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Il c.d. vincolo di giustizia sportiva

Il vincolo di giustizia sportiva comporta l’obbligatorietà, per tutti i soggetti appartenenti all’ordinamento sportivo, di adire esclusivamente gli organi di giustizia sportiva in caso di controversie sorte in ambito sportivo. Tale previsione deve essere necessariamente coordinata con i principi costituzionali riguardanti il diritto di difesa.

giustizia sportiva

Indice

1. Natura e finalità del vincolo
2. I dubbi di legittimità costituzionale
3. Il principio di rilevanza
4. La concreta espressione del principio di rilevanza

1. Natura e finalità del vincolo

All’interno dell’ordinamento sportivo, tutte le Federazioni e le Discipline Sportive Associate (d’ora in poi, denominate entrambe Federazioni) possiedono un autonomo sistema di giustizia sportiva in ragione della specificità della disciplina. Al fine di rendere indipendenti le decisioni dei giudici sportivi di volta in volta competenti, evitando così l’ingerenza da parte dell’ordinamento statale, gli Statuti e i Regolamenti delle singole Federazioni prevedono il c.d. vincolo di giustizia, cioè una disposizione in base alla quale tesserati e affiliati devono obbligatoriamente adire la giustizia sportiva in caso di controversie nate dallo svolgimento di attività sportiva. In altre parole, i soggetti menzionati (coloro che a vario titolo fanno parte dell’ordinamento sportivo) non potrebbero adire il giudice statale per la risoluzione delle controversie sorte in ambito sportivo. Il condizionale è d’obbligo, in quanto la questione risulta essere piuttosto articolata, anche alla luce dei numerosi dubbi di legittimità costituzionale dell’istituto.
Il fine essenziale dell’introduzione di questa previsione viene individuato[1] nella necessità di garantire l’autonomia e l’indipendenza dell’ordinamento sportivo nonché di affidare la decisione delle controversie ad organi dalle specifiche competenze tecniche che allo stesso tempo garantiscano quella celerità propria dei giudici sportivi. La giustificazione giuridica viene invece ravvisata nel consenso che il tesserato o la società affiliata presta al momento del tesseramento o affiliazione: l’adesione agli Statuti federali comporta l’automatica soggezione ai relativi organi di giustizia, con conseguente rinuncia alla giurisdizione statale. La natura contrattuale del vincolo, coerente anche con la natura privatistica delle Federazioni (salvo specifici aspetti di rilevanza pubblica), apre tuttavia una questione di fondamentale importanza: la rinuncia preventiva alla tutela giurisdizionale statale è compatibile con i precetti costituzionali ex artt. 24, 103 e 113 Cost.?

2. I dubbi di legittimità costituzionale

La necessità di fornire una lettura costituzionalmente orientata del vincolo di giustizia sportiva risulta essenziale ai fini della sopravvivenza stessa dell’istituto. Il percorso dottrinale e giurisprudenziale è stato ancora una volta estremamente lungo ma decisivo per un inquadramento del vincolo che fosse coerente con le norme della Costituzione. In linea generale, la rinuncia preventiva alla giurisdizione statale è stata ritenuta valida e legittima[2] solo nei casi in cui avesse ad oggetto diritti disponibili, di cui le parti, nell’esplicazione della rispettiva autonomia contrattuale, possono disporre secondo la propria volontà. Il discorso è differente con riferimento ai diritti indisponibili ed interessi legittimi i quali, avendo un interesse pubblico che intrinseca i suoi effetti esternamente all’ordinamento sportivo, non possono formare oggetto di preventiva rinuncia al diritto di difesa presso gli organi statali.
La problematica rientra nel più ampio tema del rapporto tra ordinamento statale e sportivo, i cui contorni necessitano di essere ben definiti ai fini di una rispettiva pacifica convivenza. In passato, l’ordinamento sportivo si è spesso rifiutato di eseguire le decisioni dei giudici statali in nome di un’autonomia completa a livello giurisdizionale[3]. Negli anni, a seguito di varie importanti pronunce a livello statale, la situazione è gradualmente cambiata fino all’emanazione della legge n. 280/2003 che ha definito compiutamente il riparto di giurisdizione alla luce del c.d. principio di rilevanza.

