L’avvocato «lavoratore»

Quali tutele per una professione che cambia?

Articolo a cura dell’Avv. Cavallini Gionata

L’avvocato lavoratore

1. Premessa: il lavoro degli avvocati, da Philadelphia a quel ramo del lago di Como.

In una delle scene iconiche di Philadelphia (1993), Andrew Becket (il brillante e promettente avvocato d’affari interpretato da uno straordinario Tom Hanks) fa un indovinello a Joe Miller (avvocato “di strada”, interpretato da Denzel Washington, che lo difende nel giudizio contro il perfido studio legale che ha licenziato Andrew perché affetto da AIDS): «allora» gli chiede Andrew, «cosa sono mille avvocati incatenati al fondo dell’oceano?». Quando Joe si arrende, Andrew ridendo rivela: «un buon inizio!»(1).
Da oltre un secolo e mezzo gli scolaretti d’Italia imparano sui banchi di scuola che il buon Renzo Tramaglino, per cercare di fermare le insidie del prepotente Don Rodrigo, si rivolge a un avvocato – il celeberrimo Azzeccagarbugli – il quale si rifiuta di aiutare Renzo, e anzi lo caccia in malo modo, non appena scoperto che l’aspirante cliente non è un criminale (al quale non avrebbe negato i propri servigi), ma una innocente vittima delle angherie del signorotto locale.
Manzoni dipinge l’Azzeccagarbugli come un parassita (la buona Agnese raccomanda a Renzo di portargli quattro capponi «perché non bisogna mai andare colle mani vuote da quei signori» (2)), il quale non ha nessuna intenzione di esporsi per la tutela di un povero diavolo come Renzo, che pure ne avrebbe un gran bisogno.
È curioso trovare in due opere così diverse l’espressione di un medesimo biasimo verso il ceto forense. Certo, nell’indovinello di Philadelphia come nel personaggio dell’Azzeccagarbugli vi è una sfumatura canzonatoria, e del resto sia Andrew che Joe sono avvocati e lo stesso Manzoni ebbe per l’avvocatura dell’Italia liberale una sincera ammirazione e una fitta frequentazione, guadagnandosi una cultura giuridica tale da consentirgli di difendersi personalmente in un giudizio per violazione del diritto d’autore avanti la Corte di Cassazione di Firenze (3).
Sebbene in una dimensione ironica, tuttavia, lo sfavore verso l’avvocato c’è ed è evidente. Forse non è poi neppure troppo una coincidenza, se è vero che Philadelphia e I promessi sposi condividono, al di là delle ben diverse trame, uno fil rouge comune rappresentato dalla medesima tensione ideale verso quella giustizia, troppo spesso calpestata dalla legge del più forte cui talvolta anche gli avvocati si adagiano, tensione ben rappresentata nella dichiarazione d’amore che nel film Andrew rivolge alla professione quando l’amico gli chiede «cosa ti piace del diritto?» (ma il termine law, nell’originale inglese, ha un significato più ampio), ed egli risponde «il fatto che una volta ogni tanto, non sempre, ma a volte, diventi parte integrante della giustizia applicata alla realtà».
In ogni caso, quel disfavore che emerge tanto nella barzelletta di Philadelphia quanto nel romanzo di Manzoni ci spiega perché il diritto del lavoro – ramo dell’ordinamento che si occupa, in una prospettiva ancora attuale, della tutela delle persone che lavorano, dai manovali ai dirigenti – non si sia mai interessato al lavoro degli avvocati.
Gli avvocati, almeno nella vulgata, sono perlopiù dipinti come soggetti ricchi, avidi e privi di scrupoli, che impongono ai loro clienti i termini e le condizioni del rapporto professionale, protetti dai loro latinorum, liberi di godersi una settimana al mare o in montagna quando più li aggrada.
Perché mai quindi il diritto del lavoro dovrebbe preoccuparsi di loro?
Tuttalpiù, potrebbero meritare una qualche considerazione nella prospettiva della libertà di stabilimento nel mercato comune, ovvero a fini fiscali o, al massimo, per minimali tutele previdenziali, ma non certo nella lente del diritto del lavoro statutario, della tutela cioè della parte “debole” di un rapporto di lavoro.
Eppure, gli avvocati lavorano.
Eppure, molti avvocati non sono né ricchi, né avidi, né privi di scrupoli, e condividono con la gran parte dei loro clienti il biblico fardello del lavorare per vivere, con tutte le preoccupazioni, i timori e le ansie che esso porta con sé.
Il presente scritto cercherà di argomentare che molti avvocati, forse troppi, già sono e in parte dovrebbero essere oggetto di alcune tutele di stampo lavoristico, anche se non necessariamente quelle proprie del lavoro subordinato.
Su questa premessa, lo scritto analizzerà le tecniche di tutela dell’avvocato nei confronti della propria controparte contrattuale, applicabili in tutti quei casi in cui sussista una condizione di dipendenza economica nei confronti di un committente esclusivo o prevalente (studio legale medio-grande ovvero clientela istituzionale).
L’ordinamento italiano, peraltro, rappresenta un interessante banco di prova, trattandosi – come vedremo – di uno dei pochi ordinamenti che non ammette la contrattualizzazione degli avvocati con formule diverse da quelle del lavoro libero-professionale. In questo senso, il settore legale italiano rappresenta un interessante banco di prova per saggiare le potenzialità applicative delle tutele del lavoro autonomo (a partire dal c.d. Statuto del lavoro autonomo, l. 81/2017), nelle loro varie articolazioni.
Inoltre, l’Italia presenta una significativa densità di avvocati se confrontata con altri paesi europei: nel 2018 gli avvocati in Italia erano 243.073 unità (4), che significa quattro avvocati ogni mille abitanti (con picchi in alcune realtà territoriali (5)), il doppio dei colleghi tedeschi e il quadruplo di quelli francesi6 (dal che la leggenda metropolitana che ci sono più avvocati a Milano che in tutta la Francia, una fake news con un fondo di verità…).
Infine, ma non per importanza, il contesto italiano, considerati i dati relativi al reddito medio degli avvocati, offre un ottimo esempio del fatto che gli avvocati possono avere tanti difetti, ma certamente non sono tutti ricchi.

2. Fragilità e debolezze dell’avvocatura italiana: i dati relativi al reddito.

Il reddito lordo medio degli avvocati italiani, secondo i dati di Cassa Forense, ammonta a 38.420,00 Euro annui (7).
Ovviamente si tratta di un dato medio e analizzando meglio i dati troviamo importanti disparità scomputando i dati sulla base dell’età e del sesso (figura 1) e della provenienza geografica (figura 2).
Il reddito medio di un avvocato di sesso femminile con meno di 40 anni di età è di 15.928,00 Euro lordi annui, mentre un avvocato di sesso maschile nella stessa fascia anagrafica percepisce quasi il doppio.

Tabella 1
[Figura 1: Disparità reddituali basate su età e sesso]

Il reddito medio dichiarato in Lombardia è di quasi 70.000,00 Euro lordi annui, mentre nella maggior parte delle regioni meridionali il reddito dichiarato non raggiunge i 25.000,00 Euro.

Tabella 2
[Figura 2: Disparità reddituali basate sulla provenienza geografica]

Ovviamente il dato medio non dice così tanto sulle effettive condizioni economiche dei singoli avvocati italiani (come insegna Trilussa, la statistica è quella strana scienza per cui se tu mangi due polli e io resto a digiuno, risulta che abbiamo mangiato un pollo a testa).
Il dato, inoltre, deve essere esaminato tenendo presente che – come in tutti i settori libero professionali – esiste inevitabilmente una fascia di sommerso che i dati non riescono a fotografare, e che però va tenuta in considerazione.
In ogni caso, è significativo che solo il 30% degli avvocati dichiari più di 30.000,00 Euro all’anno, e che un altro 30% dichiari meno di 15.000,00 Euro, con un trend che la maggioranza degli interessati si prospetta essere negativo (Figura 3)

Tabella 3
[Figura 3: Prospettive degli avvocati sul proprio futuro professionale.]

I dati reddituali diventano più interessanti se si considera il fatto, ben noto agli interessati, che l’intera contribuzione previdenziale dovuta a Cassa Forense (salvo il contributo integrativo ripetibile dal cliente) viene versata dagli avvocati, in una misura attualmente pari al 15% (con un contributo minimo, comunque dovuto a prescindere dal reddito, pari a quasi 3.000,00 Euro).
A ciò si aggiunga che Cassa Forense, come noto, non eroga trattamenti previdenziali paragonabili a quelli previsti per i regimi previdenziali dei lavoratori subordinati (o, in misura minore, para-subordinati), difettando qualunque misura di tutela previdenziale a fronte di eventi come la disoccupazione involontaria o la malattia.
In questo senso, anche in Italia è possibile parlare di “Precarious Professionalism” (8), categoria concettuale elaborata in riferimento alla realtà londinese, sulla falsariga di quella lettura del lavoro autonomo come tipologia lavorativa intrinsecamente precaria, comune a molti ordinamenti europei (9).
Si verifica così l’assurdo che molti avvocati possono percepire redditi di gran lunga inferiori alle retribuzioni previste dai contratti collettivi applicabili negli studi professionali per le figure dei lavoratori dipendenti, che spaziano oggi tra i 17.000,00 e i 27.000,00 Euro secondo il livello (10), ovviamente con tutti i benefici derivanti dal diverso inquadramento contrattuale.
Ovviamente, sarebbe sin troppo semplice obiettare che tutto ciò è nella natura delle cose e che non è possibile comparare due situazioni tanto diverse quali quella dell’avvocato lavoratore autonomo e del collaboratore dipendente, posto che solo il secondo si trova in una situazione di subordinazione, mentre il primo sta in fondo portando avanti una scommessa imprenditoriale e non potrà lamentarsi se gli affari vanno male.
Ma siamo davvero sicuri che sia così?

3. Fragilità e debolezze dell’avvocatura: la dipendenza economica.

Fintanto che la professione legale è rimasta una professione “ricca”, esercitata prevalentemente da avvocati titolari di un proprio Studio, eventualmente in forma associata, non vi era probabilmente un particolare bisogno di riflettere sulle tecniche di tutela applicabili. I diretti interessati si sapevano difendere piuttosto bene da soli.
Oggi, tuttavia, la categoria si compone di diverse tipologie di professionisti, molti dei quali non sono certamente “capi di sé stessi”.
Molti avvocati, anche titolari di un proprio studio legale, si trovano sempre più a soffrire una situazione di dipendenza economica vero alcuni “grandi” clienti istituzionali (in primo luogo banche e compagnie assicurative), dai quali dipende una fetta importante del fatturato, i quali sono nelle condizioni di definire unilateralmente i termini e le condizioni del rapporto e di imporre clausole asimmetriche (11), al punto che alcuni hanno parlato di “proletarizzazione” della professione forense (12).
Molti altri avvocati, soprattutto tra i più giovani, si trovano invece in una condizione di dipendenza economica rispetto allo Studio nel quale esercitano, che li tratta sostanzialmente come dipendenti (ad esempio, imponendo di fatto ritmi di lavoro, prevedendo compensi fissi e prestabiliti, stabilendo rigorosi obblighi di esclusiva), senza garantire alcuna delle relative tutele, nonostante il lavoro si svolga sotto l’altrui direzione e controllo e spesso senza alcun contatto diretto con il cliente finale, riguardando a volte solo un segmento di una più ampia operazione (si pensi alle due diligences che precedono le operazioni di M&A).
I giovani avvocati sono spesso (ma non necessariamente) pagati assai poco, specialmente nei primi anni di carriera (il reddito medio di un avvocato under 30 è di circa 11.000,00 Euro), e il compenso è di regola costituito da un importo fisso versato a fine mese, dietro fattura (il che carica il collaboratore dei relativi costi di gestione della partita iva), spesso al di fuori di alcun accordo scritto.
La naturale conseguenza è che tali avvocati non hanno alcuna voce in capitolo rispetto alle condizioni contrattuali e si trovano esposti al rischio di perdere il lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo, senza preavviso né indennità e senza alcun “paracadute” previdenziale.
Qualcuno li aveva efficacemente definiti avvocati sans papiers (13), e di essi solo una piccola parte – i più brillanti, tenaci e ambiziosi – può davvero aspirare a “raggiungere la vetta” e conquistare, non senza combattere, una posizione che consenta l’accesso alla partnership e alla divisione degli utili.
I dati statistici evidenziano che questo tipo di condizione è diffusa soprattutto nel Nord Italia (Figura 4), dove il mercato legale si va concentrando nelle mani di pochi studi, spesso internazionali, di grandi dimensioni.

