L’IA nel Diritto: res o soggetto?

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Articolo a cura del Dottor Luca Strazzera

intelligenza artificiale

1. La sfida dell’Intelligenza Artificiale

Essere giuristi comporta saper fronteggiare le novità e le incertezze. Ciò è ancor più vero in un’epoca come quella attuale, in cui le conoscenze appaiono così instabili e in costante evoluzione. Si pensi al progresso tecnologico e, in particolare, all’Intelligenza Artificiale (IA): sono moltissime le sfide che questa tecnologia si appresta a lanciare ai giuristi, motivo per cui occorre muoversi d’anticipo per non rischiare di venire colti di sorpresa.
I potenziali problemi sono di assoluto rilievo pratico: chi risponderà del danno causato da un’entità non umana, capace di prendere decisioni autonome e le cui azioni possono risultare imprevedibili anche per i suoi stessi creatori? Quale sorte avrebbe il contratto concluso da un’IA per conto di un umano? Quali diritti e doveri riconoscere in capo agli sviluppatori, proprietari o utilizzatori del software, o in capo all’IA stessa?
Qualche primo passo verso la regolamentazione del fenomeno è stato mosso dal legislatore europeo, soprattutto con la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla Robotica (2017) e con il pacchetto Shaping Europe’s Digital Future della Commissione Europea (2020) (1).
Due interventi molto differenti ma che rivelano un problema preliminare di fondamentale importanza: come si dovrebbe qualificare giuridicamente tale tecnologia?
Un robot intelligente e autonomo resta pur sempre una res, al pari di una calcolatrice, oppure è qualcosa di più? Nella citata Risoluzione, il Parlamento Europeo invitava la Commissione a valutare l’adozione di una personalità elettronica per i robot più sofisticati, soprattutto al fine di imputare direttamente in capo ad essi la responsabilità per i danni (2). Un invito (per ora) non accolto dalla Commissione, la quale nei suoi interventi non prende in considerazione la creazione di soggetti digitali, dando per scontato che l’IA sia un oggetto. Invero il tema è di fondamentale importanza, in quanto è evidente che la qualificazione giuridica di un software autonomo, quale res o soggetto, è propedeutica alla ricostruzione della disciplina applicabile: ad esempio, essa incide sull’imputabilità di un atto o di una situazione giuridica soggettiva, sulla ricostruzione degli elementi soggettivi rilevanti (volizione, colpa, dolo, etc.), nonché sull’individuazione della sfera giuridica interessata dagli effetti dei “comportamenti” del software. Ciò non è possibile senza prima recidere il nodo gordiano della natura giuridica dell’IA.

2.  Il soggetto giuridico

Innanzitutto è necessario comprendere cosa sia, in diritto, un soggetto: esso viene solitamente definito dalla dottrina come «ogni centro di imputazioni giuridiche» (3).
Trattasi di una definizione formale che, se isolata, non permette di comprendere quali entità fisiche (cose, animali, esseri umani) possano o no essere considerate come soggetti giuridici.
Alcuni, tuttavia, ritengono che la soggettività giuridica sia una convenzione e che qualsiasi entità, a prescindere dalle sue caratteristiche fisiche o spirituali, possa essere definita arbitrariamente dal legislatore come un titolare di situazioni giuridiche (4). La definizione di soggetto, dunque, non potrebbe che essere meramente formale.
Altri, invece, ritengono che la soggettività giuridica possa essere riconosciuta soltanto in presenza di certi attributi, quali ad esempio l’anima, l’intelligenza, il libero arbitrio, etc. In particolare, questa seconda impostazione si basa sul confronto con le discipline extragiuridiche (filosofia, sociologia, religione, scienza). La definizione di soggetto si connota così di caratteri sostanziali, dalla cui presenza o assenza dipenderebbe la possibilità di attribuire diritti e doveri a un’entità (5).

