Disastro ambientale e disastro innominato – una nuova riforma che sa di occasione mancata

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Articolo a cura del Dott. Michele Pilia

Il mutamento del contesto sociale ha portato alla ribalta, specie negli ultimi anni, la tematica della tutela penale dei comportamenti illeciti che vanno a ledere il bene giuridico “Ambiente”.
A seguito di questo mutato orizzonte sociale si è a lungo discusso sulla configurabilità dei cd. Reati Ambientali, i quali sono stati per lungo tempo un tema dibattuto nel nostro ordinamento.

disastro ambientale

Un vivace dibattito portava, su spinta europeista1 , e nonostante una lunga ed a tratti travagliata gestazione, alla Legge 68/2015. Tale intervento normativo ha portato all’ introduzione del Titolo VI bis all’interno del codice penale. Questa scelta logistica, non pare affatto casuale; infatti l’attiguità con il Titolo VI “dei delitti contro l’incolumità pubblica” è emblematica del valore rivestito da questa norma per il Legislatore. La predetta modifica legislativa, dall’encomiabile ambizione, ha portato a modificare gli illeciti in materia ambientale sottraendoli alle ipotesi meramente contravvenzionali ed al cd. Disastro Innominato2. Quest’ultimo delitto rappresenta una fattispecie di carattere residuale, o norma di chiusura, rispetto ai disastri rubricati negli articoli precedenti.
Il Disastro Innominato si differenza dalle altre fattispecie di disastro perché ricomprende una serie di ipotesi di cui sono dati solamente i parametri di offensività rispetto al bene giuridico tutelato. Il reato in parola veniva, infatti, adoperato per ricondurre le condotte contro l’ambiente nel novero del penalmente rilevante. Tale prassi destava, già allora, qualche perplessità. Questa potrebbe sembrare un’inutile digressione storica, e parimenti potrebbe far ritenere che la Legge del 2015 abbia segnato una netta cesura con il passato; purtroppo nulla è più lontano dalla realtà.
Invero il Legislatore, inserendo l’art. 452 quater c.p.3, non ha tout court sostituito il Disastro Innominato con il Disastro Ambientale, sottraendolo tramite specificazione dall’ambito applicativo dell’art. 434 c.p.. Infatti, con una scelta che pare ulteriormente discutibile all’interno del testo dell’art. 452 quater c.p. è stata inserita una clausola di riserva proprio rispetto all’art. 434 c.p.. Dall’esame dei lavori parlamentari si evince che, la suddetta clausola, è stata introdotta per garantire l’intangibilità dei processi in essere. Una preoccupazione che, a ben vedere, non avrebbe avuto ragion d’essere. L’inserimento di una nuova fattispecie incriminatrice, con una cornice edittale decisamente più aspra, non sarebbe stata applicabile ai procedimenti già avviati, in primis poiché il trattamento sanzionatorio più grave dell’art. 452 quater c.p. avrebbe precluso, ex art. 2 c.p., l’applicazione del presente reato ai procedimenti penali pendenti; in secondo luogo non essendoci stata l’abrogazione del Disastro Innominato, non ci sarebbe stata una caducazione dei processi in corso.
Tale specificazione risulta non solo inutile, ma complica altresì il già delicato lavoro dell’interprete. Invero l’operatore del diritto ora deve, in una norma priva dei principi di Precisione e Determinatezza, individuarne la portata applicativa sia intrinseca che estrinseca. Sul punto è dovuta intervenire la Suprema Corte4 tracciando una linea di demarcazione tra i due reati, caratterizzando il Disastro Ambientale, ex art. 452 quater c.p., quale lesione al solo ecosistema, mentre l’art. 434 c.p. troverebbe applicazione solo nell’ipotesi in cui il reato sia plurioffensivo, diretto tanto all’integrità dell’ambiente quanto alla pubblica incolumità. Allo stato, però, è punito meno gravemente il caso in cui l’offesa venga rivolta sia all’ambiente che all’incolumità pubblica, rispetto all’ipotesi del solo danno ambientale. Tale ricostruzione ermeneutica però, non risulta pienamente satisfattiva. Invero il punto 3 dell’art. 452 quater c.p. statuisce che reato ambientale può dirsi integrato anche mediante: “l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo” ciò lo renderebbe perfettamente sovrapponibile al Disastro Innominato. Con un ulteriore sforzo interpretativo gli ermellini hanno affermato, in forza della collocazione sistematica, il fatto che deve necessariamente esserci stata una compromissione del “bene giuridico ambiente”. Tale nocumento al bene giuridico non deve essere solo ontologicamente collegato al pericolo di cui al punto 3 della norma, ma deve esserne causa scatenante. Ne consegue che nell’ipotesi di Disastro Ambientale, descritta dall’art. 452 quater c.p. n. 3, il pericolo per l’incolumità pubblica deve essere diretta conseguenza della condotta offensiva nei confronti dell’ambiente.
Definito il quadro normativo, pare opportuno definire quale sia la concezione di “Ambiente” che possa fare da discrimine nell’applicazione delle due norme vigenti. La Giurisprudenza, da ormai vent’anni5, si è stratificata su un concetto di tutela del bene giuridico nella sua accezione più ampia. Occorre, dunque, guardare all’Ambiente come ad un “sistema”, considerato cioè nel suo aspetto dinamico, e non soltanto da un punto di vista statico ed astratto. Di fatto, con queste interpretazioni, pregevoli ma poco agevoli, viene ampliata ulteriormente una fattispecie di reato dai profili quantomeno fumosi e permangono, inoltre, notevoli nodi interpretativi.