Tabella 4
[Figura 4: Dove lavorano i neoavvocati dopo l’esame?]

Non a caso, nell’Italia settentrionale la grande maggioranza dei neoavvocati tende a continuare, dopo l’abilitazione, a lavorare in uno studio altrui, piuttosto che aprirne uno proprio o associarsi con altri.
Questi avvocati, di fatto “senza clienti”, giacché come unico “cliente” hanno lo studio (che mette a loro disposizione la postazione di lavoro e i relativi strumenti), rappresentano una fetta significativa della categoria. Recenti ricerche evidenziano che si possa trattare di circa il 20% del totale, pari alla quota che dichiara un volume d’affari pari al reddito netto professionale (14) (vale a dire, che non esibisce spese inerenti all’attività professionale).
In questo contesto, non sorprende che in media meno del 30% delle persone che fisicamente lavorano presso uno studio legale detengono una qualche partecipazione nell’attività professionale (Figura 5), mentre quasi la metà è composta dall’insieme degli avvocati collaboratori (34,5%) e dei praticanti (10,3%).

Tabella 5
[Figura 5: Tipologie di lavoratori negli studi legali.]

Molti osservatori hanno evidenziato come al contesto degli avvocati sans papiers mal si attagliano gli schemi giuridici del lavoro autonomo libero-professionale e che la loro condizione dovrebbe essere regolata da meccanismi di tutela almeno in parte assimilabili a quelli del lavoro subordinato o para-subordinato, come del resto avviene in molti ordinamenti europei. Altrove, infatti, non vi è alcun ostacolo giuridico rispetto alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato o para-subordinato tra un avvocato e uno studio legale, sussistendo specifiche figure di “avvocati-dipendenti”, come l’avocat salariè (in Francia), l’Angestellte Rechtsanwalte und yndikusrechtsanwalte (in Germania), l’employed solicitor (nel Regno Unito) e l’abogado que presta servicios en despachos de abogados (in Spagna).La migliore dottrina del resto non ha mancato di rilevare, nell’ambito di più ampie riflessioni circa l’evoluzione delle nozioni di autonomia e subordinazione nel diritto del lavoro, che «le modalità tecnico-organizzative con cui operano oggi i grandi studi professionali rendono difficile immaginare che perdurino re-ali ragioni per sostenere […] che l’attività intellettuale svolta dai professionisti collaboratori senza una propria clientela non possa presentare i tratti tipici della subordinazione» (15).
L’ostacolo tecnico previsto dall’ordinamento italiano, tuttavia, non è così semplice da superare, posto che la regola per cui l’avvocato non può essere dipendente (art. 18 l.p.f., di cui tratteremo a breve) ha radici assai profonde.

4. Il fardello di un’antica tradizione.

È un’antica regola del diritto comune medievale, compendiata da Bartolo di Sassoferrato (1314-1357), quella per cui tra avvocato e cliente non intercorre neppure un vero contratto d’opera («inter advocatum et clientulum non potest dici locatio» (16)).
L’esclusione del lavoro libero-professionale dagli schemi giuridici della locatio operis o della locatio operarum (archetipi, come noto, del contratto di lavoro autonomo e subordinato) veniva da lontano.
Gli schemi locativi erano stati sempre e solo concepiti per il lavoro manuale, che in tempi ancor più antichi era riservato alla manodopera schiavile e come tale stigmatizzato.
Il “padre” del diritto del lavoro italiano, Ludovico Barassi, cui si deve la prima elaborazione concettuale della categoria giuridica del contratto di lavoro, scriveva a inizio ‘900 che «il principio per cui ogni lavoro merita una mercede è stato disconosciuto dai giuristi romani, rimasti sotto l’influenza della filosofia pagana di Platone e Aristotele, per i quali il lavoro non nobilita ma deprezza l’uomo, avvicinandolo allo schiavo» (17).
Non a caso, un frammento di Ulpiano (D. 50, 13, 1) testimonia l’esclusione del corrispettivo di una prestazione professionale dalla tutela apprestata dall’actio locati, normalmente esperibile per le altre forme di locatio-conductio (18).
Nella prospettiva degli antichi, infatti, il professionista intellettuale non doveva “abbassarsi” a “vendere” le proprie prestazioni in cambio di un corrispettivo (merces), quanto prestare la sua opera e attendere fiducioso quella “ricompensa” (honor) che il committente gli avrebbe elargito a risarcimento del tempo e delle energie spese. Il termine “onorario”, tuttora utilizzato, riflette ancora l’idea originaria di una dazione ex gratia, fuori da una logica sinallagmatica, lasciando così traccia evidente di quella prospettiva per cui il lavoro intellettuale non può essere oggetto di un contratto di scambio (19).
Si tratta di una tradizione che ha resistito attraverso i secoli e ancora nella seconda metà ‘700 il giurista francese Robert Joseph Pothier ribadiva che il giusto compenso per un avvocato deve essere qualcosa che nutra lo spirito, e quindi al legale andrebbe donata una bella edizione del Thesaurus di Meerman, non certo vile denaro (20).
Attraverso Pothier, dalle cui elaborazione il Code Civil ha attinto a piene mani, l’idea sarebbe sopravvissuta alla codificazione napoleonica della louage (21) e solo agli inizi del ‘900 Barassi avrebbe ironicamente replicato che «noi non sappiamo se ai tempi di Pothier era usanza offrire agli avvocati, a guisa di onorario, il Thesaurus di Meermann: è certo che oggi si usa dar loro dei biglietti di banca» (22).
Oggi nessuno si sognerebbe di affermare che le attività libero-professionali non siano “lavoro”, a prescindere dalle forme giuridiche che le regolano. Eppure, si avverte ancora il peso di quella tradizione cui si è fatto riferimento, che comporta ancora oggi una riluttanza di fondo ad ammettere che alcune attività squisitamente intellettuali possano essere prestate nella forma del lavoro subordinato. Non è un caso, del resto, se le attività per le quali è richiesta l’iscrizione in appositi albi e registri rientrano puntualmente nelle deroghe alle previsioni con cui a più riprese il diritto del lavoro ha cercato di superare il fenomeno del “falso” lavoro autonomo: dalla “stretta” sulle partite iva del 2012 (art. 69-bis, d.lgs. 276/2003 come modificato dalla l. 92/2012) alla disposizione in materia di collaborazioni c.d. etero-organizzate (art. 2, d.lgs. 81/2015).
Oggi, tuttavia, un medico, un architetto o un giornalista, iscritti ai rispettivi ordini professionali, giuridicamente ben possono essere parte di un contratto di lavoro subordinato. Per l’avvocato, come già sappiamo, ciò è di regola espressamente escluso.

5. Autonomi iuris et de iure: la regola dell’incompatibilità.

Solo dopo averne esaminato le radici storiche e culturali possiamo ora apprezzare la previsione contenuta nella legge professionale forense, la quale, come noto, stabilisce all’art. 18 che «la professione di avvocato è incompatibile», tra l’altro, «con qualsiasi attività di lavoro subordinato» (23), salve le deroghe previste al successivo art. 19 per gli avvocati iscritti negli albi speciali (e dunque per le avvocature interne degli enti pubblici e per i docenti universitari).
Fuori di tali limitate deroghe, almeno secondo l’interpretazione più rigorosa della norma, non importa quanto l’avvocato sia integrato con l’organizzazione del proprio cliente, né che egli eventualmente agisca sotto la direzione e il controllo di altri per quanto concerne oggetto e modalità, anche spazio-temporali, della prestazione, né che non assuma alcun effettivo rischio d’impresa. Non importa se tutti gli indici tipici del lavoro subordinato depongano univocamente nel senso di una relazione di lavoro dipendente.
L’avvocato è e deve essere un libero professionista, punto.
La regola viene declinata con ancora particolare rigore anche per il praticante avvocato, prevedendo la legge «il tirocinio professionale non determina di diritto l’instaurazione di un rapporto di lavoro anche occasionale» (art. 41, comma 11, l.p.f.), ancorché lo status di praticante possa essere, tanto più se la sfortuna ci mette lo zampino, non proprio passeggero. Gli effetti di tale qualificazione ex lege sono molteplici e assai rilevanti.
Per quanto attiene innanzitutto i profili economici, si è già visto esaminando i dati che gli avvocati possono percepire anche compensi estremamente modesti, assai inferiori al canone costituzionale della “retribuzione sufficiente” (art. 36 Cost.).
Ciò risulta, almeno nella prospettiva della norma e del diritto vivente, perfettamente legittimo. La giurisprudenza è consolidata nel ribadire che «il principio della retribuzione sufficiente di cui all’art. 36 Cost. riguarda esclusivamente il lavoro subordinato e non può essere invocato in tema di compenso per prestazioni lavorative autonome, ancorché rese, con carattere di continuità e coordinazione, nell’ambito di un rapporto di collaborazione, assimilabile a quelle svolte in regime di subordinazione» (24), posto che «il dato sociologico della condizione (ab origine) di sottoprotezione (a cui l’ordinamento positivo reagisce con la peculiare normativa “di sostegno”) costituisce un attributo tipico e specifico del solo lavoro prestato in regime di subordinazione e che il principio della sufficienza retributiva assume, per la materia del “lavoro subordinato”, carattere innovativo e derogatorio rispetto al principio generale dell’equilibrio sinallagmatico che, invece, caratterizza la regolamentazione della materia del “lavoro autonomo”» (25).
Sotto diversi ma concorrenti profili, quali lavoratori autonomi, gli avvocati non sono coperti da nessuna disciplina in materia di orario di lavoro, di riposi e ferie e, ancor più importante, non vi è alcuna tutela (interna o esterna al rapporto) al momento della cessazione del rapporto.

