Il governo delle sopravvenienze contrattuali: potenzialità e zone d’ombra della rinegoziazione in tema di locazione finanziaria

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Articolo a cura della Dott.ssa Valentina Siciliano

L’istituto della rinegoziazione quale strumento manutentivo del contratto, da lungo tempo valorizzato a livello europeo e, in particolare, nei sistemi di common law1, ha suscitato in tempi relativamente recenti l’interesse (e, in qualche caso, la diffidenza) della dottrina e della giurisprudenza italiane2 ,soprattutto in tema di sopravvenienze contrattuali nell’ambito della locazione finanziaria.

sopravvenienze contratto

1. Attività rinegoziativa e governo delle sopravvenienze contrattuali

Il moltiplicarsi di riflessioni sul tema del “riadeguamento” del contratto consegue all’esigenza, fortemente avvertita nell’attuale contesto economico, di individuare strumenti effettivi di “governo” delle sopravvenienze contrattuali in chiave conservativa del vincolo negoziale, in luogo dei “tradizionali” rimedi caducatori. A fronte di una sopravvenienza perturbativa dell’equilibrio economico del negozio – che determini un’alterazione eccedente la normale alea connessa ad ogni contratto –, sorge l’interesse delle parti a mantenere in vita, ove possibile, l’accordo raggiunto, apportandovi le modifiche necessarie affinché la sua esecuzione sia conforme al programma negoziale originario. L’attività rinegoziativa3 si inserisce, perciò, in una fase avanzata e dinamica del rapporto (quella esecutiva) e consente alle parti di ovviare, mediante la riapertura delle trattative, alle alterazioni subite dal contratto a causa di circostanze sopravvenute, ripristinando l’originario equilibrio sinallagmatico.
La dottrina rimane tutt’oggi divisa in ordine alla configurabilità di un obbligo rinegoziativo di fonte legale. Secondo alcuni interpreti, la base normativa di siffatto obbligo andrebbe rintracciata nell’art. 1374 c.c. – che valorizza l’equità in funzione integrativa del contratto – e negli artt. 1366 e 1375 c.c., disposizioni che impongono ai contraenti di tenere un contegno conforme a buona fede nell’arco dell’intero rapporto contrattuale4; altra parte della dottrina, viceversa, nega in radice l’esistenza di un obbligo legale di rinegoziazione, in considerazione della radicale incompatibilità con il principio di autonomia privata5.

2. Rinegoziazione del contratto di locazione finanziaria

L’istituto della rinegoziazione acquista indubbio interesse in materia di locazione finanziaria, alla luce dei profili problematici emersi all’indomani della pronuncia delle Sezioni Unite del 20156 e rimasti privi di apposita regolamentazione legislativa7.
La cooperazione tra i soggetti coinvolti nell’operazione di financial leasing società fornitrice, intermediario finanziario ed utilizzatore del bene – risulta indispensabile al fine di garantire il delicato equilibrio delle prestazioni che, sotto il profilo economico, sono interconnesse ed interdipendenti (benché scaturiscano da rapporti contrattuali giuridicamente distinti). Il mancato (o non corretto) adempimento di una di esse è perciò idoneo ad alterare irrimediabilmente la “causa” dell’operazione globalmente considerata.
Il mancato riconoscimento di una tutela ad hoc in favore dell’utilizzatore per le ipotesi in cui, a fronte dell’inadempimento del fornitore del bene, l’intermediario finanziario non agisca per la risoluzione del contratto di fornitura – contravvenendo a quanto statuito dalla Suprema Corte –, determina un grave vulnus nel sistema di protezione del lessee. È stato correttamente rilevato che la società di leasing, pur sollecitata dall’utilizzatore ad agire giudizialmente per la risoluzione del contratto di fornitura – in ossequio ai canoni della buona fede e correttezza –, potrebbe rimanere inerte, ritenendo lo scioglimento del vincolo contrattuale contrario ai propri interessi economici. Né il timore di esporsi ad un’azione di responsabilità ex art. 2043 c.c. è sempre idoneo scoraggiare la controparte dal tenere comportamenti scorretti.
In tale ipotesi, non v’è dubbio che l’alterazione dell’equilibrio sinallagmatico del contratto di locazione finanziaria – conseguente all’inadempimento della società fornitrice – sarebbe talmente importante da giustificare il sorgere di un obbligo legale di rinegoziazione del negozio. A parere di chi scrive, risulta convincente la tesi di quanti hanno individuato nella buona fede in executivis (art. 1375 c.c.) la base giuridica dell’obbligo rinegoziativo: una lettura sistematica delle disposizioni codicistiche in tema di contratti consente di individuare nel principio di buona fede, lealtà e cooperazione tra le parti la pietra angolare che sostiene l’intero impianto normativo, in linea con il dovere di solidarietà sancito dall’art. 2 Cost.
L’utilizzatore, in quanto parte “lesa”, sarà indubbiamente legittimato a dare impulso alle trattative volte alla rimodulazione del contratto di locazione finanziaria; qualora la società di leasing ponga   in  essere  comportamenti  volutamente  ostruzionistici  o   scorretti,   il   lessee  potrà agire giudizialmente per la risoluzione del contratto – configurandosi, nel caso di specie, un vero e proprio inadempimento del lessor – e per il risarcimento dei danni subiti ex art. 1223 c.c. Il rischio di veder caducato il contratto, in aggiunta al timore di esporsi ad una azione risarcitoria, potrebbe spingere l’intermediario finanziario ad ottemperare, secondo correttezza e buona fede, all’obbligo di rinegoziazione del contratto di locazione finanziaria. In relazione all’atteggiarsi di siffatto obbligo, si ritiene di aderire a quell’orientamento che lo riconduce alla categoria delle obbligazioni di mezzi: le parti saranno certamente tenute a porre in essere tutti i comportamenti necessari affinché la trattativa abbia esito positivo, ma la mancata stipula del nuovo contratto non potrà certamente determinare il sorgere di una responsabilità contrattuale. A fortiori, si deve escludere che sussista, in capo all’autorità giudiziaria, un potere sostitutivo ovvero integrativo di contenuto analogo al modello dell’art. 2932 c.c.
Non v’è dubbio che il solo riconoscimento in via interpretativa di un obbligo legale di rinegoziazione non è idoneo a garantire all’utilizzatore una tutela effettiva: in assenza di una disposizione normativa, spetterà al singolo giudice valutarne la configurabilità e la portata, con il rischio (ineliminabile) di una tutela incerta e disomogenea. Soltanto l’approvazione di una disposizione ad hoc garantirebbe al lessee (e, in generale, al contraente che abbia subìto un danno) una tutela certa ed efficace. In tal senso sembra essere orientato il Disegno di Legge recante la delega al Governo per la revisione ed integrazione del Codice civile (d. d. l. Senato n. 1151), il quale individua tra i criteri ed i principi direttivi di esercizio della delega «il diritto delle parti di contratti divenuti eccessivamente onerosi per cause eccezionali e imprevedibili di pretendere la loro rinegoziazione secondo buona fede o, in caso di mancato accordo, di chiedere in giudizio l’adeguamento delle condizioni contrattuali in modo che sia ripristinata la proporzione tra le prestazioni originariamente convenuta dalle parti.» (art. 1, comma 1, lett. i)8.

