Autoriciclaggio: un tentativo di evitare perniciose applicazioni

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

Articolo a cura dell’Avv. Alessandro Keller

autoriciclaggio

1. Il reato di autoriciclaggio per contrastare il fenomeno del riciclaggio

Il fenomeno del riciclaggio, in senso lato, consiste nella trasformazione di un potere di acquisto meramente “potenziale” in un potere di acquisto “effettivo”: il denaro, il bene o l’utilità provenienti da un reato sono trasformati, sostituiti e reinvestiti in attività economiche e produttive che generano nuovi profitti. Viene così ostacolata l’aggressione da parte dell’Autorità giudiziaria dei patrimoni di origine illecita e, al contempo, pregiudicata la libera concorrenza sul mercato, realizzando una unfair competition.
I presidi offerti dall’ordinamento per contrastare tale fenomeno sono rappresentati, accanto alle azioni di prevenzione previste dalla disciplina “antiriciclaggio”, di cui al D.Lgs. 231/2007, dai reati di “ricettazione” (art. 648 c.p.), “riciclaggio” (art. 648 bis c.p.) e “impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita” (art. 648 ter c.p.).
A tale catalogo, in tempi relativamente recenti, il legislatore ha aggiunto, con la L. 15 dicembre 2014, n. 186, anche la fattispecie di “autoriciclaggio” (art. 648 ter.1 c.p.): la gestazione della norma è stata accompagnata da un vivo dibattito sull’opportunità di punire quelle attività di “ripulitura” realizzate dal medesimo autore del reato presupposto da cui si è generato il denaro di provenienza illecita. Tale profilo differenzia la norma rispetto al reato di riciclaggio, che richiede invece un’alterità dell’autore del reato presupposto rispetto a quello della condotta di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa (il riciclatore non deve aver contribuito alla realizzazione del reato presupposto da cui si è generato il bene, il denaro o l’utilità su cui compie azioni di sostituzione, trasferimento o altre comunque idonee ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa).

2. Il c.d. “privilegio di autoriciclaggio”

L’introduzione della fattispecie di cui all’art. 648 ter.1 c.p., quindi, ha fatto venire meno il c.d. “privilegio di autoriciclaggio”. Il legislatore, almeno in questa occasione, con la L. n. 186/2014, aveva precorso i tempi, se si considera che solo con la Direttiva UE 2018/1673 del 23 ottobre 2018 ci si era posti l’intento di omogenizzare a livello euro-unitario le norme minime relative alla definizione dei reati e alle sanzioni in materia di riciclaggio, sollecitando gli Stati membri ad adottare norme penali finalizzate a sanzionare anche le condotte di autoriciclaggio, mentre il “privilegio di autoriciclaggio” ancora resisteva (e resiste tutt’oggi) in alcuni ordinamenti europei (così in Germania).
Eppure, è condivisibile la prospettiva di tradizione illuministica secondo cui costituisce una violazione del ne bis in idem punire (anche) le azioni poste in essere al fine di conseguire vantaggi dal profitto illecito ottenuto dalla commissione di un reato: l’utilizzo del bene o del denaro da parte dell’autore del reato presupposto è, per così dire, ciò che la dottrina penalista nostrana definisce, infatti, “sviluppo normale” (cfr. G. Marinucci – E. Dolcini – G.L. Gatta, Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, Ed. 2018, p. 555 e ss.). Ne consegue che il reinvestimento in “attività economiche, produttive, finanziarie o speculative” (così l’art. 648 ter.1 c.p.) del denaro o dei beni di provenienza illecita dovrebbe essere penalmente irrilevante se realizzato dallo stesso autore del reato che li ha generati, trattandosi di meri post facta non punibili, in quanto il disvalore è assorbito nella norma che punisce il reato presupposto. Medesima conclusione è imposta dalla garanzia del nemo tenetur se detegere, principio anche noto come “Miranda Warnings”, dal caso Miranda v. Arizona, 384 U.S. 436 (1966) deciso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, per cui se nessuno – in una logica processuale – può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale, parimenti nessuno dovrebbe essere obbligato – in una logica sostanziale – ad agevolare l’Autorità Giudiziaria nell’identificazione del profitto ricavato dalla commissione di un reato da lui stesso commesso.

