cui confronti le autorità spagnole hanno emesso nel novembre 2017 un mandato d’arresto europeo36.
La sua odissea giudiziaria ha riacceso il dibattito sull’efficacia del mandato d’arresto europeo.
In sintesi, la Corte Superiore dello Stato federale (Oberlandsgericht) dello Schsleswig-Holstein con la decisione del 5 aprile 2018 respingeva, senza esitazione, la richiesta di mandato d’arresto europeo ritenendo che il delitto di ribellionenon ricadesse in alcun modo nel campo di applicazione del mandato d’arresto europeo. Inoltre, valutava la richiesta di estradizione a prima vista inammissibile per la mancanza di una “doppia incriminazione”.
Diversamente, non riteneva inammissibile la richiesta di mandato d’arresto europeo in relazione al secondo delitto di peculato, sarebbe riconducibile alla fattispecie di corruzione richiamata dalla Decisione quadro. Tuttavia – sempre secondo la Corte – la richiesta del Tribunal Supremo spagnolo non conteneva una sufficiente descrizione delle circostanze, sulla base delle quali il reato sarebbe stato commesso, con una necessaria concretizzazione del rimprovero penale, che rendesse possibile la sua riconducibilità al comportamento addebitato all’imputato.
La decisione dell’OLG Schleswig-Holstein risultò pienamente corretta e convincente, sulla base della disciplina europea e nazionale del mandato d’arresto europeo e dell’estradizione anche perché, nella vicenda in questione, è risultato comunque inesistente ed indimostrabile il nesso di causalità fra gli atti di violenza (condotta tipica del delitto di “rebelión”) e l’evento rappresentato dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Quest’ultima, infatti, è derivata da un voto espresso dalla maggioranza del Parlamento catalano il 27 ottobre 2017 in esecuzione del risultato del referendum dell’1ottobre. Pertanto, non si possono ritenere integrati gli elementi costitutivi di un gravissimo delitto che il legislatore spagnolo aveva pensato e descritto con riferimento a vicende di tutt’altra natura, come un tentativo di colpo di Stato, un’insurrezione armata, un sollevamento di gruppi militari o paramilitari. Ciò che è avvenuto in Spagna, viceversa, è stata una repentina criminalizzazione del conflitto politico-territoriale catalano attraverso un uso assai discutibile e spregiudicato dello strumento penale. Tuttavia, non è trascurabile la circostanza che «la legge non è un’operazione matematica, ma è influenzata da ideologie ed emozioni, ed è inevitabile che sia così perché gli esseri umani la applicano. L’unica cosa inammissibile è che questa ideologia o stato emotivo può diventare l’unica guida per un giurista»37 e per chiunque sia chiamato ad applicare la legge.
La vicenda in esame è un chiaro esempio di mancata reciproca fiducia fra gli ordinamenti che, invece, è alla base della Decisione quadro sul mandato d’arresto europeo e di tutto il sistema della cooperazione giudiziaria europea e la convinzione che in Spagna non vi sarebbero oggi le condizioni per un giusto processo (“fair trial”) nei confronti di Puigdemont per il delitto di “ribellione” trovava conferma nel fatto che numerosi esponenti del decaduto Governo catalano ed altri leader indipendentisti si trovavano in custodia preventiva per la medesima contestazione del delitto di “rebelión”.
Il 12 luglio 2018 giunse quella che sembrava essere la decisione definitiva dell’OLG Schleswig- Holstein, negando l’estradizione per il delitto di “rebelión” ed ammettendola invece per la “malversación de caudales públicos”. Una settimana più tardi – il 19 luglio – il Giudice istruttore del Tribunal Supremo Pablo Llarena decise, con suo autonomo provvedimento, di rifiutare l’estradizione “dimezzata”38 e di ritirare tutte le richieste di estradizione e di ordine d’arresto europeo nel frattempo indirizzate in Belgio, Scozia e Svizzera contro altri politici indipendentisti di primo piano rifugiatisi all’estero per sfuggire all’arresto in Spagna.39
La partita sembrava conclusa, ma il caso “Puigdemont” è arrivato anche in Italia.
Invero, alle elezioni europee del maggio 2019, il leader catalano veniva eletto deputato al Parlamento Europeo. Al fine di ottenere l’autorizzazione della camera dei deputati spagnola per insediarsi a Bruxelles, e giurare sulla costituzione iberica nella cerimonia obbligatoria sarebbe dovuto rientrare nel suo Paese, dove ancora pende l’incriminazione per il delitto di ribellione e la Spagna non ne riconosce l’investitura. Si apriva quindi un altro nodo nella vicenda giudiziaria del leader catalano, quello relativo all’immunità parlamentare concessa agli eurodeputati.
La Spagna nel frattempo emetteva un nuovo mandato di arresto europeo, modificando in parte l’incriminazione, e passando dal delitto di “ribellione” a quello di “sedizione”.
A marzo di quest’anno, e su richiesta delle autorità spagnole, il Parlamento Europeo decideva di revocare l’immunità parlamentare del neo eurodeputato perché i fatti per i quali è incriminato sono precedenti alla data della sua elezione. Contro la revoca dell’immunità, Puigdemont ricorreva alla Corte di Giustizia dell’unione europea, chiedendo con urgenza la sospensione dell’esecuzione della revoca dell’immunità. Tuttavia, con ordinanza del 30 luglio scorso, il Tribunale dell’Ue respinse la sua richiesta di sospensione, motivando che le autorità giudiziarie degli stati membri dell’Unione Europea non avrebbero potuto eseguire il mandato d’arresto e la consegna del leader catalano alla Spagna.
Questa decisione, tuttavia, appariva fondata su un equivoco: infatti il Tribunale spagnolo, dichiarando la propria disponibilità a non arrestare Puigdemont in attesa della decisione del Tribunale europeo, ha fatto ritenere alla Corte di Giustizia dell’Unione che il MAE fosse sospeso. Per i giudici spagnoli invece il mandato all’arresto è ancora operativo e le garanzie concesse servivano all’eurodeputato catalano per spostarsi tra le due sedi del Parlamento Europeo.
Fuori da Bruxelles o da Strasburgo, Puigdemont doveva dunque essere arrestato.
Ed è proprio quello che è accaduto al suo arrivo in Italia, precisamente in Sardegna. Rimesso in libertà il giorno successivo all’arresto a condizione che partecipasse all’udienza del 4 ottobre presso la Corte di Appello di Sassari, l’ex Presidente della Catalogna è stato accolto dai sostenitori dell’indipendentismo sardo e catalano. All’udienza fissata per la decisione sull’estradizione, sia il Procuratore generale, il difensore di Puigdemont, hanno chiesto la sospensione del procedimento, in attesa delle decisioni della Corte di giustizia.
La vicenda in esame non fa altro che confermare l’amara costatazione, già emersa in dottrina40, che i Singoli Stati membri ed i loro rispettivi apparati burocratico-giudiziari non erano realmente pronti e maturi per un cambiamento culturale di tal fatta; l’assenza di un parallelo processo di armonizzazione degli ordinamenti giudiziari ha impedito di alimentare quella fiducia necessaria a supportare un meccanismo di riconoscimento delle altrui decisioni giudiziarie che sia realmente snello ed elastico e che avrebbe ridotto sensibilmente il dibattito.

4. Conclusioni

Sebbene l’asserita fiducia reciproca interstatuale sia più presupposta che reale41, certo è che, venuto meno il filtro politico, le autorità giudiziarie europee sono ora direttamente investite del compito di relazionare tra di loro, senza la mediazione dei governi nazionali; ciò nella prospettiva di conseguire vantaggi in punto di rapidità e di semplificazione delle procedure, ma anche per evitare, per esempio, che la consegna di persona ricercata per fini di giustizia si presti a fungere – come non di rado è accaduto per l’estradizione – da strumento di “contrattazione politica” e di concessioni reciproche tra Stati42: la necessità di fronteggiare la crescente internazionalizzazione della criminalità fa sì che la collaborazione prestata da uno Stato in favore di un altro per la persecuzione dei reati sia avvertita dallo Stato richiesto anche come tutela dei propri interessi e di quelli dell’intera comunità internazionale.
Per questi motivi, si è concordi nel ritenere che il mutuo riconoscimento può funzionare davvero solo ove le leggi dei diversi Stati membri presentino, almeno fino ad un certo livello, caratteri omogenei. Ne consegue, dunque, che il mutuo riconoscimento dovrebbe presuppore un alto grado di armonizzazione: non va dimenticato, invero, che l’art. 82.2 TFUE autorizza espressamente l’Unione Europea a stabilire norme minime comuni in relazione a vari aspetti della procedura penale quando ciò sia «necessario per facilitare il riconoscimento reciproco delle sentenze e delle decisioni giudiziarie e la cooperazione di polizia e giudiziaria nelle materie penali aventi dimensione transnazionale».43
Il ravvicinamento delle legislazioni, quindi, pur non essendo considerato un presupposto del mutuo riconoscimento, ne facilita indubbiamente l’applicazione, mentre una marcata disparità tra le legislazioni può risultare di ostacolo al mutuo riconoscimento: quanto più le normative nazionali saranno diverse, tanto più sarà agevole per lo Stato di destinazione dimostrare l’esistenza di esigenze imperative che ostacolano il riconoscimento44.
Se dunque è lecito guardare al futuro con la fondata consapevolezza di un approccio normativo più accorto, l’esperienza del recepimento della decisione quadro sul mandato d’arresto costituisce un importante banco di prova per l’ordinamento italiano nel suo complesso, in ordine al contributo alla realizzazione dello spazio giudiziario europeo. Il limite maggiormente rilevante allora resterebbe questo eccessivo ricorso alla sovranità da parte degli Stati che hanno difficoltà ad affrancarsi da logiche particolaristiche ed affidarsi ad una vera, sentita e non forzata cooperazione.
Ciò ha origine dall’acquisita consapevolezza che un alto grado di armonizzazione normativa45 è precondizione per la creazione di quella reciproca fiducia tra ordinamenti, presupposto essenziale per far funzionare gli strumenti di cooperazione basati sul principio del mutuo riconoscimento. Tuttavia, l’adozione di tali regole procedurali minime non impedisce agli Stati membri di mantenere o introdurre un più alto livello di protezione dei diritti individuali.
