Limiti applicativi in materia di configurabilità del delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti ex art. 612-ter c.p. (c.d. “revenge porn”)

Articolo a cura della Dott.ssa Marzia Mancino

Il presente elaborato intende analizzare in chiave critica i limiti applicativi della disciplina prevista dall’art. 612-ter c.p. (c.d. “Revenge Porn”) emersi a seguito di Trib. Reggio Emilia, Sez. GIP/GUP, sent. n. 528/2021 (ud. 09/11/2021, dep. 22/11/2021).

Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti

1. Introduzione

L’ampliamento delle tecnologie informatiche e la loro capillare espansione hanno provocato un’evoluzione patologica delle pratiche criminose, con lo sviluppo di forme delinquenziali inedite, potenzialmente agevolate dall’esistenza di uno “spazio virtuale” (1) intangibile e di agevole accesso. Difatti, l’evoluzione progressiva del wold wide Web (2) ha consentito la smaterializzazione della realtà fenomenica, conducendo all’affermazione di nuove forme di comunicazione e condivisione tra gli utenti di Internet, i quali, da semplici fruitori di un servizio, sono divenuti anche reali creatori di contenuti (3). In tale contesto, la privacy è ad oggi invasa da fenomeni di intrusione e distorsione che assumono nuove ed inquietanti declinazioni: la più grave, quantomeno per la sua esasperata diffusione, è la divulgazione di immagini intime, a contenuto sessuale (4), che costituisce focale punctum dolens all’interno del prisma delle condotte potenzialmente lesive della sfera di riservatezza degli individui, specialmente nell’era dei social network (5) e della connettività, che hanno portato alla progressiva riduzione della dimensione fisica del sesso. È innegabile che la rete e le altre tecnologie – si pensi ad esempio agli smartphone – abbiano svolto un ruolo preponderante nella possibilità di produrre e distribuire materiali privati e sessualmente espliciti, anche e specialmente di natura “amatoriale”.
L’allarmante dilagare del fenomeno maggiormente noto alla cronaca e nelle aule di tribunale con il neologismo anglosassone “revenge porn” – locuzione che intende, in maniera ad oggi generalizzata, definire la condotta che abbia ad oggetto la diffusione di immagini a contenuto pornografico contro, ovvero in assenza, di esplicito consenso da parte del soggetto ritratto – è stato il moto propulsore per il legislatore italiano nell’introduzione dell’art. 612-ter c.p. (6), volto a sopperire una lacuna normativa nella tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Il repentino – forse troppo affrettato, benché apprezzabile – emendamento alla l. 19 luglio 2019, n. 69 (c.d. “Codice Rosso”), con il quale è stata introdotta la nuova norma, è stato presentato anche a seguito dell’intenso clamore mediatico del “caso Giulia Sarti” (7), che ha indubbiamente accelerato l’iter legis in materia di criminalizzazione delle condotte attinenti alla divulgazione di foto e video privati dal contenuto sessualmente esplicito.
Invero, come si vedrà nel prosieguo del presente elaborato, la rapidità, quasi superficiale, nella formulazione dell’emendamento, unita indubbiamente all’ispirazione angloamericana nella confusa definizione del fenomeno, fuorviante anche per lo stesso legislatore italiano, avrebbe dovuto in re ipsa rendere prevedibili pronunce quali la sentenza in commento.

2. La problematica definizione del fenomeno

Il reato conosciuto agli onori di cronaca come “revenge porn” (8) è stato introdotto e disciplinato quale autonoma fattispecie criminale dapprima nei paesi di Common Law (9): a mero titolo esemplificativo, tra i precursori in Europa figura l’Inghilterra, che ha inserito nel Criminal Justice and Courts Act 2015 (CJCA 2015) la “Section 33”, intitolata “Disclosure of private sexual photographs and films with intent to cause distress” (10), ovverosia il reato di divulgazione di fotografie o video di carattere sessuale e privato, compiuta senza il consenso della persona ritratta nella foto o nel video, con lo “scopo di causare sofferenza” (11); allo stesso modo la Scozia nel 2016 ha introdotto nell’ordinamento il reato di “Abusive behavior and sexual harm”.
In particolare, la prima definizione del fenomeno risalirebbe addirittura al 25 settembre 2007 con lo slang anglosassone contenuto nel dizionario online conosciuto con il nome di Urban Dictionary (12): si tratterebbe dell’«homemade porn uploaded by ex girlfriend or (usually) ex boyfriend after particularly vicious breakup as a means of humiliating the ex or just for own amusement» (13). L’espressione, originariamente di chiaro tenore colloquiale (14), si è diffusa al punto di penetrare finanche il prestigioso dizionario Cambridge, che lo definisce «private sexual images or films showing a particular person that are put on the internet by a former partner of that person, as an attempt to punish or harm them» (15). Entrambe le definizioni delineano gli elementi essenziali per la configurabilità del reato de quo: la creazione consensuale, all’interno di un contesto sentimentale di coppia, di immagini (video o foto) sessuali, o comunque intime, e la loro non consensuale pubblicazione da parte dell’ex partner, al fine di vendicarsi a seguito della rottura – spesso burrascosa («vicious breakup») – della relazione amorosa. Il mezzo utilizzato per la diffusione è Internet: difatti, secondo il Cambridge Dictionary, le immagini «are put on the internet», per l’Urban Dictionary sono «uploaded» in rete.
Pertanto, quantomeno ab initio, i tratti fondanti della fattispecie “in senso stretto” sono stati ravvisati nella diffusione da parte di un ex partner di immagini e/o video, consensualmente acquisiti, dal contenuto privato e sessualmente esplicito, ritraenti l’altro membro della (ex) coppia. La diffusione successiva alla realizzazione o acquisizione sarebbe stata dettata da ragioni di ritorsione personale a seguito della cessazione della relazione sentimentale, al fine di nuocere al decoro e alla reputazione del soggetto ritratto. Trattasi peraltro di forma di pornografia – per sua stessa natura poiché nasce all’interno di un rapporto affettivo – c.d. “homemade”, quindi di carattere casalingo e amatoriale, con l’esclusione pertanto di eventuali forme di commercializzazione (16)
Appare opportuno precisare che ad oggi il neologismo anglosassone è utilizzato anche al fine di racchiudere un ampio alveo di condotte penalmente rilevanti, che trascende dalla mera definizione strictu sensu: è infatti erroneamente adoperato per indicare molteplici forme di diffusione non consensuale di immagini e video dal contenuto sessualmente esplicito, finanche ipotesi che quasi nulla hanno a che vedere con il fenomeno originariamente delineato. L’espressione sarebbe, probabilmente per il suo maggior impatto evocativo e giornalistico, non di rado invocata anche in relazione a casistiche del tutto prive dei principali elementi peculiari della condotta: la pregressa esistenza di una relazione sentimentale e la finalità vendicativa dell’autore della illecita pubblicazione o diffusione. Si è, ad esempio, impropriamente parlato di “revenge porn” nel 2014 con lo scandalo denominato “Fappening”, quando gli account privati di numerose celebrità, prevalentemente inglesi e americane, sono stati hackerati e le relative immagini e video sessualmente espliciti sono stati pubblicati in rete.
A ben vedere, l’approssimazione terminologica che avrebbe reso il neologismo “una sorta dicatch all phrase’” (17) non è stata priva di riflessi nella prassi applicativa della norma: negli Stati Uniti (18), ad esempio, l’erroneo ricorso al termine “revenge porn”, in sede di criminalizzazione specifica da parte del legislatore, ha finito per non offrire tutela adeguata a ipotesi che, sebbene caratterizzate da maggiore o medesimo grado di offensività, erano prive della finalità vendicativa dell’autore (19). Non a caso, il Legal and Constitutional Affairs References Committee del Senato australiano ha criticamente rilevato come il termine “revenge” sia «too narrow»(20), da intendersi come “riduttivo”, “limitante”, poiché  suscettibile di restringere l’ambito applicativo della norma alle sole ipotesi di materiale diffuso per finalità vendicative, e ha suggerito di ricorrere alla più corretta espressione «non-consensual sharing of intimate images» (21), che pone l’accento sul danno subito dalla vittima non consenziente.
Ebbene, la “trappola semantica” offerta dal termine ha colpito indubbiamente il legislatore italiano, nonostante i nobili fini perseguiti, producendo risultati giurisprudenziali discutibili.