3. Il principio di rilevanza

L’art. 1, comma 2 della legge fissa il menzionato principio come limite invalicabile per la giustizia sportiva: l’autonomia di quest’ultima trova un limite “nei casi di rilevanza per l’ordinamento giuridico della Repubblica di situazioni giuridiche soggettive connesse con l’ordinamento sportivo“. Pertanto saranno impugnabili davanti ai giudici statali (nel dettaglio, quello amministrativo) tutti quei provvedimenti aventi rilevanza esterna, lesivi non solo di interessi sportivi ma anche di interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico statale. La competenza del giudice amministrativo è individuata dall’art. 3 della legge nel T.A.R. del Lazio, a condizione che siano stati previamente esauriti i vari gradi della giustizia sportiva (c.d. pregiudiziale sportiva).
Queste statuizioni devono tuttavia essere raccordate con la quadripartizione con cui viene tradizionalmente divisa la giustizia sportiva:
– giustizia tecnica, riguardante l’organizzazione e la regolarità delle gare;
– giustizia economica, in cui rientrano controversie di natura economica;
– giustizia amministrativa, con riferimento ai casi in cui venga limitato il diritto di un soggetto alla partecipazione ad uno specifico campionato ovvero questioni inerenti tesseramenti ed affiliazioni;
– giustizia disciplinare, caratterizzata dai casi in cui siano state adottate misure punitive per contrarietà ai principi cardine dell’attività sportiva.
Per determinare il limite che sancisce la competenza a conoscere delle controversie in favore dei giudici sportivi ovvero di quelli statali, bisogna verificare la portata del principio di rilevanza in relazione alle diverse tipologie di giustizia sportiva.

4. La concreta espressione del principio di rilevanza

Con riferimento alle controversie di natura tecnica, la presenza del vincolo di giustizia è pacifica e riconosciuta già da tempo, in quanto si tratta di decisioni che non hanno alcun tipo di riflesso nell’ordinamento statale. La giurisdizione è riservata pertanto solo ed esclusivamente al giudice sportivo.
Piuttosto semplice è anche il discorso relativo alle questioni economiche, giacché la legge 280/2003 prevede espressamente che le parti debbano adire il giudice ordinario ovvero devolvere le controversie ad un collegio arbitrale a mezzo delle clausole compromissorie che di frequente sono contenute negli statuti delle Federazioni.
Discorso altrettanto lineare può farsi per le controversie di natura amministrativa: quando si impugnano atti del C.O.N.I.  o delle Federazioni aventi rilevanza esterna, la competenza spetta al T.A.R. Lazio previo esaurimento dei gradi di giustizia sportiva; in caso contrario, solo ed unicamente i giudici sportivi potranno conoscere delle controversie insorte.
Più complesso è il tema delle questioni disciplinari. Per non disperdere eccessivamente il filo del discorso, si segnala come la soluzione definitiva sia stata offerta da un’importantissima pronuncia della Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 49/2011, che riprende principi di precedenti statuizioni amministrative portandole tuttavia ad uno step successivo, la Consulta ha stabilito che qualora “il provvedimento adottato dalle federazioni sportive o dal Coni abbia incidenza anche su situazioni giuridiche soggettive rilevanti per l’ordinamento giuridico statale, la domanda volta ad ottenere non la caducazione dell’atto, ma il conseguente risarcimento del danno, debba essere proposta innanzi al giudice amministrativo, in sede di giurisdizione esclusiva, non operando alcuna riserva a favore della giustizia sportiva, innanzi alla quale la pretesa risarcitoria nemmeno può essere fatta valere“. In definitiva, la Corte Costituzionale ha legittimato la presenza del vincolo di giustizia sportiva nella misura in cui la giustizia ordinaria possa solo limitarsi al risarcimento del danno ma non all’annullamento del provvedimento. Tutto questo, si ribadisce, solo qualora le sanzioni disciplinari abbiano rilevanza esterna.