6. La tutela dell’avvocato come lavoratore autonomo (l. 81/2017)

La legge n. 81/2017 (battezzata, forse con troppa enfasi, Statuto del lavoro autonomo) ha rappresentato il primo tentativo in Italia di introdurre schemi protettivi concepiti per il lavoro autonomo “genuino”, ontologicamente diversi da quelli del lavoro subordinato.
Il dibattito relativo all’opportunità di introdurre un tale “Statuto” era risalente (26) e in dottrina se ne era discusso almeno a partire dall’introduzione in Spagna del Estatuto del trabajo autónomo (Ley 11 luglio 2007, n. 20).
In particolare, era stata la Sezione dell’Estatuto spagnolo dedicata alla tutela dei trabajadores autónomos económicamente dependientes ad attirare l’attenzione degli interpreti (27), in quanto rivelava la necessità di riflettere su adeguati meccanismi di protezione a favore dei lavoratori genuinamente autonomi (e quindi non di “false” partite iva), che pure abbisognavano di speciali misure di tutela in ragione della propria condizione di dipendenza economica nei confronti di un committente principale o esclusivo (28).
Quando nel 2015 il legislatore abrogò l’intera disciplina del lavoro a progetto contenuta nel Decreto Biagi (art. 61 ss. d.lgs. 276/2003), una quota significativa di lavoratori autonomi finì da un giorno all’altro nel mare magnum delle pure contrattazioni di mercato, senza nessun paracadute (29).
Prima dell’introduzione dello Statuto, in effetti, i lavoratori formalmente autonomi o comunque privi della possibilità di rivendicare una qualche forma di riqualificazione del rapporto (come appunto gli avvocati) potevano solo ricorrere alle regole del diritto dei contratti, e quindi a quella scarna disciplina che il codice civile detta in materia di contratto d’opera intellettuale (art. 2227 ss. c.c.), ispirata ai canoni liberali della parità formale delle parti e comunque pienamente derogabile.
La l. 81/2017, nonostante un approccio minimalistico (30), contiene importanti previsioni di tutela che si applicano alla costituzione, esecuzione e cessazione del rapporto di lavoro autonomo, applicabili a tutti i lavoratori autonomi (art. 1).
Si tratta di regole che potrebbero avere una significativa applicazione nel settore legale, e ciò sia con riferimento agli avvocati privi di reali margini di autonomia verso il committente principale o esclusivo, sia con riferimento agli avvocati genuinamente autonomi che si trovano in una situazione di dipendenza economica verso uno o più committenti, soprattutto in determinati settori.
Una prima tutela attiene alla trasparenza delle condizioni del rapporto: il contratto di lavoro autonomo non è soggetto a requisiti formali, ma il rifiuto da parte del committente di stipularlo in forma scritta si considera “abusivo” (art. 3, comma 2, d.lgs. 81/2017) e può condurre a conseguenze di tipo risarcitorio. L’accordo verbale resta quindi valido, ma il professionista ha il diritto di rivendicarne la formalizzazione all’inizio del rapporto, secondo uno schema che ricalca il modello spagnolo, dove però la formalizzazione può essere richiesta in qualsiasi momento (31).
Importante è poi la previsione in materia di preavviso e di conservazione del contratto (art. 3, commi 1 e 3): lo Statuto prevede che in caso di cessazione da un rapporto a carattere continuativo, sia abusiva e dunque nulla tanto la clausola che attribuisce al committente la facoltà di recedere dal contratto senza congruo preavviso, sia quella che attribuisce al committente il potere di modificare unilateralmente i termini e le condizioni dell’accordo. Estremamente significativa è poi l’espressa estensione al mondo del lavoro autónomo del divieto di abuso di dipendenza economica, (art. 9, l. 192/1997), una regola introdotta già dalla “storica” legge sulla subfornitura industriale per apprestare una maggior tutela all’imprenditore “contraente debole”, da cui sarebbero poi maturate le riflessioni sui rapporti B2b e sul “terzo contratto” ben noti alla civilistica contemporanea (32).
L’art. 9 della l. 192/1997 vieta – sancendo la nullità degli atti che lo realizzano – l’abuso della dipendenza economica di un’impresa nei confronti dell’altra, intesa come capacità dell’una di determinare un “eccessivo squilibrio” di diritti e obblighi, anche tenuto conto delle reali alternative offerte dal mercato, precisando che l’abuso può anche consistere nel rifiuto di vendere o di comprare, nella imposizione di condizioni ingiustificatamente gravose e vessatorie e nell’interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto.
Estendendo espressamente la norma al lavoro autonomo (cui forse, a ben vedere, poteva già dirsi applicabile in via interpretativa), il Legislatore ha trasposto direttamente nello Statuto una norma proveniente dal diritto dei contratti di terza generazione, secondo un’opzione di politica del diritto che permea l’intero Statuto, nel quale si rinviene «meno diritto del lavoro, più diritto dei contratti» (33).
In cerca di tutele ontologicamente diverse rispetto a quelle del lavoro subordinato, il legislatore ha trovato un prezioso modello di riferimento nel diritto dei contratti stipulati tra imprese in condizioni di asimmetria contrattuale, del quale la legge sulla subfornitura rappresenta l’antecedente storico, oltre che il principale prototipo di riferimento (34).
Senza poter qui approfondire le potenzialità applicative della norma oggetto di estensione (35), preme evidenziare che con essa disciplina del lavoro del lavoro autonomo si arricchisce di una “clausola aperta”, suscettibile di abbracciare una pluralità di ipotesi non espressamente previste e quindi di apprestare una miglior tutela alle diverse fattispecie, secondo una linea d’intervento rinvenibile anche nelle principali codificazioni sovranazionali del diritto contrattuale (36).
Attraverso il divieto di abuso di dipendenza economica, peraltro, è persino possibile estendere il sindacato giudiziale sull’equilibrio negoziale fino a una verifica della congruità del corrispettivo, atteso che l’abuso, secondo la giurisprudenza e la dottrina, può anche concernere l’eccessiva disparità delle condizioni economiche imposte alla parte debole (37).

7. La tutela specifica dell’avvocato “debole” nelle previsioni della l.p.f.: la disciplina in materia di clausole vessatorie…

Si è detto che lo “Statuto” del lavoro autonomo del 2017 ha rappresentato un intervento di portata generale, per quanto minimale nei contenuti, destinato a incidere sulla posizione di tutti i lavoratori autonomi. Nello stesso anno, il legislatore si è anche preoccupato di effettuare alcuni interventi destinati invece a disciplinare specifici settori ad “alta densità” di lavoro autonomo, e, tra essi, quello della professione forense.
In particolare, gli interventi additivi operati alla l.p.f. sono andati nella direzione di introdurre misure di tutela in favore di quegli avvocati che lavorano per “grandi” clienti istituzionali, come banche e compagnie assicurative, i quali sono in grado di imporre condizioni contrattuali sbilanciate.
Il novellato art. 13-bis l.p.f. contiene ora una lista di clausole contrattuali «vessatorie», rispetto alle quali opera un meccanismo di nullità parziale di protezione (precisa la legge che «la nullità opera soltanto a vantaggio dell’avvocato»), sempre però che si rientri nell’ambito di applicazione oggettivo e soggettivo della norma, che è limitato ai «rapporti professionali regolati da convenzioni … in favore di imprese bancarie e assicurative, nonché di imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese … con riferimento ai casi in cui le convenzioni sono unilateralmente predisposte dalle predette imprese» (circostanza quest’ultima che pure viene presunta iuris tantum dall’art. 13-bis, comma 3, l.p.f.
In questo ristretto ambito (nel quale non rientrano, quindi, quelli che abbiamo definito avvocati sans papiers), si considerano vessatorie le clausole che consistono:
a) nella riserva al cliente della facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto;
b) nell’attribuzione al cliente della facoltà di rifiutare la stipulazione in forma scritta degli elementi essenziali del contratto;
c) nell’attribuzione al cliente della facoltà di pretendere prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve eseguire a titolo gratuito;
d) nell’anticipazione delle spese della controversia a carico dell’avvocato;
e) nella previsione di clausole che impongono all’avvocato la rinuncia al rimborso delle spese direttamente connesse alla prestazione dell’attività professionale oggetto della convenzione;
f) nella previsione di termini di pagamento superiori a sessanta giorni dalla data di ricevimento da parte del cliente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente;
g) nella previsione che, in ipotesi di liquidazione delle spese di lite in favore del cliente, all’avvocato sia riconosciuto solo il minore importo previsto nella convenzione, anche nel caso in cui le spese liquidate siano state interamente o parzialmente corrisposte o recuperate dalla parte;
h) nella previsione che, in ipotesi di nuova convenzione sostitutiva di altra precedentemente stipulata con il medesimo cliente, la nuova disciplina sui compensi si applichi, se comporta compensi inferiori a quelli previsti nella precedente convenzione, anche agli incarichi pendenti o, comunque, non ancora definiti o fatturati;
i) nella previsione che il compenso pattuito per l’assistenza e la consulenza in materia contrattuale spetti soltanto in caso di sottoscrizione del contratto.
È stato giustamente sottolineato che la nuova disciplina attinge dalle doglianze espresse dai diretti interessati, posto che la lista delle clausole vessatorie è stata redatta, con il contributo delle associazioni forensi, tenendo conto delle problematiche più diffusamente fronteggiate dagli avvocati italiani (38).
È tuttavia il ristretto ambito applicativo della nuova disciplina, così come della disciplina dell’«equo compenso» che passeremo subito in rassegna, a destare qualche perplessità in relazione al deficit di tutela che permane per molti avvocati estranei all’ambito di applicazione della norma.

8. … e nella previsione in materia di «equo compenso» (art. 13-bis l.p.f.).

Lo stesso art. 13-bis l.p.f., come modificato nel 2017, ha anche introdotto la nota previsione in materia di «equo compenso» dell’avvocato.
All’atto dell’introduzione, le fonti governative avevano molto enfatizzato la norma, dipingendo l’operazione come un primo tentativo di esportare il principio di retribuzione proporzionata e sufficiente (art. 36 Cost.) oltre i confini del lavoro subordinato, al fine di fronteggiare il progressivo impoverimento del mondo libero-professionale (39).
A seguito di un iter legislativo rapido ancorché sofferto (40), in cui si è inserito anche il parere contrario dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (41), è stata introdotta la regola per cui il professionista ha diritto a un compenso «proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale» e comunque a un compenso conforme ai parametri previsti dai regolamenti ministeriali in materia (e quindi oggi, per le professioni legali, dal D.M. 55/2014).
Anche la norma in materia di «equo compenso», tuttavia, sconta le limitazioni derivanti dall’ambito di applicazione dell’art. 13-bis l.p.f., limitato come visto ai rapporti intercorrenti con specifici “grandi” clienti istituzionali.
Non ogni avvocato, quindi, ha diritto ad un «equo compenso», ma solo quello che lavora per un “grande” cliente nell’ambito di un accordo quadro definito da quest’ultimo. Se la ratio di fondo dell’equo compenso era quella di raccogliere le istanze degli avvocati sans papiers, desta un certo disappunto scoprire che non solo essi non sono coperti dalla norma, ma che possono anzi esserlo (solo) i propri domini.
Pare condivisibile, in proposito, il rilievo di chi ha affermato che «la montagna partorisce un topolino» (42), a tutto vantaggio di categorie di professionisti che operano su mercati tutto sommato abbastanza prosperi e redditizi (quelli costituiti dal mondo dei servizi legali per grandi imprese), in cui la misura dei compensi professionali risulta già rispettoso del canone della «sufficienza» e in cui eventuali squilibri contrattuali possono essere corretti facendo ricorso alle tutele della l. 81/2017.
Insomma, tanto rumore per abbastanza poco (43), e non sorprende quindi che gli avvocati italiani, rispetto alla novella in materia di «equo compenso», non abbiamo manifestato grande entusiasmo (Figura 6).

Tabella 6
[Figura 6: L’opinione degli avvocati italiani sull’equo compenso.]

Se non altro, il dibattito sull’equo compenso ha avuto il merito di riaprire una riflessione sulle condizioni e sullo status degli avvocati italiani, soprattutto quelli che operano in regime di monocommittenza (44), inducendo taluni, anche a livello politico, a proporre drastici cambi di paradigma, come vedremo subito.

