La diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, c.d. Revenge Porn

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Il revenge porn consiste nella diffusione di immagini e video sessualmente espliciti di una persona senza che vi sia il suo consenso. Complice della diffusione del fenomeno è l’uso della rete grazie alla quale la condivisione delle immagini avviene con estrema facilità raggiungendo in poco tempo una vasta gamma di destinatari.

revenge porn

Indice

1. Definizione e fenomenologia del reato
2. Il revenge porn consensuale e non consensuale
3. Il quadro normativo italiano

1. Definizione e fenomenologia del reato

Il fenomeno della diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, conosciuto da tempo nei paesi di common law con l’espressione “revenge porn”, è stato effettivamente preso in considerazione in Italia solamente con la drammatica vicenda di Tiziana Cantone, morta suicida nel settembre del 2016. La ragazza, trentunenne dell’hinterland napoletano, diventa nota in seguito alla diffusione virale di alcuni video nei quali è ritratta mentre compie atti sessuali. La dinamica dei fatti non è chiara ma pare che la ragazza sia stata convinta dal proprio fidanzato ad avere rapporti sessuali con altri uomini ed a filmarli. Ancor meno chiare sono le modalità con le quali i video passano dalla esclusiva disponibilità della coppia alla libera circolazione sui dispositivi elettronici di milioni di italiani. Secondo una prima ipotesi sarebbe stata la stessa Tiziana ad inviare, su pressione del fidanzato, i video ai quattro amici di lui, i quali poi lo avrebbero diffuso senza il suo consenso. Secondo un’altra, più recente, ricostruzione, sarebbe invece stato direttamente l’uomo a condividere i video e ad accusare poi falsamente i quattro amici. Ad ogni modo, la settimana dopo essere stati registrati (aprile 2015), i video sono “in rete” su un portale hard ed in pochi giorni diventano popolarissimi.

2. Il revenge porn consensuale e non consensuale

Nel “revenge porn”, autore del reato è in via esclusiva l’ex partner che, con la finalità di ottenere vendetta, pubblica immagini intime, ritraenti colui che ha posto fine alla relazione sentimentale e destinate a rimanere private. Maturando nell’ambito di una storia d’amore, questa forma di pornografia non può che essere “casalinga”, amatoriale, con l’esclusione quindi di tutte le forme di pornografia “ufficiali” o commerciali. Anche se avviene fuori da un set cinematografico, tuttavia, la produzione del video o delle fotografie, è consensuale: i materiali sono creati ad uso e consumo della coppia, senza alcuna prospettiva di uscita dal controllo dei due protagonisti. In definitiva, gli elementi essenziali per la configurazione di un’ipotesi classica di “revenge porn” sono: la creazione consensuale di immagini intime o sessuali all’interno di un contesto di coppia, la non consensuale pubblicazione delle stesse da parte di uno dei membri della coppia, la finalità perseguita dall’ex partner che pubblica le immagini per vendicarsi a seguito della rottura, spesso burrascosa, della relazione sentimentale.
Sempre più frequentemente, tuttavia, il termine “revenge porn” viene riferito ad uno spettro di casi ben più ampio di quello descritto, finendo per indicare tutte le diverse forme di diffusione non consensuale di immagini pornografiche o comunque aventi un contenuto sessuale. L’espressione è stata così non di rado invocata anche in relazione ad ipotesi sprovviste degli elementi che più connotano la sua definizione, ovvero 1. la pregressa esistenza di una relazione sentimentale e 2. la finalità vendicativa di colui che pubblica le immagini. L’etichetta “revenge porn” è stata infatti applicata indistintamente a partire dalle ipotesi più contigue alla definizione base, come quelle nelle quali è un amico della coppia a distribuire per scherzo o divertimento le immagini, fino ad ipotesi che quasi nulla hanno a che vedere con il fenomeno descritto. Anche rimanendo nella casistica che matura all’interno di una relazione sentimentale, la diffusione delle immagini può avvenire spesso per motivazioni diverse dalla “revenge”. Non è infrequente, ad esempio, che la pubblicazione venga minacciata dopo la rottura a scopi estorsivi oppure, prima ancora della fine del rapporto, per tenere sotto controllo la donna che abbia manifestato l’intenzione di lasciare il partner. O ancora: nelle cronache non è raro leggere casi nei quali ragazzi, giovani e meno giovani, abbiano fatto girare superficialmente immagini della propria ragazza tra gli amici per acquisire notorietà, per scherzo o per vanteria, talvolta anche a relazione ancora in corso.