3. La disciplina dettata dall’art. 612-ter c.p.

Come anticipato, la fattispecie di reato di cui trattasi ha conosciuto in Italia un’introduzione relativamente tardiva rispetto ad altri Paesi, a seguito della “corsa agli armamenti” legislativa, volta a fronteggiare celermente un fenomeno sociale e criminologico tristemente diffuso, chiara manifestazione di una società malata, connaturata ai “problemi della modernità” (22) che attanagliano la “società del rischio” (23).
Invero, i fatti di cronaca che hanno pericolosamente contrassegnato gli anni di delineazione ed entrata in vigore del Codice Rosso, avevano evidenziato la fallacia del quadro normativo previgente, che non era in grado di tutelare le potenziali vittime e di costituire un deterrente idoneo a scoraggiare condotte lesive della altrui sfera privata (24). Oltre al su richiamato “caso Sarti”, merita menzione, in questa sede, il funesto “caso Tiziana Cantone” (25), che all’epoca dei fatti ha avuto una notevole ribalta mediatica e ha reso il neologismo inglese d’uso corrente anche in Italia (26).
Il nuovo art. 612 ter c.p. è un reato plurioffensivo: i beni giuridici protetti dalla fattispecie in parola sono la libertà di autodeterminazione dell’individuo – con riferimento alla reputazione e al decoro –, la libertà personale e il diritto alla riservatezza della sfera sessuale. Esso sanziona, nello specifico, al co. 1 «salvo che il fatto costituisca più grave reato […] con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000», «chiunque» sia responsabile della divulgazione (27), ed è dunque un reato comune. Alla medesima pena soggiace, secondo la previsione del co. 2, il c.d. “secondo distributore” (28) delle immagini sessualmente esplicite, allorquando la diffusione avvenga al fine di recare nocumento alla vittima rappresentata. Sono previste aggravanti se l’autore è il coniuge, anche se separato o divorziato, o un soggetto legato da vincoli affettivi; nel caso in cui il reato sia commesso con strumenti informatici o telematici (c.d. “aggravante social”); qualora sia commesso nei confronti di persone in condizioni di inferiorità fisica o psichica oppure nei confronti di donne in stato di gravidanza. Sotto il profilo processuale, tranne che nell’ultimo caso o allorquando il reato sia connesso con altro procedibile d’ufficio, trattasi di fattispecie perseguibile a querela della persona offesa (29), proponibile nel termine di sei mesi (30). La remissione può essere soltanto processuale.
L’elemento soggettivo richiesto ai fini dell’integrazione del reato di cui al primo comma è il dolo generico: l’agente agisce rappresentandosi e volendo realizzare la condotta descritta dalla norma. Da tale assunto risulta ictu oculi fuorviante e limitante l’utilizzo del neologismo “revenge porn” ai fini di una corretta definizione ed identificazione della condotta tipizzata dalla norma di cui all’art. 612-ter c.p., in quanto non è specificato che il fine perseguito dall’agente sia (solo) la vendetta, essendo sufficiente l’intenzionalità di realizzare l’antigiuridica condotta descritta. La condotta, difatti, è sanzionata indipendentemente dal perseguimento di un determinato fine. Tuttavia, come si è detto, ad oggi la locuzione racchiude una molteplicità di condotte penalmente rilevanti, che trascendono dalla specifica volontà vendicativa.
Il secondo comma, invece, estende la punibilità in capo ai “secondi distributori”, ossia coloro che non erano originariamente nella disponibilità del materiale, non avendolo realizzato o sottratto materialmente, ma che hanno collaborato alla sua divulgazione. Rileva in questo caso il dolo specifico, che emerge dall’inciso «al fine di creare nocumento» alla persona offesa. La norma indica, dunque, il fine determinato perseguito dall’agente affinché la condotta astrattamente tipizzata sia integrata. Si precisa che il “nocumento” secondo la giurisprudenza di legittimità è “un pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura, patrimoniale e non, cagionato sia alla persona alla quale i dati illecitamente trattatisi riferiscono sia a terzi quale conseguenza della condotta illecita” (Cass. Pen., Sez. III, sent. 23 novembre 2016, n. 15221).
Lo snodo problematico – che sarà più ampiamente trattato nel prosieguo dell’elaborato, al par. 4.2 – è ravvisabile nella lettera della norma, che pone un filtro alla configurabilità del reato, in quanto postula che le immagini e i video siano «destinati a rimanere privati» e che l’invio, consegna, cessione, pubblicazione o diffusione del materiale, successiva alla sua realizzazione ovvero sottrazione avvenga «senza il consenso delle persone rappresentate». Di talché l’ipotesi delittuosa presuppone il previo consenso della vittima – esplicito ed univoco – alla realizzazione del materiale sessualmente esplicito in un contesto fiduciario tra due individui, presumibilmente legati da una relazione affettiva. L’assenza del consenso risale, invece, ad un momento successivo alla creazione (si è detto, consensuale) delle immagini ed attiene alla loro pubblicazione o diffusione da parte dell’autore della condotta (solitamente l’ex partner della vittima).