Inoltre, il superamento dei perduranti confini dei sistemi processuali penali può avvenire, come è stato correttamente osservato, “soltanto a condizione che il principio di legalità e giustizia delle procedure continuino a costituire l’orizzonte chiaro e la cornice infrangibile dell’azione repressiva”.46

1. La cooperazione giudiziaria in materia penale: ratio e limiti

In un contesto ormai globalizzato, appare sempre più sentita l’esigenza di sviluppare efficaci relazioni di collaborazione giudiziaria ed elaborare idonei strumenti normativi al riguardo. Ciò nasce dal bisogno di far fronte allo sviluppo di una criminalità senza confini, agevolato da condizioni particolarmente favorevoli, quali la diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione, l’espansione dei mercati finanziari e della loro agevole possibilità di accesso, i profondi mutamenti istituzionali intervenuti in alcune aree geografiche1.
Tuttavia, come ampiamente osservato in dottrina2, gli strumenti della cooperazione giudiziaria sono risultati – e continuano a risultare – inadeguati, costituendo un rilievo particolare nell’ambito delle politiche dell’Unione europea in cui “le frontiere sono interamente cadute per le persone e per le attività economiche, ma continuano a valere per le attività giudiziarie, ostacolando le indagini, i processi e l’esecuzione dei provvedimenti giudiziari3.
Per tali ragioni, nel corso del tempo, il principio di sovranità statale ha necessariamente subito delle attenuazioni fondate su una parziale rinuncia da parte dello Stato competente alla propria giurisdizione, in favore di quello al quale viene rivolta la richiesta di collaborazione internazionale, tant’è vero che le prime forme di cooperazione internazionale hanno avuto proprio finalità estradizionali4.
Nell’ambito della cooperazione giudiziaria, infatti, quello dell’estradizione è l’istituto di matrice più antica, volto a disciplinare “i rapporti fra uno Stato, che ricerca una persona per eseguire nei suoi confronti una sentenza di condanna a pena detentiva o un altro provvedimento restrittivo della libertà personale, e lo Stato (c.d. di rifugio) nel quale la persona si trova”5.
Esso si fonda su forme di cooperazione intergovernativa (tra lo Stato richiedente e lo Stato richiesto), che implicano, oltre al filtro di carattere politico, un lungo iter procedimentale, posto che per l’avvio e per le eventuali richieste di informazioni complementari viene di regola utilizzato il canale diplomatico.
In ambito europeo un ruolo fondamentale nella costruzione di una disciplina estradizionale, che superasse la frammentazione politico-giuridica dei singoli Stati, è stato giocato dalla Convenzione europea di estradizione, elaborata in seno al Consiglio d’Europa e sottoscritta a Parigi il 13 dicembre 19576 (c.e.estr.), poi completata da due Protocolli addizionali stipulati a Strasburgo nel 1975 e nel 1978. La convenzione europea di estradizione tuttora disciplina questo istituto tra gli Stati che l’hanno ratificata e che non appartengono all’Unione Europea, in quanto attraverso il mandato d’arresto europeo, introdotto a partire dalla decisione-quadro del 2002, le procedure di consegna tra gli Stati membri dell’Unione Europea è stato ampiamente modificato.
Nell’ordinamento italiano, in virtù del principio di sussidiarietà sancito dall’art. 696 c.p.p., comma 3, la disciplina contenuta nel Codice di rito, relativamente all’istituto dell’estradizione, trova applicazione solo quando le norme delle convenzioni internazionali in vigore per lo Stato e le norme di diritto internazionale generale, «mancano o non dispongono diversamente»7.
Tuttavia, la recente dottrina ha chiarito che le disposizioni del codice non sono relegate ad un ruolo marginale, nonostante l’affermata sussidiarietà delle stesse rispetto alle fonti internazionali, rimanendo ad esse affidata non solo la regolamentazione dell’estradizione extra-convenzionale, ma anche la disciplina dei rapporti estradizionali con Stati con i quali, pur esistendo un vincolo pattizio, le norme convenzionali applicabili richiedono integrazioni o consentono deroghe.8
Un evidente limite al ricorso a tale istituto è, giustamente, rappresentato dal rispetto delle norme dettate in tema di tutela dei diritti umani9, quali il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, di discriminazione, di violazione dei principi fondamentali di un equo processo (inclusa la presunzione di innocenza), nonché il divieto di detenzione arbitraria10.
Tale limite è servito, altresì, anche per arginare una prima fase del percorso di integrazione europea, nel quadro della cooperazione giudiziaria penale e di polizia, avente carattere prettamente repressivo nonché per allinearlo alle imposte garanzie processuali.
Altra peculiarità della procedura di consegna estradizionale è data dal fatto che, a differenza dell’unica pronuncia – quella giurisdizionale – operante nella procedura di consegna occasionata dall’emissione del mandato d’arresto europeo, nel procedimento di estradizione si instaura un particolare rapporto tra due determinazioni: la Corte d’appello – concluso il controllo sui requisiti della domanda – decide con sentenza favorevole o contraria all’estradizione; la decisione determina l’apertura della fase amministrativa finale spettante al Ministro della giustizia con un provvedimento di Alta amministrazione e, quindi, caratterizzato da ampia discrezionalità, sebbene non sottratto al sindacato giurisdizionale sulle valutazioni compiute dall’autorità politica-amministrativa, in quanto tale valutazione non dovrebbe risolversi in mere considerazioni di “opportunità politica”, ma esigere parametri oggettivi, da verificare caso per caso.

2. L’introduzione del M.A.E e le continue esigenze di riforma

Le disfunzioni emerse in passato hanno dato voce ad un ormai irreversibile processo evolutivo, volto alla trasformazione dei meccanismi tradizionali della cooperazione tra Stati in una cooperazione fra giurisdizioni, ovvero una direzione che può definirsi di giustizia transnazionale o addirittura, come da taluni prefigurato, di una progressiva «integrazione tra le giurisdizioni11» limitando, nei limiti del consentito, l’ “ingerenza” del potere politico.
Molti dei nodi problematici emersi nel funzionamento dei rapporti inter-giurisdizionali, tuttavia, si è cercato di affrontarli in sede di attuazione delle deleghe conferite al Governo in virtù della Convenzione di Bruxelles relativa all’assistenza giudiziaria in materia penale del 29 maggio 2000 (artt. 3 e 4 della legge 21 luglio 2016, n. 149)12. L’accoglimento del principio del mutuo riconoscimento ha determinato sviluppi importanti nella cooperazione giudiziaria penale. In attuazione della delega suddetta l’emanazione del d.lgs. n. 149/2017 ha interessato quasi tutte le disposizioni del Libro XI del codice di procedura penale13: il legislatore si è dunque mosso nel senso di una depoliticizzazione dei rapporti in materia di assistenza giudiziaria prevista dai criteri di delega14, che sanciscono prevalentemente la diretta corrispondenza tra le autorità giudiziarie dei Paesi dell’Unione europea.
A quello del mutuo riconoscimento, però, dev’essere affiancato l’altro principio cardine della materia in esame, ovvero quello della reciprocità: da sempre correlato al principio di mutua assistenza, in virtù di esso può darsi corso ad uno strumento di cooperazione solo quando lo Stato richiedente offra le stesse garanzie circa la possibilità di utilizzare lo stesso strumento da parte dello Stato richiesto. Ciò implica l’esistenza di un “filtro politico” ossia un controllo volto a stabilire se sussiste la possibilità di poter utilizzare lo stesso mezzo nella stessa misura in cui se ne consente l’utilizzo nel proprio ordinamento.
Tuttavia, nel tempo la dottrina ha osservato come tale principio, che in passato aveva avuto una notevole importanza, col tempo sia diventato meno rilevante, perché gli strumenti della cooperazione giudiziaria sono sempre più visti come un mezzo di grande efficacia per combattere la criminalità transnazionale piuttosto che come mero strumento di contrattazione politica e di concessione di favori reciproci tra Stati.
Il riformato comma 4 dell’art. 696 c.p.p. prevede, infatti, che il Ministro della giustizia «in ogni caso» possa non dar corso alle domande di “cooperazione giudiziaria” se lo Stato richiedente non dia idonee garanzie di reciprocità.
A questo punto, però, sorge la necessità di conciliare il principio del mutuo riconoscimento, che poggia su una “reciproca fiducia” tra Stati elidendo il controllo dell’organo politico, con il principio di reciprocità che invece si fonda su tale “filtro politico”. Tale aspetto rappresenterebbe, quindi, un esplicito ritorno al passato ed inoltre, “fino a quando gli interventi normativi saranno cauti, e soprattutto in larga parte succubi degli orientamenti “consolidati” della giurisprudenza, pare difficile che si possa fare di più15.
Così come, un chiaro “ritorno al passato” si è avuto – tanto da richiedere un recente intervento di riforma di cui si dirà infra – con l’emanazione della l. 69 del 2005 istitutiva del mandato d’arresto europeo.
Il mutuo riconoscimento16 definito come “pietra angolare”17 della cooperazione giudiziaria è il principio secondo il quale le decisioni dei giudici penali o di altre autorità assimilate di uno Stato membro devono essere riconosciute dai giudici o dalle autorità assimilate degli altri Stati membri ed eseguite allo stesso modo delle proprie.
La crescente rilevanza del principio sta a significare che esso rappresenta, al tempo stesso, il “presupposto” ed il “fine” dell’attuale processo di trasformazione dei meccanismi di funzionamento della cooperazione giudiziaria: “presupposto”, perché solo accettando la piena operatività del principio sarà possibile immaginare l’effettiva realizzazione di quello spazio giuridico europeo che costituisce uno dei principali obiettivi dell’U.E.; “fine”, perché il completamento di tale “spazio”, a sua volta, richiede proprio la definitiva affermazione di quel principio18.