3. Il quadro normativo italiano

Il 17 Luglio 2019 il Senato ha approvato il d.d.l. n. S. 1200 c.d. “Codice Rosso”. Una delle principali novità è rappresentata dalla introduzione nel codice penale, precisamente all’art. 612-ter, del delitto di «diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti».
La fattispecie è strutturata in due distinte ipotesi che prevedono il medesimo trattamento sanzionatorio per le condotte di invio, consegna, cessione, pubblicazione e diffusione di immagini o video dal contenuto sessualmente esplicito. Il discrimine è costituito dalle modalità con le quali l’agente è entrato in possesso delle immagini che ha successivamente divulgato: nel caso del primo comma, è richiesto che egli abbia contribuito alla loro realizzazione o che le abbia «sottratte», mentre al secondo comma è disciplinato il caso in cui il diffusore le abbia ricevute o acquisite in altro modo.
Il Legislatore ha cercato di contrastare la c.d. “viralità ” delle immagini, che costituisce senza dubbio la cifra distintiva della pornografia non consensuale ai tempi di Internet. In questa prospettiva, il secondo comma della disposizione tenta di mettere a fuoco il contiguo fenomeno del “sexting”, ovvero l’invio per messaggio di un’immagine intima, prospettando la punibilità , sempre che vi sia la finalità di nuocere, nei casi di diffusione di materiali «ricevuti». La parola deriva principalmente dall’inglese “texting”, cioè inviare un “text-message” (un messaggio dal telefono cellulare) alla cui “t” è stata sostituita la “s” evocativa non (più ) solo del “sex”, ma (oggi) anche del c.d. “selfie”, come noto, la foto auto-scattata mediante uno smartphone. Il termine, anch’esso di grande successo, è stato coniato per la prima volta dalla stampa britannica nel 2005. Il fenomeno è già stato preso in esame dalla dottrina italiana e dalla giurisprudenza soprattutto in relazione al profilo della perseguibilità del minore che detiene le immagini della fidanzatina, anch’ella minorenne, nella cornice dei reati sulla pedopornografia. Rispetto alla fattispecie di cui al primo comma, in questo secondo caso, l’elemento soggettivo richiesto è il dolo specifico, in quanto il soggetto attivo del reato deve agire al deliberato fine di recare “nocumento alla vittima”. L’esigenza del dolo specifico, rappresenta probabilmente il punto di maggiore criticità della disposizione in esame. Infatti, vengono esclusi dal campo di applicazione del secondo comma tutti i casi in cui, chi riceve immagini sessualmente esplicite, volontariamente dalla stessa persona offesa o da terzi, successivamente le fa vedere ad altri col mero, pur deplorevole, scopo di vantarsi, senza quindi avere intenzione di arrecare direttamente danno al soggetto ritratto. La norma rischia, quindi, di avere una limitata applicazione ‘pratica e di non essere in grado di arginare la c.d. viralità delle immagini. Allo stesso tempo, tuttavia, non può non osservarsi che perseguire tutti coloro che hanno diffuso le immagini, in casi come quello di Tiziana Cantone, significherebbe aprire un elevato numero di procedimenti penali con conseguenti difficoltà di gestione e di sovraccarico per il nostro sistema giudiziario. La soluzione potrebbe allora essere quella di dare concreti mezzi e strumenti operativi alle forze dell’ordine ed, eventualmente, anche alla persona offesa per poter rimuovere i contenuti indesiderati ed arginare così il fenomeno di diffusione.
Al terzo comma, sono previste due distinte aggravanti. La prima è costituita dal rapporto sentimentale che, pregresso o sussistente all’epoca del fatto, legava l’autore del reato e la persona offesa. In effetti, solitamente le ipotesi di “revenge porn” in senso stretto, nelle quali l’autore del reato è l’ex partner, assumono un maggior disvalore e sono riconducibili alla violenza di genere. Senz’altro più problematica è l’aggravante connessa all’utilizzo di «strumenti informatici o telematici». A differenza degli atti persecutori, che possono prescindere da tali strumenti, la carica offensiva del “revenge porn” si fonda in gran parte proprio sull’uso delle tecnologie digitali, che lo rendono al contempo estremamente semplice da realizzare (bastano pochi “click”) e devastante nelle conseguenze. È vero che possono darsi sporadici casi di divulgazione delle immagini che non passano attraverso Internet o mediante strumenti informatici, del resto il “revenge porn” esisteva già prima dell’avvento delle tecnologie dell’informazione e prima che queste lo radicassero nella società , ma è statisticamente di gran lunga più probabile la contestazione della fattispecie aggravata che di quella base. In un’ipotesi standard di “revenge porn” in senso stretto, quindi, la pena sarà già in partenza fatalmente destinata ad essere aggravata da ben due circostanze ad effetto comune.
Il quarto comma prevede, infine, una pena più severa nel caso la vittima sia una donna in stato di gravidanza. Non è così chiaro se lo stato interessante debba sussistere al momento della creazione dei materiali intimi o, come sembra più plausibile, in occasione della condivisione degli stessi, in modo da arrecare stress alla donna. Relativamente a questa seconda ipotesi, il caso tipico potrebbe essere quello in cui l’uomo, dopo la rottura della relazione, decide di vendicarsi della propria ex con la disclosure delle sue immagini più intime proprio nel momento in cui sta per dare alla luce il figlio nato dalla loro storia. Viene, altresi, prevista una protezione rafforzata per le ipotesi nelle quali le immagini sessualmente esplicite diffuse riguardino «persone in condizione di inferiorità fisica o psichica». Si tratta, infatti, di soggetti che, con maggiore facilità, possono essere convinti a creare materiali intimi e ad inviarli a chi, poi, dopo averli ingannati sulle finalità dell’invio, li perseguiterà diffondendoli in rete.