4. La duplice assoluzione perché “il fatto non sussiste

Il GUP di Reggio Emilia, con la sentenza in esame (31), ha assolto due coimputati dal reato di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, riscontrando un limite oggettivo nell’applicazione della norma di cui all’art 612-ter c.p.
L’analisi della portata critica della pronuncia de qua non può prescindere da una sintetica ricostruzione fattuale.
In particolare, nella notte del 18 novembre 2019, i due coimputati filmavano con il telefono cellulare il rapporto sessuale che si stava consumando tra una coppia all’interno del bagno maschile di una discoteca, debitamente chiuso a chiave. Il video realizzato era poi diffuso attraverso i social network, raggiungeva una considerevole platea di individui e veniva caricato su diverse piattaforme, anche pornografiche.
L’immagine nitida consentiva, peraltro, di riconoscere chiaramente i soggetti ritratti (32), che sporgevano denuncia-querela contro ignoti.
Le indagini successive consentivano di individuare agevolmente gli autori delle riprese.
Uno dei coimputati sosteneva che il video fosse stato realizzato dall’altro, individuo a lui sconosciuto, che gli avrebbe strappato dalle mani il telefono cellulare, con il precipuo scopo di effettuale la registrazione della coppia ignara, per poi inviarlo tramite messaggio al proprio dispositivo. Secondo tale ricostruzione, l’autore materiale del video lo avrebbe poi inoltrato al gruppo Whatsapp della propria squadra di basket. A nulla sarebbe valsa la cancellazione dei messaggi da parte del proprietario dello smartphone, poiché in breve tempo il video aveva raggiunto già molteplici dispositivi cellulari, arrivando ad essere pubblicato anche in rete.
Ad ogni modo, il Tribunale qualificava entrambi i soggetti quali autori del video e censurava le rispettive condotte, in riferimento alla realizzazione e alla diffusione di video dal contenuto sessualmente esplicito.
I correi erano imputati per i delitti di cui agli artt. 110 (33) e 615-bis (34) c.p. [capo a)] e agli artt. 110 e 612-ter c.p. [capo b)]. In ordine al capo a), agli imputati era contestato di aver indebitamente acquisito immagini attinenti alla vita privata delle parti offese dal momento che, in concorso tra loro, realizzavano un video mentre le vittime consumavano un rapporto sessuale nei bagni della discoteca. In riferimento al capo d’imputazione b), era contestato ad entrambi gli imputati, sempre in concorso tra loro, di aver diffuso il video dal contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso dei soggetti ritratti.
Paradossalmente, muovendo da un’attenta disamina di entrambe le fattispecie contestate, il GUP concludeva per la più ampia formula liberatoria, ritenendo non sussistente il fatto, così come tipizzato dalle norme richiamate.

4.1. Il locus commissi delicti nel reato di “Interferenze illecite nella vita privata” – Cenni

Per quanto concerne la prima contestazione, il Tribunale reggiano, come si è precisato poc’anzi, riteneva senza alcun dubbio autori del video entrambi gli imputati in concorso tra loro. Nondimeno, il giudice osservava che un locale pubblico, quale è da ritenersi una discoteca, non può essere considerato luogo di privata dimora o sua pertinenza, ex art. 614 c.p. (35), che invece «presuppone una relazione con un minimo grado di stabilità e continuatività con le persone che la frequentano” (Cass. Pen. Sez. VI, 23/10/2008, n. 42711)» (36). Difatti, l’art. 615-bis c.p., rubricato “Interferenze illecite nella vita privata”, prescrive che l’agente debba procurarsi «indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’art. 614», sicché la configurabilità del reato incontra un limite di tipicità in relazione all’ambiente in cui si attua la condotta penalmente rilevante. Deve pertanto ritenersi esorbitante, secondo il giudice di prime cure, il bagno di un locale pubblico, ancorché chiuso a chiave dai suoi occupanti. Invero, la giurisprudenza di legittimità ha escluso dal novero dei luoghi di privata dimora le toilette pubbliche, sebbene per ragioni processuali legate alla disciplina delle intercettazioni, di cui all’art. 266 c.p.p. (37).
Il locus commissi delicti tipizzato nel dettato normativo assurge a elemento costitutivo della fattispecie, in assenza del quale il Tribunale riteneva dunque impossibile integrare l’elemento materiale del delitto contestato, derivandone, inevitabilmente, l’insussistenza.
D’altra parte, il giudice osservava che, finanche volendo ritenere il bagno di una discoteca assimilabile a luogo di privata dimora, qualora l’azione delle vittime «possa, come nel caso in esame, essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti, non sì configura una lesione della riservatezza del titolare del domicilio (cfr. Corte cost., sentenza n. 149 del 16 aprile 2008). Ne consegue l’insussistenza del fatto […], posto che l’osservazione della persona offesa avvenne liberamente e senza utilizzare alcun accorgimento…” [Cassazione penale, sez. III, 10/07/2018, (ud, 10/07/2018, dep.08/01/2019), n. 372]» (38).
Sulla scorta di tali rilievi, in riferimento al primo capo di imputazione, il giudicante assolveva i correi, «per quanto appaia ampiamente censurabile la condotta posta in essere», stante «l’insussistenza del fatto contestato per assenza della tipicità materiale prevista dal Legislatore all’art. 615-bis c.p.» (39).

4.2. Lex minus quam perfecta: il vincolo di destinazione privata delle immagini

In riferimento al secondo capo di imputazione, come anticipato (v. infra § 3), il rilievo problematico concerne l’inciso «destinati a rimanere privati», cui è affidata la pertinenza alla dimensione privata del materiale a contenuto sessualmente esplicito. La norma in parola delinea, infatti, i due elementi strutturali del reato: l’assenza del consenso alla diffusione da parte dei soggetti ritratti e che il materiale sia stato realizzato in un contesto di libertà e riservatezza sessuale. Nel caso in esame, il giudice di prime cure riteneva integrato il primo aspetto. Trattasi, in ogni caso, di elemento privo di «grandi perplessità interpretative» (40).
Tuttavia, de iure condito, in relazione al caso di specie il GUP rilevava non integrato il secondo elemento: la condotta dei due coimputati, sebbene «deplorevole, recisamente censurabile nonché gravemente pregiudizievole per le pp.oo. sotto altri profili» (41), non assumerebbe ad oggi rilevanza penale, a causa del limite strutturale insito nell’inciso con il quale il legislatore ha sancito l’intimità del momento genetico della realizzazione delle immagini. La destinazione privata, elemento costitutivo della fattispecie, presuppone che il materiale a contenuto sessuale sia stato originariamente realizzato nell’ambito di un contesto relazionale tra i soggetti raffigurati, e con il loro specifico consenso. Ne deriva che, affinché possa integrarsi il secondo elemento costitutivo della condotta incriminata, i soggetti raffigurati devono essere, almeno nel momento primordiale dello scatto o della registrazione, consapevoli ed acconsentire alla realizzazione del materiale. Con l’espressione «destinati a rimanere privati» il legislatore avrebbe pertanto drasticamente circoscritto la portata applicativa della norma alle sole ipotesi di invio, cessione, consegna, pubblicazione o diffusione di materiale sessualmente esplicito condiviso o realizzato dalla coppia e all’interno di essa. Tale passaggio legislativo non può, secondo il Tribunale emiliano, essere riduttivamente interpretato quale mera ripetizione della mancanza di consenso alla condivisione e diffusione dei materiali, giacché siffatta conclusione sarebbe in contrasto con i principi di tassatività e di conservazione delle norme che permeano il diritto penale. Ne deriva che i limiti relativi al consenso e alla dimensione privata «debbano sussistere contemporaneamente» (42).
Nondimeno, secondo il GUP reggiano, l’impossibilità di sussumere le condotte dei due correi nella fattispecie delineata dall’art. 612-ter c.p., sarebbe desumibile dalla stessa ratio della norma: il legislatore ha, difatti, introdotto “in corsa” all’interno del Codice Rosso il reato in parola, ai fini di contrastare l’escalation di violenze e ritorsioni nei confronti delle donne, concretizzatasi attraverso la diffusione di materiale sessualmente esplicito da parte di ex partner.
Al contrario, nella vicenda in esame, si trattava di un video realizzato da soggetti terzi ed estranei all’intimità della coppia: si legge in sentenza che «ogni condotta avente ad oggetto la diffusione di materiale sessualmente esplicito, realizzato e acquisito da un terzo (come nell’odierna vicenda), che evidentemente non faccia parte del contesto relazionale, allo stato attuale non riveste alcuna rilevanza penale». In sintesi, le condotte dei due coimputati assolti non sarebbero sanzionabili, secondo il Tribunale, per difetto di tipicità, poiché manchevoli di un elemento costitutivo della fattispecie astratta così come postulata dal dettato normativo: la partecipazione al contesto relazionale.  
Invero, avvalendosi dei canoni ermeneutici offerti dall’art. 12 delle Preleggi (43), ovverosia l’interpretazione letterale del vocabolario utilizzato (c.d. vox iuris) e le verosimili “intenzioni del legislatore”, da intendersi come i presupposti empirico-criminologici e politici sottesi alla stesura del testo normativo, il giudicante si è trovato, dinanzi a condotte sicuramente pregiudizievoli per le vittime e lesive delle altrui privacy e reputazione, con le “mani legate” dalla probabilmente troppo avventata volontà di tutelare situazioni contingenti.

