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Reati informatici con particolare riguardo alla figura del revenge porn

Articolo a cura dell’Avv.ssa Anna Adele Giancristofaro

La tecnologia è il motore del mondo.
Oramai tutto ruota attorno ad essa e le insidie che vi si possono celare sono numerose.
Infatti, sempre più spesso gli strumenti informatici o telematici vengono usati per commettere crimini a danno di comuni cittadini.

reati informatici

Parliamo dei c.d. “REATI INFORMATICI” (o secondo il termine inglese cyber crimes) i quali, sono, per l’appunto, quei reati perpetrati attraverso l’uso di strumenti tecnologici informatici o telematici.Da tempo si è fatta strada l’esigenza di trovare una tutela per le vittime di tali reati[1].
A tal proposito, è stata emanata la legge n. 547 del 1993[2] che è intervenuta sulle norme del codice penale e del codice di procedura penale in tema di crimini informatici, introducendo numerose novità a livello legislativo.
Successivamente, con legge 18 marzo 2008 n. 48 è stata ratificata la Convenzione di Budapest 23 novembre 2001 del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, il primo accordo internazionale concernente i crimini commessi attraverso internet o altre reti informatiche, avente come obiettivo quello di realizzare una politica comune fra gli Stati membri, attraverso l’adozione di una legislazione che consenta di combattere il crimine informatico in maniera coordinata.
Tale legge è intervenuta nel codice penale sostituendo l’art. 615-quinquies rubricato “Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico”, l’art. 635-bis c.p. “Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici” ed introducendo ulteriori tre fattispecie di reato, l’ art. 635-ter “Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità”, l’ art. 635-quater “Danneggiamento di sistemi informatici o telematici” e l’art. 635-quinquies “Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità”, denominate come digital crimes.
Il decreto legislativo 10 aprile 2018 n.36, poi, è intervenuto su altre norme del codice penale riguardanti i reati informatici, introducendo un ulteriore comma agli artt. 617-ter “Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, 617-sexies “Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, 619 “Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza commesse da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni” e 620 “Rivelazione del contenuto di corrispondenza, commessa da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni”.
Da ultimo la legge 19 luglio 2019 n. 69 (nota come Codice Rosso[3]) ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-ter rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, c.d. REVENGE PORN.
La nostra l’analisi verterà principalmente su quest’ultima e recente figura delittuosa.
Il reato di “revenge porn” o anche definito come “pornografia non consensuale” consiste nella diffusione illecita di video e foto pornografici o comunque sessualmente espliciti di una persona senza il suo consenso.
La norma di cui all’articolo 612-ter c.p. così recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.
Tale norma introduce, al I ed al II comma, due fattispecie di reato diverse ed è stata introdotta al fine di reprimere un fenomeno sempre più diffuso negli ultimi tempi.
Innanzitutto la clausola iniziale “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” è stata inserita per evitare il concorso apparente di norme, nonché l’assorbimento di un reato nell’altro in aderenza ai principi di sussidiarietà o di consunzione.
La condotta tipica è composta, in primo luogo, da un antefatto (anche non punibile) ossia la realizzazione o la sottrazione di immagini o video dal contenuto “sessualmente esplicito”, destinato a rimanere privato e la successiva “pubblicazione” o “diffusione” senza il consenso delle persone rappresentate.
Fondamentale è proprio la mancanza del consenso della vittima alla pubblicazione di tali contenuti.
Il II comma punisce, invece, chi riceve o acquisisce il materiale intimo e pone in essere le condotte del I comma senza il consenso delle persone riprese, ma con il precipuo fine di “recare loro nocumento”.
In tali ipotesi, pertanto, la vittima si ritrova ad essere violata nella sua intimità e costretta a subìre una gogna mediatica per il solo fatto di essere la persona ritratta in quelle immagini o di aver girato dei video, destinati inizialmente a rimanere nella sua sfera privata o comunque solo tra la stessa ed un eventuale partner.
Molto spesso queste vittime non riescono a sopportare il peso di tale violazione e non vedendosi, al contempo, tutelate arrivano addirittura a compiere gesti estremi[4].
Quanto alle modalità di diffusione di tali contenuti pornografici questi vengono, di solito, linkati sulle pagine social della vittima, o caricati su appositi siti web (come ad es. pornhub) o su pagine create ad hoc o vengono fatti girare su whatsapp o telegram[5], spesso incoraggiando chi visualizza a scaricare, condividere con altre persone e commentare, diffondendosi ad una velocità rapidissima.
A questo punto viene da chiedersi come il reo si trovi in possesso di tale materiale pornografico.
Questo, infatti, può essere carpito in diversi modi:
– mediante il c.d “sexting” ovvero la vittima si fa dei selfie o dei video con il telefono cellulare o con altri mezzi in pose intime o magari in costume e successivamente le invia a terzi, anche via webcam;
– mediante la registrazione di immagini intime durante un rapporto sessuale con il consenso della vittima;
– mediante la ripresa della vittima per mezzo di telecamere nascoste (spycam) posizionate magari in luoghi frequentati dalla stessa (ad es. spogliatoi) che la ritraggono in momenti intimi;
– attraverso l’hacking dello spazio cloud della vittima (icloud, gmail, ecc..) ovvero del dispositivo (smartphone, ecc.) anche con la consegna spontanea di quest’ultimo (es. un telefono o un pc in assistenza).
Per quanto concerne la giurisprudenza della Corte di Cassazione questa, già prima dell’emanazione della normativa ad hoc in tema di revenge porn, ha anticipato la tutela nei confronti delle vittime di tale reato.
Infatti, con un una recente pronuncia[6] i giudici della Suprema Corte hanno confermato la sentenza di condanna resa dalla Corte di Appello nei confronti di un uomo, reo di aver diffuso in rete video intimi della sua ex e sul luogo di lavori biglietti denigratori rivolti alla donna, per i reati di atti persecutori (stalking), diffamazione aggravata e trattamento illecito di dati personali. Questa sentenza, come già su anticipato, ha il pregio di esplicitare, per la prima volta, la figura del revenge porn: “L’uomo, con ottime competenze informatiche, postando sette video intimi e denigratori aveva interesse a creare alla ex una situazione di turbamento esistenziale scaturente dall’essere additata, e addirittura ricercata, come persona disponibile ad incontri sessuali occasionali e perversi con sconosciuti. Tale condotta integra gli estremi della revenge porn”[7].
In attesa di nuovi interventi giurisprudenziali sul tema, ci si auspica che la repressione normativa di tali condotte funga da deterrente per i potenziali rei.


