Art. 131 bis c.p. e reato continuato: rapporto di esclusione reciproca o di compatibilità?

Articolo a cura della Dott.ssa Lara Teresa Gioia

L’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto al reato continuato al vaglio delle Sezioni Unite.

Art 131 cp e reato continuato

1. La questione rimessa alle Sezioni Unite

La questione di diritto sottoposta all’esame delle Sezioni Unite è stata formulata nei seguenti termini: “se la continuazione tra i reati sia di per sé sola ostativa all’applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ovvero lo sia solo in presenza di determinate condizioni”.
Prima di affrontare nel dettaglio la soluzione fornita dalle Sezioni Unite, occorre partire da alcune precisazioni terminologiche, al fine di illustrare la fattispecie di non punibilità prevista dall’ art. 131 bis c.p. nonché la disciplina del reato continuato di cui all’art. 81 c.p.

2. Non punibilità per particolare tenuità del fatto: breve analisi

L’art. 131 bis c.p. è stato introdotto dal legislatore nel 2015 (d.lgs. 28/2015, attuativo della legge delega n. 67/2014) per rispondere ad una duplice esigenza: da un lato, dare attuazione al principio di offensività (in concreto) e, dall’altro, deflazionare il carico giudiziario.  
L’art. 131 bis c.p. configura una “causa di non punibilità in senso stretto” (c.d. esimente), poiché il fatto, pur essendo tipico, antigiuridico e colpevole risulta non punibile per ragioni di opportunità politico-criminale, ossia evitare la repressione dei c.d. reati bagatellari.
La causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., applicabile ai sensi del primo comma ai soli reati per i quali è prevista una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni ovvero pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta, è configurabile in presenza di una duplice condizione: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.
Il primo dei due requisiti richiede, a sua volta, la specifica valutazione delle modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’art. 133 c.p., cui segue, in caso di vaglio positivo – e dunque nella sola ipotesi in cui si sia ritenuta la speciale tenuità dell’offesa – la verifica della non abitualità del comportamento, che il legislatore esclude nel caso in cui l’autore del reato sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto isolatamente considerato sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui i reati abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali o reiterate.
L’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà – anche in danno di animali- o ha adoperato sevizie o, ancora, ha approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima -anche in considerazione dell’età della persona offesa- ovvero ha cagionato, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona. Sono tutte ipotesi, per definizione, connotate da una particolare gravità dell’offesa, tali da costituire autonome circostanze aggravanti.
Ancora, l’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede per delitti, puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, ovvero nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il reato è commesso nei confronti di  un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’ipotesi di cui all’articolo 343.
L’esimente in esame non opera quando l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto isolatamente considerato sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (comma tre).
Da qui il problema della compatibilità del 131 bis c.p. con il c.d. reato continuato

3. Cenni sul reato continuato

L’istituto del reato continuato, disciplinato dall’ art. 81 c.p., rappresenta una particolare figura di concorso di reati, più precisamente di concorso materiale, punita meno severamente in considerazione del fatto che più reati sono commessi in esecuzione del “medesimo disegno criminoso”.
In tal caso, infatti, la legge prevede l’aumento fino al triplo della pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave, in luogo del criterio tradizionale del cumulo materiale (tot crimina tot poenae). Infatti, la pluralità di violazioni di legge, in attuazione di un medesimo disegno criminoso, è indice di una minore riprovevolezza complessiva dell’agente che, di conseguenza, giustifica un trattamento sanzionatorio più mite rispetto ai normali casi di concorso materiale dei reati.
Si tratta, tuttavia, di un assunto non pacifico in dottrina, poiché per altri autori, al contrario, la medesimezza del disegno criminoso è indice di un aggravamento, e non di una attenuazione della colpevolezza.
Ed invero, la commissione di una pluralità di reati da un lato e l’intensità dell’elemento psicologico dall’altro hanno indotto la giurisprudenza ad interrogarsi circa la compatibilità tra continuazione e particolare tenuità del fatto.