3.  Segue: IA e soggettività giuridica

Può, quindi, l’IA essere un soggetto giuridico?
È chiaro che, adottando una concezione meramente formale della soggettività giuridica, la risposta sarebbe astrattamente affermativa: ciò dipenderebbe esclusivamente dall’arbitrio del legislatore, che ben potrebbe decidere di fare di un software un centro di imputazioni giuridiche. Al contrario, diviene complesso rispondere se si opti per una definizione di tipo sostanziale, in quanto occorrerebbe definire i caratteri empirici e ontologici di un soggetto giuridico e valutare se l’IA li possieda. In quest’ottica, vari Autori ritengono che un software non potrebbe essere riconosciuto come un soggetto in quanto non possiederebbe, alternativamente, un’anima, il libero arbitrio, le emozioni, la coscienza o degli interessi propri (6). Questi argomenti sono presentati come dirimenti e insormontabili, perché in assenza di tali caratteristiche non si avrebbe un’entità indipendente sul piano ontologico, portatrice di propri interessi giuridici e in sé meritevole di tutela da parte dell’ordinamento. In quanto mero strumento degli umani, quindi, l’IA non potrebbe che essere una res.
Altri, invece, ragionano diversamente: un soggetto giuridico non sarebbe tale in funzione di certe sue caratteristiche ontologiche intrinseche, bensì in virtù delle sue capacità cognitive e relazionali, che portano gli altri attori sociali a riconoscere quell’entità come un soggetto (7). In particolare, ciò avverrebbe quando un’entità appaia in grado di agire secondo criteri razionali, in funzione di obiettivi, e di comunicare con gli altri soggetti. Ad esempio, gli enti giuridici non sarebbero soggetti sociali e giuridici in quanto formati da umani o, come altri sostengono, in virtù di una mera finzione giuridica, bensì in quanto si presentano come organizzazioni complesse, capaci di agire razionalmente e di instaurare comunicazioni con altri soggetti (ad esempio per tramite dei propri rappresentanti legali). Per quanto una s.p.a. sia priva di braccia, cervello o anima, quindi, essa si personificherebbe in virtù delle sue capacità sociali, le quali vengono riconosciute giuridicamente. Ciò che avviene al suo interno, invece, come ad esempio i concreti processi decisionali (assemblee, delibere, etc.), non rileverebbe al fine di individuare il soggetto sociale e giuridico, così come non sarebbero rilevanti i processi mentali e psicologici di una persona fisica.
Questa diversa concezione di soggetto giuridico, pertanto, si concentra sul solo dato empirico e fenomenico, senza considerare caratteri ontologici sfuggenti, di difficile definizione e identificazione: non è facile capire cosa sia l’anima, o la coscienza, ed è filosoficamente incerta l’esistenza del libero arbitrio. Né, del resto, sembra che alcuni potenziali criteri ontologici, come le emozioni o la capacità di autodeterminarsi e avere propri interessi, siano sempre presenti in alcune entità che, senza dubbio, godono della soggettività giuridica: si pensi ancora una volta agli enti giuridici, certamente privi quantomeno di anima ed emozioni, oppure a persone fisiche in condizioni particolari, come il comatoso, del cui stato di coscienza si può dubitare.
Se a rilevare fossero soltanto le capacità relazionali e cognitive, in buona sostanza, si aprirebbero ampi spazi per la soggettività giuridica delle IA più avanzate.

4.  Conclusioni

La risposta al problema della natura giuridica dell’IA dipende, dunque, da vari fattori: in primis dalle premesse ideologiche che si ritiene di condividere, in particolare dalla definizione di soggetto giuridico adottata; inoltre, dalle caratteristiche della specifica IA considerata, a seconda che integri o meno i requisiti ritenuti necessari in un soggetto giuridico (caratteristiche fisiche o spirituali, oppure abilità comunicative e razionali sufficienti).
Non si possono, poi, sottovalutare le esigenze pratiche e i valori morali dell’ordinamento: è efficiente riconoscere diritti e doveri direttamente in capo a un’IA, al fine di agevolare i traffici e di garantire migliori tutele? E inoltre: è moralmente giusto riconoscere una forma di soggettività giuridica a entità non umane e non biologiche?
Vi sono molteplici aspetti, dunque, da considerare. Ad ogni modo, nell’affrontare questo nuovo tema di riflessione sembra preferibile un atteggiamento libero da pregiudizi antropocentrici e morali, che possano portare a circoscrivere la soggettività giuridica ai soli esseri umani (singoli o associati) sulla base di argomenti evanescenti, quali la necessità dell’anima o della coscienza. Parrebbe accettabile, invece, adottare una definizione più elastica ed empirica di soggetto giuridico, fondata sulle capacità comunicative e sul riconoscimento sociale. Se questa prospettiva divenisse sufficientemente condivisa sarebbe ben possibile, dunque, ragionare sulla possibilità concreta che un’IA evoluta venga riconosciuta come un soggetto del nostro ordinamento.