9. Un cambio di paradigma: l’avvocato «dipendente».

Alle esigenze di tutela provenienti dal mondo degli avvocati che abbiamo definito sans papiers, lasciati sostanzialmente scoperti dagli interventi legislativi del 2017, prova a dare risposta una proposta di legge tuttora pendente alla Camera, espressamente volta a superare la regola dell’incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e lo stato di dipendente di cui all’art. 18 l.p.f. (proposta 428/2018) (45).
La proposta parte dal presupposto che «la situazione odierna degli studi legali è fatta di avvocati titolari degli studi, denominabili domini, e da avvocati che di questi sono di fatto dipendenti» e mira a prevedere un’ulteriore eccezione alla regola dell’incompatibilità.
Si propone infatti di inserire un nuovo comma all’art. 19 l.p.f., che stabilisca che l’incompatibilità non sussiste «per gli avvocati che svolgono attività di lavoro dipendente o parasubordinato in via esclusiva presso lo studio di un altro avvocato, un’associazione professionale ovvero una società tra avvocati o multidisciplinare, purché la natura dell’attività svolta dall’avvocato riguardi esclusivamente quella riconducibile all’attività propria della professione forense».
Un avvocato che opera in regime di monocommittenza e senza propri clienti potrebbe quindi formalizzare il proprio rapporto con lo studio professionale mediante un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, con tutte le implicazioni del caso.
La norma, così formulata, potrebbe poi anche aprire margini per rivendicazioni ex post circa la qualificazione del rapporto. Si demanda infatti a un decreto la definizione dei parametri in base ai quali sia possibile ricondurre una monocommittenza alla fattispecie del lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo, e la proposta prevede già alcuni indici, quali «la durata temporale del rapporto, la presenza di una postazione fissa presso il datore di lavoro o il committente, la partecipazione ai risultati economici dell’attività, la previsione e l’eventuale indennizzo di clausole di esclusività».
Si tratta peraltro di indici già utilizzati dalla giurisprudenza che, in relazione alle prestazioni di collaboratori di studio legale (privi però dell’abilitazione professionale) aveva riconosciuto la possibilità di riconoscere la sussistenza di rapporti di lavoro subordinato stabilendo i relativi indici sintomatici (46).
Importanti e innovative – nonché fondamentali per una corretta valutazione dell’iniziativa – sono poi le previsioni in materia previdenziale, che vincolano Cassa Forense a determinare gli importi e le modalità di versamento della contribuzione dovuta per gli avvocati subordinati e parasubordinati, per la quale i costi vengono posti per almeno i due terzi a carico del datore di lavoro/committente. A tali avvocati, inoltre, Cassa Forense sarebbe obbligata a riconoscere il principio di automaticità delle prestazioni di cui all’art. 2116 c.c. Insomma, una vera e propria rivoluzione, la cui sostenibilità nel medio e lungo periodo, tuttavia, rimane da valutare attentamente. Sebbene si tratti di un percorso ricco di incognite – due su tutte: l’individuazione e/o creazione di un CCNL applicabile (un punto su cui la proposta di legge è sfuggente) e l’individuazione delle tutele previdenziali che a quel punto Cassa Forense dovrebbe riconoscere agli avvocati subordinati o parasubordinati – la prospettiva merita di essere approfondita, anche e soprattutto attraverso un confronto con i diretti interessati.
Nelle more, sono stati proposti altri progetti di legge, di taglio diverso in quanto volti a stabilire una più compiuta regolamentazione del lavoro dell’avvocato in regime di monocommittenza, senza però metterne in discussione lo status libero-professionale (47).
Ad avviso di chi scrive, occorre guardare a queste iniziative tanto con curiosità quanto con rigorosa attenzione alle conseguenze, anche in termini di sostenibilità economica degli studi professionali medi e medio-piccoli, senza mai dimenticare che l’auspicabile superamento del tabù delle incompatibilità non deve però tradursi nella compressione delle legittime ambizioni imprenditoriali di tutti quegli avvocati che liberi professionisti vogliono rimanere.

10. Conclusioni.

Anche sulla base delle evidenze empiriche cui si è fatto cenno nei primi paragrafi del presente lavoro, i tempi sono maturi per una riflessione circa la diversificazione degli schemi giuridici applicabili al lavoro degli avvocati, che tenga conto delle profonde differenze tipologiche che ormai è possibile ravvisare nel ceto forense.
Il settore legale, per le sue specificità e tradizioni, rappresenta un formidabile banco di prova per saggiare le potenzialità applicative delle discipline che si collocano “al di là” del diritto del lavoro statutario, tuttora inapplicabile agli avvocati.
L’esame delle recenti riforme relative agli avvocati genuinamente autonomi e delle proposte di legge rivolte agli avvocati sans papiers evidenzia l’opportunità di considerare, in un’ottica regolativa, almeno due diverse macro-categorie di avvocati: la prima comprende tutti quegli avvocati che sono (o vogliono diventare) veri imprenditori, i quali pure meritano di essere destinatari di una qualche protezione nei confronti delle possibili storture del mercato e degli eventuali abusi di controparti “più forti”; la seconda comprende tutti quegli avvocati che, almeno in una fase del proprio percorso professionale, si trovano di fatto in una condizione di subordinazione e dovrebbero avere accesso alle relative tutele.
È però fondamentale tenere presente che appartenere all’una o all’altra categoria dipende da una pluralità di fattori, come l’età, l’esperienza, le condizioni economiche e di vita, le inclinazioni e aspirazioni,
che possono variare a più riprese nell’evoluzione della propria vita professionale.
Pertanto, qualsiasi disciplina che voglia tutelare la posizione degli avvocati dell’una o dell’altra categoria dovrà sempre ammettere che tra di esse possa esservi un passaggio rapido e quanto più possibile indolore.
In ogni caso però, riprendendo in chiusura l’indovinello di Philadelphia con il quale si è introdotto questo scritto, se davvero ancora oggi gli avvocati meritano di essere “incatenati sul fondo dell’oceano”, un vero “buon inizio” sarebbe non lasciarli incatenati in uno spazio completamente vuoto di diritto.

L’avvocato lavoratore

1. Premessa: il lavoro degli avvocati, da Philadelphia a quel ramo del lago di Como.

In una delle scene iconiche di Philadelphia (1993), Andrew Becket (il brillante e promettente avvocato d’affari interpretato da uno straordinario Tom Hanks) fa un indovinello a Joe Miller (avvocato “di strada”, interpretato da Denzel Washington, che lo difende nel giudizio contro il perfido studio legale che ha licenziato Andrew perché affetto da AIDS): «allora» gli chiede Andrew, «cosa sono mille avvocati incatenati al fondo dell’oceano?». Quando Joe si arrende, Andrew ridendo rivela: «un buon inizio!»(1).
Da oltre un secolo e mezzo gli scolaretti d’Italia imparano sui banchi di scuola che il buon Renzo Tramaglino, per cercare di fermare le insidie del prepotente Don Rodrigo, si rivolge a un avvocato – il celeberrimo Azzeccagarbugli – il quale si rifiuta di aiutare Renzo, e anzi lo caccia in malo modo, non appena scoperto che l’aspirante cliente non è un criminale (al quale non avrebbe negato i propri servigi), ma una innocente vittima delle angherie del signorotto locale.
Manzoni dipinge l’Azzeccagarbugli come un parassita (la buona Agnese raccomanda a Renzo di portargli quattro capponi «perché non bisogna mai andare colle mani vuote da quei signori» (2)), il quale non ha nessuna intenzione di esporsi per la tutela di un povero diavolo come Renzo, che pure ne avrebbe un gran bisogno.
È curioso trovare in due opere così diverse l’espressione di un medesimo biasimo verso il ceto forense. Certo, nell’indovinello di Philadelphia come nel personaggio dell’Azzeccagarbugli vi è una sfumatura canzonatoria, e del resto sia Andrew che Joe sono avvocati e lo stesso Manzoni ebbe per l’avvocatura dell’Italia liberale una sincera ammirazione e una fitta frequentazione, guadagnandosi una cultura giuridica tale da consentirgli di difendersi personalmente in un giudizio per violazione del diritto d’autore avanti la Corte di Cassazione di Firenze (3).
Sebbene in una dimensione ironica, tuttavia, lo sfavore verso l’avvocato c’è ed è evidente. Forse non è poi neppure troppo una coincidenza, se è vero che Philadelphia e I promessi sposi condividono, al di là delle ben diverse trame, uno fil rouge comune rappresentato dalla medesima tensione ideale verso quella giustizia, troppo spesso calpestata dalla legge del più forte cui talvolta anche gli avvocati si adagiano, tensione ben rappresentata nella dichiarazione d’amore che nel film Andrew rivolge alla professione quando l’amico gli chiede «cosa ti piace del diritto?» (ma il termine law, nell’originale inglese, ha un significato più ampio), ed egli risponde «il fatto che una volta ogni tanto, non sempre, ma a volte, diventi parte integrante della giustizia applicata alla realtà».
In ogni caso, quel disfavore che emerge tanto nella barzelletta di Philadelphia quanto nel romanzo di Manzoni ci spiega perché il diritto del lavoro – ramo dell’ordinamento che si occupa, in una prospettiva ancora attuale, della tutela delle persone che lavorano, dai manovali ai dirigenti – non si sia mai interessato al lavoro degli avvocati.
Gli avvocati, almeno nella vulgata, sono perlopiù dipinti come soggetti ricchi, avidi e privi di scrupoli, che impongono ai loro clienti i termini e le condizioni del rapporto professionale, protetti dai loro latinorum, liberi di godersi una settimana al mare o in montagna quando più li aggrada.
Perché mai quindi il diritto del lavoro dovrebbe preoccuparsi di loro?
Tuttalpiù, potrebbero meritare una qualche considerazione nella prospettiva della libertà di stabilimento nel mercato comune, ovvero a fini fiscali o, al massimo, per minimali tutele previdenziali, ma non certo nella lente del diritto del lavoro statutario, della tutela cioè della parte “debole” di un rapporto di lavoro.
Eppure, gli avvocati lavorano.
Eppure, molti avvocati non sono né ricchi, né avidi, né privi di scrupoli, e condividono con la gran parte dei loro clienti il biblico fardello del lavorare per vivere, con tutte le preoccupazioni, i timori e le ansie che esso porta con sé.
Il presente scritto cercherà di argomentare che molti avvocati, forse troppi, già sono e in parte dovrebbero essere oggetto di alcune tutele di stampo lavoristico, anche se non necessariamente quelle proprie del lavoro subordinato.
Su questa premessa, lo scritto analizzerà le tecniche di tutela dell’avvocato nei confronti della propria controparte contrattuale, applicabili in tutti quei casi in cui sussista una condizione di dipendenza economica nei confronti di un committente esclusivo o prevalente (studio legale medio-grande ovvero clientela istituzionale).
L’ordinamento italiano, peraltro, rappresenta un interessante banco di prova, trattandosi – come vedremo – di uno dei pochi ordinamenti che non ammette la contrattualizzazione degli avvocati con formule diverse da quelle del lavoro libero-professionale. In questo senso, il settore legale italiano rappresenta un interessante banco di prova per saggiare le potenzialità applicative delle tutele del lavoro autonomo (a partire dal c.d. Statuto del lavoro autonomo, l. 81/2017), nelle loro varie articolazioni.
Inoltre, l’Italia presenta una significativa densità di avvocati se confrontata con altri paesi europei: nel 2018 gli avvocati in Italia erano 243.073 unità (4), che significa quattro avvocati ogni mille abitanti (con picchi in alcune realtà territoriali (5)), il doppio dei colleghi tedeschi e il quadruplo di quelli francesi6 (dal che la leggenda metropolitana che ci sono più avvocati a Milano che in tutta la Francia, una fake news con un fondo di verità…).
Infine, ma non per importanza, il contesto italiano, considerati i dati relativi al reddito medio degli avvocati, offre un ottimo esempio del fatto che gli avvocati possono avere tanti difetti, ma certamente non sono tutti ricchi.