3. Sopravvenienze contrattuali ed emergenza sanitaria da Covid-19

Il dibattito relativo agli strumenti “conservativi” e di adeguamento del contratto ha acquisito nuova ed inaspettata attualità in conseguenza della crisi sanitaria da Covid-19. La portata globale della pandemia ha determinato una improvvisa frenata della crescita economica degli Stati, tanto europei quanto extra-europei, impattando profondamente, seppur con diversa intensità, sulla tenuta economica, finanziaria e sociale di questi ultimi. L’arresto forzato di tutte le attività produttive – ad eccezione di quelle ritenute “essenziali” – ha inciso profondamente sui rapporti contrattuali già perfezionatisi ed ancora in corso di esecuzione: parte delle prestazioni dedotte in diversi contratti – si pensi, ex multis, ai contratti di locazione di immobili ad uso commerciale, ai contratti di fornitura di beni o servizi ovvero ai contratti di trasporto di persone – sono divenute, in alcuni casi, impossibili per factum principis ovvero inutili perché non fruibili dall’avente diritto o, ancora, eccessivamente onerose.
Quid iuris per i contratti di leasing finanziario in corso di esecuzione, conclusi da imprenditori costretti a sospendere le attività produttive per factum principis? A tal proposito, è stato acutamente evidenziato che il «Covid-19 segna il trionfo dei regimi delle sopravvenienze (impossibilità ed eccessiva onerosità sopravvenuta) e dell’inadempimento9». Qualora si ritenga di aderire ad una impostazione tradizionale – pacta sunt servanda –, gli unici strumenti di tutela azionabili dall’utilizzatore sarebbero quelli di carattere risolutorio previsti dal Codice civile (artt. 1467 e 1463 c.c.), con conseguente (ed inevitabile) caducazione dell’operazione economica nel suo complesso. Nell’odierno contesto emergenziale, tuttavia, si palesa con assoluta evidenza l’insufficienza di tali strumenti: lo scioglimento del vincolo negoziale, difatti, non sempre risponde all’interesse delle parti, che potrebbero piuttosto trarre vantaggio da una rimodulazione delle condizioni contrattuali.
La “legislazione dell’emergenza” è intervenuta sul tema con una disposizione ad hoc contenuta nel c.d. “Decreto Cura Italia” (d. l. 17 marzo 2020, n. 18): l’art. 56, comma 2, lett. c),10 ha infatti introdotto una proroga ex lege dei rapporti contrattuali di mutuo e di finanziamento a rimborso rateale, con conseguente estensione del relativo piano di ammortamento. La disposizione – il cui ambito applicativo è circoscritto alle sole «microimprese e le piccole e medie imprese» – non offre tuttavia uno strumento di carattere sistematico, lasciando aperto l’interrogativo sulla sorte dei contratti di financial leasing conclusi da imprese di grandi dimensioni.
L’emergenza sanitaria (ed economica) potrebbe forse rappresentare l’occasione per operare un ripensamento di ordine sistematico degli strumenti privatistici volti a fronteggiare il sopravvenire di circostanze inattese e perturbative dell’equilibrio economico del contratto, privilegiando istituti che operano un adeguamento del negozio in luogo della sua “cancellazione”.
In tale ottica, la rinegoziazione del contratto mostra appieno le proprie potenzialità quale strumento elettivo per il governo delle sopravvenienze: sottoposta alla signoria esclusiva dei paciscenti, la rinegoziazione garantisce a queste ultime la possibilità di modulare un nuovo assetto contrattuale più conforme alle mutate esigenze, al fine di operare una modifica efficiente del programma negoziale.
In attesa dell’introduzione di una normativa ad hoc, è ragionevole ritenere che l’eccezionalità della “sopravvenienza Covid-19” determini il sorgere di un obbligo rinegoziativo in capo ai paciscenti11, in ossequio al principio di buona fede contrattuale ed al dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.