L’accoglimento del principio del mutuo riconoscimento ha quindi determinato sviluppi importanti nella cooperazione giudiziaria penale sostituendo l’estradizione con il mandato d’arresto europeo19: nonostante la finalità di entrambi gli istituti appaia analoga, profonde sono le differenze. Anzitutto, mentre le vecchie procedure si fondavano su una richiesta, alla quale lo Stato richiesto poteva non dare seguito, alla base delle procedure di mutuo riconoscimento c’è un ordine al quale lo Stato è tenuto ad ottemperare.
Ovviamente, anche i nuovi strumenti di mutuo riconoscimento prevedono motivi di rifiuto, seppur limitati20, i più frequenti dei quali riguardano, in particolare, l’eventualità che l’esecuzione o il recepimento possano comportare una violazione dei diritti fondamentali, o il carattere non penale della violazione nell’ordinamento dello Stato richiesto. Ed è chiaro come riserve di questo tipo siano suscettibili di limitare – come infatti accade nella prassi – in misura più o meno sensibile, la funzionalità e l’efficacia del mutuo riconoscimento. Altra fondamentale differenza tra le vecchie procedure e quelle, nuove, basate sul mutuo riconoscimento riguarda il ruolo esercitato dal potere esecutivo: con gli strumenti di mutuo riconoscimento come il m.a.e., il filtro politico è del tutto escluso. Il mutuo riconoscimento, quindi, non si presenta come uno strumento completamente rivoluzionario, ma piuttosto come uno strumento evolutivo e innovativo.21 Tuttavia, l’idea di base era che i sistemi giuridici di ogni Stato membro fossero sufficientemente affidabili da rendere in linea di principio direttamente recepibili da parte degli altri le decisioni dei loro giudici penali22.
Il preambolo del programma dell’Unione Europea concernente misure per l’attuazione del principio del mutuo riconoscimento in materia penale adottato dal Consiglio il 12/10/2000 affermava esplicitamente che “l’attuazione del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni penali presuppone una fiducia reciproca23 degli Stati membri nei rispettivi ordinamenti penali”. Una tale affermazione poteva essere letta in due modi: da una parte, poteva significare che una simile fiducia andava considerata come un dato implicito, già acquisito; dall’altra, che la realizzazione di un sistema di mutuo riconoscimento implicava a monte l’adozione da parte di tutti gli Stati membri di standard qualitativi nei loro sistemi di giustizia penale tali da giustificare davvero quella fiducia reciproca. Questa seconda interpretazione, però, avrebbe richiesto di affiancare alla produzione normativa in materia di mutuo riconoscimento una produzione normativa volta a garantire, tra le altre cose, diritti minimi per gli imputati. Tuttavia, quando l’Unione adottò il suo primo e più importante provvedimento di mutuo riconoscimento in materia penale, lo fece sul presupposto che la fiducia reciproca fosse un dato già presente e scontato24.
Così il M.A.E. fu varato nel 2002 senza che si provvedesse ad alcuna misura per assicurare che i sistemi di giustizia penale di tutti gli Stati membri disponessero di adeguate garanzie nei confronti di indagati e imputati.25
In Italia, con la legge 22 aprile 2005, n. 6926, il Parlamento ha dato attuazione alla decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo e sulle procedure di consegna applicabili nei rapporti di cooperazione giudiziaria tra i Paesi membri dell’Unione. Tuttavia, la disciplina europea non è stata accolta in Italia con particolare entusiasmo, come si può rilevare dal tormentato iter di approvazione della normativa di adeguamento27 ed è a tutti noto come la legge di recepimento italiana – allontanandosi sensibilmente dallo spirito della decisione-quadro – ha scelto di sostenere l’idea di fondo che il controllo deve essere pur sempre tale da evitare che, a seguito ed in conseguenza dell’esecuzione di un mandato, possano penetrare all’interno del sistema processuale provvedimenti che non sarebbero stati emessi nel rispetto delle regole del processo penale italiano di diretta derivazione costituzionale. A distanza di diversi anni dall’implementazione di tale istituto all’interno del nostro ordinamento, si è reso necessario un intervento riformatore che completasse il processo di adeguamento alla originaria decisione quadro del 2002.
Invero, una “excusatio non petita28 è contenuta proprio nel titolo del d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 1029, là dove si riferisce a disposizioni «per il compiuto adeguamento della normativa nazionale» alla decisione quadro 2002/584/GAI, relativa al m.a.e., in attuazione della delega ex art. 6 l. 4 ottobre 2019, n. 117 (Legge di delegazione europea 2018)30.
La riforma si pone il chiaro obiettivo di semplificare le procedure di consegna all’interno dello spazio europeo, ispirandosi al principio cardine del mutuo riconoscimento, da una parte, rimuovendo inutili ostacoli e formalismi contenuti nella legge del 2005, alcuni già superati dall’interpretazione giurisprudenziale, dall’altra, allargando la gamma dei diritti espressamente riconosciuti al consegnando. Insomma, per dirla con uno slogan, “meno diritto e più diritti31.
Tra le novità più rilevanti, si segnala innanzitutto l’inserimento, nell’art. 1 comma 3 della l. n. 69 del 2005, della norma programmatica per cui «l’Italia dà esecuzione al mandato d’arresto europeo in base al principio del mutuo riconoscimento». Per tale motivo, non sarà più necessaria l’allegazione del provvedimento giurisdizionale alla base della richiesta di consegna, sia che si tratti di una sentenza di condanna ovvero di un provvedimento che disponga una misura di sicurezza o cautelare, bensì risulterà unicamente sufficiente la mera trasmissione del MAE. Si tratta, com’è evidente, di una vera e propria rivoluzione copernicana32: difatti, sebbene la giurisprudenza di legittimità avesse da tempo circoscritto il sindacato del giudice italiano circa la fondatezza dell’accusa o della gravità indiziaria, la riforma sembra invero escludere ogni valutazione sui motivi di merito che sorreggono la richiesta di consegna, operando in tal senso e per l’appunto il principio del mutuo riconoscimento33. Ovviamente, trattasi di un principio relativo che dovrà, necessariamente, cedere il passo di fronte alla possibilità che vengano violati i diritti fondamentali, cui la riforma attribuisce espressa rilevanza.
Altra rilevante novità è stata l’integrale sostituzione dell’art. 2 della l. 69 del 2005: è infatti previsto che l’esecuzione del mandato di arresto europeo non possa, in alcun caso, comportare una violazione:
a) dei principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato; b) dei diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione; c) dei diritti fondamentali e dei fondamentali principi giuridici sanciti dall’articolo 6 del TUE, che rimanda – come si è detto – alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione; d) dei diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e dai Protocolli addizionali alla stessa. Il combinato disposto tra il nuovo art. 2 e il nuovo art. 18 – in cui si disciplinano i casi di «rifiuto obbligatorio della consegna» – genera delle vere e proprie «cause ostative» alla consegna, con l’immediata conseguenza che la possibile violazione dei predetti principi e diritti dovrà essere affrontata e decisa dal giudice nel senso di impedire tout court l’esecuzione del MAE, senza la possibilità di richiedere “idonee garanzie”.
Ultima riguarda il tema della doppia punibilità del fatto come reato, nell’ordinamento italiano ed in quello dello Stato richiedente: il nuovo comma 1 dell’art. 7 l. 69 del 2005 continua a prevedere che «l’Italia dà esecuzione al mandato d’arresto europeo solo nel caso in cui il fatto sia previsto come reato anche dalla legge nazionale»; tuttavia, al contempo, precisa che il requisito della doppia punibilità sarà ritenuto sussistente indipendentemente sia dalla «qualificazione giuridica» sia dai «singoli elementi costitutivi del reato», con l’effetto cioè di consentire la consegna qualora il nucleo centrale delle fattispecie incriminatrici possa ritenersi analogo, con speciale riguardo all’offesa, senza che la mancanza, nella fattispecie straniera, di uno degli elementi costitutivi previsti nella fattispecie italiana sia d’ostacolo alla esecuzione del mandato34.
L’effetto, in concreto, è quello di ampliare le ipotesi di consegna obbligatoria per reati gravi, così come, l’ampia riforma circa i motivi di rifiuto obbligatori o facoltativi della richiesta di consegna si pone l’obiettivo di facilitare l’accoglimento del MAE da parte del giudice italiano, nello spirito di leale cooperazione all’interno dei paesi dell’Unione Europea.

3.     Il caso “Puigdemont”

Per le considerazioni finora svolte, assume carattere centrale la vicenda giudiziaria che vede coinvolto il politico spagnolo Carles Puigdemont, eletto Presidente della Generalitat nel 2016 e membro del Partito democratico Europeo Catalano, fermo sostenitore dell’indipendenza catalana35, nei cui confronti le autorità spagnole hanno emesso nel novembre 2017 un mandato d’arresto europeo36.
La sua odissea giudiziaria ha riacceso il dibattito sull’efficacia del mandato d’arresto europeo.
In sintesi, la Corte Superiore dello Stato federale (Oberlandsgericht) dello Schsleswig-Holstein con la decisione del 5 aprile 2018 respingeva, senza esitazione, la richiesta di mandato d’arresto europeo ritenendo che il delitto di ribellionenon ricadesse in alcun modo nel campo di applicazione del mandato d’arresto europeo. Inoltre, valutava la richiesta di estradizione a prima vista inammissibile per la mancanza di una “doppia incriminazione”.
Diversamente, non riteneva inammissibile la richiesta di mandato d’arresto europeo in relazione al secondo delitto di peculato, sarebbe riconducibile alla fattispecie di corruzione richiamata dalla Decisione quadro. Tuttavia – sempre secondo la Corte – la richiesta del Tribunal Supremo spagnolo non conteneva una sufficiente descrizione delle circostanze, sulla base delle quali il reato sarebbe stato commesso, con una necessaria concretizzazione del rimprovero penale, che rendesse possibile la sua riconducibilità al comportamento addebitato all’imputato.