Orbene, avendo chiaro sia l’iter storico-normativo, sia la differenziazione tra le fattispecie vigenti nonché il loro ambito applicativo, è opportuno procedere alla disamina dei profili colposi di questa fattispecie. Preliminarmente occorre muovere delle considerazioni sulla disciplina di cui agli artt. 449 e 450 c.p., i quali, nella previgente tutela dei reati ambientali, rappresentavano l’unico strumento mediante il quale reprimere le condotte colpose, per poi analizzare compitamente l’art. 452 quinques c.p.6. Molto si può opinare al Legislatore del Codice del 1930, ma non che peccasse in quanto a chiarezza e tecnica legislativa.
Nel Codice Rocco, infatti, sono state delineate all’interno degli artt. 449 e 450 c.p. due diversi tipi di responsabilità colposa, senza spiacevoli sovrapposizioni. Invero l’art. 449 c.p. disciplina le ipotesi di reati colposi di danno, mentre l’art. 450 c.p., anticipando la tutela penale, disciplina i reati colposi di pericolo. Orbene da una parte appare pacifica la configurabilità del combinato disposto degli artt. 434 e 449 c.p., ove si richiede che per colpa venga effettivamente cagionato il disastro previsto come Disastro Innominato, con un trattamento sanzionatorio che si muove all’interno di una cornice edittale che va dagli anni 1 agli anni 5 di reclusione. Dall’altra risulta pacifica l’assoluta incompatibilità del Disastro Innominato con quanto disposto dall’art. 450 c.p.. Invero, nell’elencazione tassativa dei reati per cui si applica l’ipotesi di reato colposo di pericolo di cui all’art. 450 c.p. non si rinviene la fattispecie delineata dall’art. 434 c.p.. Il previgente dettato normativo risultava di chiarezza cristallina e non causava particolari perplessità negli interpreti. Per l’effetto risultava agevole sostenere che la fattispecie colposa del Disastro Ambientale, ante 2015, risultasse annoverabile esclusivamente tra i reati di danno e non di pericolo. L’infelice nuova formulazione normativa non permette all’interprete altrettanta sicurezza. In primis l’art. 452 quinques c.p. accorpa in un’unica norma i reati di danno e reati di pericolo, e soprattutto norma in maniera omogenea due fattispecie profondamente disomogenee. L’articolo in parola prevede un’estensione della punibilità, rispetto a quanto inizialmente disposto dal Legislatore ante 2015, che si applica non solo all’ipotesi di Disastro Ambientale, ma anche al semplice Inquinamento (sine Disastro) preveduto dall’art. 452 bis c.p.7.
Ai fini del presente elaborato al lettore basti sapere che le due fattispecie differiscono in base al criterio di estensione del danno e della sua reversibilità. Il primo comma dell’art. 452 quinques c.p. delinea, parimenti all’art. 449 c.p., l’ipotesi di un reato colposo di danno e non desta particolari profili di problematici. Quanto desta, invece, notevoli perplessità è il comma secondo: “Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo.” La norma va quindi a stigmatizzare un reato di pericolo concreto; tuttavia, non è dato comprendere come sia possibile che, da un fatto di inquinamento, ovvero da una compromissione o da un deterioramento significativi e misurabili, i quali costituiscono di per se stessi l’elemento oggettivo del reato, possa derivare un pericolo di un Inquinamento. Si tratta dell’ennesimo corto circuito logico di questa norma. Per mera ipotesi, ed ammesso che le due fattispecie possano concorrere, potrebbe essere astrattamente configurabile il caso in cui si verificasse il reato di cui all’art. 452 bis c.p. in forma colposa, diversamente si applicherebbe la disciplina del tentativo ex art. 56 c.p., e contemporaneamente che questo fosse idoneo a causare il pericolo concreto di un Disastro Ambientale colposo. Tuttavia un’analisi del reato di cui all’art. 452 quater c.p. rivela come questa possibilità sia più teorica che pratica. Sul punto 3 si è già detto, mentre i punti 1 e 2 della norma prevedono, rispettivamente, che il danno ambientale sia irreversibile, oppure che il ripristino dello stato dei luoghi sia eccessivamente oneroso. Tuttavia ritenere che il danno realizzato abbia in se il pericolo di diventare oneroso andrebbe ad integrare un post facto non punibile. Sull’irreversibilità non è dato comprendere come un fatto di reato integrato e qualificato come reversibile possa avere in se stesso insisto il concreto pericolo di essere irreversibile. Dunque non pare che sia effettivamente configurabile il Disastro Ambientale colposo tra i reati di pericolo. Pare, invece, auspicabile un intervento razionalizzante ed organico che normi una disciplina così delicata e di fondamentale importanza, sottraendola a scelte legislative operate sull’onda emotiva di casi mediatici quali il caso “Ilva”, il caso “Eternit” o il caso che sarà alla ribalta quando il Legislatore, finalmente, rimetterà mano a questa fondamentale materia.