1 Le esigenze di rinegoziazione del contratto (intesa in senso ampio) hanno trovato a livello europeo differenti estrinsecazioni: si pensi, ad es., alle c.d. clausole di hardship (previste dai Principi Unidroit agli artt. 6.2.1, 6.2.2, 6.2.3), in base alle quali le parti si vincolano ad intraprendere nuove trattative nelle ipotesi in cui circostanze sopravvenute alterino l’equilibrio contrattuale originario. Uno strumento differente è invece previsto all’art. 4:109 dei Principi di diritto europeo dei contratti (PDEC), ai sensi del quale, in caso di ingiusto profitto o vantaggio iniquo, il giudice può modificare il contratto «in modo da metterlo in armonia con quanto avrebbe potuto essere convenuto nel rispetto della buona fede e della correttezza». Sul punto cfr. TRUBIANI F., La rinegoziazione contrattuale nel diritto privato europeo, in Obbligazioni e Contratti, 2, 2012, pp. 140 ss.
2 La rinegoziazione quale strumento di governo delle sopravvenienze contrattuali è stata oggetto di approfondita indagine da parte di numerosi interpreti. Ex multis, si segnalano i contributi di MACARIO F., Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996; GRANDE STEVENS F., Obbligo di rinegoziare nei contratti di durata, in AA.VV., Diritto privato europeo e categorie civilistiche, LIPARI N. (a cura di), 1998, pp. 193 ss.; SICCHIERO G., La rinegoziazione, in Contratto e impresa, 2002, pp. 796 ss.; BARCELLONA M., Appunti a proposito di obbligo di rinegoziare e gestione delle sopravvenienze, in Europa e diritto privato, 2003, pp. 476 ss.; GENTILI A., La replica della stipula: riproduzione, rinnovazione, rinegoziazione del contratto, in Contratto e impresa, 2003, pp. 701 ss.; GAMBINO F., Problemi del rinegoziare, Milano, 2004.
3 Una nota definizione sintetizza l’essenza dell’istituto della rinegoziazione contrattuale «[nel]l’attività delle parti che ridiscutono il contenuto dei patti cui si sono vincolati con un precedente accordo». SICCHIERO G., La rinegoziazione, cit., p. 775. La rinegoziazione costituisce, in realtà, una species della più ampia categoria degli strumenti di revisione contrattuale: nello specifico, l’attività rinegoziativa, teleologicamente orientata a ricomporre l’equilibrio sinallagmatico, può avere ad  oggetto i soli contratti a prestazioni corrispettive – non anche i c.d. contratti unilaterali con obbligazioni a carico del solo proponente ex art. 1333 c.c. – e di durata, siano essi ad esecuzione continuata ovvero periodica. Di talché, non è ipotizzabile la rinegoziazione dei contratti ad esecuzione istantanea (c.d. contratti qui unico momento perficitur) ovvero ad esecuzione solo differita: la circostanza sopravvenuta, infatti, è idonea ad acquisire rilevanza giuridica soltanto nella misura in cui vi sia una scissione temporale fra il momento perfezionativo del vincolo e quello in cui le prestazioni dovranno essere eseguite. Sul punto, cfr. Trubiani F., La rinegoziazione contrattuale nel diritto privato europeo, cit., pp. 137 ss.; Macario F., Rischio contrattuale e rapporti di durata nel nuovo diritto dei contratti: dalla presupposizione all’obbligo di rinegoziare, in Rivista di diritto civile, I, 2002, pp. 84 ss.; de Pamphilis M., Sopravvenienze contrattuali. Il mantenimento dei contratti di durata tra diritto nazionale e prospettive di evoluzione europea, Bologna, 2016, pp. 101 ss.
4 In tal senso, graverebbe sui paciscenti il dovere di attuare tutti i comportamenti necessari a salvaguardare l’assetto degli interessi trasfusi nel regolamento contrattuale e finanche l’obbligo di adeguare il negozio al mutato contesto. Le parti, in sostanza, sono tenute a cooperare per la salvaguardia del contratto e hanno l’obbligo di rinegoziare le condizioni contrattuali nelle ipotesi in cui subiscano gravi alterazioni, in quanto la buona fede costituisce espressione di «un impegno ed obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna delle parti di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra a prescindere da specifici obblighi contrattuali» (Cass. civ., Sez. I, 20 aprile 1994, n. 3775).
5 Parte della dottrina esclude in radice la configurabilità di un obbligo di rinegoziazione del contratto: riconoscere fonte legale all’attività rinegoziativa significherebbe incidere profondamente sulla libertà negoziale delle parti, le quali perderebbero la possibilità di decidere discrezionalmente in ordine all’opportunità di modificare il sinallagma contrattuale in caso di sopravvenuta alterazione dello stesso. L’attività di rinegoziazione, al pari delle trattative precontrattuali, sarebbe espressione della libera volontà ed iniziativa dei contraenti. Sono contrari alla configurabilità di un generale obbligo di rinegoziazione avente fonte legale GENTILI A., La replica della stipula: riproduzione, rinnovazione, rinegoziazione del contratto, cit. e BARCELLONA M., Appunti a proposito di obbligo di rinegoziare e gestione delle sopravvenienze, cit.