La decisione dell’OLG Schleswig-Holstein risultò pienamente corretta e convincente, sulla base della disciplina europea e nazionale del mandato d’arresto europeo e dell’estradizione anche perché, nella vicenda in questione, è risultato comunque inesistente ed indimostrabile il nesso di causalità fra gli atti di violenza (condotta tipica del delitto di “rebelión”) e l’evento rappresentato dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna. Quest’ultima, infatti, è derivata da un voto espresso dalla maggioranza del Parlamento catalano il 27 ottobre 2017 in esecuzione del risultato del referendum dell’1ottobre. Pertanto, non si possono ritenere integrati gli elementi costitutivi di un gravissimo delitto che il legislatore spagnolo aveva pensato e descritto con riferimento a vicende di tutt’altra natura, come un tentativo di colpo di Stato, un’insurrezione armata, un sollevamento di gruppi militari o paramilitari. Ciò che è avvenuto in Spagna, viceversa, è stata una repentina criminalizzazione del conflitto politico-territoriale catalano attraverso un uso assai discutibile e spregiudicato dello strumento penale. Tuttavia, non è trascurabile la circostanza che «la legge non è un’operazione matematica, ma è influenzata da ideologie ed emozioni, ed è inevitabile che sia così perché gli esseri umani la applicano. L’unica cosa inammissibile è che questa ideologia o stato emotivo può diventare l’unica guida per un giurista»37 e per chiunque sia chiamato ad applicare la legge.
La vicenda in esame è un chiaro esempio di mancata reciproca fiducia fra gli ordinamenti che, invece, è alla base della Decisione quadro sul mandato d’arresto europeo e di tutto il sistema della cooperazione giudiziaria europea e la convinzione che in Spagna non vi sarebbero oggi le condizioni per un giusto processo (“fair trial”) nei confronti di Puigdemont per il delitto di “ribellione” trovava conferma nel fatto che numerosi esponenti del decaduto Governo catalano ed altri leader indipendentisti si trovavano in custodia preventiva per la medesima contestazione del delitto di “rebelión”.
Il 12 luglio 2018 giunse quella che sembrava essere la decisione definitiva dell’OLG Schleswig- Holstein, negando l’estradizione per il delitto di “rebelión” ed ammettendola invece per la “malversación de caudales públicos”. Una settimana più tardi – il 19 luglio – il Giudice istruttore del Tribunal Supremo Pablo Llarena decise, con suo autonomo provvedimento, di rifiutare l’estradizione “dimezzata”38 e di ritirare tutte le richieste di estradizione e di ordine d’arresto europeo nel frattempo indirizzate in Belgio, Scozia e Svizzera contro altri politici indipendentisti di primo piano rifugiatisi all’estero per sfuggire all’arresto in Spagna.39
La partita sembrava conclusa, ma il caso “Puigdemont” è arrivato anche in Italia.
Invero, alle elezioni europee del maggio 2019, il leader catalano veniva eletto deputato al Parlamento Europeo. Al fine di ottenere l’autorizzazione della camera dei deputati spagnola per insediarsi a Bruxelles, e giurare sulla costituzione iberica nella cerimonia obbligatoria sarebbe dovuto rientrare nel suo Paese, dove ancora pende l’incriminazione per il delitto di ribellione e la Spagna non ne riconosce l’investitura. Si apriva quindi un altro nodo nella vicenda giudiziaria del leader catalano, quello relativo all’immunità parlamentare concessa agli eurodeputati.
La Spagna nel frattempo emetteva un nuovo mandato di arresto europeo, modificando in parte l’incriminazione, e passando dal delitto di “ribellione” a quello di “sedizione”.
A marzo di quest’anno, e su richiesta delle autorità spagnole, il Parlamento Europeo decideva di revocare l’immunità parlamentare del neo eurodeputato perché i fatti per i quali è incriminato sono precedenti alla data della sua elezione. Contro la revoca dell’immunità, Puigdemont ricorreva alla Corte di Giustizia dell’unione europea, chiedendo con urgenza la sospensione dell’esecuzione della revoca dell’immunità. Tuttavia, con ordinanza del 30 luglio scorso, il Tribunale dell’Ue respinse la sua richiesta di sospensione, motivando che le autorità giudiziarie degli stati membri dell’Unione Europea non avrebbero potuto eseguire il mandato d’arresto e la consegna del leader catalano alla Spagna.
Questa decisione, tuttavia, appariva fondata su un equivoco: infatti il Tribunale spagnolo, dichiarando la propria disponibilità a non arrestare Puigdemont in attesa della decisione del Tribunale europeo, ha fatto ritenere alla Corte di Giustizia dell’Unione che il MAE fosse sospeso. Per i giudici spagnoli invece il mandato all’arresto è ancora operativo e le garanzie concesse servivano all’eurodeputato catalano per spostarsi tra le due sedi del Parlamento Europeo.
Fuori da Bruxelles o da Strasburgo, Puigdemont doveva dunque essere arrestato.
Ed è proprio quello che è accaduto al suo arrivo in Italia, precisamente in Sardegna. Rimesso in libertà il giorno successivo all’arresto a condizione che partecipasse all’udienza del 4 ottobre presso la Corte di Appello di Sassari, l’ex Presidente della Catalogna è stato accolto dai sostenitori dell’indipendentismo sardo e catalano. All’udienza fissata per la decisione sull’estradizione, sia il Procuratore generale, il difensore di Puigdemont, hanno chiesto la sospensione del procedimento, in attesa delle decisioni della Corte di giustizia.
La vicenda in esame non fa altro che confermare l’amara costatazione, già emersa in dottrina40, che i Singoli Stati membri ed i loro rispettivi apparati burocratico-giudiziari non erano realmente pronti e maturi per un cambiamento culturale di tal fatta; l’assenza di un parallelo processo di armonizzazione degli ordinamenti giudiziari ha impedito di alimentare quella fiducia necessaria a supportare un meccanismo di riconoscimento delle altrui decisioni giudiziarie che sia realmente snello ed elastico e che avrebbe ridotto sensibilmente il dibattito.

4. Conclusioni

Sebbene l’asserita fiducia reciproca interstatuale sia più presupposta che reale41, certo è che, venuto meno il filtro politico, le autorità giudiziarie europee sono ora direttamente investite del compito di relazionare tra di loro, senza la mediazione dei governi nazionali; ciò nella prospettiva di conseguire vantaggi in punto di rapidità e di semplificazione delle procedure, ma anche per evitare, per esempio, che la consegna di persona ricercata per fini di giustizia si presti a fungere – come non di rado è accaduto per l’estradizione – da strumento di “contrattazione politica” e di concessioni reciproche tra Stati42: la necessità di fronteggiare la crescente internazionalizzazione della criminalità fa sì che la collaborazione prestata da uno Stato in favore di un altro per la persecuzione dei reati sia avvertita dallo Stato richiesto anche come tutela dei propri interessi e di quelli dell’intera comunità internazionale.
Per questi motivi, si è concordi nel ritenere che il mutuo riconoscimento può funzionare davvero solo ove le leggi dei diversi Stati membri presentino, almeno fino ad un certo livello, caratteri omogenei. Ne consegue, dunque, che il mutuo riconoscimento dovrebbe presuppore un alto grado di armonizzazione: non va dimenticato, invero, che l’art. 82.2 TFUE autorizza espressamente l’Unione Europea a stabilire norme minime comuni in relazione a vari aspetti della procedura penale quando ciò sia «necessario per facilitare il riconoscimento reciproco delle sentenze e delle decisioni giudiziarie e la cooperazione di polizia e giudiziaria nelle materie penali aventi dimensione transnazionale».43
Il ravvicinamento delle legislazioni, quindi, pur non essendo considerato un presupposto del mutuo riconoscimento, ne facilita indubbiamente l’applicazione, mentre una marcata disparità tra le legislazioni può risultare di ostacolo al mutuo riconoscimento: quanto più le normative nazionali saranno diverse, tanto più sarà agevole per lo Stato di destinazione dimostrare l’esistenza di esigenze imperative che ostacolano il riconoscimento44.
Se dunque è lecito guardare al futuro con la fondata consapevolezza di un approccio normativo più accorto, l’esperienza del recepimento della decisione quadro sul mandato d’arresto costituisce un importante banco di prova per l’ordinamento italiano nel suo complesso, in ordine al contributo alla realizzazione dello spazio giudiziario europeo. Il limite maggiormente rilevante allora resterebbe questo eccessivo ricorso alla sovranità da parte degli Stati che hanno difficoltà ad affrancarsi da logiche particolaristiche ed affidarsi ad una vera, sentita e non forzata cooperazione.
Ciò ha origine dall’acquisita consapevolezza che un alto grado di armonizzazione normativa45 è precondizione per la creazione di quella reciproca fiducia tra ordinamenti, presupposto essenziale per far funzionare gli strumenti di cooperazione basati sul principio del mutuo riconoscimento. Tuttavia, l’adozione di tali regole procedurali minime non impedisce agli Stati membri di mantenere o introdurre un più alto livello di protezione dei diritti individuali.
Inoltre, il superamento dei perduranti confini dei sistemi processuali penali può avvenire, come è stato correttamente osservato, “soltanto a condizione che il principio di legalità e giustizia delle procedure continuino a costituire l’orizzonte chiaro e la cornice infrangibile dell’azione repressiva”.46

Note

1 Le ragioni di fondo che inducono il legislatore comunitario a legiferare sono pressoché costanti ed aventi un unico comune denominatore: adeguare il diritto alla continua evoluzione della società. Ne è un esempio il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 in tema di protezione dei dati personali che ai considerando n. 5, 6 e 7 precisa che «l’integrazione economica e sociale conseguente al funzionamento del mercato interno ha condotto a un considerevole aumento dei flussi transfrontalieri di dati personali e quindi anche dei dati personali scambiati, in tutta l’Unione, tra attori pubblici e privati, comprese persone fisiche, associazioni e imprese. Il diritto dell’Unione impone alle autorità nazionali degli Stati membri di cooperare e scambiarsi dati personali per essere in grado di svolgere le rispettive funzioni o eseguire compiti per conto di un’autorità di un altro Stato membro […] la rapidità dell’evoluzione tecnologica e la globalizzazione comportano nuove sfide per la protezione dei dati personali […] la tecnologia ha trasformato l’economia e le relazioni sociali e dovrebbe facilitare ancora di più la libera circolazione dei dati personali all’interno dell’Unione e il loro trasferimento verso paesi terzi e organizzazioni internazionali, garantendo al tempo stesso un elevato livello di protezione dei dati personali. Tale evoluzione richiede un quadro più solido e coerente in materia di protezione dei dati nell’Unione, affiancato da efficaci misure di attuazione, data l’importanza di creare il clima di fiducia che consentirà lo sviluppo dell’economia digitale in tutto il mercato interno […]».