1 Direttiva 2008/99 CE 5, la quale imponeva agli Stati Membri di punire i reati ambientali “con sanzioni penali efficaci proporzio- nali dissuasive”
2 “Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi” art. 434 c.p.: “Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene”
3 “Disastro Ambientale” art. 452 quater p.: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; 2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolar- mente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, ar- chitettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”
4 Cass. Pen. Sez III sent. n. 29901/2018 del 18/06/2018
5 Corte cost., Sent., (data ud. 10/07/2002) 26/07/2002, n. 407
6 “Delitti Colposi contro l’ambiente” art. 452 quinques p. “se taluno dei fatti di cui agli articoli 452 bis e 452 quater è com- messo per colpa, le pene previste dai medesimi articoli sono diminuite da un terzo a due terzi. Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulte- riormente diminuite di un terzo.”
7 “Inquinamento Ambientale” art. 452 bis p.: “È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”

disastro ambientale

Un vivace dibattito portava, su spinta europeista1 , e nonostante una lunga ed a tratti travagliata gestazione, alla Legge 68/2015. Tale intervento normativo ha portato all’ introduzione del Titolo VI bis all’interno del codice penale. Questa scelta logistica, non pare affatto casuale; infatti l’attiguità con il Titolo VI “dei delitti contro l’incolumità pubblica” è emblematica del valore rivestito da questa norma per il Legislatore. La predetta modifica legislativa, dall’encomiabile ambizione, ha portato a modificare gli illeciti in materia ambientale sottraendoli alle ipotesi meramente contravvenzionali ed al cd. Disastro Innominato2. Quest’ultimo delitto rappresenta una fattispecie di carattere residuale, o norma di chiusura, rispetto ai disastri rubricati negli articoli precedenti.
Il Disastro Innominato si differenza dalle altre fattispecie di disastro perché ricomprende una serie di ipotesi di cui sono dati solamente i parametri di offensività rispetto al bene giuridico tutelato. Il reato in parola veniva, infatti, adoperato per ricondurre le condotte contro l’ambiente nel novero del penalmente rilevante. Tale prassi destava, già allora, qualche perplessità. Questa potrebbe sembrare un’inutile digressione storica, e parimenti potrebbe far ritenere che la Legge del 2015 abbia segnato una netta cesura con il passato; purtroppo nulla è più lontano dalla realtà.
Invero il Legislatore, inserendo l’art. 452 quater c.p.3, non ha tout court sostituito il Disastro Innominato con il Disastro Ambientale, sottraendolo tramite specificazione dall’ambito applicativo dell’art. 434 c.p.. Infatti, con una scelta che pare ulteriormente discutibile all’interno del testo dell’art. 452 quater c.p. è stata inserita una clausola di riserva proprio rispetto all’art. 434 c.p.. Dall’esame dei lavori parlamentari si evince che, la suddetta clausola, è stata introdotta per garantire l’intangibilità dei processi in essere. Una preoccupazione che, a ben vedere, non avrebbe avuto ragion d’essere. L’inserimento di una nuova fattispecie incriminatrice, con una cornice edittale decisamente più aspra, non sarebbe stata applicabile ai procedimenti già avviati, in primis poiché il trattamento sanzionatorio più grave dell’art. 452 quater c.p. avrebbe precluso, ex art. 2 c.p., l’applicazione del presente reato ai procedimenti penali pendenti; in secondo luogo non essendoci stata l’abrogazione del Disastro Innominato, non ci sarebbe stata una caducazione dei processi in corso.