6 Cass. civ., Sez. Un., 5 ottobre 2015, n. 19785. A parere della Corte, il legame esistente tra i negozi di fornitura e di  leasing, pur non potendosi qualificare in termini di collegamento negoziale “tecnico” (essendo carente il requisito soggettivo, ovverosia la volontà delle parti di porre in essere l’operazione per il raggiungimento di un fine unitario), porta comunque a ritenere che l’utilizzatore possa agire in via diretta avverso il fornitore inadempiente, al fine di ottenere l’esatto adempimento del contratto di fornitura (c.d. tutela sostitutivo-ripristinatoria) e l’eventuale risarcimento dei danni subiti. Deve invece ritenersi esclusa, in mancanza di una espressa pattuizione negoziale in tal senso e stante l’assenza di un collegamento negoziale tecnico, la legittimazione del lessee ad agire per la risoluzione del medesimo contratto ovvero per la riduzione del prezzo (c.d. “azioni edilizie”). Di conseguenza, qualora il fornitore abbia consegnato un bene viziato, e tali vizi siano stati occultati o taciuti in mala fede, la società di leasing, debitamente informata dall’utilizzatore, avrà il «dovere giuridico» di agire per ottenere la risoluzione del contratto di fornitura ovvero la riduzione del prezzo, in conformità al disposto dell’art. 1375 c.c.
7 La legge 4 agosto 2017, n. 124 (c.d. Legge annuale per il mercato e la concorrenza), che ha operato la tipizzazione del contratto di locazione finanziaria, si presenta piuttosto scarna, limitandosi a soli cinque commi contenuti nell’unico articolo del testo di legge (art. 1, commi 136-140). In tema di sviluppo “anomalo” del rapporto, la novella del 2017 ha disciplinato espressamente la sola ipotesi dell’inadempimento del lessee, lasciando viceversa aperta la questione della tutela diretta dell’utilizzatore avverso il fornitore che si riveli inadempiente.
8 Il legislatore sembra prendere atto della carenza di disciplina sul tema delle sopravvenienze contrattuali – atteso che alla materia è attualmente dedicato il solo art. 1467 c.c., peraltro dettato con esclusivo riferimento ai contratti a prestazioni corrispettive – e introduce l’obbligo di rinegoziare le condizioni del contratto ogni qualvolta eventi “eccezionali e imprevedibili” alterino in modo irreversibile l’equilibrio del sinallagma. La novella, inoltre, prevede una sorta di “clausola di salvaguardia”, che legittima la parte lesa ad agire in via giudiziale per ottenere l’adeguamento ope iudicis del contratto qualora i paciscenti non siano riusciti a raggiungere un accordo, conferendo in tal modo al giudice un potere equitativo di ampia portata – potere che, secondo alcuni interpreti, risulta eccessivamente indeterminato sia nell’an sia nel quantum. Il criterio direttivo di cui al Disegno di Legge recante la delega introduce, da un lato, il sorgere di un obbligo di rinegoziazione secondo buona fede, quale strumento elettivo di governo della “sopravvenuta eccessiva onerosità”: il legislatore, dunque, esalta il ruolo centrale della buona fede quale criterio ispiratore delle nuove trattative negoziali e riconosce, parimenti, alla parte lesa il diritto di “pretendere” l’avvio dell’attività di rinegoziazione. In subordine, qualora le parti non riescano a raggiungere un accordo – o qualora uno dei contraenti ostacoli la trattativa –, sarà il giudice, su richiesta di parte, a ricondurre ad “equità” il contratto, ristabilendo l’originaria proporzione tra le prestazioni. La disposizione riconosce in capo all’autorità giudiziale un potere sostitutivo rispetto alle parti: l’autonomia negoziale viene perciò “sacrificata” in quanto, nel bilanciamento degli interessi, risulta prevalente quello al ripristino dell’equilibrio negoziale. Tuttavia, a parere di chi scrive, sarebbe opportuno operare dei correttivi per circoscrivere il potere del giudice, al fine di evitare che si tramuti in arbitrio: il ripristino della proporzione tra le prestazioni contrattuali dev’essere conforme con quanto originariamente previsto dai paciscenti, dovendosi a contrario rifuggire da qualunque tentativo di ricondurre il contratto ad una equità astratta, contrastante con la volontà delle parti.
9 ROPPO V., NATOLI R., CONTI R., Contratto e Covid-19. Dall’emergenza sanitaria all’emergenza economica, in Giustizia Insieme n. 1033, 2020.
10 L’art. 56, comma 2, lett. c), del Decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito con modificazioni dalla L. 24 aprile 2020, n. 27, prevede che «il pagamento delle rate ovvero dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020 è sospeso sino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate o dei canoni oggetto di sospensione è dilazionato, unitamente agli elementi accessori e senza alcuna formalità, secondo modalità che assicurino l’assenza di nuovi o maggiori oneri per entrambe le part […]».
11 Cfr. BENEDETTI A.M., NATOLI R., Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei contratti: spunti per un dibattito, in dirittobancario.it, editoriale del 25 marzo 2020.