2Sul punto cfr., M. BONANNO, Diritto dell’unione europea, I ed., keyeditore, 2016, p. 34; APRILE – SPIEZIA, Cooperazione giudiziaria penale nell’Unione europea prima e dopo il Trattato di Lisbona, Ipsoa, 2009, p. 41; R. ADAM, La cooperazione nel campo della giustizia e affari interni: da Schengen a Maastricht, in Dir. Un. Eur., 1994, p. 225 ss.; PARISI – RINOLDI (a cura di), Giustizia e affari interni nell’Unione europea: il terzo pilastro del trattato di Maastricht, Giappichelli, 1996, p. 65; TIZZANO, Brevi note sul “terzo pilastro” del trattato di Maastricht, in Dir. Un. Eur., 1996, p. 391.
3 In questi termini, G. DE AMICIS – G. IUZZOLINO, Guida al mandato di arresto europeo, in Quaderni di cassazione penale, 2008, I-VII. Per una completa disamina del tema del riconoscimento delle sentenze penali straniere, v., tra gli altri, G. DALIA, Riconoscimento, valore ed esecuzione delle sentenze penali straniere, Napoli, 2020.
4Alcune aree europee, rappresentate principalmente dal Consiglio d’Europa, o sub-europee come il Benelux, avevano attivato forme di cooperazione in materia penale fin dagli anni Cinquanta (si pensi, in particolare, alla Convenzione europea di estradizione del 1957, alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 1959, o al Trattato di Benelux di estradizione e di assistenza giudiziaria in materia penale del 1962).
5 S. NEGRI, Le procedure di consegna della persona. A) L’estradizione. Sezione I; G. Spangher, A. Marandola, G. Garuti, L. Kalb, (diretto da), in Procedura penale. Teoria e pratica del processo. Volume quarto, 2015, p. 898.
6 Sul tema, cfr., M. PISANI – F. MOSCONI – D. VIGONI, Codice delle convenzioni di estradizione e di assistenza giudiziaria in materia penale, IV ed., Milano, 2004, p. 453; M.R. MARCHETTI, La convenzione europea di estradizione, Milano, 1990, p. 67 ss; G. FERRANTI, La cooperazione giudiziaria in materia penale nelle convenzioni del Consiglio d’Europa e nel Diritto dell’Unione europea, Napoli, 2009, p. 17.
7 L’art. 696 c.p.p. sancisce espressamente il principio di prevalenza del diritto internazionale nella disciplina dei rapporti giurisdizionali con autorità straniere (sul punto, cfr., S. NEGRI, Fonti internazionali. Prevalenza (dir.proc.pen) in Dir. Treccani, spec. §§ 2.3 e 3); diversamente dalla più ampia e generica formulazione contenuta nell’art. 13 c.p. il quale dispone che «l’estradizione è regolata dalla legge penale italiana, dalle convenzioni e dagli usi internazionali».
8 V., M. CHIAVARIO, Manuale dell’estradizione e del mandato d’arresto europeo, Torino, 2013, p.5-6. Già in passato, attenta dottrina aveva precisato che gli artt. 697-722-bis c.p.p. – cui è in primis rimessa la disciplina esclusiva dell’estradizione extra-convenzionale – soccorrono qualora sia necessario colmare eventuali lacune lasciate dalle norme convenzionali e generali, potendo altresì intervenire in via sussidiaria in ordine a profili non espressamente regolati dal diritto internazionale (ad esempio in tema di competenze, procedure, garanzie); v., in tal senso Rel. Prog. Prel. c.p.p., in CARULLI – A.A. DALIA., Le nuove norme sul processo penale, Napoli, 1989, p.780
9 F. FIORENTIN, Estradizione negata per violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute: a rischio anche l’Italia? in Proc. pen. giust.,2014, 3, p. 66 ss.; D. PELLIZZARI, L’estradizione tra giurisprudenza e convenzioni internazionali, in Arch. nuova proc. pen., 2007, p. 319 ss.; E. SELVAGGI, Necessario bilanciare per via legislativa diritti della persona e consegna temporanea, in Guida dir., 2007, 12, p. 73.
10 Non a caso, i drammatici sviluppi della guerra in Ucraina hanno imposto di non consegnare una cittadina russa, ex agente del Kgb, nell’ambito di una richiesta di estradizione per reati comuni, solo sulla base delle “rassicuranti informazioni” fornite dall’autorità giudiziaria dello Stato richiedente. Per la Corte di cassazione (sentenza n. 10656 del 1/3/2022) «in questo particolare momento, è più che mai importante avere notizie personalizzate e stringenti sul tipo di trattamento al quale sarà sottoposta la persona, oggetto di un mandato di cattura, della quale il governo della Confederazione russa chiede la consegna». La Suprema Corte, infatti, ha accolto il ricorso di una cittadina russa contro la decisione della Corte d’Appello di estradarla malgrado lei avesse negato il suo consenso. L’obiettivo, evidentemente, è stato quello di evitare un’estradizione “mascherata” da ben altri motivi, anche di carattere politico.
11 Così, G. DE AMICIS, Organismi europei di cooperazione e coordinamento investigativo, XXX Convegno nazionale Associazione tra gli Studiosi del Processo Penale “G. D. Pisapia”, Investigazioni e prove transnazionali, Roma, 20-21 ottobre 2016, p. 2.
12 Per un primo commento v. N. TRIGGIANI, In divenire la disciplina dei rapporti giurisdizionali con autorità straniere: appunti sulla l. 21 luglio 2016, n. 149, in www.penalecontemporaneo.it , 5 ottobre 2016, 1 ss.; E.N. LA ROCCA, La legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione di assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri UE, in Arch. pen., 2016, n. 3, p. 1ss.
13 Dopo aver definito il proprio ambito di applicazione (art. 1), il decreto ha modificato l’articolo introduttivo del Libro XI (art. 2), ha inserito due nuovi titoli, uno dedicato all’Unione europea e al principio del mutuo riconoscimento (art. 3), l’altro al «trasferimento dei procedimenti penali» (art. 10); ha razionalizzato la disciplina dell’«estradizione» per l’estero (art. 4) e dall’estero (art. 5), modificato la disciplina delle «rogatorie» dall’estero (art. 6) e verso l’estero (art. 7) nonché le tematiche degli «effetti delle sentenze penali straniere» (art. 8) e dell’«esecuzione all’estero di sentenze penali italiane» (art. 9).
14L’obiettivo è di «differenziare le aree di esercizio delle concorrenti potestà dell’autorità politica e dell’autorità giudiziaria, in modo da evitare la sovrapposizione di valutazioni riferite ai medesimi parametri». Cfr. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, XVII Legislatura, Disegni di legge e Relazioni, Documenti, Disegno di legge n. 2813, p. 3
15 Cosi., M. R. MARCHETTI, Cooperazione giudiziaria: innovazioni apportate e occasioni perdute, in Dir. Pen. Proc., 2017, 12, 1545.;
16 Sulle origini del principio del mutuo riconoscimento e sulla sua espansione nel settore penale si veda, G. MELILLO, Il mutuo riconoscimento e la circolazione della prova, in Cass. pen., 2006, p. 265; L. SALAZAR, La lotta alla criminalità dell’Unione: passi in avanti verso uno spazio giudiziario comune prima e dopo la Costituzione per l’Europa ed il Programma dell’Aia, in Cass. pen., 2004, p. 3512 ss.; F. SPIEZIA, La cooperazione giudiziaria internazionale e lo spazio di giustizia europeo, in Procedura penale –Teoria e pratica del processo, a cura di L. KALB, UTET, p.844 ss.
17 Così, nella versione italiana, il considerando n. 2 della Direttiva 2014/41/UE che, nella sua integralità dispone «a norma dell’articolo 82, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), la cooperazione giudiziaria in materia penale nell’Unione deve fondarsi sul principio di riconoscimento reciproco delle sentenze e delle decisioni giudiziarie, il quale, a partire dal Consiglio europeo di Tampere del 15 e 16 ottobre 1999, è comunemente considerato una pietra angolare della cooperazione giudiziaria in materia penale nell’Unione».
18 Cosi, G. DE AMICIS, Il mandato d’arresto europeo: prassi e problemi applicativi, in, www.europeanrights.eu, 2009, p. 3 e 4.
19 Il m.a.e. è «una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell’arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà» (art.1.1 decisione quadro); essa presuppone nello Stato membro emittente, l’adozione di un provvedimento coercitivo, la cui esistenza è certificata nel m.a.e. , o meglio, nel formulario, comune a tutti gli Stati membri, annesso alla stessa decisione quadro.
20 In tal senso, si veda V. MITSILEGAS, EU Criminal Law, Hart Publishing, 2009; A. PASQUERO, Mutuo riconoscimento delle decisioni penali: prove di federalismo, Giuffrè, 2007; N. PARISI, Riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie penali, confiance mutuelle, e armonizzazione delle garanzie procedurali negli Stati membri dell’Unione europea, in N. PARISI, M. FUMAGALLI MERAVIGLIA, D. RINOLDI, A. SANTINI (a cura di), Scritti in onore di Ugo Draetta, 2011.
21 Per ulteriori approfondimenti V., JOHN R. SPENCER, Mutuo riconoscimento, armonizzazione e tradizionali modelli intergovernativi, in R. E. KOSTORIS, (a cura di), manuale di procedura penale europea, Firenze, 2017, p. 313 ss.