2. Fragilità e debolezze dell’avvocatura italiana: i dati relativi al reddito.

Il reddito lordo medio degli avvocati italiani, secondo i dati di Cassa Forense, ammonta a 38.420,00 Euro annui (7).
Ovviamente si tratta di un dato medio e analizzando meglio i dati troviamo importanti disparità scomputando i dati sulla base dell’età e del sesso (figura 1) e della provenienza geografica (figura 2).
Il reddito medio di un avvocato di sesso femminile con meno di 40 anni di età è di 15.928,00 Euro lordi annui, mentre un avvocato di sesso maschile nella stessa fascia anagrafica percepisce quasi il doppio.

Tabella 1
[Figura 1: Disparità reddituali basate su età e sesso]

Il reddito medio dichiarato in Lombardia è di quasi 70.000,00 Euro lordi annui, mentre nella maggior parte delle regioni meridionali il reddito dichiarato non raggiunge i 25.000,00 Euro.

Tabella 2
[Figura 2: Disparità reddituali basate sulla provenienza geografica]

Ovviamente il dato medio non dice così tanto sulle effettive condizioni economiche dei singoli avvocati italiani (come insegna Trilussa, la statistica è quella strana scienza per cui se tu mangi due polli e io resto a digiuno, risulta che abbiamo mangiato un pollo a testa).
Il dato, inoltre, deve essere esaminato tenendo presente che – come in tutti i settori libero professionali – esiste inevitabilmente una fascia di sommerso che i dati non riescono a fotografare, e che però va tenuta in considerazione.
In ogni caso, è significativo che solo il 30% degli avvocati dichiari più di 30.000,00 Euro all’anno, e che un altro 30% dichiari meno di 15.000,00 Euro, con un trend che la maggioranza degli interessati si prospetta essere negativo (Figura 3)

Tabella 3
[Figura 3: Prospettive degli avvocati sul proprio futuro professionale.]

I dati reddituali diventano più interessanti se si considera il fatto, ben noto agli interessati, che l’intera contribuzione previdenziale dovuta a Cassa Forense (salvo il contributo integrativo ripetibile dal cliente) viene versata dagli avvocati, in una misura attualmente pari al 15% (con un contributo minimo, comunque dovuto a prescindere dal reddito, pari a quasi 3.000,00 Euro).
A ciò si aggiunga che Cassa Forense, come noto, non eroga trattamenti previdenziali paragonabili a quelli previsti per i regimi previdenziali dei lavoratori subordinati (o, in misura minore, para-subordinati), difettando qualunque misura di tutela previdenziale a fronte di eventi come la disoccupazione involontaria o la malattia.
In questo senso, anche in Italia è possibile parlare di “Precarious Professionalism” (8), categoria concettuale elaborata in riferimento alla realtà londinese, sulla falsariga di quella lettura del lavoro autonomo come tipologia lavorativa intrinsecamente precaria, comune a molti ordinamenti europei (9).
Si verifica così l’assurdo che molti avvocati possono percepire redditi di gran lunga inferiori alle retribuzioni previste dai contratti collettivi applicabili negli studi professionali per le figure dei lavoratori dipendenti, che spaziano oggi tra i 17.000,00 e i 27.000,00 Euro secondo il livello (10), ovviamente con tutti i benefici derivanti dal diverso inquadramento contrattuale.
Ovviamente, sarebbe sin troppo semplice obiettare che tutto ciò è nella natura delle cose e che non è possibile comparare due situazioni tanto diverse quali quella dell’avvocato lavoratore autonomo e del collaboratore dipendente, posto che solo il secondo si trova in una situazione di subordinazione, mentre il primo sta in fondo portando avanti una scommessa imprenditoriale e non potrà lamentarsi se gli affari vanno male.
Ma siamo davvero sicuri che sia così?

3. Fragilità e debolezze dell’avvocatura: la dipendenza economica.

Fintanto che la professione legale è rimasta una professione “ricca”, esercitata prevalentemente da avvocati titolari di un proprio Studio, eventualmente in forma associata, non vi era probabilmente un particolare bisogno di riflettere sulle tecniche di tutela applicabili. I diretti interessati si sapevano difendere piuttosto bene da soli.
Oggi, tuttavia, la categoria si compone di diverse tipologie di professionisti, molti dei quali non sono certamente “capi di sé stessi”.
Molti avvocati, anche titolari di un proprio studio legale, si trovano sempre più a soffrire una situazione di dipendenza economica vero alcuni “grandi” clienti istituzionali (in primo luogo banche e compagnie assicurative), dai quali dipende una fetta importante del fatturato, i quali sono nelle condizioni di definire unilateralmente i termini e le condizioni del rapporto e di imporre clausole asimmetriche (11), al punto che alcuni hanno parlato di “proletarizzazione” della professione forense (12).
Molti altri avvocati, soprattutto tra i più giovani, si trovano invece in una condizione di dipendenza economica rispetto allo Studio nel quale esercitano, che li tratta sostanzialmente come dipendenti (ad esempio, imponendo di fatto ritmi di lavoro, prevedendo compensi fissi e prestabiliti, stabilendo rigorosi obblighi di esclusiva), senza garantire alcuna delle relative tutele, nonostante il lavoro si svolga sotto l’altrui direzione e controllo e spesso senza alcun contatto diretto con il cliente finale, riguardando a volte solo un segmento di una più ampia operazione (si pensi alle due diligences che precedono le operazioni di M&A).
I giovani avvocati sono spesso (ma non necessariamente) pagati assai poco, specialmente nei primi anni di carriera (il reddito medio di un avvocato under 30 è di circa 11.000,00 Euro), e il compenso è di regola costituito da un importo fisso versato a fine mese, dietro fattura (il che carica il collaboratore dei relativi costi di gestione della partita iva), spesso al di fuori di alcun accordo scritto.
La naturale conseguenza è che tali avvocati non hanno alcuna voce in capitolo rispetto alle condizioni contrattuali e si trovano esposti al rischio di perdere il lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo, senza preavviso né indennità e senza alcun “paracadute” previdenziale.
Qualcuno li aveva efficacemente definiti avvocati sans papiers (13), e di essi solo una piccola parte – i più brillanti, tenaci e ambiziosi – può davvero aspirare a “raggiungere la vetta” e conquistare, non senza combattere, una posizione che consenta l’accesso alla partnership e alla divisione degli utili.
I dati statistici evidenziano che questo tipo di condizione è diffusa soprattutto nel Nord Italia (Figura 4), dove il mercato legale si va concentrando nelle mani di pochi studi, spesso internazionali, di grandi dimensioni.

Tabella 4
[Figura 4: Dove lavorano i neoavvocati dopo l’esame?]

Non a caso, nell’Italia settentrionale la grande maggioranza dei neoavvocati tende a continuare, dopo l’abilitazione, a lavorare in uno studio altrui, piuttosto che aprirne uno proprio o associarsi con altri.
Questi avvocati, di fatto “senza clienti”, giacché come unico “cliente” hanno lo studio (che mette a loro disposizione la postazione di lavoro e i relativi strumenti), rappresentano una fetta significativa della categoria. Recenti ricerche evidenziano che si possa trattare di circa il 20% del totale, pari alla quota che dichiara un volume d’affari pari al reddito netto professionale (14) (vale a dire, che non esibisce spese inerenti all’attività professionale).
In questo contesto, non sorprende che in media meno del 30% delle persone che fisicamente lavorano presso uno studio legale detengono una qualche partecipazione nell’attività professionale (Figura 5), mentre quasi la metà è composta dall’insieme degli avvocati collaboratori (34,5%) e dei praticanti (10,3%).

Tabella 5
[Figura 5: Tipologie di lavoratori negli studi legali.]

Molti osservatori hanno evidenziato come al contesto degli avvocati sans papiers mal si attagliano gli schemi giuridici del lavoro autonomo libero-professionale e che la loro condizione dovrebbe essere regolata da meccanismi di tutela almeno in parte assimilabili a quelli del lavoro subordinato o para-subordinato, come del resto avviene in molti ordinamenti europei. Altrove, infatti, non vi è alcun ostacolo giuridico rispetto alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato o para-subordinato tra un avvocato e uno studio legale, sussistendo specifiche figure di “avvocati-dipendenti”, come l’avocat salariè (in Francia), l’Angestellte Rechtsanwalte und yndikusrechtsanwalte (in Germania), l’employed solicitor (nel Regno Unito) e l’abogado que presta servicios en despachos de abogados (in Spagna).La migliore dottrina del resto non ha mancato di rilevare, nell’ambito di più ampie riflessioni circa l’evoluzione delle nozioni di autonomia e subordinazione nel diritto del lavoro, che «le modalità tecnico-organizzative con cui operano oggi i grandi studi professionali rendono difficile immaginare che perdurino re-ali ragioni per sostenere […] che l’attività intellettuale svolta dai professionisti collaboratori senza una propria clientela non possa presentare i tratti tipici della subordinazione» (15).
L’ostacolo tecnico previsto dall’ordinamento italiano, tuttavia, non è così semplice da superare, posto che la regola per cui l’avvocato non può essere dipendente (art. 18 l.p.f., di cui tratteremo a breve) ha radici assai profonde.