sopravvenienze contratto

1. Attività rinegoziativa e governo delle sopravvenienze contrattuali

Il moltiplicarsi di riflessioni sul tema del “riadeguamento” del contratto consegue all’esigenza, fortemente avvertita nell’attuale contesto economico, di individuare strumenti effettivi di “governo” delle sopravvenienze contrattuali in chiave conservativa del vincolo negoziale, in luogo dei “tradizionali” rimedi caducatori. A fronte di una sopravvenienza perturbativa dell’equilibrio economico del negozio – che determini un’alterazione eccedente la normale alea connessa ad ogni contratto –, sorge l’interesse delle parti a mantenere in vita, ove possibile, l’accordo raggiunto, apportandovi le modifiche necessarie affinché la sua esecuzione sia conforme al programma negoziale originario. L’attività rinegoziativa3 si inserisce, perciò, in una fase avanzata e dinamica del rapporto (quella esecutiva) e consente alle parti di ovviare, mediante la riapertura delle trattative, alle alterazioni subite dal contratto a causa di circostanze sopravvenute, ripristinando l’originario equilibrio sinallagmatico.
La dottrina rimane tutt’oggi divisa in ordine alla configurabilità di un obbligo rinegoziativo di fonte legale. Secondo alcuni interpreti, la base normativa di siffatto obbligo andrebbe rintracciata nell’art. 1374 c.c. – che valorizza l’equità in funzione integrativa del contratto – e negli artt. 1366 e 1375 c.c., disposizioni che impongono ai contraenti di tenere un contegno conforme a buona fede nell’arco dell’intero rapporto contrattuale4; altra parte della dottrina, viceversa, nega in radice l’esistenza di un obbligo legale di rinegoziazione, in considerazione della radicale incompatibilità con il principio di autonomia privata5.

2. Rinegoziazione del contratto di locazione finanziaria

L’istituto della rinegoziazione acquista indubbio interesse in materia di locazione finanziaria, alla luce dei profili problematici emersi all’indomani della pronuncia delle Sezioni Unite del 20156 e rimasti privi di apposita regolamentazione legislativa7.
La cooperazione tra i soggetti coinvolti nell’operazione di financial leasing società fornitrice, intermediario finanziario ed utilizzatore del bene – risulta indispensabile al fine di garantire il delicato equilibrio delle prestazioni che, sotto il profilo economico, sono interconnesse ed interdipendenti (benché scaturiscano da rapporti contrattuali giuridicamente distinti). Il mancato (o non corretto) adempimento di una di esse è perciò idoneo ad alterare irrimediabilmente la “causa” dell’operazione globalmente considerata.
Il mancato riconoscimento di una tutela ad hoc in favore dell’utilizzatore per le ipotesi in cui, a fronte dell’inadempimento del fornitore del bene, l’intermediario finanziario non agisca per la risoluzione del contratto di fornitura – contravvenendo a quanto statuito dalla Suprema Corte –, determina un grave vulnus nel sistema di protezione del lessee. È stato correttamente rilevato che la società di leasing, pur sollecitata dall’utilizzatore ad agire giudizialmente per la risoluzione del contratto di fornitura – in ossequio ai canoni della buona fede e correttezza –, potrebbe rimanere inerte, ritenendo lo scioglimento del vincolo contrattuale contrario ai propri interessi economici. Né il timore di esporsi ad un’azione di responsabilità ex art. 2043 c.c. è sempre idoneo scoraggiare la controparte dal tenere comportamenti scorretti.
In tale ipotesi, non v’è dubbio che l’alterazione dell’equilibrio sinallagmatico del contratto di locazione finanziaria – conseguente all’inadempimento della società fornitrice – sarebbe talmente importante da giustificare il sorgere di un obbligo legale di rinegoziazione del negozio. A parere di chi scrive, risulta convincente la tesi di quanti hanno individuato nella buona fede in executivis (art. 1375 c.c.) la base giuridica dell’obbligo rinegoziativo: una lettura sistematica delle disposizioni codicistiche in tema di contratti consente di individuare nel principio di buona fede, lealtà e cooperazione tra le parti la pietra angolare che sostiene l’intero impianto normativo, in linea con il dovere di solidarietà sancito dall’art. 2 Cost.
L’utilizzatore, in quanto parte “lesa”, sarà indubbiamente legittimato a dare impulso alle trattative volte alla rimodulazione del contratto di locazione finanziaria; qualora la società di leasing ponga   in  essere  comportamenti  volutamente  ostruzionistici  o   scorretti,   il   lessee  potrà agire giudizialmente per la risoluzione del contratto – configurandosi, nel caso di specie, un vero e proprio inadempimento del lessor – e per il risarcimento dei danni subiti ex art. 1223 c.c. Il rischio di veder caducato il contratto, in aggiunta al timore di esporsi ad una azione risarcitoria, potrebbe spingere l’intermediario finanziario ad ottemperare, secondo correttezza e buona fede, all’obbligo di rinegoziazione del contratto di locazione finanziaria. In relazione all’atteggiarsi di siffatto obbligo, si ritiene di aderire a quell’orientamento che lo riconduce alla categoria delle obbligazioni di mezzi: le parti saranno certamente tenute a porre in essere tutti i comportamenti necessari affinché la trattativa abbia esito positivo, ma la mancata stipula del nuovo contratto non potrà certamente determinare il sorgere di una responsabilità contrattuale. A fortiori, si deve escludere che sussista, in capo all’autorità giudiziaria, un potere sostitutivo ovvero integrativo di contenuto analogo al modello dell’art. 2932 c.c.
Non v’è dubbio che il solo riconoscimento in via interpretativa di un obbligo legale di rinegoziazione non è idoneo a garantire all’utilizzatore una tutela effettiva: in assenza di una disposizione normativa, spetterà al singolo giudice valutarne la configurabilità e la portata, con il rischio (ineliminabile) di una tutela incerta e disomogenea. Soltanto l’approvazione di una disposizione ad hoc garantirebbe al lessee (e, in generale, al contraente che abbia subìto un danno) una tutela certa ed efficace. In tal senso sembra essere orientato il Disegno di Legge recante la delega al Governo per la revisione ed integrazione del Codice civile (d. d. l. Senato n. 1151), il quale individua tra i criteri ed i principi direttivi di esercizio della delega «il diritto delle parti di contratti divenuti eccessivamente onerosi per cause eccezionali e imprevedibili di pretendere la loro rinegoziazione secondo buona fede o, in caso di mancato accordo, di chiedere in giudizio l’adeguamento delle condizioni contrattuali in modo che sia ripristinata la proporzione tra le prestazioni originariamente convenuta dalle parti.» (art. 1, comma 1, lett. i)8.

