Equo processo ex art. 6 CEDU: la prova dichiarativa sull’asse Roma- Strasburgo

Il Supremo Collegio, con la pronuncia n. 3007 depositata dalla Quinta Sezione Penale il 25.01.2021, ha ritenuto fondato il primo motivo di ricorso, nella parte in cui lamenta la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale per quanto concerne l’esame degli imputati.

Cedu

Il Supremo Collegio, con la pronuncia n. 3007 depositata dalla Quinta Sezione Penale il 25.01.2021, ha ritenuto fondato il primo motivo di ricorso, nella parte in cui lamenta la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con riferimento all’esame degli imputati.
Ciò è stato deciso sulla base dei principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte EDU e da quella di legittimità, anche a Sezioni Unite, a proposito della necessità per il Giudice di appello di riassumere la prova dichiarativa prima di procedere al ribaltamento di una decisione liberatoria, quando la nuova valutazione di detto contributo sia stata decisiva nell’ottica della riforma.
Ed infatti, la più alta composizione della Corte di Cassazione, si è posta in linea di continuità rispetto al principio – inaugurato dalla Corte di Strasburgo nella vicenda Dan c. Moldavia del 2011 – in forza del quale il Giudice di appello che intende ribaltare la sentenza assolutoria, ha l’obbligo di rinnovare la prova dichiarativa ritenuta decisiva (in termini, SS UU, sent. n. 27620 del 28/04/2016, ric. Dasgupta).
In tale ottica, il criterio della decisività va interpretato nel senso che la prova suddetta può dirsi decisiva laddove si tratti di un elemento che, sulla base della sentenza di primo grado ha determinato, o anche soltanto contribuito a determinare, un esito liberatorio e che, se espunto dal complesso del materiale probatorio, si rivela potenzialmente idoneo a incidere sull’esito del giudizio di appello.
Costituiscono prove orali decisive anche quelle che, pur ritenute dal primo giudice di scarso o nullo valore, siano invece, nella prospettiva dell’appellante, rilevanti – da sole o in uno con altri elementi di prova – a modificare il giudizio di responsabilità.
Sul medesimo versante ermeneutico si pone la successiva pronuncia a Sezioni Unite Patalano (SS UU., sent. n. 18620/17), che ha esteso l’obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa in appello anche al caso in cui il ribaltamento riguardi una decisione di primo grado avvenuta nelle forme del rito abbreviato non condizionato.
In continuità con le pronunce Dasgupta e Patalano, si staglia la sentenza Pavan (SS UU, sent. n. 14426/19), che ha sancito l’obbligo di rinnovazione in appello, nel caso di ribaltamento della decisione assolutoria di prime cure anche con riferimento alla escussione dei periti e dei consulenti.
La fervente giurisprudenza di legittimità è stata il volano che ha condotto alla introduzione, con la riforma Orlando del 2017, del comma 3-bis dell’art. 603 c.p.p., a mente del quale “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”.