5. Conclusioni

Emerge chiaramente che la nuova norma mira a garantire non solo la libertà morale (come si potrebbe erroneamente ritenere, prima facie, in ragione della collocazione dopo il reato di “atti persecutori” o c.d. “stalking”, nel titolo XII, sezione III del c.p.), ma soprattutto la privacy sessuale e la reputazione della potenziale vittima.
Tuttavia, i profili critici sopra analizzati, alla luce delle difficoltà applicative enunciate dal GUP reggiano nella pronuncia in commento, evidenziano che la scelta politico-criminale di prevedere una fattispecie ah hoc, sebbene condivisibile e giustificata dalla necessità di dare risposte sanzionatorie a nuove ed inedite condotte criminogene, non possa prescindere da una profonda riflessione a fortiori. È pertanto auspicabile un intervento legislativo tale da colmare i vuoti di tutela dell’art. 612-ter c.p., che si riduce purtroppo ad un fugace affresco, inidoneo a tutelare tout court le potenziali vittime.

diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti

1. Introduzione

L’ampliamento delle tecnologie informatiche e la loro capillare espansione hanno provocato un’evoluzione patologica delle pratiche criminose, con lo sviluppo di forme delinquenziali inedite, potenzialmente agevolate dall’esistenza di uno “spazio virtuale” (1) intangibile e di agevole accesso. Difatti, l’evoluzione progressiva del wold wide Web (2) ha consentito la smaterializzazione della realtà fenomenica, conducendo all’affermazione di nuove forme di comunicazione e condivisione tra gli utenti di Internet, i quali, da semplici fruitori di un servizio, sono divenuti anche reali creatori di contenuti (3). In tale contesto, la privacy è ad oggi invasa da fenomeni di intrusione e distorsione che assumono nuove ed inquietanti declinazioni: la più grave, quantomeno per la sua esasperata diffusione, è la divulgazione di immagini intime, a contenuto sessuale (4), che costituisce focale punctum dolens all’interno del prisma delle condotte potenzialmente lesive della sfera di riservatezza degli individui, specialmente nell’era dei social network (5) e della connettività, che hanno portato alla progressiva riduzione della dimensione fisica del sesso. È innegabile che la rete e le altre tecnologie – si pensi ad esempio agli smartphone – abbiano svolto un ruolo preponderante nella possibilità di produrre e distribuire materiali privati e sessualmente espliciti, anche e specialmente di natura “amatoriale”.
L’allarmante dilagare del fenomeno maggiormente noto alla cronaca e nelle aule di tribunale con il neologismo anglosassone “revenge porn” – locuzione che intende, in maniera ad oggi generalizzata, definire la condotta che abbia ad oggetto la diffusione di immagini a contenuto pornografico contro, ovvero in assenza, di esplicito consenso da parte del soggetto ritratto – è stato il moto propulsore per il legislatore italiano nell’introduzione dell’art. 612-ter c.p. (6), volto a sopperire una lacuna normativa nella tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Il repentino – forse troppo affrettato, benché apprezzabile – emendamento alla l. 19 luglio 2019, n. 69 (c.d. “Codice Rosso”), con il quale è stata introdotta la nuova norma, è stato presentato anche a seguito dell’intenso clamore mediatico del “caso Giulia Sarti” (7), che ha indubbiamente accelerato l’iter legis in materia di criminalizzazione delle condotte attinenti alla divulgazione di foto e video privati dal contenuto sessualmente esplicito.
Invero, come si vedrà nel prosieguo del presente elaborato, la rapidità, quasi superficiale, nella formulazione dell’emendamento, unita indubbiamente all’ispirazione angloamericana nella confusa definizione del fenomeno, fuorviante anche per lo stesso legislatore italiano, avrebbe dovuto in re ipsa rendere prevedibili pronunce quali la sentenza in commento.