Tale specificazione risulta non solo inutile, ma complica altresì il già delicato lavoro dell’interprete. Invero l’operatore del diritto ora deve, in una norma priva dei principi di Precisione e Determinatezza, individuarne la portata applicativa sia intrinseca che estrinseca. Sul punto è dovuta intervenire la Suprema Corte4 tracciando una linea di demarcazione tra i due reati, caratterizzando il Disastro Ambientale, ex art. 452 quater c.p., quale lesione al solo ecosistema, mentre l’art. 434 c.p. troverebbe applicazione solo nell’ipotesi in cui il reato sia plurioffensivo, diretto tanto all’integrità dell’ambiente quanto alla pubblica incolumità. Allo stato, però, è punito meno gravemente il caso in cui l’offesa venga rivolta sia all’ambiente che all’incolumità pubblica, rispetto all’ipotesi del solo danno ambientale. Tale ricostruzione ermeneutica però, non risulta pienamente satisfattiva. Invero il punto 3 dell’art. 452 quater c.p. statuisce che reato ambientale può dirsi integrato anche mediante: “l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo” ciò lo renderebbe perfettamente sovrapponibile al Disastro Innominato. Con un ulteriore sforzo interpretativo gli ermellini hanno affermato, in forza della collocazione sistematica, il fatto che deve necessariamente esserci stata una compromissione del “bene giuridico ambiente”. Tale nocumento al bene giuridico non deve essere solo ontologicamente collegato al pericolo di cui al punto 3 della norma, ma deve esserne causa scatenante. Ne consegue che nell’ipotesi di Disastro Ambientale, descritta dall’art. 452 quater c.p. n. 3, il pericolo per l’incolumità pubblica deve essere diretta conseguenza della condotta offensiva nei confronti dell’ambiente.
Definito il quadro normativo, pare opportuno definire quale sia la concezione di “Ambiente” che possa fare da discrimine nell’applicazione delle due norme vigenti. La Giurisprudenza, da ormai vent’anni5, si è stratificata su un concetto di tutela del bene giuridico nella sua accezione più ampia. Occorre, dunque, guardare all’Ambiente come ad un “sistema”, considerato cioè nel suo aspetto dinamico, e non soltanto da un punto di vista statico ed astratto. Di fatto, con queste interpretazioni, pregevoli ma poco agevoli, viene ampliata ulteriormente una fattispecie di reato dai profili quantomeno fumosi e permangono, inoltre, notevoli nodi interpretativi.
Orbene, avendo chiaro sia l’iter storico-normativo, sia la differenziazione tra le fattispecie vigenti nonché il loro ambito applicativo, è opportuno procedere alla disamina dei profili colposi di questa fattispecie. Preliminarmente occorre muovere delle considerazioni sulla disciplina di cui agli artt. 449 e 450 c.p., i quali, nella previgente tutela dei reati ambientali, rappresentavano l’unico strumento mediante il quale reprimere le condotte colpose, per poi analizzare compitamente l’art. 452 quinques c.p.6. Molto si può opinare al Legislatore del Codice del 1930, ma non che peccasse in quanto a chiarezza e tecnica legislativa.
Nel Codice Rocco, infatti, sono state delineate all’interno degli artt. 449 e 450 c.p. due diversi tipi di responsabilità colposa, senza spiacevoli sovrapposizioni. Invero l’art. 449 c.p. disciplina le ipotesi di reati colposi di danno, mentre l’art. 450 c.p., anticipando la tutela penale, disciplina i reati colposi di pericolo. Orbene da una parte appare pacifica la configurabilità del combinato disposto degli artt. 434 e 449 c.p., ove si richiede che per colpa venga effettivamente cagionato il disastro previsto come Disastro Innominato, con un trattamento sanzionatorio che si muove all’interno di una cornice edittale che va dagli anni 1 agli anni 5 di reclusione. Dall’altra risulta pacifica l’assoluta incompatibilità del Disastro Innominato con quanto disposto dall’art. 450 c.p.. Invero, nell’elencazione tassativa dei reati per cui si applica l’ipotesi di reato colposo di pericolo di cui all’art. 450 c.p. non si rinviene la fattispecie delineata dall’art. 434 c.p.. Il previgente dettato normativo risultava di chiarezza cristallina e non causava particolari perplessità negli interpreti. Per l’effetto risultava agevole sostenere che la fattispecie colposa del Disastro Ambientale, ante 2015, risultasse annoverabile esclusivamente tra i reati di danno e non di pericolo. L’infelice nuova formulazione normativa non permette all’interprete altrettanta sicurezza. In primis l’art. 452 quinques c.p. accorpa in un’unica norma i reati di danno e reati di pericolo, e soprattutto norma in maniera omogenea due fattispecie profondamente disomogenee. L’articolo in parola prevede un’estensione della punibilità, rispetto a quanto inizialmente disposto dal Legislatore ante 2015, che si applica non solo all’ipotesi di Disastro Ambientale, ma anche al semplice Inquinamento (sine Disastro) preveduto dall’art. 452 bis c.p.7.