In ossequio a tali coordinate di diritto il Supremo Collegio con la decisione in commento ha evidenziato come la rinnovazione non sia avvenuta ad opera degli stessi Giudici-persone fisiche che hanno poi deciso il processo in secondo grado con una totale riforma contra reum. Questi ultimi, infatti, hanno deciso la condanna dell’imputato senza aver raccolto ed apprezzato direttamente la prova dichiarativa centrale.
Il percorso interpretativo che ha condotto il Collegio a questa conclusione si muove lungo una direttrice ampiamente nota, che è quella delle implicazioni della giurisprudenza della Corte EDU sull’evoluzione giurisprudenziale e normativa interna circa la correlazione tra obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa in appello e ribaltamento della pronunzia assolutoria di primo grado da parte del Giudice di seconde cure.
La ratio, con ogni evidenza, risiede nel fatto che coloro che hanno la responsabilità di decidere la colpevolezza o l’innocenza di un imputato dovrebbero, in linea di massima, poter udire i testimoni personalmente e valutare la loro attendibilità, poiché la valutazione dell’attendibilità di un testimone è un compito complesso che generalmente non può essere eseguito mediante una semplice lettura delle sue parole verbalizzate dinanzi ad altro organo giudiziario.
Passaggio cruciale che ha dato l’abbrivio all’illustrato approccio di legittimità è offerto anche dalla sentenza Hanu c. Romania del 2013, nella quale i Giudici di Strasburgo hanno pioneristicamente affermato che uno dei requisiti per un processo equo è che l’imputato abbia la possibilità di confrontarsi con i testimoni alla presenza di un giudice chiamato a decidere la causa, in quanto l’osservazione diretta da parte del giudice dell’atteggiamento e della credibilità di un determinato testimone può essere determinante ai fini del giudizio.
A riprova dell’attualità dell’orientamento della Corte EDU, giova rilevare la recentissima sentenza Tondo c. Italia del 22/10/2020, con cui l’Italia è stata condannata per violazione dell’art. 6 par. CEDU in un caso di mancata rinnovazione della prova dichiarativa in appello.
Nella pronuncia de qua la Corte di Strasburgo ha sottolineato che, quando un giudice di appello deve rivalutare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non può, per motivi di equità del procedimento, decidere su tali questioni senza una valutazione diretta delle dichiarazioni dei testimoni che hanno reso una deposizione durante il procedimento e alle cui dichiarazioni il giudice vuole dare una nuova interpretazione.
In definitiva, può affermarsi che il vulnus individuato dalla Corte EDU al principio del giusto processo consiste nella violazione del principio di oralità ed immediatezza quale metodo più corretto per lo scrutinio di una prova che sia rilevante ai fini del giudizio; metodo che non può essere surrogato solo sulla base di quanto risulti verbalizzato, ma che impone che il Giudice di appello guardi ed ascolti personalmente il testimone sulla cui base avviene l’overtuming.
Da Dan c. Moldavia del 2011 a Cassazione Marino del 2021, può dirsi che si sta delineando – lentamente ma incisivamente – uno statuto Convenzionale sull’istituto della rinnovazione della prova nell’ambito dei giudizi di impugnazione.