4. Applicabilità dell’art. 131 bis c.p. alla continuazione. Orientamenti giurisprudenziali

Sul punto si registrano diversi orientamenti giurisprudenziali.
Un primo indirizzo esclude la compatibilità tra la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto e la continuazione. Tale tesi viene affermata muovendo dall’assunto che il vincolo della continuazione appare espressione di un “comportamento abituale” per la reiterazione di condotte penalmente rilevanti, ossia di una forma di devianza non occasionale. In altri termini, non solo il reato continuato rientra espressamente tra le ipotesi di esclusione di cui all’art. 131 bis c.p. comma tre (“condotte plurime, abituali o reiterate”) ma è anche indice di una devianza non occasionale. Per tali ragioni, deve ritenersi ontologicamente incompatibile con la particolare tenuità dell’offesa.
Un secondo orientamento, al contrario, ritiene che non vi sia una incompatibilità astratta e assoluta tra continuazione e 131 bis c.p. ma la valutazione è rimessa alla discrezionalità del giudice.
Ed invero, anche l’autore del reato continuato può accedere alla predetta causa di non punibilità, dovendo il giudice verificare -in concreto- se il fatto, nella sua unitarietà, avuto riguardo alla natura degli illeciti unificati, alle modalità esecutive della condotta, all’intensità dell’elemento psicologico, al numero di disposizioni violate e agli interessi tutelati, sia meritevole o meno di un apprezzamento di speciale tenuità.
Ne discende che la logica antinomia tra reato continuato e particolare tenuità del fatto è rilevabile solo nel caso in cui le violazioni espressione del medesimo disegno criminoso siano in numero tale da costituire di per sé dimostrazione di una certa serialità nel delinquere ovvero di una progressione criminosa, indicative di una particolare intensità del dolo o della versatilità offensiva, tali da porre in essere un insanabile contrasto con il giudizio di particolare tenuità dell’offesa in tal modo arrecata, ovvero, in altre parole, ove detta reiterazione non sia espressiva di una chiara tendenza o inclinazione al crimine.  
Questo secondo orientamento, infatti, ritiene che debba essere il giudice a valutare, caso per caso, la compatibilità dell’esimente in esame con la continuazione, tenendo in considerazione una serie di fattori, quali: tipologie di reati commessi, numero di norme che si assumono violate, i beni giuridici protetti, l’intensità dell’elemento psicologico, gravità dell’offesa, contesto spazio-temporale di commissione del fatto, etc.
Ancora, altre decisioni distinguono tra continuazione “diacronica” (avente ad oggetto una pluralità di reati avvinti dalla continuazione ma commessi in contesti spazio temporali diversi) e “sincronica” (pluralità di reati commessi in un unico contesto spazio temporale) e considerano il 131 bis c.p. applicabile solo alla seconda ipotesi.
Infatti, la commissione di una pluralità di reati nello stesso contesto spazio- temporale ed in attuazione del medesimo disegno criminoso ben potrebbe conciliarsi con la minore riprovevolezza della continuazione.

5. La soluzione accolta dalle Sezioni Unite

Il Collegio con sentenza n. 18891/2022 accoglie la seconda impostazione, enunciando i seguenti principi di diritto:

  • “La pluralità di reati unificati nel vincolo della continuazione non è di per sé ostativa alla configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art.131 bis c.p., salve le ipotesi in cui il giudice la ritenga idonea in concreto ad integrare una o più delle condizioni tassativamente previste dalla suddetta disposizione per escludere la particolare tenuità dell’offesa o per qualificare il comportamento come abituale”;
  • “In presenza di più reati unificati dal vincolo della continuazione, la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto può essere riconosciuta dal giudice all’esito di una valutazione complessiva della fattispecie concreta che, salve le condizioni ostative previste dall’art. 131 bis c.p., tenga conto di una serie di indicatori rappresentati, in particolare, dalla natura e dalla gravità degli illeciti in continuazione, dalla tipologia di beni giuridici protetti, dall’entità delle disposizioni di legge violate dalle finalità e dalle modalità esecutive della condotta, dalle loro motivazioni e dalle conseguenze che ne sono derivate, dal periodo di tempo e dal contesto in cui le diverse violazioni si collocano, dall’intensità del dolo e dalla rilevanza attribuibile ai comportamenti successivi ai fatti”.    

Di conseguenza, l’esclusione di profili di incompatibilità strutturale tra il reato continuato e la particolare tenuità del fatto comporta la necessità di valutare caso per caso le condizioni e i presupposti di compatibilità di tale interrelazione.
Il giudice, in altri termini, deve accertare se, in concreto, la ricorrenza di una pluralità di condotte illecite frutto della medesima risoluzione criminosa presenti o meno i caratteri della particolare tenuità. Tale soluzione, inoltre, rifugge da rigidi automatismi e consente al giudicante di valutare tutte le esigenze del caso concreto, al fine di giustificare (rectius: non punire) anche la pluralità di violazione di norme di legge, commesse in attuazione del medesimo disegno criminoso, ma che risultano- in concreto- inoffensive.

art 131 cp e reato continuato

1. La questione rimessa alle Sezioni Unite

La questione di diritto sottoposta all’esame delle Sezioni Unite è stata formulata nei seguenti termini: “se la continuazione tra i reati sia di per sé sola ostativa all’applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ovvero lo sia solo in presenza di determinate condizioni”.
Prima di affrontare nel dettaglio la soluzione fornita dalle Sezioni Unite, occorre partire da alcune precisazioni terminologiche, al fine di illustrare la fattispecie di non punibilità prevista dall’ art. 131 bis c.p. nonché la disciplina del reato continuato di cui all’art. 81 c.p.