Ai fini del presente elaborato al lettore basti sapere che le due fattispecie differiscono in base al criterio di estensione del danno e della sua reversibilità. Il primo comma dell’art. 452 quinques c.p. delinea, parimenti all’art. 449 c.p., l’ipotesi di un reato colposo di danno e non desta particolari profili di problematici. Quanto desta, invece, notevoli perplessità è il comma secondo: “Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo.” La norma va quindi a stigmatizzare un reato di pericolo concreto; tuttavia, non è dato comprendere come sia possibile che, da un fatto di inquinamento, ovvero da una compromissione o da un deterioramento significativi e misurabili, i quali costituiscono di per se stessi l’elemento oggettivo del reato, possa derivare un pericolo di un Inquinamento. Si tratta dell’ennesimo corto circuito logico di questa norma. Per mera ipotesi, ed ammesso che le due fattispecie possano concorrere, potrebbe essere astrattamente configurabile il caso in cui si verificasse il reato di cui all’art. 452 bis c.p. in forma colposa, diversamente si applicherebbe la disciplina del tentativo ex art. 56 c.p., e contemporaneamente che questo fosse idoneo a causare il pericolo concreto di un Disastro Ambientale colposo. Tuttavia un’analisi del reato di cui all’art. 452 quater c.p. rivela come questa possibilità sia più teorica che pratica. Sul punto 3 si è già detto, mentre i punti 1 e 2 della norma prevedono, rispettivamente, che il danno ambientale sia irreversibile, oppure che il ripristino dello stato dei luoghi sia eccessivamente oneroso. Tuttavia ritenere che il danno realizzato abbia in se il pericolo di diventare oneroso andrebbe ad integrare un post facto non punibile. Sull’irreversibilità non è dato comprendere come un fatto di reato integrato e qualificato come reversibile possa avere in se stesso insisto il concreto pericolo di essere irreversibile. Dunque non pare che sia effettivamente configurabile il Disastro Ambientale colposo tra i reati di pericolo. Pare, invece, auspicabile un intervento razionalizzante ed organico che normi una disciplina così delicata e di fondamentale importanza, sottraendola a scelte legislative operate sull’onda emotiva di casi mediatici quali il caso “Ilva”, il caso “Eternit” o il caso che sarà alla ribalta quando il Legislatore, finalmente, rimetterà mano a questa fondamentale materia.


1 Direttiva 2008/99 CE 5, la quale imponeva agli Stati Membri di punire i reati ambientali “con sanzioni penali efficaci proporzio- nali dissuasive”
2 “Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi” art. 434 c.p.: “Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene”
3 “Disastro Ambientale” art. 452 quater p.: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; 2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolar- mente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, ar- chitettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”
4 Cass. Pen. Sez III sent. n. 29901/2018 del 18/06/2018
5 Corte cost., Sent., (data ud. 10/07/2002) 26/07/2002, n. 407
6 “Delitti Colposi contro l’ambiente” art. 452 quinques p. “se taluno dei fatti di cui agli articoli 452 bis e 452 quater è com- messo per colpa, le pene previste dai medesimi articoli sono diminuite da un terzo a due terzi. Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulte- riormente diminuite di un terzo.”
7 “Inquinamento Ambientale” art. 452 bis p.: “È punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”

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