revenge porn

Indice

1. Definizione e fenomenologia del reato
2. Il revenge porn consensuale e non consensuale
3. Il quadro normativo italiano

1. Definizione e fenomenologia del reato

Il fenomeno della diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, conosciuto da tempo nei paesi di common law con l’espressione “revenge porn”, è stato effettivamente preso in considerazione in Italia solamente con la drammatica vicenda di Tiziana Cantone, morta suicida nel settembre del 2016. La ragazza, trentunenne dell’hinterland napoletano, diventa nota in seguito alla diffusione virale di alcuni video nei quali è ritratta mentre compie atti sessuali. La dinamica dei fatti non è chiara ma pare che la ragazza sia stata convinta dal proprio fidanzato ad avere rapporti sessuali con altri uomini ed a filmarli. Ancor meno chiare sono le modalità con le quali i video passano dalla esclusiva disponibilità della coppia alla libera circolazione sui dispositivi elettronici di milioni di italiani. Secondo una prima ipotesi sarebbe stata la stessa Tiziana ad inviare, su pressione del fidanzato, i video ai quattro amici di lui, i quali poi lo avrebbero diffuso senza il suo consenso. Secondo un’altra, più recente, ricostruzione, sarebbe invece stato direttamente l’uomo a condividere i video e ad accusare poi falsamente i quattro amici. Ad ogni modo, la settimana dopo essere stati registrati (aprile 2015), i video sono “in rete” su un portale hard ed in pochi giorni diventano popolarissimi.