3. Sopravvenienze contrattuali ed emergenza sanitaria da Covid-19

Il dibattito relativo agli strumenti “conservativi” e di adeguamento del contratto ha acquisito nuova ed inaspettata attualità in conseguenza della crisi sanitaria da Covid-19. La portata globale della pandemia ha determinato una improvvisa frenata della crescita economica degli Stati, tanto europei quanto extra-europei, impattando profondamente, seppur con diversa intensità, sulla tenuta economica, finanziaria e sociale di questi ultimi. L’arresto forzato di tutte le attività produttive – ad eccezione di quelle ritenute “essenziali” – ha inciso profondamente sui rapporti contrattuali già perfezionatisi ed ancora in corso di esecuzione: parte delle prestazioni dedotte in diversi contratti – si pensi, ex multis, ai contratti di locazione di immobili ad uso commerciale, ai contratti di fornitura di beni o servizi ovvero ai contratti di trasporto di persone – sono divenute, in alcuni casi, impossibili per factum principis ovvero inutili perché non fruibili dall’avente diritto o, ancora, eccessivamente onerose.
Quid iuris per i contratti di leasing finanziario in corso di esecuzione, conclusi da imprenditori costretti a sospendere le attività produttive per factum principis? A tal proposito, è stato acutamente evidenziato che il «Covid-19 segna il trionfo dei regimi delle sopravvenienze (impossibilità ed eccessiva onerosità sopravvenuta) e dell’inadempimento9». Qualora si ritenga di aderire ad una impostazione tradizionale – pacta sunt servanda –, gli unici strumenti di tutela azionabili dall’utilizzatore sarebbero quelli di carattere risolutorio previsti dal Codice civile (artt. 1467 e 1463 c.c.), con conseguente (ed inevitabile) caducazione dell’operazione economica nel suo complesso. Nell’odierno contesto emergenziale, tuttavia, si palesa con assoluta evidenza l’insufficienza di tali strumenti: lo scioglimento del vincolo negoziale, difatti, non sempre risponde all’interesse delle parti, che potrebbero piuttosto trarre vantaggio da una rimodulazione delle condizioni contrattuali.
La “legislazione dell’emergenza” è intervenuta sul tema con una disposizione ad hoc contenuta nel c.d. “Decreto Cura Italia” (d. l. 17 marzo 2020, n. 18): l’art. 56, comma 2, lett. c),10 ha infatti introdotto una proroga ex lege dei rapporti contrattuali di mutuo e di finanziamento a rimborso rateale, con conseguente estensione del relativo piano di ammortamento. La disposizione – il cui ambito applicativo è circoscritto alle sole «microimprese e le piccole e medie imprese» – non offre tuttavia uno strumento di carattere sistematico, lasciando aperto l’interrogativo sulla sorte dei contratti di financial leasing conclusi da imprese di grandi dimensioni.
L’emergenza sanitaria (ed economica) potrebbe forse rappresentare l’occasione per operare un ripensamento di ordine sistematico degli strumenti privatistici volti a fronteggiare il sopravvenire di circostanze inattese e perturbative dell’equilibrio economico del contratto, privilegiando istituti che operano un adeguamento del negozio in luogo della sua “cancellazione”.
In tale ottica, la rinegoziazione del contratto mostra appieno le proprie potenzialità quale strumento elettivo per il governo delle sopravvenienze: sottoposta alla signoria esclusiva dei paciscenti, la rinegoziazione garantisce a queste ultime la possibilità di modulare un nuovo assetto contrattuale più conforme alle mutate esigenze, al fine di operare una modifica efficiente del programma negoziale.
In attesa dell’introduzione di una normativa ad hoc, è ragionevole ritenere che l’eccezionalità della “sopravvenienza Covid-19” determini il sorgere di un obbligo rinegoziativo in capo ai paciscenti11, in ossequio al principio di buona fede contrattuale ed al dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.