22 In questi termini, O. MAZZA, Il principio del mutuo riconoscimento, la mancata armonizzazione e il mito traumaturgico della giurisprudenza europea, in ID., Il garantismo al tempo del giusto processo, Milano, 2011, pp. 56-57, per il quale “il principio del mutuo riconoscimento produce due fondamentali risultati a costo zero dal punto di vista dell’impegno nell’edificazione di un diritto processuale comune. Il primo è costringere tutti gli Stati a cooperare tra loro senza possibilità di obiettare alcunché in ordine alle modalità con cui vengono trattate le singole questioni del proprio partner fiduciario; il secondo, ma non meno rilevante, riguarda lo spostamento dell’asse della cooperazione dai tradizionali rapporti politico- diplomatici ad un livello semplicemente giudiziario. Del resto, se ci si fida l’uno dell’altro non ha senso un filtro politico ed è opportuno lasciare dialogare direttamente le autorità procedenti”
23 “Non va assolutamente dimenticato che uno spazio comune di giustizia è tale sé, oltre a fondarsi sulla reciproca fiducia tra Stati, riscuota la fiducia dei cittadini dell’Unione e delle persone che vi risiedono”. Così, G. DALIA, L’adeguamento della legislazione nazionale alla decisione quadro tra esigenze di cooperazione e rispetto delle garanzie fondamentali, in Mandato d’arresto europeo e procedure di consegna. Commento alla legge 22 aprile 2005, n. 69; L. KALB, (a cura di), Milano, 2002, p. 12.
24 La strada maestra da percorrere avrebbe dovuto essere quella di configurare norme penali comuni secondo l’esempio del Corpus iuris elaborato nel 1997 da una commissione di studiosi, appositamente incaricati dalla Direzione generale per il controllo finanziario della Commissione europea (la nuova versione del progetto è commentata in Il Corpus iuris 2000. Un modello di tutela penale dei beni giuridici comunitari, a cura di G. GRASSO e R. SICURELLA, Milano, 2003). I fatti dell’11 settembre sembrano essere stati presi a pretesto dal Consiglio europeo per aggirare la fase della predisposizione degli elementi costitutivi comuni dei reati e per operare “come se” tali elementi fossero già stati codificati. Per giustificare l’anima innovativa del mandato di arresto europeo si è fatti ricorso ad un “principio di fiducia reciproca” tra gli Stati, che in realtà avrebbe richiesto l’elaborazione di norme minime comuni. In sostanza, la Decisione-quadro ha operato come “se fosse” già esistente un comune diritto penale sostanziale e processuale; cosa che nei fatti non è esistente, poiché molte sono le differenze tra gli Stati anche in punto di parte generale del diritto penale e di normativa sulla prova. Prima si sarebbe dovuto predisporre un minimo di garanzie comuni, e poi su questo si sarebbe potuto fondare la fiducia reciproca tra gli Stati. In definitiva di europeo nel mandato vi è soltanto il territorio nel quale deve essere eseguito, e non una comune normativa penale sostanziale e processuale, che, come accennato, non esiste. Sul punto., P. TONINI, Manuale di Procedura Penale (in), diciottesima edizione, Giuffrè editore, Milano, 2017, p.1114.
25 L. SALAZAR, La lunga marcia del mandato d’arresto europeo, in. AA.VV., Mandato d’arresto. Dall’estradizione alle procedure di consegna, a cura di Bargis – Selvaggi, Torino, 2005, p. 5.
26 Recante «Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002 relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra gli Stati membri», pubblicata in Gazz. Uff. n. 98 del 29 aprile 2005.
27 Il dibattito parlamentare si è sviluppato soprattutto sui profili di possibile contrasto della decisione-quadro con alcuni principi costituzionali, traendo spunto dai rilievi formulati, in merito dalla dottrina. Tra i contributi più significativi, v. M. BARGIS, Il mandato d’arresto: quali prospettive? in Giur.it., 2003, p. 2423 s., A. CASSESE, Il recepimento da parte italiana della decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo, in Dir. pen. e proc., 2003, p. 1565 s., M. CAIAIELLO- G. VASSALLI, Parere sulla proposta di decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo, in Cass. pen., 2002, p. 462 s. V. GREVI, Il mandato di arresto europeo fra ambiguità politiche e attuazione legislativa, in Il Mulino, 2002, p.119 s.
28 In questi termini, M. BARGIS, Meglio tardi che mai. Il nuovo volto del recepimento della decisione quadro relativa al m.a.e. nel d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10: una prima lettura, in, Sistema penale, 3/2021, p. 63 ss.
29 Il d.lgs. n. 10 del 2021 è pubblicato in G.U., 5 febbraio 2021, n. 30.
30 La legge di delegazione europea 2018 è pubblicata in G.U., 18 ottobre 2019, n. 245.
31 In questi termini, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo. Meno diritto e più diritti, in Giurisprudenza penale, 2/2021, p. 2
32 Così, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo, cit. p. 2.
33 In questi termini, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo. cit. p. 3. In giurisprudenza, ex multis, Cass., Sez. VI, 25/06/2020, n. 19394.
34 Il limite della doppia punibilità risulta, invece, sostanzialmente abrogato per i reati tributari. La doppia punibilità continua, invece, a non essere richiesta per un catalogo di reati gravi come quelli di associazione per delinquere, terrorismo, traffico di sostanze stupefacenti e corruzione ecc.
35 In seguito al referendum del 1° ottobre 2017, il 27 ottobre dello stesso anno dichiarava l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna e ciò determinava l’immediata applicazione, da parte del Primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, dell’articolo 155 della Costituzione, in base al quale la Catalogna veniva commissariata e Puigdemont destituito con tutto il suo governo. Denunciato per ribellione, sedizione e appropriazione indebita di denaro, per sottrarsi all’arresto Puigdemont, insieme ad altri quattro ex Consiglieri, espatria in Belgio da dove annuncia di voler ritornare in Spagna solo in cambio della garanzia di un giusto processo.
36 Due giorni dopo l’emissione del mandato, Puigdemont si consegnava alla polizia belga, dove gli veniva concessa la libertà condizionale. Prima dello svolgimento dell’udienza fissata per decidere la sua sorte, veniva annunciato il ritiro del mandato d’arresto europeo da parte del Tribunale supremo spagnolo. Nell’occasione, l’8 dicembre a Bruxelles il ministro della giustizia spagnolo, Rafael Català, invitava a riflettere sulla lista dei reati per cui si prevede l’esecuzione automatica del mandato d’arresto europeo. Sul punto, dal canto suo, la Commissione europea affermò di non dover modificare alcunché dell’attuale legislazione.
37 Cosi., JORDI NIEVA-FENOLL, En Alemania alta traición, en Espana, rebelión, in, Agendapublica.elperiodico.com, 26, marzo 2018
38 Probabilmente si è tenuto in conto in questa decisione il rischio che per il solo delitto di “malversación de caudales públicos” difficilmente sarebbe stato sostenibile un lungo protrarsi della custodia cautelare in carcere di Puigdemont, e che, una volta liberato, questi avrebbe potuto esercitare senza limiti il proprio mandato di parlamentare catalano e finanche essere nuovamente eletto come Presidente della Generalitat.
39 V. ad es.: Llarena da por perdida la batalla europea de la rebelión, in La Vanguardia, ed. online, 19 luglio 2018., V., in merito e per le riflessioni sopra svolte, L. FOFFANI, Il caso Puigdemont: La “prova del fuoco” del mandato d’arresto europeo, in Diritto Penale Contemporaneo, luglio 2018.
40 In tale senso, D. CURTOTTI, Le procedure di consegna: B) Il mandato d’arresto europeo, sez. I; in Procedura penale. Teoria e pratica del processo. Volume quarto; G. Spangher, A. Marandola, G. Garuti, L. Kalb, (diretto da),2015, p.980
41 Com’è dimostrato dalle critiche, obiezioni e perplessità registratesi, seppur con diversa intensità, nei singoli Paesi, in occasione sia dell’adozione della decisione-quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, sia del suo recepimento interno.
42 Per tali riflessioni: G. DARAIO, La circolazione della prova nello spazio giudiziario europeo, in «Spazio europeo di giustizia» e procedimento penale italiano. Adattamenti normativi e approdi giurisprudenziali, L. Kalb (a cura di), Torino, 2012, p.515.
43 Per tali considerazioni V., J. R. SPENCER, Mutuo riconoscimento, armonizzazione e tradizionali modelli intergovernativi, in R. E. Kostoris, (a cura di), manuale di procedura penale europea, terza edizione; Firenze, 2017, pp. 322-324.
44 Sul punto, G. DE AMICIS, Il mandato d’arresto europeo: prassi e problemi applicativi, in, www.europeanrights.eu, 2009, p.4.
45 V. O. MAZZA, Il principio del muto riconoscimento nella giustizia penale, la mancata armonizzazione e il mito taumaturgico della giurisprudenza europea, in Riv. Dir. Proc. 2009, p.393 ss.
46 Cosi., T. RAFARACI, Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel crogiuolo della costruzione europea, in AA.VV., L’area di libertà, sicurezza e giustizia: alla ricerca di un equilibrio tra priorità repressive ed esigenze di garanzia, Milano, 2007, p. 3 ss.; Cfr., A. DI STASI, Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia e cooperazione giudiziaria in materia penale: il rispetto dei diritti fondamentali e della diversità tra ordinamenti nazionali e tradizioni giuridiche, in, AA.VV., «Spazio europeo di giustizia» e procedimento penale italiano. Adattamenti normativi e approdi giurisprudenziali, L. Kalb (a cura di), Torino, 2012, p. 52.