[1]G. VALORI, Il sistema della giustizia sportiva, in Il diritto nello sport, Torino, 2016.
[2]Consiglio di Stato, 30 settembre 1995, n. 1050.
[3]Tra le varie fattispecie principali, si ricorda in particolare il “Caso Catania Calcio” dei primi anni ‘90. Per approfondimenti, si veda “Diritto sportivo”, Lucio Colantuoni, II ed., p. 620 e ss.

giustizia sportiva

Indice

1. Natura e finalità del vincolo
2. I dubbi di legittimità costituzionale
3. Il principio di rilevanza
4. La concreta espressione del principio di rilevanza

1. Natura e finalità del vincolo

All’interno dell’ordinamento sportivo, tutte le Federazioni e le Discipline Sportive Associate (d’ora in poi, denominate entrambe Federazioni) possiedono un autonomo sistema di giustizia sportiva in ragione della specificità della disciplina. Al fine di rendere indipendenti le decisioni dei giudici sportivi di volta in volta competenti, evitando così l’ingerenza da parte dell’ordinamento statale, gli Statuti e i Regolamenti delle singole Federazioni prevedono il c.d. vincolo di giustizia, cioè una disposizione in base alla quale tesserati e affiliati devono obbligatoriamente adire la giustizia sportiva in caso di controversie nate dallo svolgimento di attività sportiva. In altre parole, i soggetti menzionati (coloro che a vario titolo fanno parte dell’ordinamento sportivo) non potrebbero adire il giudice statale per la risoluzione delle controversie sorte in ambito sportivo. Il condizionale è d’obbligo, in quanto la questione risulta essere piuttosto articolata, anche alla luce dei numerosi dubbi di legittimità costituzionale dell’istituto.
Il fine essenziale dell’introduzione di questa previsione viene individuato[1] nella necessità di garantire l’autonomia e l’indipendenza dell’ordinamento sportivo nonché di affidare la decisione delle controversie ad organi dalle specifiche competenze tecniche che allo stesso tempo garantiscano quella celerità propria dei giudici sportivi. La giustificazione giuridica viene invece ravvisata nel consenso che il tesserato o la società affiliata presta al momento del tesseramento o affiliazione: l’adesione agli Statuti federali comporta l’automatica soggezione ai relativi organi di giustizia, con conseguente rinuncia alla giurisdizione statale. La natura contrattuale del vincolo, coerente anche con la natura privatistica delle Federazioni (salvo specifici aspetti di rilevanza pubblica), apre tuttavia una questione di fondamentale importanza: la rinuncia preventiva alla tutela giurisdizionale statale è compatibile con i precetti costituzionali ex artt. 24, 103 e 113 Cost.?

2. I dubbi di legittimità costituzionale

La necessità di fornire una lettura costituzionalmente orientata del vincolo di giustizia sportiva risulta essenziale ai fini della sopravvivenza stessa dell’istituto. Il percorso dottrinale e giurisprudenziale è stato ancora una volta estremamente lungo ma decisivo per un inquadramento del vincolo che fosse coerente con le norme della Costituzione. In linea generale, la rinuncia preventiva alla giurisdizione statale è stata ritenuta valida e legittima[2] solo nei casi in cui avesse ad oggetto diritti disponibili, di cui le parti, nell’esplicazione della rispettiva autonomia contrattuale, possono disporre secondo la propria volontà. Il discorso è differente con riferimento ai diritti indisponibili ed interessi legittimi i quali, avendo un interesse pubblico che intrinseca i suoi effetti esternamente all’ordinamento sportivo, non possono formare oggetto di preventiva rinuncia al diritto di difesa presso gli organi statali.
La problematica rientra nel più ampio tema del rapporto tra ordinamento statale e sportivo, i cui contorni necessitano di essere ben definiti ai fini di una rispettiva pacifica convivenza. In passato, l’ordinamento sportivo si è spesso rifiutato di eseguire le decisioni dei giudici statali in nome di un’autonomia completa a livello giurisdizionale[3]. Negli anni, a seguito di varie importanti pronunce a livello statale, la situazione è gradualmente cambiata fino all’emanazione della legge n. 280/2003 che ha definito compiutamente il riparto di giurisdizione alla luce del c.d. principio di rilevanza.