[1] Tale esigenza è emersa già dalla fine degli anni Ottanta
[2] Intitolata “Modificazioni ed integrazioni alle norme del Codice Penale e del codice di procedura penale in tema di criminalità informatica”
[3] Recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”
[4] Si pensi al noto e tragico caso di Tiziana Cantone, giovane ragazza dell’hinterland napoletano, che si suicidò nel settembre 2016, in seguito alla diffusione, senza il suo consenso, di video hot che la ritraevano
[5] E’ il social network dove viene immesso e fatto circolare questo materiale è soprattutto Telegram, piattaforma da 400 milioni di utenti fondata in Russia e oggi con sede a Dubai
[6] Cfr. Corte di Cassazione, sentenza del 2019 n. 30455
[7] Fonte: https://milano.fanpage.it/milano-lei-lo-lascia-e-lui-diffonde-video-intimi-e-frasi-denigratorie-condannato-per-revenge-porn/

reati informatici

Parliamo dei c.d. “REATI INFORMATICI” (o secondo il termine inglese cyber crimes) i quali, sono, per l’appunto, quei reati perpetrati attraverso l’uso di strumenti tecnologici informatici o telematici.Da tempo si è fatta strada l’esigenza di trovare una tutela per le vittime di tali reati[1].
A tal proposito, è stata emanata la legge n. 547 del 1993[2] che è intervenuta sulle norme del codice penale e del codice di procedura penale in tema di crimini informatici, introducendo numerose novità a livello legislativo.
Successivamente, con legge 18 marzo 2008 n. 48 è stata ratificata la Convenzione di Budapest 23 novembre 2001 del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, il primo accordo internazionale concernente i crimini commessi attraverso internet o altre reti informatiche, avente come obiettivo quello di realizzare una politica comune fra gli Stati membri, attraverso l’adozione di una legislazione che consenta di combattere il crimine informatico in maniera coordinata.
Tale legge è intervenuta nel codice penale sostituendo l’art. 615-quinquies rubricato “Diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico”, l’art. 635-bis c.p. “Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici” ed introducendo ulteriori tre fattispecie di reato, l’ art. 635-ter “Danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici utilizzati dallo Stato o da altro ente pubblico o comunque di pubblica utilità”, l’ art. 635-quater “Danneggiamento di sistemi informatici o telematici” e l’art. 635-quinquies “Danneggiamento di sistemi informatici o telematici di pubblica utilità”, denominate come digital crimes.
Il decreto legislativo 10 aprile 2018 n.36, poi, è intervenuto su altre norme del codice penale riguardanti i reati informatici, introducendo un ulteriore comma agli artt. 617-ter “Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche”, 617-sexies “Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, 619 “Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza commesse da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni” e 620 “Rivelazione del contenuto di corrispondenza, commessa da persona addetta al servizio delle poste, dei telegrafi o dei telefoni”.
Da ultimo la legge 19 luglio 2019 n. 69 (nota come Codice Rosso[3]) ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-ter rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, c.d. REVENGE PORN.
La nostra l’analisi verterà principalmente su quest’ultima e recente figura delittuosa.
Il reato di “revenge porn” o anche definito come “pornografia non consensuale” consiste nella diffusione illecita di video e foto pornografici o comunque sessualmente espliciti di una persona senza il suo consenso.
La norma di cui all’articolo 612-ter c.p. così recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.
Tale norma introduce, al I ed al II comma, due fattispecie di reato diverse ed è stata introdotta al fine di reprimere un fenomeno sempre più diffuso negli ultimi tempi.
Innanzitutto la clausola iniziale “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” è stata inserita per evitare il concorso apparente di norme, nonché l’assorbimento di un reato nell’altro in aderenza ai principi di sussidiarietà o di consunzione.
La condotta tipica è composta, in primo luogo, da un antefatto (anche non punibile) ossia la realizzazione o la sottrazione di immagini o video dal contenuto “sessualmente esplicito”, destinato a rimanere privato e la successiva “pubblicazione” o “diffusione” senza il consenso delle persone rappresentate.