2. La problematica definizione del fenomeno

Il reato conosciuto agli onori di cronaca come “revenge porn” (8) è stato introdotto e disciplinato quale autonoma fattispecie criminale dapprima nei paesi di Common Law (9): a mero titolo esemplificativo, tra i precursori in Europa figura l’Inghilterra, che ha inserito nel Criminal Justice and Courts Act 2015 (CJCA 2015) la “Section 33”, intitolata “Disclosure of private sexual photographs and films with intent to cause distress” (10), ovverosia il reato di divulgazione di fotografie o video di carattere sessuale e privato, compiuta senza il consenso della persona ritratta nella foto o nel video, con lo “scopo di causare sofferenza” (11); allo stesso modo la Scozia nel 2016 ha introdotto nell’ordinamento il reato di “Abusive behavior and sexual harm”.
In particolare, la prima definizione del fenomeno risalirebbe addirittura al 25 settembre 2007 con lo slang anglosassone contenuto nel dizionario online conosciuto con il nome di Urban Dictionary (12): si tratterebbe dell’«homemade porn uploaded by ex girlfriend or (usually) ex boyfriend after particularly vicious breakup as a means of humiliating the ex or just for own amusement» (13). L’espressione, originariamente di chiaro tenore colloquiale (14), si è diffusa al punto di penetrare finanche il prestigioso dizionario Cambridge, che lo definisce «private sexual images or films showing a particular person that are put on the internet by a former partner of that person, as an attempt to punish or harm them» (15). Entrambe le definizioni delineano gli elementi essenziali per la configurabilità del reato de quo: la creazione consensuale, all’interno di un contesto sentimentale di coppia, di immagini (video o foto) sessuali, o comunque intime, e la loro non consensuale pubblicazione da parte dell’ex partner, al fine di vendicarsi a seguito della rottura – spesso burrascosa («vicious breakup») – della relazione amorosa. Il mezzo utilizzato per la diffusione è Internet: difatti, secondo il Cambridge Dictionary, le immagini «are put on the internet», per l’Urban Dictionary sono «uploaded» in rete.
Pertanto, quantomeno ab initio, i tratti fondanti della fattispecie “in senso stretto” sono stati ravvisati nella diffusione da parte di un ex partner di immagini e/o video, consensualmente acquisiti, dal contenuto privato e sessualmente esplicito, ritraenti l’altro membro della (ex) coppia. La diffusione successiva alla realizzazione o acquisizione sarebbe stata dettata da ragioni di ritorsione personale a seguito della cessazione della relazione sentimentale, al fine di nuocere al decoro e alla reputazione del soggetto ritratto. Trattasi peraltro di forma di pornografia – per sua stessa natura poiché nasce all’interno di un rapporto affettivo – c.d. “homemade”, quindi di carattere casalingo e amatoriale, con l’esclusione pertanto di eventuali forme di commercializzazione (16)
Appare opportuno precisare che ad oggi il neologismo anglosassone è utilizzato anche al fine di racchiudere un ampio alveo di condotte penalmente rilevanti, che trascende dalla mera definizione strictu sensu: è infatti erroneamente adoperato per indicare molteplici forme di diffusione non consensuale di immagini e video dal contenuto sessualmente esplicito, finanche ipotesi che quasi nulla hanno a che vedere con il fenomeno originariamente delineato. L’espressione sarebbe, probabilmente per il suo maggior impatto evocativo e giornalistico, non di rado invocata anche in relazione a casistiche del tutto prive dei principali elementi peculiari della condotta: la pregressa esistenza di una relazione sentimentale e la finalità vendicativa dell’autore della illecita pubblicazione o diffusione. Si è, ad esempio, impropriamente parlato di “revenge porn” nel 2014 con lo scandalo denominato “Fappening”, quando gli account privati di numerose celebrità, prevalentemente inglesi e americane, sono stati hackerati e le relative immagini e video sessualmente espliciti sono stati pubblicati in rete.
A ben vedere, l’approssimazione terminologica che avrebbe reso il neologismo “una sorta dicatch all phrase’” (17) non è stata priva di riflessi nella prassi applicativa della norma: negli Stati Uniti (18), ad esempio, l’erroneo ricorso al termine “revenge porn”, in sede di criminalizzazione specifica da parte del legislatore, ha finito per non offrire tutela adeguata a ipotesi che, sebbene caratterizzate da maggiore o medesimo grado di offensività, erano prive della finalità vendicativa dell’autore (19). Non a caso, il Legal and Constitutional Affairs References Committee del Senato australiano ha criticamente rilevato come il termine “revenge” sia «too narrow»(20), da intendersi come “riduttivo”, “limitante”, poiché  suscettibile di restringere l’ambito applicativo della norma alle sole ipotesi di materiale diffuso per finalità vendicative, e ha suggerito di ricorrere alla più corretta espressione «non-consensual sharing of intimate images» (21), che pone l’accento sul danno subito dalla vittima non consenziente.
Ebbene, la “trappola semantica” offerta dal termine ha colpito indubbiamente il legislatore italiano, nonostante i nobili fini perseguiti, producendo risultati giurisprudenziali discutibili.

3. La disciplina dettata dall’art. 612-ter c.p.

Come anticipato, la fattispecie di reato di cui trattasi ha conosciuto in Italia un’introduzione relativamente tardiva rispetto ad altri Paesi, a seguito della “corsa agli armamenti” legislativa, volta a fronteggiare celermente un fenomeno sociale e criminologico tristemente diffuso, chiara manifestazione di una società malata, connaturata ai “problemi della modernità” (22) che attanagliano la “società del rischio” (23).
Invero, i fatti di cronaca che hanno pericolosamente contrassegnato gli anni di delineazione ed entrata in vigore del Codice Rosso, avevano evidenziato la fallacia del quadro normativo previgente, che non era in grado di tutelare le potenziali vittime e di costituire un deterrente idoneo a scoraggiare condotte lesive della altrui sfera privata (24). Oltre al su richiamato “caso Sarti”, merita menzione, in questa sede, il funesto “caso Tiziana Cantone” (25), che all’epoca dei fatti ha avuto una notevole ribalta mediatica e ha reso il neologismo inglese d’uso corrente anche in Italia (26).
Il nuovo art. 612 ter c.p. è un reato plurioffensivo: i beni giuridici protetti dalla fattispecie in parola sono la libertà di autodeterminazione dell’individuo – con riferimento alla reputazione e al decoro –, la libertà personale e il diritto alla riservatezza della sfera sessuale. Esso sanziona, nello specifico, al co. 1 «salvo che il fatto costituisca più grave reato […] con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000», «chiunque» sia responsabile della divulgazione (27), ed è dunque un reato comune. Alla medesima pena soggiace, secondo la previsione del co. 2, il c.d. “secondo distributore” (28) delle immagini sessualmente esplicite, allorquando la diffusione avvenga al fine di recare nocumento alla vittima rappresentata. Sono previste aggravanti se l’autore è il coniuge, anche se separato o divorziato, o un soggetto legato da vincoli affettivi; nel caso in cui il reato sia commesso con strumenti informatici o telematici (c.d. “aggravante social”); qualora sia commesso nei confronti di persone in condizioni di inferiorità fisica o psichica oppure nei confronti di donne in stato di gravidanza. Sotto il profilo processuale, tranne che nell’ultimo caso o allorquando il reato sia connesso con altro procedibile d’ufficio, trattasi di fattispecie perseguibile a querela della persona offesa (29), proponibile nel termine di sei mesi (30). La remissione può essere soltanto processuale.
L’elemento soggettivo richiesto ai fini dell’integrazione del reato di cui al primo comma è il dolo generico: l’agente agisce rappresentandosi e volendo realizzare la condotta descritta dalla norma. Da tale assunto risulta ictu oculi fuorviante e limitante l’utilizzo del neologismo “revenge porn” ai fini di una corretta definizione ed identificazione della condotta tipizzata dalla norma di cui all’art. 612-ter c.p., in quanto non è specificato che il fine perseguito dall’agente sia (solo) la vendetta, essendo sufficiente l’intenzionalità di realizzare l’antigiuridica condotta descritta. La condotta, difatti, è sanzionata indipendentemente dal perseguimento di un determinato fine. Tuttavia, come si è detto, ad oggi la locuzione racchiude una molteplicità di condotte penalmente rilevanti, che trascendono dalla specifica volontà vendicativa.
Il secondo comma, invece, estende la punibilità in capo ai “secondi distributori”, ossia coloro che non erano originariamente nella disponibilità del materiale, non avendolo realizzato o sottratto materialmente, ma che hanno collaborato alla sua divulgazione. Rileva in questo caso il dolo specifico, che emerge dall’inciso «al fine di creare nocumento» alla persona offesa. La norma indica, dunque, il fine determinato perseguito dall’agente affinché la condotta astrattamente tipizzata sia integrata. Si precisa che il “nocumento” secondo la giurisprudenza di legittimità è “un pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura, patrimoniale e non, cagionato sia alla persona alla quale i dati illecitamente trattatisi riferiscono sia a terzi quale conseguenza della condotta illecita” (Cass. Pen., Sez. III, sent. 23 novembre 2016, n. 15221).
Lo snodo problematico – che sarà più ampiamente trattato nel prosieguo dell’elaborato, al par. 4.2 – è ravvisabile nella lettera della norma, che pone un filtro alla configurabilità del reato, in quanto postula che le immagini e i video siano «destinati a rimanere privati» e che l’invio, consegna, cessione, pubblicazione o diffusione del materiale, successiva alla sua realizzazione ovvero sottrazione avvenga «senza il consenso delle persone rappresentate». Di talché l’ipotesi delittuosa presuppone il previo consenso della vittima – esplicito ed univoco – alla realizzazione del materiale sessualmente esplicito in un contesto fiduciario tra due individui, presumibilmente legati da una relazione affettiva. L’assenza del consenso risale, invece, ad un momento successivo alla creazione (si è detto, consensuale) delle immagini ed attiene alla loro pubblicazione o diffusione da parte dell’autore della condotta (solitamente l’ex partner della vittima).