(1) MORELLI C., Intelligenza artificiale, il “nuovo” ordinamento dell’Unione Europea, in Altalex – quotidiano di informazione giuridica, www.altalex.com;
(2) Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL)), punto 59;
(3) BIANCA C.M., Diritto civile, I, La norma giuridica. I soggetti, Milano, 2002, p. 135 ss.;
(4) KELSEN H., Lineamenti di dottrina pura del diritto, trad. a cura di TREVES R., Torino, 1952, p. 79 ss.;
(5) NAFFINE N., Who are Law’s Persons? From Cheshire Cats to Responsabile Subjects, in Modern Law Review, Hoboken, 2003, 3, p. 346 ss.;
(6) Per tutti:
– TADDEI ELMI G., ROMANO F., Il robot tra ius condendum e ius conditum, in Informatica e diritto, 2016, Napoli, 1, p. 116 ss.;
– RUFFOLO U., La “personalità elettronica”, in Intelligenza artificiale. Il diritto, i diritti, l’etica, a cura di ID., Milano, 2020, p. 219 ss.;
(7) Per tutti:
– TEUBNER G., Soggetti giuridici digitali? Sullo status privatistico degli agenti software autonomi, Napoli, 2019;
– CHOPRA S, WHITE L., A Legal Theory for Autonomous Artificial Agents, Ann Arbor, 2011.

intelligenza artificiale

1. La sfida dell’Intelligenza Artificiale

Essere giuristi comporta saper fronteggiare le novità e le incertezze. Ciò è ancor più vero in un’epoca come quella attuale, in cui le conoscenze appaiono così instabili e in costante evoluzione. Si pensi al progresso tecnologico e, in particolare, all’Intelligenza Artificiale (IA): sono moltissime le sfide che questa tecnologia si appresta a lanciare ai giuristi, motivo per cui occorre muoversi d’anticipo per non rischiare di venire colti di sorpresa.
I potenziali problemi sono di assoluto rilievo pratico: chi risponderà del danno causato da un’entità non umana, capace di prendere decisioni autonome e le cui azioni possono risultare imprevedibili anche per i suoi stessi creatori? Quale sorte avrebbe il contratto concluso da un’IA per conto di un umano? Quali diritti e doveri riconoscere in capo agli sviluppatori, proprietari o utilizzatori del software, o in capo all’IA stessa?
Qualche primo passo verso la regolamentazione del fenomeno è stato mosso dal legislatore europeo, soprattutto con la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla Robotica (2017) e con il pacchetto Shaping Europe’s Digital Future della Commissione Europea (2020) (1).
Due interventi molto differenti ma che rivelano un problema preliminare di fondamentale importanza: come si dovrebbe qualificare giuridicamente tale tecnologia?
Un robot intelligente e autonomo resta pur sempre una res, al pari di una calcolatrice, oppure è qualcosa di più? Nella citata Risoluzione, il Parlamento Europeo invitava la Commissione a valutare l’adozione di una personalità elettronica per i robot più sofisticati, soprattutto al fine di imputare direttamente in capo ad essi la responsabilità per i danni (2). Un invito (per ora) non accolto dalla Commissione, la quale nei suoi interventi non prende in considerazione la creazione di soggetti digitali, dando per scontato che l’IA sia un oggetto. Invero il tema è di fondamentale importanza, in quanto è evidente che la qualificazione giuridica di un software autonomo, quale res o soggetto, è propedeutica alla ricostruzione della disciplina applicabile: ad esempio, essa incide sull’imputabilità di un atto o di una situazione giuridica soggettiva, sulla ricostruzione degli elementi soggettivi rilevanti (volizione, colpa, dolo, etc.), nonché sull’individuazione della sfera giuridica interessata dagli effetti dei “comportamenti” del software. Ciò non è possibile senza prima recidere il nodo gordiano della natura giuridica dell’IA.

