Eutanasia: quando il diritto alla vita comprende il diritto a una “buona morte”

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Articolo a cura del Dott. Riccardo Polito

eutanasia

1. Introduzione: cos’è l’eutanasia?

Con il termine “eutanasia” (derivante dal greco: “eu” = bene e “thanatos” = morte) si intende l’attività medica con la quale, attraverso la somministrazione di un farmaco letale al paziente che ne fa richiesta e soddisfa determinate condizioni psico-fisiche, si pone fine alla sua vita. Le condizioni per le quali è possibile chiedere questo particolare intervento sono:

a) la piena capacità del soggetto richiedente di intendere e di volere;
b) la presenza di una malattia progressiva e/o irreversibile che lo costringe a sofferenze psico-fisiche;
c) sopravvivenza attraverso mezzi di “life-sustaining”.

Negli ultimi anni in Italia il dibattito su questo tema così controverso si è acceso sempre di più creando diverse fazioni con differenti ideologie al riguardo. C’è chi concepisce l’eutanasia come diritto costituzionalmente garantito e chi, al contrario, lo ritiene un abominio contro la morale e la vita o, più banalmente, un reato. Ma qual è effettivamente l’entità di questa fattispecie? “Virtus in medio stat”: a prescindere dalle ideologie, bisognerebbe fare una ponderazione oggettiva e chiederci semplicemente se è giusto o sbagliato che una persona, nella sua piena e totale consapevolezza, possa scegliere liberamente se e come concludere la propria vita.

2. Le norme di riferimento

Partiamo dal presupposto che l’eutanasia, nell’ordinamento italiano, rientra nelle fattispecie di reato di cui agli artt. 579 (omicidio del consenziente) e 580 (istigazione o aiuto al suicidio) c.p.: la prima norma punisce con la reclusione da sei a quindici anni “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui”, mentre la seconda punisce da cinque a dodici anni “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”. Entrambe le norme hanno come ratio quella di tutelare il bene giuridico più importante: la vita. E questo anche se sussiste la volontà del titolare di non proseguirla.
Pertanto, nel nostro Paese, nel caso in cui taluno voglia porre fine alla propria vita in modo da evitare delle sofferenze imposte da una malattia (intesa nel senso più generico come alterazione psico-fisica dell’organismo) irreversibile, non può godere di questo diritto e altro non può fare se non rifiutare le cure che gli vengono offerte, anche se queste siano di supporto alla sua sopravvivenza. Per questo motivo, ordinamenti come il nostro vengono definiti “a modello chiuso”. Al contrario, in quelli “a modello aperto” sussiste un vero e proprio diritto a morire dignitosamente.
Basandoci, però, sul dettato costituzionale, ed in particolare sul diritto di inviolabilità della libertà personale e sull’autodeterminazione della persona (rispettivamente artt. 13 e 32, co. 2 Cost.) sembra pacifico ritenere che l’orientamento “chiuso” del nostro Paese non sia sufficiente a soddisfare pienamente ciò che, a livello interpretativo estensivo, la nostra Costituzione cerca di fare valere.
Nel dettaglio, nell’art. 13 Cost. non sussistono limiti ben precisi alla libertà di disporre del proprio corpo, essendo questi rinviati alla legge ordinaria. Ma quest’ultima, basandosi proprio su questo dettato, dovrebbe estendere questa libertà proprio in virtù del principio di autodeterminazione della persona sancito, senza ostacoli da parte di terzi. In tal modo, seguendo la linea di pensiero del legislatore, dovrebbe essere un reato anche il suicidio o il tentato suicidio, perché lede ciò che si vuole a tutti i costi tutelare (l’integrità fisica e il diritto alla vita) pur essendo questo atto estremo perfettamente compatibile con il diritto di autodeterminazione pocanzi citato. E invece così non è, date le difficoltà attuative che sorgono in capo a questi casi: per il primo, sembrerebbe una contraddizione dover punire chi ormai non ha la possibilità di essere punito; per il caso del tentativo, invece, si punta di più ad aiuti e sostegni psicologici piuttosto che ad una punizione che potrebbe essere più controproducente che altro.
Il problema che si viene a creare è presente proprio nella concezione contenuta nel codice Rocco, che pone dei limiti di legittimità di una tutela paternalistica della vita. Questa tende a proteggere il soggetto da danni derivanti da sue decisioni con una punizione atta ad una rieducazione in virtù dell’art. 27, co. 3 Cost., in modo che non possa più porre in essere certi comportamenti lesivi.
Inoltre, secondo l’art. 32 Cost., “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Vi è ancora un rinvio alla legge ordinaria, ma, questa volta, solo per casi di sicurezza pubblica (come può essere una pandemia). Per tutti gli altri casi, come sopra anticipato, il soggetto è libero di rifiutare le cure che gli vengono offerte, ma la sua libertà trova il suo limite qui.
Recentemente, la legge n. 219/2017 ha sancito, all’art. 2, co. 2, il divieto di accanimento terapeutico, in linea con i diritti del paziente e con i doveri del medico. Quest’applicazione ha come presupposto la irreversibilità della malattia del soggetto per la quale qualsiasi intervento medico sarebbe inutile o controproducente e la funzione precauzionale sulla salute psico-fisica del paziente. In questo caso, il legislatore ha ritenuto, giustamente, più sensato il non tutelare la vita del paziente, il cui decesso è inevitabile.
Sulla stessa linea, allora, perché non consentire a un soggetto che non è più titolare di una vita, ma solo di una mera sopravvivenza, di poter disporre di mezzi leciti che possano porre fine alle sue sofferenze? Qual è la differenza?