3. L’autoriciclaggio: unicità del fine di ostacolare la provenienza delittuosa

L’introduzione del reato di autoriciclaggio, quindi, ha indubbiamente reso discutibile la valenza delle garanzie appena descritte, introducendo nell’ordinamento uno strumento incline a generare una serie di effetti perniciosi.
Tra questi vi è la possibilità di configurare il c.d. “autoriciclaggio indiretto”, cioè autoriciclaggio da autoriciclaggio, che genererebbe un loop di contestazioni senza fine (cfr. F. Sgubbi, Il nuovo delitto di “autoriciclaggio”: una fonte inesauribile di “effetti perversi” dell’azione legislativa, in Diritto Penale Contemporaneo).
Un tentativo di soluzione emerge dai recenti arresti della giurisprudenza di legittimità relativi all’affine fattispecie di riciclaggio, in cui si è affermata la natura di “reato istantaneo a consumazione prolungata” – e quindi “eventualmente permanente” – da cui deriverebbe la rilevanza di tutte le operazioni poste in essere anche in un lungo lasso temporale (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 24/09/2020, dep. 11/11/2020, n. 31569).
Secondo tale impostazione ermeneutica, quindi, il reato si consumerebbe solo con l’ultimo atto idoneo ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa. In questo senso risulta rappresentativa la condanna per riciclaggio pronunciata nei confronti di colui che aveva oscurato, tramite atti negoziali leciti, di cui il primo risalente addirittura all’anno 2000, i profitti di reati di truffa e tributari commessi negli anni ‘90 dai genitori, profitti depositati all’estero e fatti rientrare in Italia con il c.d. “scudo fiscale” di cui alla L. n. 27/2003: la c.d. fase layering del riciclaggio risultava commessa in modo univoco (univocità degli atti idonei allo scopo) ed il reato era stato ritenuto consumato solo con l’ultimo atto utile ad ostacolare l’origine delittuosa del denaro (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 13/11/2018, dep. 24/02/2020, n. 7257).
Nonostante le ricadute (a loro volta perniciose) sulla prescrizione (che decorrerebbe dall’ultimo atto ritenuto rilevante ai fini dell’integrazione della norma e non da ogni singola azione ritenuta idonea ad ostacolare la provenienza delittuosa), l’applicazione di una tale impostazione ermeneutica al reato di autoriciclaggio eviterebbe il rischio del loop di plurime contestazioni all’infinito. Non essendo necessario il passaggio ad autore diverso del bene o denaro di provenienza illecita, come nel riciclaggio, ogni attività compiuta sul provento dall’autore del reato presupposto non costituirebbe più un atto penalmente rilevante idoneo ad integrare plurime volte l’art. 648 ter.1 c.p., ogni volta così e all’infinito, ma – seguendo la logica del reato eventualmente permanente posto in essere con plurime azioni sempre sullo stesso bene o denaro di provenienza illecita – rileverebbe l’unità dell’obiettivo comune a cui gli atti risultano finalizzati: risulterebbe integrato un unico reato di autoriciclaggio, consumato con l’ultimo atto utile ad ostacolare “concretamente” la provenienza delittuosa.

4. Le residuali vie d’uscita: il “gioco del lotto”

Venuto meno il “privilegio di autoriciclaggio”, quindi, non resta che delimitare in via interpretativa l’ambito di applicazione della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 648 ter.1 c.p. per impedire effetti dilaganti, nonostante il pregiudizio dal mancato decorso della prescrizione relativamente ad ogni singola azione posta in essere.
In alternativa, a chi possieda proventi da reato (è tipico l’esempio del denaro risparmiato con l’evasione fiscale) resterebbe solo la possibilità di investire nella “Dea Bendata”. Secondo la Corte di legittimità, infatti, il “gioco del lotto”, che prescinde totalmente dalle qualità e capacità di controllo dell’alea da parte dello scommettitore, non costituirebbe condotta rilevante ai fini dell’autoriciclaggio (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 13/12/2018, dep. 06/03/2019, n. 9751), mentre sarebbero da evitare altre attività speculative di gioco e scommesse (quali slot machines, videogiochi on line, scommesse sportive) idonee ad integrare la fattispecie di cui all’art. 648 ter.1 c.p. (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 07/03/2019, dep. 29/03/2019, n. 13795).