4. Il fardello di un’antica tradizione.

È un’antica regola del diritto comune medievale, compendiata da Bartolo di Sassoferrato (1314-1357), quella per cui tra avvocato e cliente non intercorre neppure un vero contratto d’opera («inter advocatum et clientulum non potest dici locatio» (16)).
L’esclusione del lavoro libero-professionale dagli schemi giuridici della locatio operis o della locatio operarum (archetipi, come noto, del contratto di lavoro autonomo e subordinato) veniva da lontano.
Gli schemi locativi erano stati sempre e solo concepiti per il lavoro manuale, che in tempi ancor più antichi era riservato alla manodopera schiavile e come tale stigmatizzato.
Il “padre” del diritto del lavoro italiano, Ludovico Barassi, cui si deve la prima elaborazione concettuale della categoria giuridica del contratto di lavoro, scriveva a inizio ‘900 che «il principio per cui ogni lavoro merita una mercede è stato disconosciuto dai giuristi romani, rimasti sotto l’influenza della filosofia pagana di Platone e Aristotele, per i quali il lavoro non nobilita ma deprezza l’uomo, avvicinandolo allo schiavo» (17).
Non a caso, un frammento di Ulpiano (D. 50, 13, 1) testimonia l’esclusione del corrispettivo di una prestazione professionale dalla tutela apprestata dall’actio locati, normalmente esperibile per le altre forme di locatio-conductio (18).
Nella prospettiva degli antichi, infatti, il professionista intellettuale non doveva “abbassarsi” a “vendere” le proprie prestazioni in cambio di un corrispettivo (merces), quanto prestare la sua opera e attendere fiducioso quella “ricompensa” (honor) che il committente gli avrebbe elargito a risarcimento del tempo e delle energie spese. Il termine “onorario”, tuttora utilizzato, riflette ancora l’idea originaria di una dazione ex gratia, fuori da una logica sinallagmatica, lasciando così traccia evidente di quella prospettiva per cui il lavoro intellettuale non può essere oggetto di un contratto di scambio (19).
Si tratta di una tradizione che ha resistito attraverso i secoli e ancora nella seconda metà ‘700 il giurista francese Robert Joseph Pothier ribadiva che il giusto compenso per un avvocato deve essere qualcosa che nutra lo spirito, e quindi al legale andrebbe donata una bella edizione del Thesaurus di Meerman, non certo vile denaro (20).
Attraverso Pothier, dalle cui elaborazione il Code Civil ha attinto a piene mani, l’idea sarebbe sopravvissuta alla codificazione napoleonica della louage (21) e solo agli inizi del ‘900 Barassi avrebbe ironicamente replicato che «noi non sappiamo se ai tempi di Pothier era usanza offrire agli avvocati, a guisa di onorario, il Thesaurus di Meermann: è certo che oggi si usa dar loro dei biglietti di banca» (22).
Oggi nessuno si sognerebbe di affermare che le attività libero-professionali non siano “lavoro”, a prescindere dalle forme giuridiche che le regolano. Eppure, si avverte ancora il peso di quella tradizione cui si è fatto riferimento, che comporta ancora oggi una riluttanza di fondo ad ammettere che alcune attività squisitamente intellettuali possano essere prestate nella forma del lavoro subordinato. Non è un caso, del resto, se le attività per le quali è richiesta l’iscrizione in appositi albi e registri rientrano puntualmente nelle deroghe alle previsioni con cui a più riprese il diritto del lavoro ha cercato di superare il fenomeno del “falso” lavoro autonomo: dalla “stretta” sulle partite iva del 2012 (art. 69-bis, d.lgs. 276/2003 come modificato dalla l. 92/2012) alla disposizione in materia di collaborazioni c.d. etero-organizzate (art. 2, d.lgs. 81/2015).
Oggi, tuttavia, un medico, un architetto o un giornalista, iscritti ai rispettivi ordini professionali, giuridicamente ben possono essere parte di un contratto di lavoro subordinato. Per l’avvocato, come già sappiamo, ciò è di regola espressamente escluso.

5. Autonomi iuris et de iure: la regola dell’incompatibilità.

Solo dopo averne esaminato le radici storiche e culturali possiamo ora apprezzare la previsione contenuta nella legge professionale forense, la quale, come noto, stabilisce all’art. 18 che «la professione di avvocato è incompatibile», tra l’altro, «con qualsiasi attività di lavoro subordinato» (23), salve le deroghe previste al successivo art. 19 per gli avvocati iscritti negli albi speciali (e dunque per le avvocature interne degli enti pubblici e per i docenti universitari).
Fuori di tali limitate deroghe, almeno secondo l’interpretazione più rigorosa della norma, non importa quanto l’avvocato sia integrato con l’organizzazione del proprio cliente, né che egli eventualmente agisca sotto la direzione e il controllo di altri per quanto concerne oggetto e modalità, anche spazio-temporali, della prestazione, né che non assuma alcun effettivo rischio d’impresa. Non importa se tutti gli indici tipici del lavoro subordinato depongano univocamente nel senso di una relazione di lavoro dipendente.
L’avvocato è e deve essere un libero professionista, punto.
La regola viene declinata con ancora particolare rigore anche per il praticante avvocato, prevedendo la legge «il tirocinio professionale non determina di diritto l’instaurazione di un rapporto di lavoro anche occasionale» (art. 41, comma 11, l.p.f.), ancorché lo status di praticante possa essere, tanto più se la sfortuna ci mette lo zampino, non proprio passeggero. Gli effetti di tale qualificazione ex lege sono molteplici e assai rilevanti.
Per quanto attiene innanzitutto i profili economici, si è già visto esaminando i dati che gli avvocati possono percepire anche compensi estremamente modesti, assai inferiori al canone costituzionale della “retribuzione sufficiente” (art. 36 Cost.).
Ciò risulta, almeno nella prospettiva della norma e del diritto vivente, perfettamente legittimo. La giurisprudenza è consolidata nel ribadire che «il principio della retribuzione sufficiente di cui all’art. 36 Cost. riguarda esclusivamente il lavoro subordinato e non può essere invocato in tema di compenso per prestazioni lavorative autonome, ancorché rese, con carattere di continuità e coordinazione, nell’ambito di un rapporto di collaborazione, assimilabile a quelle svolte in regime di subordinazione» (24), posto che «il dato sociologico della condizione (ab origine) di sottoprotezione (a cui l’ordinamento positivo reagisce con la peculiare normativa “di sostegno”) costituisce un attributo tipico e specifico del solo lavoro prestato in regime di subordinazione e che il principio della sufficienza retributiva assume, per la materia del “lavoro subordinato”, carattere innovativo e derogatorio rispetto al principio generale dell’equilibrio sinallagmatico che, invece, caratterizza la regolamentazione della materia del “lavoro autonomo”» (25).
Sotto diversi ma concorrenti profili, quali lavoratori autonomi, gli avvocati non sono coperti da nessuna disciplina in materia di orario di lavoro, di riposi e ferie e, ancor più importante, non vi è alcuna tutela (interna o esterna al rapporto) al momento della cessazione del rapporto.

6. La tutela dell’avvocato come lavoratore autonomo (l. 81/2017)

La legge n. 81/2017 (battezzata, forse con troppa enfasi, Statuto del lavoro autonomo) ha rappresentato il primo tentativo in Italia di introdurre schemi protettivi concepiti per il lavoro autonomo “genuino”, ontologicamente diversi da quelli del lavoro subordinato.
Il dibattito relativo all’opportunità di introdurre un tale “Statuto” era risalente (26) e in dottrina se ne era discusso almeno a partire dall’introduzione in Spagna del Estatuto del trabajo autónomo (Ley 11 luglio 2007, n. 20).
In particolare, era stata la Sezione dell’Estatuto spagnolo dedicata alla tutela dei trabajadores autónomos económicamente dependientes ad attirare l’attenzione degli interpreti (27), in quanto rivelava la necessità di riflettere su adeguati meccanismi di protezione a favore dei lavoratori genuinamente autonomi (e quindi non di “false” partite iva), che pure abbisognavano di speciali misure di tutela in ragione della propria condizione di dipendenza economica nei confronti di un committente principale o esclusivo (28).
Quando nel 2015 il legislatore abrogò l’intera disciplina del lavoro a progetto contenuta nel Decreto Biagi (art. 61 ss. d.lgs. 276/2003), una quota significativa di lavoratori autonomi finì da un giorno all’altro nel mare magnum delle pure contrattazioni di mercato, senza nessun paracadute (29).
Prima dell’introduzione dello Statuto, in effetti, i lavoratori formalmente autonomi o comunque privi della possibilità di rivendicare una qualche forma di riqualificazione del rapporto (come appunto gli avvocati) potevano solo ricorrere alle regole del diritto dei contratti, e quindi a quella scarna disciplina che il codice civile detta in materia di contratto d’opera intellettuale (art. 2227 ss. c.c.), ispirata ai canoni liberali della parità formale delle parti e comunque pienamente derogabile.
La l. 81/2017, nonostante un approccio minimalistico (30), contiene importanti previsioni di tutela che si applicano alla costituzione, esecuzione e cessazione del rapporto di lavoro autonomo, applicabili a tutti i lavoratori autonomi (art. 1).
Si tratta di regole che potrebbero avere una significativa applicazione nel settore legale, e ciò sia con riferimento agli avvocati privi di reali margini di autonomia verso il committente principale o esclusivo, sia con riferimento agli avvocati genuinamente autonomi che si trovano in una situazione di dipendenza economica verso uno o più committenti, soprattutto in determinati settori.
Una prima tutela attiene alla trasparenza delle condizioni del rapporto: il contratto di lavoro autonomo non è soggetto a requisiti formali, ma il rifiuto da parte del committente di stipularlo in forma scritta si considera “abusivo” (art. 3, comma 2, d.lgs. 81/2017) e può condurre a conseguenze di tipo risarcitorio. L’accordo verbale resta quindi valido, ma il professionista ha il diritto di rivendicarne la formalizzazione all’inizio del rapporto, secondo uno schema che ricalca il modello spagnolo, dove però la formalizzazione può essere richiesta in qualsiasi momento (31).
Importante è poi la previsione in materia di preavviso e di conservazione del contratto (art. 3, commi 1 e 3): lo Statuto prevede che in caso di cessazione da un rapporto a carattere continuativo, sia abusiva e dunque nulla tanto la clausola che attribuisce al committente la facoltà di recedere dal contratto senza congruo preavviso, sia quella che attribuisce al committente il potere di modificare unilateralmente i termini e le condizioni dell’accordo. Estremamente significativa è poi l’espressa estensione al mondo del lavoro autónomo del divieto di abuso di dipendenza economica, (art. 9, l. 192/1997), una regola introdotta già dalla “storica” legge sulla subfornitura industriale per apprestare una maggior tutela all’imprenditore “contraente debole”, da cui sarebbero poi maturate le riflessioni sui rapporti B2b e sul “terzo contratto” ben noti alla civilistica contemporanea (32).
L’art. 9 della l. 192/1997 vieta – sancendo la nullità degli atti che lo realizzano – l’abuso della dipendenza economica di un’impresa nei confronti dell’altra, intesa come capacità dell’una di determinare un “eccessivo squilibrio” di diritti e obblighi, anche tenuto conto delle reali alternative offerte dal mercato, precisando che l’abuso può anche consistere nel rifiuto di vendere o di comprare, nella imposizione di condizioni ingiustificatamente gravose e vessatorie e nell’interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto.
Estendendo espressamente la norma al lavoro autonomo (cui forse, a ben vedere, poteva già dirsi applicabile in via interpretativa), il Legislatore ha trasposto direttamente nello Statuto una norma proveniente dal diritto dei contratti di terza generazione, secondo un’opzione di politica del diritto che permea l’intero Statuto, nel quale si rinviene «meno diritto del lavoro, più diritto dei contratti» (33).
In cerca di tutele ontologicamente diverse rispetto a quelle del lavoro subordinato, il legislatore ha trovato un prezioso modello di riferimento nel diritto dei contratti stipulati tra imprese in condizioni di asimmetria contrattuale, del quale la legge sulla subfornitura rappresenta l’antecedente storico, oltre che il principale prototipo di riferimento (34).
Senza poter qui approfondire le potenzialità applicative della norma oggetto di estensione (35), preme evidenziare che con essa disciplina del lavoro del lavoro autonomo si arricchisce di una “clausola aperta”, suscettibile di abbracciare una pluralità di ipotesi non espressamente previste e quindi di apprestare una miglior tutela alle diverse fattispecie, secondo una linea d’intervento rinvenibile anche nelle principali codificazioni sovranazionali del diritto contrattuale (36).
Attraverso il divieto di abuso di dipendenza economica, peraltro, è persino possibile estendere il sindacato giudiziale sull’equilibrio negoziale fino a una verifica della congruità del corrispettivo, atteso che l’abuso, secondo la giurisprudenza e la dottrina, può anche concernere l’eccessiva disparità delle condizioni economiche imposte alla parte debole (37).