2.  Il soggetto giuridico

Innanzitutto è necessario comprendere cosa sia, in diritto, un soggetto: esso viene solitamente definito dalla dottrina come «ogni centro di imputazioni giuridiche» (3).
Trattasi di una definizione formale che, se isolata, non permette di comprendere quali entità fisiche (cose, animali, esseri umani) possano o no essere considerate come soggetti giuridici.
Alcuni, tuttavia, ritengono che la soggettività giuridica sia una convenzione e che qualsiasi entità, a prescindere dalle sue caratteristiche fisiche o spirituali, possa essere definita arbitrariamente dal legislatore come un titolare di situazioni giuridiche (4). La definizione di soggetto, dunque, non potrebbe che essere meramente formale.
Altri, invece, ritengono che la soggettività giuridica possa essere riconosciuta soltanto in presenza di certi attributi, quali ad esempio l’anima, l’intelligenza, il libero arbitrio, etc. In particolare, questa seconda impostazione si basa sul confronto con le discipline extragiuridiche (filosofia, sociologia, religione, scienza). La definizione di soggetto si connota così di caratteri sostanziali, dalla cui presenza o assenza dipenderebbe la possibilità di attribuire diritti e doveri a un’entità (5).

3.  Segue: IA e soggettività giuridica

Può, quindi, l’IA essere un soggetto giuridico?
È chiaro che, adottando una concezione meramente formale della soggettività giuridica, la risposta sarebbe astrattamente affermativa: ciò dipenderebbe esclusivamente dall’arbitrio del legislatore, che ben potrebbe decidere di fare di un software un centro di imputazioni giuridiche. Al contrario, diviene complesso rispondere se si opti per una definizione di tipo sostanziale, in quanto occorrerebbe definire i caratteri empirici e ontologici di un soggetto giuridico e valutare se l’IA li possieda. In quest’ottica, vari Autori ritengono che un software non potrebbe essere riconosciuto come un soggetto in quanto non possiederebbe, alternativamente, un’anima, il libero arbitrio, le emozioni, la coscienza o degli interessi propri (6). Questi argomenti sono presentati come dirimenti e insormontabili, perché in assenza di tali caratteristiche non si avrebbe un’entità indipendente sul piano ontologico, portatrice di propri interessi giuridici e in sé meritevole di tutela da parte dell’ordinamento. In quanto mero strumento degli umani, quindi, l’IA non potrebbe che essere una res.
Altri, invece, ragionano diversamente: un soggetto giuridico non sarebbe tale in funzione di certe sue caratteristiche ontologiche intrinseche, bensì in virtù delle sue capacità cognitive e relazionali, che portano gli altri attori sociali a riconoscere quell’entità come un soggetto (7). In particolare, ciò avverrebbe quando un’entità appaia in grado di agire secondo criteri razionali, in funzione di obiettivi, e di comunicare con gli altri soggetti. Ad esempio, gli enti giuridici non sarebbero soggetti sociali e giuridici in quanto formati da umani o, come altri sostengono, in virtù di una mera finzione giuridica, bensì in quanto si presentano come organizzazioni complesse, capaci di agire razionalmente e di instaurare comunicazioni con altri soggetti (ad esempio per tramite dei propri rappresentanti legali). Per quanto una s.p.a. sia priva di braccia, cervello o anima, quindi, essa si personificherebbe in virtù delle sue capacità sociali, le quali vengono riconosciute giuridicamente. Ciò che avviene al suo interno, invece, come ad esempio i concreti processi decisionali (assemblee, delibere, etc.), non rileverebbe al fine di individuare il soggetto sociale e giuridico, così come non sarebbero rilevanti i processi mentali e psicologici di una persona fisica.
Questa diversa concezione di soggetto giuridico, pertanto, si concentra sul solo dato empirico e fenomenico, senza considerare caratteri ontologici sfuggenti, di difficile definizione e identificazione: non è facile capire cosa sia l’anima, o la coscienza, ed è filosoficamente incerta l’esistenza del libero arbitrio. Né, del resto, sembra che alcuni potenziali criteri ontologici, come le emozioni o la capacità di autodeterminarsi e avere propri interessi, siano sempre presenti in alcune entità che, senza dubbio, godono della soggettività giuridica: si pensi ancora una volta agli enti giuridici, certamente privi quantomeno di anima ed emozioni, oppure a persone fisiche in condizioni particolari, come il comatoso, del cui stato di coscienza si può dubitare.
Se a rilevare fossero soltanto le capacità relazionali e cognitive, in buona sostanza, si aprirebbero ampi spazi per la soggettività giuridica delle IA più avanzate.