autoriciclaggio

1. Il reato di autoriciclaggio per contrastare il fenomeno del riciclaggio

Il fenomeno del riciclaggio, in senso lato, consiste nella trasformazione di un potere di acquisto meramente “potenziale” in un potere di acquisto “effettivo”: il denaro, il bene o l’utilità provenienti da un reato sono trasformati, sostituiti e reinvestiti in attività economiche e produttive che generano nuovi profitti. Viene così ostacolata l’aggressione da parte dell’Autorità giudiziaria dei patrimoni di origine illecita e, al contempo, pregiudicata la libera concorrenza sul mercato, realizzando una unfair competition.
I presidi offerti dall’ordinamento per contrastare tale fenomeno sono rappresentati, accanto alle azioni di prevenzione previste dalla disciplina “antiriciclaggio”, di cui al D.Lgs. 231/2007, dai reati di “ricettazione” (art. 648 c.p.), “riciclaggio” (art. 648 bis c.p.) e “impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita” (art. 648 ter c.p.).
A tale catalogo, in tempi relativamente recenti, il legislatore ha aggiunto, con la L. 15 dicembre 2014, n. 186, anche la fattispecie di “autoriciclaggio” (art. 648 ter.1 c.p.): la gestazione della norma è stata accompagnata da un vivo dibattito sull’opportunità di punire quelle attività di “ripulitura” realizzate dal medesimo autore del reato presupposto da cui si è generato il denaro di provenienza illecita. Tale profilo differenzia la norma rispetto al reato di riciclaggio, che richiede invece un’alterità dell’autore del reato presupposto rispetto a quello della condotta di ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa (il riciclatore non deve aver contribuito alla realizzazione del reato presupposto da cui si è generato il bene, il denaro o l’utilità su cui compie azioni di sostituzione, trasferimento o altre comunque idonee ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa).

2. Il c.d. “privilegio di autoriciclaggio”

L’introduzione della fattispecie di cui all’art. 648 ter.1 c.p., quindi, ha fatto venire meno il c.d. “privilegio di autoriciclaggio”. Il legislatore, almeno in questa occasione, con la L. n. 186/2014, aveva precorso i tempi, se si considera che solo con la Direttiva UE 2018/1673 del 23 ottobre 2018 ci si era posti l’intento di omogenizzare a livello euro-unitario le norme minime relative alla definizione dei reati e alle sanzioni in materia di riciclaggio, sollecitando gli Stati membri ad adottare norme penali finalizzate a sanzionare anche le condotte di autoriciclaggio, mentre il “privilegio di autoriciclaggio” ancora resisteva (e resiste tutt’oggi) in alcuni ordinamenti europei (così in Germania).
Eppure, è condivisibile la prospettiva di tradizione illuministica secondo cui costituisce una violazione del ne bis in idem punire (anche) le azioni poste in essere al fine di conseguire vantaggi dal profitto illecito ottenuto dalla commissione di un reato: l’utilizzo del bene o del denaro da parte dell’autore del reato presupposto è, per così dire, ciò che la dottrina penalista nostrana definisce, infatti, “sviluppo normale” (cfr. G. Marinucci – E. Dolcini – G.L. Gatta, Manuale di Diritto Penale. Parte Generale, Ed. 2018, p. 555 e ss.). Ne consegue che il reinvestimento in “attività economiche, produttive, finanziarie o speculative” (così l’art. 648 ter.1 c.p.) del denaro o dei beni di provenienza illecita dovrebbe essere penalmente irrilevante se realizzato dallo stesso autore del reato che li ha generati, trattandosi di meri post facta non punibili, in quanto il disvalore è assorbito nella norma che punisce il reato presupposto. Medesima conclusione è imposta dalla garanzia del nemo tenetur se detegere, principio anche noto come “Miranda Warnings”, dal caso Miranda v. Arizona, 384 U.S. 436 (1966) deciso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, per cui se nessuno – in una logica processuale – può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale, parimenti nessuno dovrebbe essere obbligato – in una logica sostanziale – ad agevolare l’Autorità Giudiziaria nell’identificazione del profitto ricavato dalla commissione di un reato da lui stesso commesso.