4. La duplice assoluzione perché “il fatto non sussiste

Il GUP di Reggio Emilia, con la sentenza in esame (31), ha assolto due coimputati dal reato di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, riscontrando un limite oggettivo nell’applicazione della norma di cui all’art 612-ter c.p.
L’analisi della portata critica della pronuncia de qua non può prescindere da una sintetica ricostruzione fattuale.
In particolare, nella notte del 18 novembre 2019, i due coimputati filmavano con il telefono cellulare il rapporto sessuale che si stava consumando tra una coppia all’interno del bagno maschile di una discoteca, debitamente chiuso a chiave. Il video realizzato era poi diffuso attraverso i social network, raggiungeva una considerevole platea di individui e veniva caricato su diverse piattaforme, anche pornografiche.
L’immagine nitida consentiva, peraltro, di riconoscere chiaramente i soggetti ritratti (32), che sporgevano denuncia-querela contro ignoti.
Le indagini successive consentivano di individuare agevolmente gli autori delle riprese.
Uno dei coimputati sosteneva che il video fosse stato realizzato dall’altro, individuo a lui sconosciuto, che gli avrebbe strappato dalle mani il telefono cellulare, con il precipuo scopo di effettuale la registrazione della coppia ignara, per poi inviarlo tramite messaggio al proprio dispositivo. Secondo tale ricostruzione, l’autore materiale del video lo avrebbe poi inoltrato al gruppo Whatsapp della propria squadra di basket. A nulla sarebbe valsa la cancellazione dei messaggi da parte del proprietario dello smartphone, poiché in breve tempo il video aveva raggiunto già molteplici dispositivi cellulari, arrivando ad essere pubblicato anche in rete.
Ad ogni modo, il Tribunale qualificava entrambi i soggetti quali autori del video e censurava le rispettive condotte, in riferimento alla realizzazione e alla diffusione di video dal contenuto sessualmente esplicito.
I correi erano imputati per i delitti di cui agli artt. 110 (33) e 615-bis (34) c.p. [capo a)] e agli artt. 110 e 612-ter c.p. [capo b)]. In ordine al capo a), agli imputati era contestato di aver indebitamente acquisito immagini attinenti alla vita privata delle parti offese dal momento che, in concorso tra loro, realizzavano un video mentre le vittime consumavano un rapporto sessuale nei bagni della discoteca. In riferimento al capo d’imputazione b), era contestato ad entrambi gli imputati, sempre in concorso tra loro, di aver diffuso il video dal contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso dei soggetti ritratti.
Paradossalmente, muovendo da un’attenta disamina di entrambe le fattispecie contestate, il GUP concludeva per la più ampia formula liberatoria, ritenendo non sussistente il fatto, così come tipizzato dalle norme richiamate.

4.1. Il locus commissi delicti nel reato di “Interferenze illecite nella vita privata” – Cenni

Per quanto concerne la prima contestazione, il Tribunale reggiano, come si è precisato poc’anzi, riteneva senza alcun dubbio autori del video entrambi gli imputati in concorso tra loro. Nondimeno, il giudice osservava che un locale pubblico, quale è da ritenersi una discoteca, non può essere considerato luogo di privata dimora o sua pertinenza, ex art. 614 c.p. (35), che invece «presuppone una relazione con un minimo grado di stabilità e continuatività con le persone che la frequentano” (Cass. Pen. Sez. VI, 23/10/2008, n. 42711)» (36). Difatti, l’art. 615-bis c.p., rubricato “Interferenze illecite nella vita privata”, prescrive che l’agente debba procurarsi «indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’art. 614», sicché la configurabilità del reato incontra un limite di tipicità in relazione all’ambiente in cui si attua la condotta penalmente rilevante. Deve pertanto ritenersi esorbitante, secondo il giudice di prime cure, il bagno di un locale pubblico, ancorché chiuso a chiave dai suoi occupanti. Invero, la giurisprudenza di legittimità ha escluso dal novero dei luoghi di privata dimora le toilette pubbliche, sebbene per ragioni processuali legate alla disciplina delle intercettazioni, di cui all’art. 266 c.p.p. (37).
Il locus commissi delicti tipizzato nel dettato normativo assurge a elemento costitutivo della fattispecie, in assenza del quale il Tribunale riteneva dunque impossibile integrare l’elemento materiale del delitto contestato, derivandone, inevitabilmente, l’insussistenza.
D’altra parte, il giudice osservava che, finanche volendo ritenere il bagno di una discoteca assimilabile a luogo di privata dimora, qualora l’azione delle vittime «possa, come nel caso in esame, essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti, non sì configura una lesione della riservatezza del titolare del domicilio (cfr. Corte cost., sentenza n. 149 del 16 aprile 2008). Ne consegue l’insussistenza del fatto […], posto che l’osservazione della persona offesa avvenne liberamente e senza utilizzare alcun accorgimento…” [Cassazione penale, sez. III, 10/07/2018, (ud, 10/07/2018, dep.08/01/2019), n. 372]» (38).
Sulla scorta di tali rilievi, in riferimento al primo capo di imputazione, il giudicante assolveva i correi, «per quanto appaia ampiamente censurabile la condotta posta in essere», stante «l’insussistenza del fatto contestato per assenza della tipicità materiale prevista dal Legislatore all’art. 615-bis c.p.» (39).