1 Le ragioni di fondo che inducono il legislatore comunitario a legiferare sono pressoché costanti ed aventi un unico comune denominatore: adeguare il diritto alla continua evoluzione della società. Ne è un esempio il Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 in tema di protezione dei dati personali che ai considerando n. 5, 6 e 7 precisa che «l’integrazione economica e sociale conseguente al funzionamento del mercato interno ha condotto a un considerevole aumento dei flussi transfrontalieri di dati personali e quindi anche dei dati personali scambiati, in tutta l’Unione, tra attori pubblici e privati, comprese persone fisiche, associazioni e imprese. Il diritto dell’Unione impone alle autorità nazionali degli Stati membri di cooperare e scambiarsi dati personali per essere in grado di svolgere le rispettive funzioni o eseguire compiti per conto di un’autorità di un altro Stato membro […] la rapidità dell’evoluzione tecnologica e la globalizzazione comportano nuove sfide per la protezione dei dati personali […] la tecnologia ha trasformato l’economia e le relazioni sociali e dovrebbe facilitare ancora di più la libera circolazione dei dati personali all’interno dell’Unione e il loro trasferimento verso paesi terzi e organizzazioni internazionali, garantendo al tempo stesso un elevato livello di protezione dei dati personali. Tale evoluzione richiede un quadro più solido e coerente in materia di protezione dei dati nell’Unione, affiancato da efficaci misure di attuazione, data l’importanza di creare il clima di fiducia che consentirà lo sviluppo dell’economia digitale in tutto il mercato interno […]».
2Sul punto cfr., M. BONANNO, Diritto dell’unione europea, I ed., keyeditore, 2016, p. 34; APRILE – SPIEZIA, Cooperazione giudiziaria penale nell’Unione europea prima e dopo il Trattato di Lisbona, Ipsoa, 2009, p. 41; R. ADAM, La cooperazione nel campo della giustizia e affari interni: da Schengen a Maastricht, in Dir. Un. Eur., 1994, p. 225 ss.; PARISI – RINOLDI (a cura di), Giustizia e affari interni nell’Unione europea: il terzo pilastro del trattato di Maastricht, Giappichelli, 1996, p. 65; TIZZANO, Brevi note sul “terzo pilastro” del trattato di Maastricht, in Dir. Un. Eur., 1996, p. 391.
3 In questi termini, G. DE AMICIS – G. IUZZOLINO, Guida al mandato di arresto europeo, in Quaderni di cassazione penale, 2008, I-VII. Per una completa disamina del tema del riconoscimento delle sentenze penali straniere, v., tra gli altri, G. DALIA, Riconoscimento, valore ed esecuzione delle sentenze penali straniere, Napoli, 2020.
4Alcune aree europee, rappresentate principalmente dal Consiglio d’Europa, o sub-europee come il Benelux, avevano attivato forme di cooperazione in materia penale fin dagli anni Cinquanta (si pensi, in particolare, alla Convenzione europea di estradizione del 1957, alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale del 1959, o al Trattato di Benelux di estradizione e di assistenza giudiziaria in materia penale del 1962).
5 S. NEGRI, Le procedure di consegna della persona. A) L’estradizione. Sezione I; G. Spangher, A. Marandola, G. Garuti, L. Kalb, (diretto da), in Procedura penale. Teoria e pratica del processo. Volume quarto, 2015, p. 898.
6 Sul tema, cfr., M. PISANI – F. MOSCONI – D. VIGONI, Codice delle convenzioni di estradizione e di assistenza giudiziaria in materia penale, IV ed., Milano, 2004, p. 453; M.R. MARCHETTI, La convenzione europea di estradizione, Milano, 1990, p. 67 ss; G. FERRANTI, La cooperazione giudiziaria in materia penale nelle convenzioni del Consiglio d’Europa e nel Diritto dell’Unione europea, Napoli, 2009, p. 17.
7 L’art. 696 c.p.p. sancisce espressamente il principio di prevalenza del diritto internazionale nella disciplina dei rapporti giurisdizionali con autorità straniere (sul punto, cfr., S. NEGRI, Fonti internazionali. Prevalenza (dir.proc.pen) in Dir. Treccani, spec. §§ 2.3 e 3); diversamente dalla più ampia e generica formulazione contenuta nell’art. 13 c.p. il quale dispone che «l’estradizione è regolata dalla legge penale italiana, dalle convenzioni e dagli usi internazionali».
8 V., M. CHIAVARIO, Manuale dell’estradizione e del mandato d’arresto europeo, Torino, 2013, p.5-6. Già in passato, attenta dottrina aveva precisato che gli artt. 697-722-bis c.p.p. – cui è in primis rimessa la disciplina esclusiva dell’estradizione extra-convenzionale – soccorrono qualora sia necessario colmare eventuali lacune lasciate dalle norme convenzionali e generali, potendo altresì intervenire in via sussidiaria in ordine a profili non espressamente regolati dal diritto internazionale (ad esempio in tema di competenze, procedure, garanzie); v., in tal senso Rel. Prog. Prel. c.p.p., in CARULLI – A.A. DALIA., Le nuove norme sul processo penale, Napoli, 1989, p.780
9 F. FIORENTIN, Estradizione negata per violazione dei diritti fondamentali delle persone detenute: a rischio anche l’Italia? in Proc. pen. giust.,2014, 3, p. 66 ss.; D. PELLIZZARI, L’estradizione tra giurisprudenza e convenzioni internazionali, in Arch. nuova proc. pen., 2007, p. 319 ss.; E. SELVAGGI, Necessario bilanciare per via legislativa diritti della persona e consegna temporanea, in Guida dir., 2007, 12, p. 73.
10 Non a caso, i drammatici sviluppi della guerra in Ucraina hanno imposto di non consegnare una cittadina russa, ex agente del Kgb, nell’ambito di una richiesta di estradizione per reati comuni, solo sulla base delle “rassicuranti informazioni” fornite dall’autorità giudiziaria dello Stato richiedente. Per la Corte di cassazione (sentenza n. 10656 del 1/3/2022) «in questo particolare momento, è più che mai importante avere notizie personalizzate e stringenti sul tipo di trattamento al quale sarà sottoposta la persona, oggetto di un mandato di cattura, della quale il governo della Confederazione russa chiede la consegna». La Suprema Corte, infatti, ha accolto il ricorso di una cittadina russa contro la decisione della Corte d’Appello di estradarla malgrado lei avesse negato il suo consenso. L’obiettivo, evidentemente, è stato quello di evitare un’estradizione “mascherata” da ben altri motivi, anche di carattere politico.
11 Così, G. DE AMICIS, Organismi europei di cooperazione e coordinamento investigativo, XXX Convegno nazionale Associazione tra gli Studiosi del Processo Penale “G. D. Pisapia”, Investigazioni e prove transnazionali, Roma, 20-21 ottobre 2016, p. 2.
12 Per un primo commento v. N. TRIGGIANI, In divenire la disciplina dei rapporti giurisdizionali con autorità straniere: appunti sulla l. 21 luglio 2016, n. 149, in www.penalecontemporaneo.it , 5 ottobre 2016, 1 ss.; E.N. LA ROCCA, La legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione di assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri UE, in Arch. pen., 2016, n. 3, p. 1ss.
13 Dopo aver definito il proprio ambito di applicazione (art. 1), il decreto ha modificato l’articolo introduttivo del Libro XI (art. 2), ha inserito due nuovi titoli, uno dedicato all’Unione europea e al principio del mutuo riconoscimento (art. 3), l’altro al «trasferimento dei procedimenti penali» (art. 10); ha razionalizzato la disciplina dell’«estradizione» per l’estero (art. 4) e dall’estero (art. 5), modificato la disciplina delle «rogatorie» dall’estero (art. 6) e verso l’estero (art. 7) nonché le tematiche degli «effetti delle sentenze penali straniere» (art. 8) e dell’«esecuzione all’estero di sentenze penali italiane» (art. 9).
14L’obiettivo è di «differenziare le aree di esercizio delle concorrenti potestà dell’autorità politica e dell’autorità giudiziaria, in modo da evitare la sovrapposizione di valutazioni riferite ai medesimi parametri». Cfr. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, XVII Legislatura, Disegni di legge e Relazioni, Documenti, Disegno di legge n. 2813, p. 3
15 Cosi., M. R. MARCHETTI, Cooperazione giudiziaria: innovazioni apportate e occasioni perdute, in Dir. Pen. Proc., 2017, 12, 1545.;
16 Sulle origini del principio del mutuo riconoscimento e sulla sua espansione nel settore penale si veda, G. MELILLO, Il mutuo riconoscimento e la circolazione della prova, in Cass. pen., 2006, p. 265; L. SALAZAR, La lotta alla criminalità dell’Unione: passi in avanti verso uno spazio giudiziario comune prima e dopo la Costituzione per l’Europa ed il Programma dell’Aia, in Cass. pen., 2004, p. 3512 ss.; F. SPIEZIA, La cooperazione giudiziaria internazionale e lo spazio di giustizia europeo, in Procedura penale –Teoria e pratica del processo, a cura di L. KALB, UTET, p.844 ss.
17 Così, nella versione italiana, il considerando n. 2 della Direttiva 2014/41/UE che, nella sua integralità dispone «a norma dell’articolo 82, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), la cooperazione giudiziaria in materia penale nell’Unione deve fondarsi sul principio di riconoscimento reciproco delle sentenze e delle decisioni giudiziarie, il quale, a partire dal Consiglio europeo di Tampere del 15 e 16 ottobre 1999, è comunemente considerato una pietra angolare della cooperazione giudiziaria in materia penale nell’Unione».
18 Cosi, G. DE AMICIS, Il mandato d’arresto europeo: prassi e problemi applicativi, in, www.europeanrights.eu, 2009, p. 3 e 4.
19 Il m.a.e. è «una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell’arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà» (art.1.1 decisione quadro); essa presuppone nello Stato membro emittente, l’adozione di un provvedimento coercitivo, la cui esistenza è certificata nel m.a.e. , o meglio, nel formulario, comune a tutti gli Stati membri, annesso alla stessa decisione quadro.
20 In tal senso, si veda V. MITSILEGAS, EU Criminal Law, Hart Publishing, 2009; A. PASQUERO, Mutuo riconoscimento delle decisioni penali: prove di federalismo, Giuffrè, 2007; N. PARISI, Riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie penali, confiance mutuelle, e armonizzazione delle garanzie procedurali negli Stati membri dell’Unione europea, in N. PARISI, M. FUMAGALLI MERAVIGLIA, D. RINOLDI, A. SANTINI (a cura di), Scritti in onore di Ugo Draetta, 2011.