7. La tutela specifica dell’avvocato “debole” nelle previsioni della l.p.f.: la disciplina in materia di clausole vessatorie…

Si è detto che lo “Statuto” del lavoro autonomo del 2017 ha rappresentato un intervento di portata generale, per quanto minimale nei contenuti, destinato a incidere sulla posizione di tutti i lavoratori autonomi. Nello stesso anno, il legislatore si è anche preoccupato di effettuare alcuni interventi destinati invece a disciplinare specifici settori ad “alta densità” di lavoro autonomo, e, tra essi, quello della professione forense.
In particolare, gli interventi additivi operati alla l.p.f. sono andati nella direzione di introdurre misure di tutela in favore di quegli avvocati che lavorano per “grandi” clienti istituzionali, come banche e compagnie assicurative, i quali sono in grado di imporre condizioni contrattuali sbilanciate.
Il novellato art. 13-bis l.p.f. contiene ora una lista di clausole contrattuali «vessatorie», rispetto alle quali opera un meccanismo di nullità parziale di protezione (precisa la legge che «la nullità opera soltanto a vantaggio dell’avvocato»), sempre però che si rientri nell’ambito di applicazione oggettivo e soggettivo della norma, che è limitato ai «rapporti professionali regolati da convenzioni … in favore di imprese bancarie e assicurative, nonché di imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese … con riferimento ai casi in cui le convenzioni sono unilateralmente predisposte dalle predette imprese» (circostanza quest’ultima che pure viene presunta iuris tantum dall’art. 13-bis, comma 3, l.p.f.
In questo ristretto ambito (nel quale non rientrano, quindi, quelli che abbiamo definito avvocati sans papiers), si considerano vessatorie le clausole che consistono:
a) nella riserva al cliente della facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto;
b) nell’attribuzione al cliente della facoltà di rifiutare la stipulazione in forma scritta degli elementi essenziali del contratto;
c) nell’attribuzione al cliente della facoltà di pretendere prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve eseguire a titolo gratuito;
d) nell’anticipazione delle spese della controversia a carico dell’avvocato;
e) nella previsione di clausole che impongono all’avvocato la rinuncia al rimborso delle spese direttamente connesse alla prestazione dell’attività professionale oggetto della convenzione;
f) nella previsione di termini di pagamento superiori a sessanta giorni dalla data di ricevimento da parte del cliente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente;
g) nella previsione che, in ipotesi di liquidazione delle spese di lite in favore del cliente, all’avvocato sia riconosciuto solo il minore importo previsto nella convenzione, anche nel caso in cui le spese liquidate siano state interamente o parzialmente corrisposte o recuperate dalla parte;
h) nella previsione che, in ipotesi di nuova convenzione sostitutiva di altra precedentemente stipulata con il medesimo cliente, la nuova disciplina sui compensi si applichi, se comporta compensi inferiori a quelli previsti nella precedente convenzione, anche agli incarichi pendenti o, comunque, non ancora definiti o fatturati;
i) nella previsione che il compenso pattuito per l’assistenza e la consulenza in materia contrattuale spetti soltanto in caso di sottoscrizione del contratto.
È stato giustamente sottolineato che la nuova disciplina attinge dalle doglianze espresse dai diretti interessati, posto che la lista delle clausole vessatorie è stata redatta, con il contributo delle associazioni forensi, tenendo conto delle problematiche più diffusamente fronteggiate dagli avvocati italiani (38).
È tuttavia il ristretto ambito applicativo della nuova disciplina, così come della disciplina dell’«equo compenso» che passeremo subito in rassegna, a destare qualche perplessità in relazione al deficit di tutela che permane per molti avvocati estranei all’ambito di applicazione della norma.

8. … e nella previsione in materia di «equo compenso» (art. 13-bis l.p.f.).

Lo stesso art. 13-bis l.p.f., come modificato nel 2017, ha anche introdotto la nota previsione in materia di «equo compenso» dell’avvocato.
All’atto dell’introduzione, le fonti governative avevano molto enfatizzato la norma, dipingendo l’operazione come un primo tentativo di esportare il principio di retribuzione proporzionata e sufficiente (art. 36 Cost.) oltre i confini del lavoro subordinato, al fine di fronteggiare il progressivo impoverimento del mondo libero-professionale (39).
A seguito di un iter legislativo rapido ancorché sofferto (40), in cui si è inserito anche il parere contrario dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (41), è stata introdotta la regola per cui il professionista ha diritto a un compenso «proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale» e comunque a un compenso conforme ai parametri previsti dai regolamenti ministeriali in materia (e quindi oggi, per le professioni legali, dal D.M. 55/2014).
Anche la norma in materia di «equo compenso», tuttavia, sconta le limitazioni derivanti dall’ambito di applicazione dell’art. 13-bis l.p.f., limitato come visto ai rapporti intercorrenti con specifici “grandi” clienti istituzionali.
Non ogni avvocato, quindi, ha diritto ad un «equo compenso», ma solo quello che lavora per un “grande” cliente nell’ambito di un accordo quadro definito da quest’ultimo. Se la ratio di fondo dell’equo compenso era quella di raccogliere le istanze degli avvocati sans papiers, desta un certo disappunto scoprire che non solo essi non sono coperti dalla norma, ma che possono anzi esserlo (solo) i propri domini.
Pare condivisibile, in proposito, il rilievo di chi ha affermato che «la montagna partorisce un topolino» (42), a tutto vantaggio di categorie di professionisti che operano su mercati tutto sommato abbastanza prosperi e redditizi (quelli costituiti dal mondo dei servizi legali per grandi imprese), in cui la misura dei compensi professionali risulta già rispettoso del canone della «sufficienza» e in cui eventuali squilibri contrattuali possono essere corretti facendo ricorso alle tutele della l. 81/2017.
Insomma, tanto rumore per abbastanza poco (43), e non sorprende quindi che gli avvocati italiani, rispetto alla novella in materia di «equo compenso», non abbiamo manifestato grande entusiasmo (Figura 6).

Tabella 6
[Figura 6: L’opinione degli avvocati italiani sull’equo compenso.]

Se non altro, il dibattito sull’equo compenso ha avuto il merito di riaprire una riflessione sulle condizioni e sullo status degli avvocati italiani, soprattutto quelli che operano in regime di monocommittenza (44), inducendo taluni, anche a livello politico, a proporre drastici cambi di paradigma, come vedremo subito.

9. Un cambio di paradigma: l’avvocato «dipendente».

Alle esigenze di tutela provenienti dal mondo degli avvocati che abbiamo definito sans papiers, lasciati sostanzialmente scoperti dagli interventi legislativi del 2017, prova a dare risposta una proposta di legge tuttora pendente alla Camera, espressamente volta a superare la regola dell’incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e lo stato di dipendente di cui all’art. 18 l.p.f. (proposta 428/2018) (45).
La proposta parte dal presupposto che «la situazione odierna degli studi legali è fatta di avvocati titolari degli studi, denominabili domini, e da avvocati che di questi sono di fatto dipendenti» e mira a prevedere un’ulteriore eccezione alla regola dell’incompatibilità.
Si propone infatti di inserire un nuovo comma all’art. 19 l.p.f., che stabilisca che l’incompatibilità non sussiste «per gli avvocati che svolgono attività di lavoro dipendente o parasubordinato in via esclusiva presso lo studio di un altro avvocato, un’associazione professionale ovvero una società tra avvocati o multidisciplinare, purché la natura dell’attività svolta dall’avvocato riguardi esclusivamente quella riconducibile all’attività propria della professione forense».
Un avvocato che opera in regime di monocommittenza e senza propri clienti potrebbe quindi formalizzare il proprio rapporto con lo studio professionale mediante un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, con tutte le implicazioni del caso.
La norma, così formulata, potrebbe poi anche aprire margini per rivendicazioni ex post circa la qualificazione del rapporto. Si demanda infatti a un decreto la definizione dei parametri in base ai quali sia possibile ricondurre una monocommittenza alla fattispecie del lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo, e la proposta prevede già alcuni indici, quali «la durata temporale del rapporto, la presenza di una postazione fissa presso il datore di lavoro o il committente, la partecipazione ai risultati economici dell’attività, la previsione e l’eventuale indennizzo di clausole di esclusività».
Si tratta peraltro di indici già utilizzati dalla giurisprudenza che, in relazione alle prestazioni di collaboratori di studio legale (privi però dell’abilitazione professionale) aveva riconosciuto la possibilità di riconoscere la sussistenza di rapporti di lavoro subordinato stabilendo i relativi indici sintomatici (46).
Importanti e innovative – nonché fondamentali per una corretta valutazione dell’iniziativa – sono poi le previsioni in materia previdenziale, che vincolano Cassa Forense a determinare gli importi e le modalità di versamento della contribuzione dovuta per gli avvocati subordinati e parasubordinati, per la quale i costi vengono posti per almeno i due terzi a carico del datore di lavoro/committente. A tali avvocati, inoltre, Cassa Forense sarebbe obbligata a riconoscere il principio di automaticità delle prestazioni di cui all’art. 2116 c.c. Insomma, una vera e propria rivoluzione, la cui sostenibilità nel medio e lungo periodo, tuttavia, rimane da valutare attentamente. Sebbene si tratti di un percorso ricco di incognite – due su tutte: l’individuazione e/o creazione di un CCNL applicabile (un punto su cui la proposta di legge è sfuggente) e l’individuazione delle tutele previdenziali che a quel punto Cassa Forense dovrebbe riconoscere agli avvocati subordinati o parasubordinati – la prospettiva merita di essere approfondita, anche e soprattutto attraverso un confronto con i diretti interessati.
Nelle more, sono stati proposti altri progetti di legge, di taglio diverso in quanto volti a stabilire una più compiuta regolamentazione del lavoro dell’avvocato in regime di monocommittenza, senza però metterne in discussione lo status libero-professionale (47).
Ad avviso di chi scrive, occorre guardare a queste iniziative tanto con curiosità quanto con rigorosa attenzione alle conseguenze, anche in termini di sostenibilità economica degli studi professionali medi e medio-piccoli, senza mai dimenticare che l’auspicabile superamento del tabù delle incompatibilità non deve però tradursi nella compressione delle legittime ambizioni imprenditoriali di tutti quegli avvocati che liberi professionisti vogliono rimanere.

10. Conclusioni.

Anche sulla base delle evidenze empiriche cui si è fatto cenno nei primi paragrafi del presente lavoro, i tempi sono maturi per una riflessione circa la diversificazione degli schemi giuridici applicabili al lavoro degli avvocati, che tenga conto delle profonde differenze tipologiche che ormai è possibile ravvisare nel ceto forense.
Il settore legale, per le sue specificità e tradizioni, rappresenta un formidabile banco di prova per saggiare le potenzialità applicative delle discipline che si collocano “al di là” del diritto del lavoro statutario, tuttora inapplicabile agli avvocati.
L’esame delle recenti riforme relative agli avvocati genuinamente autonomi e delle proposte di legge rivolte agli avvocati sans papiers evidenzia l’opportunità di considerare, in un’ottica regolativa, almeno due diverse macro-categorie di avvocati: la prima comprende tutti quegli avvocati che sono (o vogliono diventare) veri imprenditori, i quali pure meritano di essere destinatari di una qualche protezione nei confronti delle possibili storture del mercato e degli eventuali abusi di controparti “più forti”; la seconda comprende tutti quegli avvocati che, almeno in una fase del proprio percorso professionale, si trovano di fatto in una condizione di subordinazione e dovrebbero avere accesso alle relative tutele.
È però fondamentale tenere presente che appartenere all’una o all’altra categoria dipende da una pluralità di fattori, come l’età, l’esperienza, le condizioni economiche e di vita, le inclinazioni e aspirazioni,
che possono variare a più riprese nell’evoluzione della propria vita professionale.
Pertanto, qualsiasi disciplina che voglia tutelare la posizione degli avvocati dell’una o dell’altra categoria dovrà sempre ammettere che tra di esse possa esservi un passaggio rapido e quanto più possibile indolore.
In ogni caso però, riprendendo in chiusura l’indovinello di Philadelphia con il quale si è introdotto questo scritto, se davvero ancora oggi gli avvocati meritano di essere “incatenati sul fondo dell’oceano”, un vero “buon inizio” sarebbe non lasciarli incatenati in uno spazio completamente vuoto di diritto.