4.2. Lex minus quam perfecta: il vincolo di destinazione privata delle immagini

In riferimento al secondo capo di imputazione, come anticipato (v. infra § 3), il rilievo problematico concerne l’inciso «destinati a rimanere privati», cui è affidata la pertinenza alla dimensione privata del materiale a contenuto sessualmente esplicito. La norma in parola delinea, infatti, i due elementi strutturali del reato: l’assenza del consenso alla diffusione da parte dei soggetti ritratti e che il materiale sia stato realizzato in un contesto di libertà e riservatezza sessuale. Nel caso in esame, il giudice di prime cure riteneva integrato il primo aspetto. Trattasi, in ogni caso, di elemento privo di «grandi perplessità interpretative» (40).
Tuttavia, de iure condito, in relazione al caso di specie il GUP rilevava non integrato il secondo elemento: la condotta dei due coimputati, sebbene «deplorevole, recisamente censurabile nonché gravemente pregiudizievole per le pp.oo. sotto altri profili» (41), non assumerebbe ad oggi rilevanza penale, a causa del limite strutturale insito nell’inciso con il quale il legislatore ha sancito l’intimità del momento genetico della realizzazione delle immagini. La destinazione privata, elemento costitutivo della fattispecie, presuppone che il materiale a contenuto sessuale sia stato originariamente realizzato nell’ambito di un contesto relazionale tra i soggetti raffigurati, e con il loro specifico consenso. Ne deriva che, affinché possa integrarsi il secondo elemento costitutivo della condotta incriminata, i soggetti raffigurati devono essere, almeno nel momento primordiale dello scatto o della registrazione, consapevoli ed acconsentire alla realizzazione del materiale. Con l’espressione «destinati a rimanere privati» il legislatore avrebbe pertanto drasticamente circoscritto la portata applicativa della norma alle sole ipotesi di invio, cessione, consegna, pubblicazione o diffusione di materiale sessualmente esplicito condiviso o realizzato dalla coppia e all’interno di essa. Tale passaggio legislativo non può, secondo il Tribunale emiliano, essere riduttivamente interpretato quale mera ripetizione della mancanza di consenso alla condivisione e diffusione dei materiali, giacché siffatta conclusione sarebbe in contrasto con i principi di tassatività e di conservazione delle norme che permeano il diritto penale. Ne deriva che i limiti relativi al consenso e alla dimensione privata «debbano sussistere contemporaneamente» (42).
Nondimeno, secondo il GUP reggiano, l’impossibilità di sussumere le condotte dei due correi nella fattispecie delineata dall’art. 612-ter c.p., sarebbe desumibile dalla stessa ratio della norma: il legislatore ha, difatti, introdotto “in corsa” all’interno del Codice Rosso il reato in parola, ai fini di contrastare l’escalation di violenze e ritorsioni nei confronti delle donne, concretizzatasi attraverso la diffusione di materiale sessualmente esplicito da parte di ex partner.
Al contrario, nella vicenda in esame, si trattava di un video realizzato da soggetti terzi ed estranei all’intimità della coppia: si legge in sentenza che «ogni condotta avente ad oggetto la diffusione di materiale sessualmente esplicito, realizzato e acquisito da un terzo (come nell’odierna vicenda), che evidentemente non faccia parte del contesto relazionale, allo stato attuale non riveste alcuna rilevanza penale». In sintesi, le condotte dei due coimputati assolti non sarebbero sanzionabili, secondo il Tribunale, per difetto di tipicità, poiché manchevoli di un elemento costitutivo della fattispecie astratta così come postulata dal dettato normativo: la partecipazione al contesto relazionale.  
Invero, avvalendosi dei canoni ermeneutici offerti dall’art. 12 delle Preleggi (43), ovverosia l’interpretazione letterale del vocabolario utilizzato (c.d. vox iuris) e le verosimili “intenzioni del legislatore”, da intendersi come i presupposti empirico-criminologici e politici sottesi alla stesura del testo normativo, il giudicante si è trovato, dinanzi a condotte sicuramente pregiudizievoli per le vittime e lesive delle altrui privacy e reputazione, con le “mani legate” dalla probabilmente troppo avventata volontà di tutelare situazioni contingenti.

5. Conclusioni

Emerge chiaramente che la nuova norma mira a garantire non solo la libertà morale (come si potrebbe erroneamente ritenere, prima facie, in ragione della collocazione dopo il reato di “atti persecutori” o c.d. “stalking”, nel titolo XII, sezione III del c.p.), ma soprattutto la privacy sessuale e la reputazione della potenziale vittima.
Tuttavia, i profili critici sopra analizzati, alla luce delle difficoltà applicative enunciate dal GUP reggiano nella pronuncia in commento, evidenziano che la scelta politico-criminale di prevedere una fattispecie ah hoc, sebbene condivisibile e giustificata dalla necessità di dare risposte sanzionatorie a nuove ed inedite condotte criminogene, non possa prescindere da una profonda riflessione a fortiori. È pertanto auspicabile un intervento legislativo tale da colmare i vuoti di tutela dell’art. 612-ter c.p., che si riduce purtroppo ad un fugace affresco, inidoneo a tutelare tout court le potenziali vittime.