Cedu

Il Supremo Collegio, con la pronuncia n. 3007 depositata dalla Quinta Sezione Penale il 25.01.2021, ha ritenuto fondato il primo motivo di ricorso, nella parte in cui lamenta la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con riferimento all’esame degli imputati.
Ciò è stato deciso sulla base dei principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte EDU e da quella di legittimità, anche a Sezioni Unite, a proposito della necessità per il Giudice di appello di riassumere la prova dichiarativa prima di procedere al ribaltamento di una decisione liberatoria, quando la nuova valutazione di detto contributo sia stata decisiva nell’ottica della riforma.
Ed infatti, la più alta composizione della Corte di Cassazione, si è posta in linea di continuità rispetto al principio – inaugurato dalla Corte di Strasburgo nella vicenda Dan c. Moldavia del 2011 – in forza del quale il Giudice di appello che intende ribaltare la sentenza assolutoria, ha l’obbligo di rinnovare la prova dichiarativa ritenuta decisiva (in termini, SS UU, sent. n. 27620 del 28/04/2016, ric. Dasgupta).
In tale ottica, il criterio della decisività va interpretato nel senso che la prova suddetta può dirsi decisiva laddove si tratti di un elemento che, sulla base della sentenza di primo grado ha determinato, o anche soltanto contribuito a determinare, un esito liberatorio e che, se espunto dal complesso del materiale probatorio, si rivela potenzialmente idoneo a incidere sull’esito del giudizio di appello.
Costituiscono prove orali decisive anche quelle che, pur ritenute dal primo giudice di scarso o nullo valore, siano invece, nella prospettiva dell’appellante, rilevanti – da sole o in uno con altri elementi di prova – a modificare il giudizio di responsabilità.
Sul medesimo versante ermeneutico si pone la successiva pronuncia a Sezioni Unite Patalano (SS UU., sent. n. 18620/17), che ha esteso l’obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa in appello anche al caso in cui il ribaltamento riguardi una decisione di primo grado avvenuta nelle forme del rito abbreviato non condizionato.
In continuità con le pronunce Dasgupta e Patalano, si staglia la sentenza Pavan (SS UU, sent. n. 14426/19), che ha sancito l’obbligo di rinnovazione in appello, nel caso di ribaltamento della decisione assolutoria di prime cure anche con riferimento alla escussione dei periti e dei consulenti.
La fervente giurisprudenza di legittimità è stata il volano che ha condotto alla introduzione, con la riforma Orlando del 2017, del comma 3-bis dell’art. 603 c.p.p., a mente del quale “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”.
In ossequio a tali coordinate di diritto il Supremo Collegio con la decisione in commento ha evidenziato come la rinnovazione non sia avvenuta ad opera degli stessi Giudici-persone fisiche che hanno poi deciso il processo in secondo grado con una totale riforma contra reum. Questi ultimi, infatti, hanno deciso la condanna dell’imputato senza aver raccolto ed apprezzato direttamente la prova dichiarativa centrale.
Il percorso interpretativo che ha condotto il Collegio a questa conclusione si muove lungo una direttrice ampiamente nota, che è quella delle implicazioni della giurisprudenza della Corte EDU sull’evoluzione giurisprudenziale e normativa interna circa la correlazione tra obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa in appello e ribaltamento della pronunzia assolutoria di primo grado da parte del Giudice di seconde cure.
La ratio, con ogni evidenza, risiede nel fatto che coloro che hanno la responsabilità di decidere la colpevolezza o l’innocenza di un imputato dovrebbero, in linea di massima, poter udire i testimoni personalmente e valutare la loro attendibilità, poiché la valutazione dell’attendibilità di un testimone è un compito complesso che generalmente non può essere eseguito mediante una semplice lettura delle sue parole verbalizzate dinanzi ad altro organo giudiziario.
Passaggio cruciale che ha dato l’abbrivio all’illustrato approccio di legittimità è offerto anche dalla sentenza Hanu c. Romania del 2013, nella quale i Giudici di Strasburgo hanno pioneristicamente affermato che uno dei requisiti per un processo equo è che l’imputato abbia la possibilità di confrontarsi con i testimoni alla presenza di un giudice chiamato a decidere la causa, in quanto l’osservazione diretta da parte del giudice dell’atteggiamento e della credibilità di un determinato testimone può essere determinante ai fini del giudizio.
A riprova dell’attualità dell’orientamento della Corte EDU, giova rilevare la recentissima sentenza Tondo c. Italia del 22/10/2020, con cui l’Italia è stata condannata per violazione dell’art. 6 par. CEDU in un caso di mancata rinnovazione della prova dichiarativa in appello.
Nella pronuncia de qua la Corte di Strasburgo ha sottolineato che, quando un giudice di appello deve rivalutare la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, non può, per motivi di equità del procedimento, decidere su tali questioni senza una valutazione diretta delle dichiarazioni dei testimoni che hanno reso una deposizione durante il procedimento e alle cui dichiarazioni il giudice vuole dare una nuova interpretazione.
In definitiva, può affermarsi che il vulnus individuato dalla Corte EDU al principio del giusto processo consiste nella violazione del principio di oralità ed immediatezza quale metodo più corretto per lo scrutinio di una prova che sia rilevante ai fini del giudizio; metodo che non può essere surrogato solo sulla base di quanto risulti verbalizzato, ma che impone che il Giudice di appello guardi ed ascolti personalmente il testimone sulla cui base avviene l’overtuming.
Da Dan c. Moldavia del 2011 a Cassazione Marino del 2021, può dirsi che si sta delineando – lentamente ma incisivamente – uno statuto Convenzionale sull’istituto della rinnovazione della prova nell’ambito dei giudizi di impugnazione.

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