3. L’autoriciclaggio: unicità del fine di ostacolare la provenienza delittuosa

L’introduzione del reato di autoriciclaggio, quindi, ha indubbiamente reso discutibile la valenza delle garanzie appena descritte, introducendo nell’ordinamento uno strumento incline a generare una serie di effetti perniciosi.
Tra questi vi è la possibilità di configurare il c.d. “autoriciclaggio indiretto”, cioè autoriciclaggio da autoriciclaggio, che genererebbe un loop di contestazioni senza fine (cfr. F. Sgubbi, Il nuovo delitto di “autoriciclaggio”: una fonte inesauribile di “effetti perversi” dell’azione legislativa, in Diritto Penale Contemporaneo).
Un tentativo di soluzione emerge dai recenti arresti della giurisprudenza di legittimità relativi all’affine fattispecie di riciclaggio, in cui si è affermata la natura di “reato istantaneo a consumazione prolungata” – e quindi “eventualmente permanente” – da cui deriverebbe la rilevanza di tutte le operazioni poste in essere anche in un lungo lasso temporale (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 24/09/2020, dep. 11/11/2020, n. 31569).
Secondo tale impostazione ermeneutica, quindi, il reato si consumerebbe solo con l’ultimo atto idoneo ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa. In questo senso risulta rappresentativa la condanna per riciclaggio pronunciata nei confronti di colui che aveva oscurato, tramite atti negoziali leciti, di cui il primo risalente addirittura all’anno 2000, i profitti di reati di truffa e tributari commessi negli anni ‘90 dai genitori, profitti depositati all’estero e fatti rientrare in Italia con il c.d. “scudo fiscale” di cui alla L. n. 27/2003: la c.d. fase layering del riciclaggio risultava commessa in modo univoco (univocità degli atti idonei allo scopo) ed il reato era stato ritenuto consumato solo con l’ultimo atto utile ad ostacolare l’origine delittuosa del denaro (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 13/11/2018, dep. 24/02/2020, n. 7257).
Nonostante le ricadute (a loro volta perniciose) sulla prescrizione (che decorrerebbe dall’ultimo atto ritenuto rilevante ai fini dell’integrazione della norma e non da ogni singola azione ritenuta idonea ad ostacolare la provenienza delittuosa), l’applicazione di una tale impostazione ermeneutica al reato di autoriciclaggio eviterebbe il rischio del loop di plurime contestazioni all’infinito. Non essendo necessario il passaggio ad autore diverso del bene o denaro di provenienza illecita, come nel riciclaggio, ogni attività compiuta sul provento dall’autore del reato presupposto non costituirebbe più un atto penalmente rilevante idoneo ad integrare plurime volte l’art. 648 ter.1 c.p., ogni volta così e all’infinito, ma – seguendo la logica del reato eventualmente permanente posto in essere con plurime azioni sempre sullo stesso bene o denaro di provenienza illecita – rileverebbe l’unità dell’obiettivo comune a cui gli atti risultano finalizzati: risulterebbe integrato un unico reato di autoriciclaggio, consumato con l’ultimo atto utile ad ostacolare “concretamente” la provenienza delittuosa.

4. Le residuali vie d’uscita: il “gioco del lotto”

Venuto meno il “privilegio di autoriciclaggio”, quindi, non resta che delimitare in via interpretativa l’ambito di applicazione della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 648 ter.1 c.p. per impedire effetti dilaganti, nonostante il pregiudizio dal mancato decorso della prescrizione relativamente ad ogni singola azione posta in essere.
In alternativa, a chi possieda proventi da reato (è tipico l’esempio del denaro risparmiato con l’evasione fiscale) resterebbe solo la possibilità di investire nella “Dea Bendata”. Secondo la Corte di legittimità, infatti, il “gioco del lotto”, che prescinde totalmente dalle qualità e capacità di controllo dell’alea da parte dello scommettitore, non costituirebbe condotta rilevante ai fini dell’autoriciclaggio (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 13/12/2018, dep. 06/03/2019, n. 9751), mentre sarebbero da evitare altre attività speculative di gioco e scommesse (quali slot machines, videogiochi on line, scommesse sportive) idonee ad integrare la fattispecie di cui all’art. 648 ter.1 c.p. (cfr. Cass. Pen., Sez. II, ud. 07/03/2019, dep. 29/03/2019, n. 13795).

Metti in mostra la tua 
professionalità!