3. La storica pronuncia della Corte Costituzionale

Nel 2019, a seguito di sollevamento di questioni di legittimità da parte della Corte d’Assise di Milano che vedeva come imputato Marco Cappato, esponente dell’Associazione Coscioni famosa per le sue battaglie per i diritti civili, ha pronunciato una sentenza di un’importanza straordinaria, colmando così l’inerzia del Parlamento.
Il caso riguardava il suicidio di Fabio Antoniani (Dj Fabo) il quale, essendo stato vittima di un brutto incidente stradale, era divenuto cieco e tetraplegico, costretto a indicibili sofferenze psichiche e fisiche. Cappato si è offerto di accompagnarlo in Svizzera per fare in modo di poter usufruire del trattamento di eutanasia, dopodiché si è autodenunciato alla Procura di Milano per aiuto al suicidio, arrivando fino alla Corte Costituzionale per questioni di legittimità riguardanti proprio l’art. 580 c.p..
In particolare, la Corte, nelle sue motivazioni, ha sancito che “il giudice a quo rileva come la disposizione denunciata presupponga che il suicidio sia un atto intriso di elementi di disvalore, in quanto contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita in correlazione agli obblighi sociali dell’individuo, ritenuto preminente nella visione del regime fascista. La disposizione dovrebbe essere, però, riletta alla luce della Costituzione: in particolare del principio personalistico enunciato dall’art. 2 – che pone l’uomo e non lo Stato al centro della vita sociale – e di quello di inviolabilità della libertà personale, affermato dall’art. 13; principi alla luce dei quali la vita – primo fra tutti i diritti inviolabili dell’uomo – non potrebbe essere «concepita in funzione di un fine eteronomo rispetto al suo titolare». Di qui, dunque, anche la libertà della persona di scegliere quando e come porre fine alla propria esistenza” (Corte Costituzionale, sent. n. 242/2019).
La Corte, inoltre, prende in considerazione l’art. 32 Cost. e la l. n. 219/2017 sancendo “il diritto della persona capace di rifiutare qualsiasi tipo di trattamento sanitario, ancorché necessario per la propria sopravvivenza (compresi quelli di nutrizione e idratazione artificiale), nonché il divieto di ostinazione irragionevole delle cure, individuando come oggetto di tutela da parte dello Stato «la dignità nella fase finale della vita»” e, successivamente, la Corte europea dei diritti dell’uomo la quale riconosce, “sulla base degli artt. 2 e 8 CEDU (che riconoscono e garantiscono, rispettivamente, il diritto alla vita e il diritto al rispetto alla vita privata), il diritto di ciascun individuo «di decidere con quali mezzi e a che punto la propria vita finirà»”.
Con una minuziosa analisi, la Corte Costituzionale, attraverso tale sentenza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 […] agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale”, sancendo così la legittimità del suicidio medicalmente assistito.