4.  Conclusioni

La risposta al problema della natura giuridica dell’IA dipende, dunque, da vari fattori: in primis dalle premesse ideologiche che si ritiene di condividere, in particolare dalla definizione di soggetto giuridico adottata; inoltre, dalle caratteristiche della specifica IA considerata, a seconda che integri o meno i requisiti ritenuti necessari in un soggetto giuridico (caratteristiche fisiche o spirituali, oppure abilità comunicative e razionali sufficienti).
Non si possono, poi, sottovalutare le esigenze pratiche e i valori morali dell’ordinamento: è efficiente riconoscere diritti e doveri direttamente in capo a un’IA, al fine di agevolare i traffici e di garantire migliori tutele? E inoltre: è moralmente giusto riconoscere una forma di soggettività giuridica a entità non umane e non biologiche?
Vi sono molteplici aspetti, dunque, da considerare. Ad ogni modo, nell’affrontare questo nuovo tema di riflessione sembra preferibile un atteggiamento libero da pregiudizi antropocentrici e morali, che possano portare a circoscrivere la soggettività giuridica ai soli esseri umani (singoli o associati) sulla base di argomenti evanescenti, quali la necessità dell’anima o della coscienza. Parrebbe accettabile, invece, adottare una definizione più elastica ed empirica di soggetto giuridico, fondata sulle capacità comunicative e sul riconoscimento sociale. Se questa prospettiva divenisse sufficientemente condivisa sarebbe ben possibile, dunque, ragionare sulla possibilità concreta che un’IA evoluta venga riconosciuta come un soggetto del nostro ordinamento.


(1) MORELLI C., Intelligenza artificiale, il “nuovo” ordinamento dell’Unione Europea, in Altalex – quotidiano di informazione giuridica, www.altalex.com;
(2) Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2103(INL)), punto 59;
(3) BIANCA C.M., Diritto civile, I, La norma giuridica. I soggetti, Milano, 2002, p. 135 ss.;
(4) KELSEN H., Lineamenti di dottrina pura del diritto, trad. a cura di TREVES R., Torino, 1952, p. 79 ss.;
(5) NAFFINE N., Who are Law’s Persons? From Cheshire Cats to Responsabile Subjects, in Modern Law Review, Hoboken, 2003, 3, p. 346 ss.;
(6) Per tutti:
– TADDEI ELMI G., ROMANO F., Il robot tra ius condendum e ius conditum, in Informatica e diritto, 2016, Napoli, 1, p. 116 ss.;
– RUFFOLO U., La “personalità elettronica”, in Intelligenza artificiale. Il diritto, i diritti, l’etica, a cura di ID., Milano, 2020, p. 219 ss.;
(7) Per tutti:
– TEUBNER G., Soggetti giuridici digitali? Sullo status privatistico degli agenti software autonomi, Napoli, 2019;
– CHOPRA S, WHITE L., A Legal Theory for Autonomous Artificial Agents, Ann Arbor, 2011.

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