1 Le esigenze di rinegoziazione del contratto (intesa in senso ampio) hanno trovato a livello europeo differenti estrinsecazioni: si pensi, ad es., alle c.d. clausole di hardship (previste dai Principi Unidroit agli artt. 6.2.1, 6.2.2, 6.2.3), in base alle quali le parti si vincolano ad intraprendere nuove trattative nelle ipotesi in cui circostanze sopravvenute alterino l’equilibrio contrattuale originario. Uno strumento differente è invece previsto all’art. 4:109 dei Principi di diritto europeo dei contratti (PDEC), ai sensi del quale, in caso di ingiusto profitto o vantaggio iniquo, il giudice può modificare il contratto «in modo da metterlo in armonia con quanto avrebbe potuto essere convenuto nel rispetto della buona fede e della correttezza». Sul punto cfr. TRUBIANI F., La rinegoziazione contrattuale nel diritto privato europeo, in Obbligazioni e Contratti, 2, 2012, pp. 140 ss.
2 La rinegoziazione quale strumento di governo delle sopravvenienze contrattuali è stata oggetto di approfondita indagine da parte di numerosi interpreti. Ex multis, si segnalano i contributi di MACARIO F., Adeguamento e rinegoziazione nei contratti a lungo termine, Napoli, 1996; GRANDE STEVENS F., Obbligo di rinegoziare nei contratti di durata, in AA.VV., Diritto privato europeo e categorie civilistiche, LIPARI N. (a cura di), 1998, pp. 193 ss.; SICCHIERO G., La rinegoziazione, in Contratto e impresa, 2002, pp. 796 ss.; BARCELLONA M., Appunti a proposito di obbligo di rinegoziare e gestione delle sopravvenienze, in Europa e diritto privato, 2003, pp. 476 ss.; GENTILI A., La replica della stipula: riproduzione, rinnovazione, rinegoziazione del contratto, in Contratto e impresa, 2003, pp. 701 ss.; GAMBINO F., Problemi del rinegoziare, Milano, 2004.
3 Una nota definizione sintetizza l’essenza dell’istituto della rinegoziazione contrattuale «[nel]l’attività delle parti che ridiscutono il contenuto dei patti cui si sono vincolati con un precedente accordo». SICCHIERO G., La rinegoziazione, cit., p. 775. La rinegoziazione costituisce, in realtà, una species della più ampia categoria degli strumenti di revisione contrattuale: nello specifico, l’attività rinegoziativa, teleologicamente orientata a ricomporre l’equilibrio sinallagmatico, può avere ad  oggetto i soli contratti a prestazioni corrispettive – non anche i c.d. contratti unilaterali con obbligazioni a carico del solo proponente ex art. 1333 c.c. – e di durata, siano essi ad esecuzione continuata ovvero periodica. Di talché, non è ipotizzabile la rinegoziazione dei contratti ad esecuzione istantanea (c.d. contratti qui unico momento perficitur) ovvero ad esecuzione solo differita: la circostanza sopravvenuta, infatti, è idonea ad acquisire rilevanza giuridica soltanto nella misura in cui vi sia una scissione temporale fra il momento perfezionativo del vincolo e quello in cui le prestazioni dovranno essere eseguite. Sul punto, cfr. Trubiani F., La rinegoziazione contrattuale nel diritto privato europeo, cit., pp. 137 ss.; Macario F., Rischio contrattuale e rapporti di durata nel nuovo diritto dei contratti: dalla presupposizione all’obbligo di rinegoziare, in Rivista di diritto civile, I, 2002, pp. 84 ss.; de Pamphilis M., Sopravvenienze contrattuali. Il mantenimento dei contratti di durata tra diritto nazionale e prospettive di evoluzione europea, Bologna, 2016, pp. 101 ss.
4 In tal senso, graverebbe sui paciscenti il dovere di attuare tutti i comportamenti necessari a salvaguardare l’assetto degli interessi trasfusi nel regolamento contrattuale e finanche l’obbligo di adeguare il negozio al mutato contesto. Le parti, in sostanza, sono tenute a cooperare per la salvaguardia del contratto e hanno l’obbligo di rinegoziare le condizioni contrattuali nelle ipotesi in cui subiscano gravi alterazioni, in quanto la buona fede costituisce espressione di «un impegno ed obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna delle parti di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra a prescindere da specifici obblighi contrattuali» (Cass. civ., Sez. I, 20 aprile 1994, n. 3775).
5 Parte della dottrina esclude in radice la configurabilità di un obbligo di rinegoziazione del contratto: riconoscere fonte legale all’attività rinegoziativa significherebbe incidere profondamente sulla libertà negoziale delle parti, le quali perderebbero la possibilità di decidere discrezionalmente in ordine all’opportunità di modificare il sinallagma contrattuale in caso di sopravvenuta alterazione dello stesso. L’attività di rinegoziazione, al pari delle trattative precontrattuali, sarebbe espressione della libera volontà ed iniziativa dei contraenti. Sono contrari alla configurabilità di un generale obbligo di rinegoziazione avente fonte legale GENTILI A., La replica della stipula: riproduzione, rinnovazione, rinegoziazione del contratto, cit. e BARCELLONA M., Appunti a proposito di obbligo di rinegoziare e gestione delle sopravvenienze, cit.