2. Non punibilità per particolare tenuità del fatto: breve analisi

L’art. 131 bis c.p. è stato introdotto dal legislatore nel 2015 (d.lgs. 28/2015, attuativo della legge delega n. 67/2014) per rispondere ad una duplice esigenza: da un lato, dare attuazione al principio di offensività (in concreto) e, dall’altro, deflazionare il carico giudiziario.  
L’art. 131 bis c.p. configura una “causa di non punibilità in senso stretto” (c.d. esimente), poiché il fatto, pur essendo tipico, antigiuridico e colpevole risulta non punibile per ragioni di opportunità politico-criminale, ossia evitare la repressione dei c.d. reati bagatellari.
La causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., applicabile ai sensi del primo comma ai soli reati per i quali è prevista una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni ovvero pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta, è configurabile in presenza di una duplice condizione: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.
Il primo dei due requisiti richiede, a sua volta, la specifica valutazione delle modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’art. 133 c.p., cui segue, in caso di vaglio positivo – e dunque nella sola ipotesi in cui si sia ritenuta la speciale tenuità dell’offesa – la verifica della non abitualità del comportamento, che il legislatore esclude nel caso in cui l’autore del reato sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto isolatamente considerato sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui i reati abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali o reiterate.
L’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà – anche in danno di animali- o ha adoperato sevizie o, ancora, ha approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima -anche in considerazione dell’età della persona offesa- ovvero ha cagionato, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona. Sono tutte ipotesi, per definizione, connotate da una particolare gravità dell’offesa, tali da costituire autonome circostanze aggravanti.
Ancora, l’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede per delitti, puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, ovvero nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il reato è commesso nei confronti di  un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’ipotesi di cui all’articolo 343.
L’esimente in esame non opera quando l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto isolatamente considerato sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (comma tre).
Da qui il problema della compatibilità del 131 bis c.p. con il c.d. reato continuato

3. Cenni sul reato continuato

L’istituto del reato continuato, disciplinato dall’ art. 81 c.p., rappresenta una particolare figura di concorso di reati, più precisamente di concorso materiale, punita meno severamente in considerazione del fatto che più reati sono commessi in esecuzione del “medesimo disegno criminoso”.
In tal caso, infatti, la legge prevede l’aumento fino al triplo della pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave, in luogo del criterio tradizionale del cumulo materiale (tot crimina tot poenae). Infatti, la pluralità di violazioni di legge, in attuazione di un medesimo disegno criminoso, è indice di una minore riprovevolezza complessiva dell’agente che, di conseguenza, giustifica un trattamento sanzionatorio più mite rispetto ai normali casi di concorso materiale dei reati.
Si tratta, tuttavia, di un assunto non pacifico in dottrina, poiché per altri autori, al contrario, la medesimezza del disegno criminoso è indice di un aggravamento, e non di una attenuazione della colpevolezza.
Ed invero, la commissione di una pluralità di reati da un lato e l’intensità dell’elemento psicologico dall’altro hanno indotto la giurisprudenza ad interrogarsi circa la compatibilità tra continuazione e particolare tenuità del fatto.