Fondamentale è proprio la mancanza del consenso della vittima alla pubblicazione di tali contenuti.
Il II comma punisce, invece, chi riceve o acquisisce il materiale intimo e pone in essere le condotte del I comma senza il consenso delle persone riprese, ma con il precipuo fine di “recare loro nocumento”.
In tali ipotesi, pertanto, la vittima si ritrova ad essere violata nella sua intimità e costretta a subìre una gogna mediatica per il solo fatto di essere la persona ritratta in quelle immagini o di aver girato dei video, destinati inizialmente a rimanere nella sua sfera privata o comunque solo tra la stessa ed un eventuale partner.
Molto spesso queste vittime non riescono a sopportare il peso di tale violazione e non vedendosi, al contempo, tutelate arrivano addirittura a compiere gesti estremi[4].
Quanto alle modalità di diffusione di tali contenuti pornografici questi vengono, di solito, linkati sulle pagine social della vittima, o caricati su appositi siti web (come ad es. pornhub) o su pagine create ad hoc o vengono fatti girare su whatsapp o telegram[5], spesso incoraggiando chi visualizza a scaricare, condividere con altre persone e commentare, diffondendosi ad una velocità rapidissima.
A questo punto viene da chiedersi come il reo si trovi in possesso di tale materiale pornografico.
Questo, infatti, può essere carpito in diversi modi:
– mediante il c.d “sexting” ovvero la vittima si fa dei selfie o dei video con il telefono cellulare o con altri mezzi in pose intime o magari in costume e successivamente le invia a terzi, anche via webcam;
– mediante la registrazione di immagini intime durante un rapporto sessuale con il consenso della vittima;
– mediante la ripresa della vittima per mezzo di telecamere nascoste (spycam) posizionate magari in luoghi frequentati dalla stessa (ad es. spogliatoi) che la ritraggono in momenti intimi;
– attraverso l’hacking dello spazio cloud della vittima (icloud, gmail, ecc..) ovvero del dispositivo (smartphone, ecc.) anche con la consegna spontanea di quest’ultimo (es. un telefono o un pc in assistenza).
Per quanto concerne la giurisprudenza della Corte di Cassazione questa, già prima dell’emanazione della normativa ad hoc in tema di revenge porn, ha anticipato la tutela nei confronti delle vittime di tale reato.
Infatti, con un una recente pronuncia[6] i giudici della Suprema Corte hanno confermato la sentenza di condanna resa dalla Corte di Appello nei confronti di un uomo, reo di aver diffuso in rete video intimi della sua ex e sul luogo di lavori biglietti denigratori rivolti alla donna, per i reati di atti persecutori (stalking), diffamazione aggravata e trattamento illecito di dati personali. Questa sentenza, come già su anticipato, ha il pregio di esplicitare, per la prima volta, la figura del revenge porn: “L’uomo, con ottime competenze informatiche, postando sette video intimi e denigratori aveva interesse a creare alla ex una situazione di turbamento esistenziale scaturente dall’essere additata, e addirittura ricercata, come persona disponibile ad incontri sessuali occasionali e perversi con sconosciuti. Tale condotta integra gli estremi della revenge porn”[7].
In attesa di nuovi interventi giurisprudenziali sul tema, ci si auspica che la repressione normativa di tali condotte funga da deterrente per i potenziali rei.


[1] Tale esigenza è emersa già dalla fine degli anni Ottanta
[2] Intitolata “Modificazioni ed integrazioni alle norme del Codice Penale e del codice di procedura penale in tema di criminalità informatica”
[3] Recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”
[4] Si pensi al noto e tragico caso di Tiziana Cantone, giovane ragazza dell’hinterland napoletano, che si suicidò nel settembre 2016, in seguito alla diffusione, senza il suo consenso, di video hot che la ritraevano
[5] E’ il social network dove viene immesso e fatto circolare questo materiale è soprattutto Telegram, piattaforma da 400 milioni di utenti fondata in Russia e oggi con sede a Dubai
[6] Cfr. Corte di Cassazione, sentenza del 2019 n. 30455
[7] Fonte: https://milano.fanpage.it/milano-lei-lo-lascia-e-lui-diffonde-video-intimi-e-frasi-denigratorie-condannato-per-revenge-porn/

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