4. Conclusioni: homo faber fortunae suae

Dopo questo formidabile passo avanti compiuto dalla Corte Costituzionale ci si auspica una legge dello Stato atta a regolamentare quanto più possibile l’istituto dell’eutanasia anche nel nostro ordinamento, per far in modo che chi ne abbia bisogno possa scegliere liberamente come concludere la propria vita, lontano da atroci sofferenze, sia psichiche che fisiche. Perché se è vero che l’uomo è artefice del proprio destino deve esserlo fino alla fine autodeterminandosi, decidendo come concludere il proprio cammino su questa terra.

eutanasia

1. Introduzione: cos’è l’eutanasia?

Con il termine “eutanasia” (derivante dal greco: “eu” = bene e “thanatos” = morte) si intende l’attività medica con la quale, attraverso la somministrazione di un farmaco letale al paziente che ne fa richiesta e soddisfa determinate condizioni psico-fisiche, si pone fine alla sua vita. Le condizioni per le quali è possibile chiedere questo particolare intervento sono:

a) la piena capacità del soggetto richiedente di intendere e di volere;
b) la presenza di una malattia progressiva e/o irreversibile che lo costringe a sofferenze psico-fisiche;
c) sopravvivenza attraverso mezzi di “life-sustaining”.

Negli ultimi anni in Italia il dibattito su questo tema così controverso si è acceso sempre di più creando diverse fazioni con differenti ideologie al riguardo. C’è chi concepisce l’eutanasia come diritto costituzionalmente garantito e chi, al contrario, lo ritiene un abominio contro la morale e la vita o, più banalmente, un reato. Ma qual è effettivamente l’entità di questa fattispecie? “Virtus in medio stat”: a prescindere dalle ideologie, bisognerebbe fare una ponderazione oggettiva e chiederci semplicemente se è giusto o sbagliato che una persona, nella sua piena e totale consapevolezza, possa scegliere liberamente se e come concludere la propria vita.

2. Le norme di riferimento

Partiamo dal presupposto che l’eutanasia, nell’ordinamento italiano, rientra nelle fattispecie di reato di cui agli artt. 579 (omicidio del consenziente) e 580 (istigazione o aiuto al suicidio) c.p.: la prima norma punisce con la reclusione da sei a quindici anni “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui”, mentre la seconda punisce da cinque a dodici anni “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”. Entrambe le norme hanno come ratio quella di tutelare il bene giuridico più importante: la vita. E questo anche se sussiste la volontà del titolare di non proseguirla.
Pertanto, nel nostro Paese, nel caso in cui taluno voglia porre fine alla propria vita in modo da evitare delle sofferenze imposte da una malattia (intesa nel senso più generico come alterazione psico-fisica dell’organismo) irreversibile, non può godere di questo diritto e altro non può fare se non rifiutare le cure che gli vengono offerte, anche se queste siano di supporto alla sua sopravvivenza. Per questo motivo, ordinamenti come il nostro vengono definiti “a modello chiuso”. Al contrario, in quelli “a modello aperto” sussiste un vero e proprio diritto a morire dignitosamente.
Basandoci, però, sul dettato costituzionale, ed in particolare sul diritto di inviolabilità della libertà personale e sull’autodeterminazione della persona (rispettivamente artt. 13 e 32, co. 2 Cost.) sembra pacifico ritenere che l’orientamento “chiuso” del nostro Paese non sia sufficiente a soddisfare pienamente ciò che, a livello interpretativo estensivo, la nostra Costituzione cerca di fare valere.
Nel dettaglio, nell’art. 13 Cost. non sussistono limiti ben precisi alla libertà di disporre del proprio corpo, essendo questi rinviati alla legge ordinaria. Ma quest’ultima, basandosi proprio su questo dettato, dovrebbe estendere questa libertà proprio in virtù del principio di autodeterminazione della persona sancito, senza ostacoli da parte di terzi. In tal modo, seguendo la linea di pensiero del legislatore, dovrebbe essere un reato anche il suicidio o il tentato suicidio, perché lede ciò che si vuole a tutti i costi tutelare (l’integrità fisica e il diritto alla vita) pur essendo questo atto estremo perfettamente compatibile con il diritto di autodeterminazione pocanzi citato. E invece così non è, date le difficoltà attuative che sorgono in capo a questi casi: per il primo, sembrerebbe una contraddizione dover punire chi ormai non ha la possibilità di essere punito; per il caso del tentativo, invece, si punta di più ad aiuti e sostegni psicologici piuttosto che ad una punizione che potrebbe essere più controproducente che altro.
Il problema che si viene a creare è presente proprio nella concezione contenuta nel codice Rocco, che pone dei limiti di legittimità di una tutela paternalistica della vita. Questa tende a proteggere il soggetto da danni derivanti da sue decisioni con una punizione atta ad una rieducazione in virtù dell’art. 27, co. 3 Cost., in modo che non possa più porre in essere certi comportamenti lesivi.
Inoltre, secondo l’art. 32 Cost., “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Vi è ancora un rinvio alla legge ordinaria, ma, questa volta, solo per casi di sicurezza pubblica (come può essere una pandemia). Per tutti gli altri casi, come sopra anticipato, il soggetto è libero di rifiutare le cure che gli vengono offerte, ma la sua libertà trova il suo limite qui.
Recentemente, la legge n. 219/2017 ha sancito, all’art. 2, co. 2, il divieto di accanimento terapeutico, in linea con i diritti del paziente e con i doveri del medico. Quest’applicazione ha come presupposto la irreversibilità della malattia del soggetto per la quale qualsiasi intervento medico sarebbe inutile o controproducente e la funzione precauzionale sulla salute psico-fisica del paziente. In questo caso, il legislatore ha ritenuto, giustamente, più sensato il non tutelare la vita del paziente, il cui decesso è inevitabile.
Sulla stessa linea, allora, perché non consentire a un soggetto che non è più titolare di una vita, ma solo di una mera sopravvivenza, di poter disporre di mezzi leciti che possano porre fine alle sue sofferenze? Qual è la differenza?