4. Applicabilità dell’art. 131 bis c.p. alla continuazione. Orientamenti giurisprudenziali

Sul punto si registrano diversi orientamenti giurisprudenziali.
Un primo indirizzo esclude la compatibilità tra la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto e la continuazione. Tale tesi viene affermata muovendo dall’assunto che il vincolo della continuazione appare espressione di un “comportamento abituale” per la reiterazione di condotte penalmente rilevanti, ossia di una forma di devianza non occasionale. In altri termini, non solo il reato continuato rientra espressamente tra le ipotesi di esclusione di cui all’art. 131 bis c.p. comma tre (“condotte plurime, abituali o reiterate”) ma è anche indice di una devianza non occasionale. Per tali ragioni, deve ritenersi ontologicamente incompatibile con la particolare tenuità dell’offesa.
Un secondo orientamento, al contrario, ritiene che non vi sia una incompatibilità astratta e assoluta tra continuazione e 131 bis c.p. ma la valutazione è rimessa alla discrezionalità del giudice.
Ed invero, anche l’autore del reato continuato può accedere alla predetta causa di non punibilità, dovendo il giudice verificare -in concreto- se il fatto, nella sua unitarietà, avuto riguardo alla natura degli illeciti unificati, alle modalità esecutive della condotta, all’intensità dell’elemento psicologico, al numero di disposizioni violate e agli interessi tutelati, sia meritevole o meno di un apprezzamento di speciale tenuità.
Ne discende che la logica antinomia tra reato continuato e particolare tenuità del fatto è rilevabile solo nel caso in cui le violazioni espressione del medesimo disegno criminoso siano in numero tale da costituire di per sé dimostrazione di una certa serialità nel delinquere ovvero di una progressione criminosa, indicative di una particolare intensità del dolo o della versatilità offensiva, tali da porre in essere un insanabile contrasto con il giudizio di particolare tenuità dell’offesa in tal modo arrecata, ovvero, in altre parole, ove detta reiterazione non sia espressiva di una chiara tendenza o inclinazione al crimine.  
Questo secondo orientamento, infatti, ritiene che debba essere il giudice a valutare, caso per caso, la compatibilità dell’esimente in esame con la continuazione, tenendo in considerazione una serie di fattori, quali: tipologie di reati commessi, numero di norme che si assumono violate, i beni giuridici protetti, l’intensità dell’elemento psicologico, gravità dell’offesa, contesto spazio-temporale di commissione del fatto, etc.
Ancora, altre decisioni distinguono tra continuazione “diacronica” (avente ad oggetto una pluralità di reati avvinti dalla continuazione ma commessi in contesti spazio temporali diversi) e “sincronica” (pluralità di reati commessi in un unico contesto spazio temporale) e considerano il 131 bis c.p. applicabile solo alla seconda ipotesi.
Infatti, la commissione di una pluralità di reati nello stesso contesto spazio- temporale ed in attuazione del medesimo disegno criminoso ben potrebbe conciliarsi con la minore riprovevolezza della continuazione.

5. La soluzione accolta dalle Sezioni Unite

Il Collegio con sentenza n. 18891/2022 accoglie la seconda impostazione, enunciando i seguenti principi di diritto:

  • “La pluralità di reati unificati nel vincolo della continuazione non è di per sé ostativa alla configurabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art.131 bis c.p., salve le ipotesi in cui il giudice la ritenga idonea in concreto ad integrare una o più delle condizioni tassativamente previste dalla suddetta disposizione per escludere la particolare tenuità dell’offesa o per qualificare il comportamento come abituale”;
  • “In presenza di più reati unificati dal vincolo della continuazione, la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto può essere riconosciuta dal giudice all’esito di una valutazione complessiva della fattispecie concreta che, salve le condizioni ostative previste dall’art. 131 bis c.p., tenga conto di una serie di indicatori rappresentati, in particolare, dalla natura e dalla gravità degli illeciti in continuazione, dalla tipologia di beni giuridici protetti, dall’entità delle disposizioni di legge violate dalle finalità e dalle modalità esecutive della condotta, dalle loro motivazioni e dalle conseguenze che ne sono derivate, dal periodo di tempo e dal contesto in cui le diverse violazioni si collocano, dall’intensità del dolo e dalla rilevanza attribuibile ai comportamenti successivi ai fatti”.    

Di conseguenza, l’esclusione di profili di incompatibilità strutturale tra il reato continuato e la particolare tenuità del fatto comporta la necessità di valutare caso per caso le condizioni e i presupposti di compatibilità di tale interrelazione.
Il giudice, in altri termini, deve accertare se, in concreto, la ricorrenza di una pluralità di condotte illecite frutto della medesima risoluzione criminosa presenti o meno i caratteri della particolare tenuità. Tale soluzione, inoltre, rifugge da rigidi automatismi e consente al giudicante di valutare tutte le esigenze del caso concreto, al fine di giustificare (rectius: non punire) anche la pluralità di violazione di norme di legge, commesse in attuazione del medesimo disegno criminoso, ma che risultano- in concreto- inoffensive.

Note

Giurisprudenza

  • Cassazione penale, Sezioni Unite n. 18891/2022
  • Cassazione penale, Sezione III n. 18154/2021.

Bibliografia

Fiandaca Musco, diritto penale parte generale, ottava edizione;
Lattanzi, Codice penale annotato con la giurisprudenza, edizione 2021, Giuffrè

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