21 Per ulteriori approfondimenti V., JOHN R. SPENCER, Mutuo riconoscimento, armonizzazione e tradizionali modelli intergovernativi, in R. E. KOSTORIS, (a cura di), manuale di procedura penale europea, Firenze, 2017, p. 313 ss.
22 In questi termini, O. MAZZA, Il principio del mutuo riconoscimento, la mancata armonizzazione e il mito traumaturgico della giurisprudenza europea, in ID., Il garantismo al tempo del giusto processo, Milano, 2011, pp. 56-57, per il quale “il principio del mutuo riconoscimento produce due fondamentali risultati a costo zero dal punto di vista dell’impegno nell’edificazione di un diritto processuale comune. Il primo è costringere tutti gli Stati a cooperare tra loro senza possibilità di obiettare alcunché in ordine alle modalità con cui vengono trattate le singole questioni del proprio partner fiduciario; il secondo, ma non meno rilevante, riguarda lo spostamento dell’asse della cooperazione dai tradizionali rapporti politico- diplomatici ad un livello semplicemente giudiziario. Del resto, se ci si fida l’uno dell’altro non ha senso un filtro politico ed è opportuno lasciare dialogare direttamente le autorità procedenti”
23 “Non va assolutamente dimenticato che uno spazio comune di giustizia è tale sé, oltre a fondarsi sulla reciproca fiducia tra Stati, riscuota la fiducia dei cittadini dell’Unione e delle persone che vi risiedono”. Così, G. DALIA, L’adeguamento della legislazione nazionale alla decisione quadro tra esigenze di cooperazione e rispetto delle garanzie fondamentali, in Mandato d’arresto europeo e procedure di consegna. Commento alla legge 22 aprile 2005, n. 69; L. KALB, (a cura di), Milano, 2002, p. 12.
24 La strada maestra da percorrere avrebbe dovuto essere quella di configurare norme penali comuni secondo l’esempio del Corpus iuris elaborato nel 1997 da una commissione di studiosi, appositamente incaricati dalla Direzione generale per il controllo finanziario della Commissione europea (la nuova versione del progetto è commentata in Il Corpus iuris 2000. Un modello di tutela penale dei beni giuridici comunitari, a cura di G. GRASSO e R. SICURELLA, Milano, 2003). I fatti dell’11 settembre sembrano essere stati presi a pretesto dal Consiglio europeo per aggirare la fase della predisposizione degli elementi costitutivi comuni dei reati e per operare “come se” tali elementi fossero già stati codificati. Per giustificare l’anima innovativa del mandato di arresto europeo si è fatti ricorso ad un “principio di fiducia reciproca” tra gli Stati, che in realtà avrebbe richiesto l’elaborazione di norme minime comuni. In sostanza, la Decisione-quadro ha operato come “se fosse” già esistente un comune diritto penale sostanziale e processuale; cosa che nei fatti non è esistente, poiché molte sono le differenze tra gli Stati anche in punto di parte generale del diritto penale e di normativa sulla prova. Prima si sarebbe dovuto predisporre un minimo di garanzie comuni, e poi su questo si sarebbe potuto fondare la fiducia reciproca tra gli Stati. In definitiva di europeo nel mandato vi è soltanto il territorio nel quale deve essere eseguito, e non una comune normativa penale sostanziale e processuale, che, come accennato, non esiste. Sul punto., P. TONINI, Manuale di Procedura Penale (in), diciottesima edizione, Giuffrè editore, Milano, 2017, p.1114.
25 L. SALAZAR, La lunga marcia del mandato d’arresto europeo, in. AA.VV., Mandato d’arresto. Dall’estradizione alle procedure di consegna, a cura di Bargis – Selvaggi, Torino, 2005, p. 5.
26 Recante «Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002 relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra gli Stati membri», pubblicata in Gazz. Uff. n. 98 del 29 aprile 2005.
27 Il dibattito parlamentare si è sviluppato soprattutto sui profili di possibile contrasto della decisione-quadro con alcuni principi costituzionali, traendo spunto dai rilievi formulati, in merito dalla dottrina. Tra i contributi più significativi, v. M. BARGIS, Il mandato d’arresto: quali prospettive? in Giur.it., 2003, p. 2423 s., A. CASSESE, Il recepimento da parte italiana della decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo, in Dir. pen. e proc., 2003, p. 1565 s., M. CAIAIELLO- G. VASSALLI, Parere sulla proposta di decisione-quadro sul mandato d’arresto europeo, in Cass. pen., 2002, p. 462 s. V. GREVI, Il mandato di arresto europeo fra ambiguità politiche e attuazione legislativa, in Il Mulino, 2002, p.119 s.
28 In questi termini, M. BARGIS, Meglio tardi che mai. Il nuovo volto del recepimento della decisione quadro relativa al m.a.e. nel d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10: una prima lettura, in, Sistema penale, 3/2021, p. 63 ss.
29 Il d.lgs. n. 10 del 2021 è pubblicato in G.U., 5 febbraio 2021, n. 30.
30 La legge di delegazione europea 2018 è pubblicata in G.U., 18 ottobre 2019, n. 245.
31 In questi termini, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo. Meno diritto e più diritti, in Giurisprudenza penale, 2/2021, p. 2
32 Così, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo, cit. p. 2.
33 In questi termini, L. SCOLLO, La riforma del Mandato d’Arresto Europeo. cit. p. 3. In giurisprudenza, ex multis, Cass., Sez. VI, 25/06/2020, n. 19394.
34 Il limite della doppia punibilità risulta, invece, sostanzialmente abrogato per i reati tributari. La doppia punibilità continua, invece, a non essere richiesta per un catalogo di reati gravi come quelli di associazione per delinquere, terrorismo, traffico di sostanze stupefacenti e corruzione ecc.
35 In seguito al referendum del 1° ottobre 2017, il 27 ottobre dello stesso anno dichiarava l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna e ciò determinava l’immediata applicazione, da parte del Primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, dell’articolo 155 della Costituzione, in base al quale la Catalogna veniva commissariata e Puigdemont destituito con tutto il suo governo. Denunciato per ribellione, sedizione e appropriazione indebita di denaro, per sottrarsi all’arresto Puigdemont, insieme ad altri quattro ex Consiglieri, espatria in Belgio da dove annuncia di voler ritornare in Spagna solo in cambio della garanzia di un giusto processo.
36 Due giorni dopo l’emissione del mandato, Puigdemont si consegnava alla polizia belga, dove gli veniva concessa la libertà condizionale. Prima dello svolgimento dell’udienza fissata per decidere la sua sorte, veniva annunciato il ritiro del mandato d’arresto europeo da parte del Tribunale supremo spagnolo. Nell’occasione, l’8 dicembre a Bruxelles il ministro della giustizia spagnolo, Rafael Català, invitava a riflettere sulla lista dei reati per cui si prevede l’esecuzione automatica del mandato d’arresto europeo. Sul punto, dal canto suo, la Commissione europea affermò di non dover modificare alcunché dell’attuale legislazione.
37 Cosi., JORDI NIEVA-FENOLL, En Alemania alta traición, en Espana, rebelión, in, Agendapublica.elperiodico.com, 26, marzo 2018
38 Probabilmente si è tenuto in conto in questa decisione il rischio che per il solo delitto di “malversación de caudales públicos” difficilmente sarebbe stato sostenibile un lungo protrarsi della custodia cautelare in carcere di Puigdemont, e che, una volta liberato, questi avrebbe potuto esercitare senza limiti il proprio mandato di parlamentare catalano e finanche essere nuovamente eletto come Presidente della Generalitat.
39 V. ad es.: Llarena da por perdida la batalla europea de la rebelión, in La Vanguardia, ed. online, 19 luglio 2018., V., in merito e per le riflessioni sopra svolte, L. FOFFANI, Il caso Puigdemont: La “prova del fuoco” del mandato d’arresto europeo, in Diritto Penale Contemporaneo, luglio 2018.
40 In tale senso, D. CURTOTTI, Le procedure di consegna: B) Il mandato d’arresto europeo, sez. I; in Procedura penale. Teoria e pratica del processo. Volume quarto; G. Spangher, A. Marandola, G. Garuti, L. Kalb, (diretto da),2015, p.980
41 Com’è dimostrato dalle critiche, obiezioni e perplessità registratesi, seppur con diversa intensità, nei singoli Paesi, in occasione sia dell’adozione della decisione-quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri, sia del suo recepimento interno.
42 Per tali riflessioni: G. DARAIO, La circolazione della prova nello spazio giudiziario europeo, in «Spazio europeo di giustizia» e procedimento penale italiano. Adattamenti normativi e approdi giurisprudenziali, L. Kalb (a cura di), Torino, 2012, p.515.
43 Per tali considerazioni V., J. R. SPENCER, Mutuo riconoscimento, armonizzazione e tradizionali modelli intergovernativi, in R. E. Kostoris, (a cura di), manuale di procedura penale europea, terza edizione; Firenze, 2017, pp. 322-324.
44 Sul punto, G. DE AMICIS, Il mandato d’arresto europeo: prassi e problemi applicativi, in, www.europeanrights.eu, 2009, p.4.
45 V. O. MAZZA, Il principio del muto riconoscimento nella giustizia penale, la mancata armonizzazione e il mito taumaturgico della giurisprudenza europea, in Riv. Dir. Proc. 2009, p.393 ss.
46 Cosi., T. RAFARACI, Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel crogiuolo della costruzione europea, in AA.VV., L’area di libertà, sicurezza e giustizia: alla ricerca di un equilibrio tra priorità repressive ed esigenze di garanzia, Milano, 2007, p. 3 ss.; Cfr., A. DI STASI, Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia e cooperazione giudiziaria in materia penale: il rispetto dei diritti fondamentali e della diversità tra ordinamenti nazionali e tradizioni giuridiche, in, AA.VV., «Spazio europeo di giustizia» e procedimento penale italiano. Adattamenti normativi e approdi giurisprudenziali, L. Kalb (a cura di), Torino, 2012, p. 52.