6 Cass. civ., Sez. Un., 5 ottobre 2015, n. 19785. A parere della Corte, il legame esistente tra i negozi di fornitura e di  leasing, pur non potendosi qualificare in termini di collegamento negoziale “tecnico” (essendo carente il requisito soggettivo, ovverosia la volontà delle parti di porre in essere l’operazione per il raggiungimento di un fine unitario), porta comunque a ritenere che l’utilizzatore possa agire in via diretta avverso il fornitore inadempiente, al fine di ottenere l’esatto adempimento del contratto di fornitura (c.d. tutela sostitutivo-ripristinatoria) e l’eventuale risarcimento dei danni subiti. Deve invece ritenersi esclusa, in mancanza di una espressa pattuizione negoziale in tal senso e stante l’assenza di un collegamento negoziale tecnico, la legittimazione del lessee ad agire per la risoluzione del medesimo contratto ovvero per la riduzione del prezzo (c.d. “azioni edilizie”). Di conseguenza, qualora il fornitore abbia consegnato un bene viziato, e tali vizi siano stati occultati o taciuti in mala fede, la società di leasing, debitamente informata dall’utilizzatore, avrà il «dovere giuridico» di agire per ottenere la risoluzione del contratto di fornitura ovvero la riduzione del prezzo, in conformità al disposto dell’art. 1375 c.c.
7 La legge 4 agosto 2017, n. 124 (c.d. Legge annuale per il mercato e la concorrenza), che ha operato la tipizzazione del contratto di locazione finanziaria, si presenta piuttosto scarna, limitandosi a soli cinque commi contenuti nell’unico articolo del testo di legge (art. 1, commi 136-140). In tema di sviluppo “anomalo” del rapporto, la novella del 2017 ha disciplinato espressamente la sola ipotesi dell’inadempimento del lessee, lasciando viceversa aperta la questione della tutela diretta dell’utilizzatore avverso il fornitore che si riveli inadempiente.
8 Il legislatore sembra prendere atto della carenza di disciplina sul tema delle sopravvenienze contrattuali – atteso che alla materia è attualmente dedicato il solo art. 1467 c.c., peraltro dettato con esclusivo riferimento ai contratti a prestazioni corrispettive – e introduce l’obbligo di rinegoziare le condizioni del contratto ogni qualvolta eventi “eccezionali e imprevedibili” alterino in modo irreversibile l’equilibrio del sinallagma. La novella, inoltre, prevede una sorta di “clausola di salvaguardia”, che legittima la parte lesa ad agire in via giudiziale per ottenere l’adeguamento ope iudicis del contratto qualora i paciscenti non siano riusciti a raggiungere un accordo, conferendo in tal modo al giudice un potere equitativo di ampia portata – potere che, secondo alcuni interpreti, risulta eccessivamente indeterminato sia nell’an sia nel quantum. Il criterio direttivo di cui al Disegno di Legge recante la delega introduce, da un lato, il sorgere di un obbligo di rinegoziazione secondo buona fede, quale strumento elettivo di governo della “sopravvenuta eccessiva onerosità”: il legislatore, dunque, esalta il ruolo centrale della buona fede quale criterio ispiratore delle nuove trattative negoziali e riconosce, parimenti, alla parte lesa il diritto di “pretendere” l’avvio dell’attività di rinegoziazione. In subordine, qualora le parti non riescano a raggiungere un accordo – o qualora uno dei contraenti ostacoli la trattativa –, sarà il giudice, su richiesta di parte, a ricondurre ad “equità” il contratto, ristabilendo l’originaria proporzione tra le prestazioni. La disposizione riconosce in capo all’autorità giudiziale un potere sostitutivo rispetto alle parti: l’autonomia negoziale viene perciò “sacrificata” in quanto, nel bilanciamento degli interessi, risulta prevalente quello al ripristino dell’equilibrio negoziale. Tuttavia, a parere di chi scrive, sarebbe opportuno operare dei correttivi per circoscrivere il potere del giudice, al fine di evitare che si tramuti in arbitrio: il ripristino della proporzione tra le prestazioni contrattuali dev’essere conforme con quanto originariamente previsto dai paciscenti, dovendosi a contrario rifuggire da qualunque tentativo di ricondurre il contratto ad una equità astratta, contrastante con la volontà delle parti.
9 ROPPO V., NATOLI R., CONTI R., Contratto e Covid-19. Dall’emergenza sanitaria all’emergenza economica, in Giustizia Insieme n. 1033, 2020.
10 L’art. 56, comma 2, lett. c), del Decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito con modificazioni dalla L. 24 aprile 2020, n. 27, prevede che «il pagamento delle rate ovvero dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020 è sospeso sino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate o dei canoni oggetto di sospensione è dilazionato, unitamente agli elementi accessori e senza alcuna formalità, secondo modalità che assicurino l’assenza di nuovi o maggiori oneri per entrambe le part […]».
11 Cfr. BENEDETTI A.M., NATOLI R., Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei contratti: spunti per un dibattito, in dirittobancario.it, editoriale del 25 marzo 2020.

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