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Note

1 Chi non avesse il tempo per vedere l’intero film – ma se si tratta di Collega vi si consideri tenuto – trova lo spezzone che riporta il dialogo tra i due al seguente link (in inglese): https://tinyurl.com/5n877uh6.
2 A. MANZONI, I promessi sposi, Milano, Ferrario, 1825, p. 70 (https://tinyurl.com/5ftytwfr).
3 La vicenda, poco nota, viene ricostruita con dovizia di dettagli in L. MOSCATI, Alessandro Manzoni «avvocato». La causa contro Le Monnier e le origini del diritto d’autore in Italia, Il Mulino, 2017 (https://tinyurl.com/mryxkm3m).
4 CENSIS, L’avvocato nel quadro di innovazione della professione fornese. Rapporto 2019, Roma, giugno 2019, p. 4 (https://tinyurl.com/4xcbcktj).
5 Nelle regioni del Sud Italia la densità è superiore e in Calabria vi sono 7 avvocati ogni 1.000 abitanti (CENSIS, Percorsi e Scenari dell’avvocatura italiana. Rapporto 2018, Roma, aprile 2018, p. 10 (https://tinyurl.com/4uhub8ww)).
6 Dati da EUROPEAN COMMISSION, The 2019 Justice Scoreboard, COM(2019) 198/2, Lussemburgo, 2019, p. 34 (https://tinyurl.com/34rsvpcc).
7 CENSIS, Percorsi e Scenari dell’avvocatura italiana, cit., p. 14 ss.
8 R. MOORHEAD, Precarious Professionalism. Some Empirical and Behavioural Perspectives on Lawyers, HLS Program on the Legal Profession Research Paper No. 2014-17 (https://tinyurl.com/4ukw5kc2).
9 Da ultimo W. CONEN, J. SCHIPPERS (eds.), Self-Employment as Precarious Work. A European Perspective, Edward Elgar, 2019 (https://tinyurl.com/2p848td6).
10 Si vedano le tabelle retributive del Contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti degli studi professionali, Confprofessioni – Filcams, Fisascat, Uiltucs, 17 aprile 2015.
11 E. MINERVINI, L’equo compenso degli avvocati e degli altri liberi professionisti, Giappichelli, Torino, 2018, p. 1 ss. (https://tinyurl.com/2p8nn8fb) .
12 R. BOLOGNESI, Proporzione e ragionevolezza nella pattuizione del compenso dell’avvocato e nell’evoluzione delle norme di legge e deontologiche, in www.judicium.it, 2015, p. 10 (https://tinyurl.com/2p8nfnx5).
13 D. DI VICO, Il calvario dei giovani avvocati senza welfare e senza clienti, in Corriere della Sera, 22 ottobre 2009, p. 39.
14 V. VASARRI, Liberi professionisti o dipendenti? I giovani avvocati tra indipendenza, collaborazione e salariato, in Previdenza forense, 2018, n. 1, p. 17 (https://tinyurl.com/2p8v9a5r).
15 O. RAZZOLINI, La nozione di subordinazione alla prova delle nuove tecnologie, in Diritto delle Relazioni Industriali, 2014, n. 4, p. 982 (https://tinyurl.com/49xd48wu).
16 BARTOLUS A SAXOFERRATO, Commentaria: in primam ff. Digesti Veteris partem, V. De Portonariis 1538, ad leg. si mensor [D.11.6], f. 364r. Il frammento si riferisce anche ad altre arti liberali, riguardando anche il rapporto tra medicum et infirmos e tra doctores et scholares.
17 L. BARASSI, Il contratto di lavoro nel diritto positivo italiano, Milano, 1901, p. 88, di cui si segnala l’edizione critica a cura di M. NAPOLI (https://tinyurl.com/yc3dpvt8).
18 Lo riporta L. AMIRANTE, Locazione (in generale), in Nuovissimo Digesto Italiano, IX, Utet, Torino, 1963, p. 994.
19 Sul punto, diffusamente, E. BORGNA, Le radici e la storia della professione forense. Dall’età della pietra all’inizio del secolo scorso, Aracne, 2017 (https://tinyurl.com/2uynd449).
20 R.G. POTHIER, Traité du contrat de mandat, Paris, 1835, n. 26 ss.
21 T. TROPLONG, De l’èchange et du louage, in ID., Le droit civil expliqué suivant l’ordre des articles du Codes, Wahlen, Bruxelles, 1842, p. 306 s.
22 L. BARASSI, Il contratto di lavoro nel diritto positivo italiano, cit., p. 156.
23 Per un autorevole lettura della previsione, R. DANOVI, Ordinamento forense e deontologia, Giuffré, Milano, 2018.
24 Ex multis, da ultimo, Cass., sez. II, 4 giugno 2018, n. 14292. 25 Così, molto esplicitamente, Cass. 25 ottobre 2003, n. 16059.
25 Così, molto esplicitamente, Cass. 25 ottobre 2003, n. 16059.
26 M. MAGNANI, Quale «Statuto» per il lavoro autonomo?, in Diritto delle Relazioni Industriali, 2010, n. 3, p. 597 ss.; T. TREU, Uno Statuto per il lavoro autonomo, ivi, p. 603 ss.; più di recente A. PERULLI, Un Jobs Act per il lavoro autonomo: verso una nuova disciplina della dipendenza economica?, in WP C.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”.IT – 235/2015 (https://tinyurl.com/ztv7mxy8).
27 O. RAZZOLINI, Lavoro economicamente dipendente e requisiti quantitativi nei progetti di legge nazionali e nell’ordinamento spagnolo, in Diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali, 2011, p. 645 ss.
28 G. SANTORO PASSARELLI, Falso lavoro autonomo e lavoro autonomo economicamente debole ma genuino: due nozioni a confronto, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2013, I, p. 103 ss.
29 G. BRONZINI, Il futuro (giuridico) del lavoro autonomo nell’era della share-economy, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2016, n. 1, III, p. 85.
30 S. GIUBBONI, Il Jobs act del lavoro autonomo: commento al capo I della legge n. 81/2017, in Diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali, 2017, n. 3, p. 491.
31 Art. 7 dell’Estatuto.
32 Su tutti, G. GITTI, G. VILLA (a cura di), Il terzo contratto. L’abuso di potere contrattuale nei rapporti tra imprese, Il Mulino, Bologna, 2008 (https://tinyurl.com/yckwcfwy).
33 A. PERULLI, Il Jobs Act degli autonomi: nuove (e vecchie) tutele per il lavoro autonomo non imprenditoriale, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2017, I, p. 181.
34 D. GAROFALO, Lavoro, impresa e trasformazioni organizzative, in AIDLASS, Frammentazione organizzativa e lavoro: rapporti individuali e collettivi, Giuffrè, Milano, 2018, p. 146 s. (https://tinyurl.com/2p8w7uv8).
35 Per un approfondimento, se vuoi, G. CAVALLINI, Il divieto di abuso di dipendenza economica e gli strumenti del “nuovo” diritto civile al servizio del lavoro autonomo, in G. ZILIO GRANDI, M. BIASI (a cura di), Commentario breve allo statuto del lavoro autonomo, Wolters Kluwer-Cedam, Milano, 2018, p. 285 ss.; F. FERRARO, Prime osservazioni sulle tutele civilistiche del lavoro autonomo non imprenditoriale, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2018, n. 3, p. 501 ss.; I. ZOPPOLI, Abuso di dipendenza economica e lavoro autonomo: un microsistema di tutele in difficile equilibrio, ivi, 2019, n. 1, p. 97 ss.
36 Si pensi alla gross disparity (art. 3.2.7 Unidroit), alla figura dell’excessive benefit or unfair advantage (art. 4.109 PECL) e al divieto di unfair exploitation (art. II-7:207 Draft Common Frame of Reference).
37 G. CAVALLINI, Il divieto di abuso di dipendenza economica, cit., p. 295. In giurisprudenza Trib. Massa 26 febbraio 2014 e Trib. Massa 15 maggio 2014, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2015, 3, pag. 218, con nota di V. BACHELET, La clausola squilibrata è nulla per abuso di dipendenza economica e il prezzo lo fa il giudice, che hanno ritenuto “ingiustificatamente gravosa” la clausola di un rapporto di somministrazione che prevedeva che il prezzo sarebbe stato di volta in volta determinato dal fornitore, e hanno rideterminato il corrispettivo in via giudiziale.
38 E. MINERVINI, L’equo compenso degli avvocati e degli altri liberi professionisti, cit., p. 2.
39 Ibidem.
40 Su cui v. P.P. FERRARO, Le deleghe sulle professioni organizzate in ordini e collegi e le proposte in discussione in materia di tariffe professionali, in G. ZILIO GRANDI, M. BIASI, Commentario breve allo Statuto del lavoro autonomo, cit., p. 334 ss., anche per un esame dei disegni di legge sull’equo compenso succedutisi nel corso del 2017.
41 AGCM, Segnalazione 24 novembre 2017, in agcm.it (https://tinyurl.com/yh58ja4p), dove si rileva che «secondo i consolidati principi antitrust nazionali e comunitari, infatti, le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza».
42 L. ZOPPOLI, L’«equo compenso» tra contratto collettivo e legge, in U. CARABELLI, L. FASSINA (a cura di), Il lavoro autonomo, Ediesse, Roma, 2018, p. 78.
43 G. CAVALLINI, L’equo compenso per (alcuni) avvocati e (altri) liberi professionisti: tanto rumore per così poco?, in Sintesi, 2019, n. 4, p. 10 (https://tinyurl.com/msr8wyfy).
44 C. ROMEO, L’avvocato in regime di monocommittenza: tra autonomia e subordinazione, in Lav. giur., 2018, n. 8-9, p. 774 ss.
45 Il testo e l’iter sono disponibili sul sito della Camera (https://tinyurl.com/2p9aycka) e, sul punto, se vuoi, v. i primi commenti di G. CAVALLINI, Verso la subordinazione anche negli studi professionali. Il caso dell’avvocato “dipendente”, in Sintesi, 2019, n. 6, p. 10 (https://tinyurl.com/2p94zb8s).
46 Cass. 10 settembre 2019, n. 22634 (https://tinyurl.com/5cjfh4xy), che ha confermato la sentenza d’appello che aveva riconosciuto la natura subordinata del rapporto sulla base del fatto che «il D.S. lavorava all’interno dello studio dell’avv. M., aveva rapporti con clienti non suoi ma dell’avv. M., svolgeva un’attività che non poteva esercitare in proprio perché privo del titolo di avvocato e di cui l’avv. M. assumeva necessariamente la paternità; riceveva dal titolare dello studio costantemente direttive, in particolare nelle riunioni serali quotidiane in cui venivano esaminate tutte le pratiche trattate e dettate indicazioni sull’attività da svolgere il giorno seguente».
47 Così la proposta 2722/2020, recante «Disciplina del rapporto di collaborazione professionale dell’avvocato in regime di monocommittenza nei riguardi di un altro avvocato o di un’associazione professionale o una società tra avvocati» (https://tinyurl.com/2p8a3mwd).

Bibliografia

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