2. Il revenge porn consensuale e non consensuale

Nel “revenge porn”, autore del reato è in via esclusiva l’ex partner che, con la finalità di ottenere vendetta, pubblica immagini intime, ritraenti colui che ha posto fine alla relazione sentimentale e destinate a rimanere private. Maturando nell’ambito di una storia d’amore, questa forma di pornografia non può che essere “casalinga”, amatoriale, con l’esclusione quindi di tutte le forme di pornografia “ufficiali” o commerciali. Anche se avviene fuori da un set cinematografico, tuttavia, la produzione del video o delle fotografie, è consensuale: i materiali sono creati ad uso e consumo della coppia, senza alcuna prospettiva di uscita dal controllo dei due protagonisti. In definitiva, gli elementi essenziali per la configurazione di un’ipotesi classica di “revenge porn” sono: la creazione consensuale di immagini intime o sessuali all’interno di un contesto di coppia, la non consensuale pubblicazione delle stesse da parte di uno dei membri della coppia, la finalità perseguita dall’ex partner che pubblica le immagini per vendicarsi a seguito della rottura, spesso burrascosa, della relazione sentimentale.
Sempre più frequentemente, tuttavia, il termine “revenge porn” viene riferito ad uno spettro di casi ben più ampio di quello descritto, finendo per indicare tutte le diverse forme di diffusione non consensuale di immagini pornografiche o comunque aventi un contenuto sessuale. L’espressione è stata così non di rado invocata anche in relazione ad ipotesi sprovviste degli elementi che più connotano la sua definizione, ovvero 1. la pregressa esistenza di una relazione sentimentale e 2. la finalità vendicativa di colui che pubblica le immagini. L’etichetta “revenge porn” è stata infatti applicata indistintamente a partire dalle ipotesi più contigue alla definizione base, come quelle nelle quali è un amico della coppia a distribuire per scherzo o divertimento le immagini, fino ad ipotesi che quasi nulla hanno a che vedere con il fenomeno descritto. Anche rimanendo nella casistica che matura all’interno di una relazione sentimentale, la diffusione delle immagini può avvenire spesso per motivazioni diverse dalla “revenge”. Non è infrequente, ad esempio, che la pubblicazione venga minacciata dopo la rottura a scopi estorsivi oppure, prima ancora della fine del rapporto, per tenere sotto controllo la donna che abbia manifestato l’intenzione di lasciare il partner. O ancora: nelle cronache non è raro leggere casi nei quali ragazzi, giovani e meno giovani, abbiano fatto girare superficialmente immagini della propria ragazza tra gli amici per acquisire notorietà, per scherzo o per vanteria, talvolta anche a relazione ancora in corso.