3. La storica pronuncia della Corte Costituzionale

Nel 2019, a seguito di sollevamento di questioni di legittimità da parte della Corte d’Assise di Milano che vedeva come imputato Marco Cappato, esponente dell’Associazione Coscioni famosa per le sue battaglie per i diritti civili, ha pronunciato una sentenza di un’importanza straordinaria, colmando così l’inerzia del Parlamento.
Il caso riguardava il suicidio di Fabio Antoniani (Dj Fabo) il quale, essendo stato vittima di un brutto incidente stradale, era divenuto cieco e tetraplegico, costretto a indicibili sofferenze psichiche e fisiche. Cappato si è offerto di accompagnarlo in Svizzera per fare in modo di poter usufruire del trattamento di eutanasia, dopodiché si è autodenunciato alla Procura di Milano per aiuto al suicidio, arrivando fino alla Corte Costituzionale per questioni di legittimità riguardanti proprio l’art. 580 c.p..
In particolare, la Corte, nelle sue motivazioni, ha sancito che “il giudice a quo rileva come la disposizione denunciata presupponga che il suicidio sia un atto intriso di elementi di disvalore, in quanto contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita in correlazione agli obblighi sociali dell’individuo, ritenuto preminente nella visione del regime fascista. La disposizione dovrebbe essere, però, riletta alla luce della Costituzione: in particolare del principio personalistico enunciato dall’art. 2 – che pone l’uomo e non lo Stato al centro della vita sociale – e di quello di inviolabilità della libertà personale, affermato dall’art. 13; principi alla luce dei quali la vita – primo fra tutti i diritti inviolabili dell’uomo – non potrebbe essere «concepita in funzione di un fine eteronomo rispetto al suo titolare». Di qui, dunque, anche la libertà della persona di scegliere quando e come porre fine alla propria esistenza” (Corte Costituzionale, sent. n. 242/2019).
La Corte, inoltre, prende in considerazione l’art. 32 Cost. e la l. n. 219/2017 sancendo “il diritto della persona capace di rifiutare qualsiasi tipo di trattamento sanitario, ancorché necessario per la propria sopravvivenza (compresi quelli di nutrizione e idratazione artificiale), nonché il divieto di ostinazione irragionevole delle cure, individuando come oggetto di tutela da parte dello Stato «la dignità nella fase finale della vita»” e, successivamente, la Corte europea dei diritti dell’uomo la quale riconosce, “sulla base degli artt. 2 e 8 CEDU (che riconoscono e garantiscono, rispettivamente, il diritto alla vita e il diritto al rispetto alla vita privata), il diritto di ciascun individuo «di decidere con quali mezzi e a che punto la propria vita finirà»”.
Con una minuziosa analisi, la Corte Costituzionale, attraverso tale sentenza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219 […] agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale”, sancendo così la legittimità del suicidio medicalmente assistito.

4. Conclusioni: homo faber fortunae suae

Dopo questo formidabile passo avanti compiuto dalla Corte Costituzionale ci si auspica una legge dello Stato atta a regolamentare quanto più possibile l’istituto dell’eutanasia anche nel nostro ordinamento, per far in modo che chi ne abbia bisogno possa scegliere liberamente come concludere la propria vita, lontano da atroci sofferenze, sia psichiche che fisiche. Perché se è vero che l’uomo è artefice del proprio destino deve esserlo fino alla fine autodeterminandosi, decidendo come concludere il proprio cammino su questa terra.

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