3. Il principio di rilevanza

L’art. 1, comma 2 della legge fissa il menzionato principio come limite invalicabile per la giustizia sportiva: l’autonomia di quest’ultima trova un limite “nei casi di rilevanza per l’ordinamento giuridico della Repubblica di situazioni giuridiche soggettive connesse con l’ordinamento sportivo“. Pertanto saranno impugnabili davanti ai giudici statali (nel dettaglio, quello amministrativo) tutti quei provvedimenti aventi rilevanza esterna, lesivi non solo di interessi sportivi ma anche di interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico statale. La competenza del giudice amministrativo è individuata dall’art. 3 della legge nel T.A.R. del Lazio, a condizione che siano stati previamente esauriti i vari gradi della giustizia sportiva (c.d. pregiudiziale sportiva).
Queste statuizioni devono tuttavia essere raccordate con la quadripartizione con cui viene tradizionalmente divisa la giustizia sportiva:
– giustizia tecnica, riguardante l’organizzazione e la regolarità delle gare;
– giustizia economica, in cui rientrano controversie di natura economica;
– giustizia amministrativa, con riferimento ai casi in cui venga limitato il diritto di un soggetto alla partecipazione ad uno specifico campionato ovvero questioni inerenti tesseramenti ed affiliazioni;
– giustizia disciplinare, caratterizzata dai casi in cui siano state adottate misure punitive per contrarietà ai principi cardine dell’attività sportiva.
Per determinare il limite che sancisce la competenza a conoscere delle controversie in favore dei giudici sportivi ovvero di quelli statali, bisogna verificare la portata del principio di rilevanza in relazione alle diverse tipologie di giustizia sportiva.

4. La concreta espressione del principio di rilevanza

Con riferimento alle controversie di natura tecnica, la presenza del vincolo di giustizia è pacifica e riconosciuta già da tempo, in quanto si tratta di decisioni che non hanno alcun tipo di riflesso nell’ordinamento statale. La giurisdizione è riservata pertanto solo ed esclusivamente al giudice sportivo.
Piuttosto semplice è anche il discorso relativo alle questioni economiche, giacché la legge 280/2003 prevede espressamente che le parti debbano adire il giudice ordinario ovvero devolvere le controversie ad un collegio arbitrale a mezzo delle clausole compromissorie che di frequente sono contenute negli statuti delle Federazioni.
Discorso altrettanto lineare può farsi per le controversie di natura amministrativa: quando si impugnano atti del C.O.N.I.  o delle Federazioni aventi rilevanza esterna, la competenza spetta al T.A.R. Lazio previo esaurimento dei gradi di giustizia sportiva; in caso contrario, solo ed unicamente i giudici sportivi potranno conoscere delle controversie insorte.
Più complesso è il tema delle questioni disciplinari. Per non disperdere eccessivamente il filo del discorso, si segnala come la soluzione definitiva sia stata offerta da un’importantissima pronuncia della Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 49/2011, che riprende principi di precedenti statuizioni amministrative portandole tuttavia ad uno step successivo, la Consulta ha stabilito che qualora “il provvedimento adottato dalle federazioni sportive o dal Coni abbia incidenza anche su situazioni giuridiche soggettive rilevanti per l’ordinamento giuridico statale, la domanda volta ad ottenere non la caducazione dell’atto, ma il conseguente risarcimento del danno, debba essere proposta innanzi al giudice amministrativo, in sede di giurisdizione esclusiva, non operando alcuna riserva a favore della giustizia sportiva, innanzi alla quale la pretesa risarcitoria nemmeno può essere fatta valere“. In definitiva, la Corte Costituzionale ha legittimato la presenza del vincolo di giustizia sportiva nella misura in cui la giustizia ordinaria possa solo limitarsi al risarcimento del danno ma non all’annullamento del provvedimento. Tutto questo, si ribadisce, solo qualora le sanzioni disciplinari abbiano rilevanza esterna.


[1]G. VALORI, Il sistema della giustizia sportiva, in Il diritto nello sport, Torino, 2016.
[2]Consiglio di Stato, 30 settembre 1995, n. 1050.
[3]Tra le varie fattispecie principali, si ricorda in particolare il “Caso Catania Calcio” dei primi anni ‘90. Per approfondimenti, si veda “Diritto sportivo”, Lucio Colantuoni, II ed., p. 620 e ss.

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