Note

(1) V., in particolare, PICOTTI, L., Diritto penale e tecnologie informatiche: una visione d’insieme, in CADOPPI A., CANESTRARI S., MANNA A., PAPA M., Cybercrime. Diritto e procedura penale dell’informatica, UTET, 2018, p. 47
(2) Letteralmente “rete globale”, nota con la sigla “WWW” o l’abbreviazione “il Web”, si identifica in una struttura ipertestuale costituita da miliardi di documenti (c.d. pagine) creati mediante un codice denominato HTML, organizzati in siti con struttura reticolare, dove la sequenza delle informazioni visualizzate dipende dalle scelte effettuate dall’utente, attraverso la selezione di un link.
(3) CAMILLETTI F., Alcune considerazioni sui profili giuridici dei social network, in I Contratti, fasc. 4, 2017, pp. 452-453.
(4) La dottrina statunitense parla, nello specifico, di “sexual privacy”. CITRON, D. K., Sexual Privacy, in 128 YALE LAW JOURNAL 1870, 2019.
(5) I social networking site possono essere definiti come «servizi basati sul web che consentono agli individui di costruirsi un profilo pubblico o semipubblico all’interno di un sistema circoscritto, specificare una lista di altri utenti con i quali essi condividono una connessione ed esaminare e attraversare la propria lista di connessioni e le liste fatte da altri all’interno del sistema». Così BOYD D.M., ELLISON N.B., Social Network Sites: Definition, History and Scolarship, in Journal of Computer-Mediated Communication, International Communication Association, 2008, cit., p. 211.
(6) Il testo integrale dell’articolo 612-ter c.p. è fruibile al sito: https://officeadvice.it/codice-penale/articolo-612-ter/
(7) Trattasi del caso di revenge porn a danno di Giulia Sarti, deputata del M5S, le cui foto e video privati sono stati diffusi online. Cfr., STEFANONI F., «Revenge porn», 4 ddl per punire chi diffonde immagini hard private, in Corriere della Sera, 14 marzo 2019, su www.corriere.it
(8) Per un’ampia analisi dell’esigenza di criminalizzare il fenomeno, anche alla luce degli spunti offerti dall’ordinamento anglosassone, cfr. CALETTI G.M., “Revenge porn” e tutela penale. Prime riflessioni sulla criminalizzazione specifica della pornografia non consensuale alla luce delle esperienze angloamericane, in Diritto Penale Contemporaneo, 3/2018, pp. 67 ss.
(9) La Repubblica delle Filippine è stata il primo Paese ad introdurre una legge contro il revenge porn, con il Republic Act no. 9995 (c.d. “Anti-Photo and Video Voyeurism Act of 2009”). In seguito, nuove fattispecie incriminatrici ad hoc sono state introdotte anche in Australia e USA, tra il 2013 ed il 2017. Interventi specifici risalgono, inoltre, al 2014 in Israele, Canada e Giappone; al 2015 in Spagna e Nuova Zelanda, oltre al su menzionato provvedimento del Regno Unito (con specifico riferimento a Inghilterra e Galles); al 2016 in Scozia e in Irlanda; al 2017 in Germania. Per un primo esame della successione temporale della criminalizzazione del fenomeno nel panorama mondiale, v. BARMORE C., Criminalization in Context: Involuntariness, Obscenity, and First Amendment, in StanfordLawReview, 2015, pp. 450 ss.
(10) Criminal Justice and Courts Act 2015, su www.legislation.gov.uk. In particolare, la section 33 prevede: «It is an offence for a person to disclose a private sexual photograph or film if the disclosure is made: (a) without the consent of an individual who appears in the photograph or film, and (b) with the intention of causing that individual distress». Per un commento maggiormente esaustivo v. GILLESPIE A, Cybercrime. Key Issues and Debates, Abingdon-New York 2016, p. 866 ss.
(11) Cit. Ibidem.
(12) Trattasi di dizionario online contenente definizioni, slang e neologismi compilato direttamente dagli utenti del web.
(13) V. revenge porn, in Urban Dictionary, https://www.urbandictionary.com/define.php?term=revenge%20porn. A diffondere largamente l’uso del termine sembrerebbe essere stata la pagina web “Is Anyone up?”, fondata nel 2010 e ad oggi oscurata. V. CALETTI G.M., Libertà e riservatezza sessuale all’epoca di internet. L’art 612 ter cp e l’incriminazione della pornografia non consensuale, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2019, 4, p. 9.
(14) A tal fine, si noti che la prima descrizione del fenomeno nasce chiaramente da una prospettiva giovanile, con l’uso di termini quali “boyfriend” (o “girlfriend”).
(15) V. www.dictionary.cambridge.org.
(16) Cfr. CALETTI G.M., “Revenge porn” e tutela penale. Prime riflessioni sulla criminalizzazione specifica della pornografia non consensuale alla luce delle esperienze angloamericane, in Diritto Penale Contemporaneo, 3/2018, p.70
(17) Cit. ibid., p. 71.
(18) Addirittura, negli Stati Uniti si è instaurata una vera e propria battaglia contro la criminalizzazione del fenomeno, arrivando peraltro ad eccepirne l’eventuale contrasto, sotto il profilo contenutistico, con il Primo Emendamento: «Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances.», v. www.constitution.congress.gov.
(19) In seguito, la dottrina angloamericana ha precisato che il fulcro della punibilità in concreto del fenomeno, è da ravvisarsi nell’assenza di consenso alla diffusione di video e foto intime e private, piuttosto che nelle finalità vendicative dell’agente. Così CITRON D.K., Hate Crimes in Cyberspace, Cambridge (USA), 2014, p. 17: «the posting of individuals’s nude photographs without their consent».
(20) Cfr. Legal and Constitutional Affairs Committee, Phenomenon Colloquially Referred to as ‘Revenge Porn’, Commonwealth of Australia, 2016, § 5.4, che recita: «’Revenge porn’ is too narrow, suggesting a particular type of behaviour as opposed to the range of behaviours and circumstances that involve the non-consensual dissemination of intimate images. The use of ‘revenge’ infers that a perpetrator’s motive is restricted to that end, while the use of ‘porn’ focusses on perceived actions by the victim.»
(21) Cfr. ibid, § 5.6: «The committee recommends that Australian governments use the phrase ‘non-consensual sharing of intimate images’ or similar when referring to the phenomenon colloquially known as ‘revenge porn’ in legislation and formal documentation».
(22) STELLA F., Giustizia e modernità. La protezione dell’innocente e la tutela delle vittime, Milano, 2001, cit. pp. 3 ss.
(23) Cit. Ibidem.
(24) Riassumendo, prima dell’entrata in vigore dell’art. 612-ter c.p., la vittima di diffusione di materiale sessualmente esplicito senza consenso era garantita dalle previsioni degli articoli 595 c.p., 610 c.p., 612-bis c.p., 615-bis c.p., 617-septies c.p., e dall’art. 167 del d.lgs. 196/2003. Per il testo integrale dei singoli articoli si rimanda al sito: https://officeadvice.it/codice-penale/
(25) Fatto di cronaca che ha visto come protagonista Tiziana Cantone, donna dell’hinterland napoletano, suicidatasi a seguito della diffusione virale in rete di alcuni suoi video pornografici amatoriali – girati dall’ex compagno – e della dura battaglia giudiziaria al fine di ottenere la rimozione delle proprie immagini da Internet. Per una cronaca completa, v. FACCI F., Storia di Tiziana Cantone, in IlPost, 15 settembre 2016, www.ilpost.it
(26) Anche se non si trattava di “revenge porn” in senso stretto, ma di divulgazione non consensuale di materiali pornografici.
(27) Diffusione che può realizzarsi con plurime condotte, come precisato dal co. 1 dell’articolo 612-ter c.p.: «invia, consegna, cede, pubblica o diffonde».
(28) Stabilisce l’art. 612-ter, co. 2, c.p. «La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento».
(29) Una parziale critica alla norma potrebbe ravvisarsi finanche dal punto di vista della scelta processuale: trovandosi la vittima in una delicata e fragile condizione psichica, probabilmente sarebbe stata preferibile in ogni caso la procedibilità d’ufficio. Così MAIETTA C., Tutti i punti deboli della nuova legge su Revenge Porn, in Agenda Digitale, 29 luglio 2019, v. www.agendadigitale.eu.
(30) Per completezza, si rimanda al testo dell’articolo rinvenibile al sito: https://officeadvice.it/codice-penale/articolo-612-ter/.
(31) Ci si riferisce a Trib. Reggio Emilia, Sez. GIP/GUP, sent. n. 528/2021 (ud. 09/11/2021, dep. 22/11/2021), indicata in epigrafe. La sentenza è stata oggetto di alcuni acuti commenti a cura di MICHELETTI D., L’interversio pubblicationis quale elemento costitutivo della fattispecie di Revenge porn, in disCrimen, 7 gennaio 2022 e a cura di PAONESSA C., Ai confini del c.d. Revenge porn. Tessere di un mosaico normativo, in disCrimen, 18 marzo 2022; BECCARI P., Le prime difficoltà applicative della nuova fattispecie di “revenge porn” in caso di diffusione del materiale da parte di soggetti estranei al rapporto sessuale, in Sistema Penale, 7 giugno 2022.
(32) È riportato in sentenza: «L’odierna vicenda nasce la notte del 18.11.2019, allorquando ******** e **********, odierne pp.oo., all’interno della discoteca *****************, si appartavano in un bagno, riservato agli uomini, chiudevano debitamente la porta a chiave e consumavano un rapporto sessuale. Attirati sia dal gesto, non passato inosservato, sia dai gemiti, alcuni terzi si affacciavano dall’alto del bagno e li riprendevano con un cellulare parte del rapporto consumato. Il video realizzato veniva poi diffuso sui social e, rapidamente, raggiungeva numerosi cellulari, oltre che ricevere una considerevole eco anche sul web venendo caricato sia su Youtube che su altre piattaforme, anche pornografiche. La nitidezza dell’immagino consentiva di riconoscere chiaramente le persone ritratte». Cfr. Trib. Reggio Emilia, Sez. GIP/GUP, sent. n. 528/2021, cit., 1-2.
(33) Per il testo si rinvia a: https://officeadvice.it/codice-penale/articolo-110/
(34) V. https://officeadvice.it/codice-penale/articolo-615-bis/
(35) Vedasi https://officeadvice.it/codice-penale/articolo-614/
(36) Così la sentenza in commento, p. 4.
(37) Cfr., ex multis, Cass. pen., sez. VI, 23 ottobre 2008, n. 42711, Rv. 241880.
(38) Cfr. sentenza cit., p. 4.
(39) Ibid.
(40) Ibid., p. 5.
(41) Ibid., p. 7.
(42) Ibid., p. 5.
(43) V. https://officeadvice.it/preleggi/articolo-12/

Bibliografia

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• www.corriere.it
• www.dictionary.cambridge.org
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• www.urbandictionary.com

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