3. Il quadro normativo italiano

Il 17 Luglio 2019 il Senato ha approvato il d.d.l. n. S. 1200 c.d. “Codice Rosso”. Una delle principali novità è rappresentata dalla introduzione nel codice penale, precisamente all’art. 612-ter, del delitto di «diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti».
La fattispecie è strutturata in due distinte ipotesi che prevedono il medesimo trattamento sanzionatorio per le condotte di invio, consegna, cessione, pubblicazione e diffusione di immagini o video dal contenuto sessualmente esplicito. Il discrimine è costituito dalle modalità con le quali l’agente è entrato in possesso delle immagini che ha successivamente divulgato: nel caso del primo comma, è richiesto che egli abbia contribuito alla loro realizzazione o che le abbia «sottratte», mentre al secondo comma è disciplinato il caso in cui il diffusore le abbia ricevute o acquisite in altro modo.
Il Legislatore ha cercato di contrastare la c.d. “viralità ” delle immagini, che costituisce senza dubbio la cifra distintiva della pornografia non consensuale ai tempi di Internet. In questa prospettiva, il secondo comma della disposizione tenta di mettere a fuoco il contiguo fenomeno del “sexting”, ovvero l’invio per messaggio di un’immagine intima, prospettando la punibilità , sempre che vi sia la finalità di nuocere, nei casi di diffusione di materiali «ricevuti». La parola deriva principalmente dall’inglese “texting”, cioè inviare un “text-message” (un messaggio dal telefono cellulare) alla cui “t” è stata sostituita la “s” evocativa non (più ) solo del “sex”, ma (oggi) anche del c.d. “selfie”, come noto, la foto auto-scattata mediante uno smartphone. Il termine, anch’esso di grande successo, è stato coniato per la prima volta dalla stampa britannica nel 2005. Il fenomeno è già stato preso in esame dalla dottrina italiana e dalla giurisprudenza soprattutto in relazione al profilo della perseguibilità del minore che detiene le immagini della fidanzatina, anch’ella minorenne, nella cornice dei reati sulla pedopornografia. Rispetto alla fattispecie di cui al primo comma, in questo secondo caso, l’elemento soggettivo richiesto è il dolo specifico, in quanto il soggetto attivo del reato deve agire al deliberato fine di recare “nocumento alla vittima”. L’esigenza del dolo specifico, rappresenta probabilmente il punto di maggiore criticità della disposizione in esame. Infatti, vengono esclusi dal campo di applicazione del secondo comma tutti i casi in cui, chi riceve immagini sessualmente esplicite, volontariamente dalla stessa persona offesa o da terzi, successivamente le fa vedere ad altri col mero, pur deplorevole, scopo di vantarsi, senza quindi avere intenzione di arrecare direttamente danno al soggetto ritratto. La norma rischia, quindi, di avere una limitata applicazione ‘pratica e di non essere in grado di arginare la c.d. viralità delle immagini. Allo stesso tempo, tuttavia, non può non osservarsi che perseguire tutti coloro che hanno diffuso le immagini, in casi come quello di Tiziana Cantone, significherebbe aprire un elevato numero di procedimenti penali con conseguenti difficoltà di gestione e di sovraccarico per il nostro sistema giudiziario. La soluzione potrebbe allora essere quella di dare concreti mezzi e strumenti operativi alle forze dell’ordine ed, eventualmente, anche alla persona offesa per poter rimuovere i contenuti indesiderati ed arginare così il fenomeno di diffusione.
Al terzo comma, sono previste due distinte aggravanti. La prima è costituita dal rapporto sentimentale che, pregresso o sussistente all’epoca del fatto, legava l’autore del reato e la persona offesa. In effetti, solitamente le ipotesi di “revenge porn” in senso stretto, nelle quali l’autore del reato è l’ex partner, assumono un maggior disvalore e sono riconducibili alla violenza di genere. Senz’altro più problematica è l’aggravante connessa all’utilizzo di «strumenti informatici o telematici». A differenza degli atti persecutori, che possono prescindere da tali strumenti, la carica offensiva del “revenge porn” si fonda in gran parte proprio sull’uso delle tecnologie digitali, che lo rendono al contempo estremamente semplice da realizzare (bastano pochi “click”) e devastante nelle conseguenze. È vero che possono darsi sporadici casi di divulgazione delle immagini che non passano attraverso Internet o mediante strumenti informatici, del resto il “revenge porn” esisteva già prima dell’avvento delle tecnologie dell’informazione e prima che queste lo radicassero nella società , ma è statisticamente di gran lunga più probabile la contestazione della fattispecie aggravata che di quella base. In un’ipotesi standard di “revenge porn” in senso stretto, quindi, la pena sarà già in partenza fatalmente destinata ad essere aggravata da ben due circostanze ad effetto comune.
Il quarto comma prevede, infine, una pena più severa nel caso la vittima sia una donna in stato di gravidanza. Non è così chiaro se lo stato interessante debba sussistere al momento della creazione dei materiali intimi o, come sembra più plausibile, in occasione della condivisione degli stessi, in modo da arrecare stress alla donna. Relativamente a questa seconda ipotesi, il caso tipico potrebbe essere quello in cui l’uomo, dopo la rottura della relazione, decide di vendicarsi della propria ex con la disclosure delle sue immagini più intime proprio nel momento in cui sta per dare alla luce il figlio nato dalla loro storia. Viene, altresi, prevista una protezione rafforzata per le ipotesi nelle quali le immagini sessualmente esplicite diffuse riguardino «persone in condizione di inferiorità fisica o psichica». Si tratta, infatti, di soggetti che, con maggiore facilità, possono essere convinti a creare materiali intimi e ad inviarli a chi, poi, dopo averli ingannati sulle finalità dell’invio, li perseguiterà diffondendoli in rete.

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