Assegno divorzile: l’ex-coniuge ha ancora diritto al mantenimento del precedente tenore di vita?

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

Articolo a cura del Dott. Ivan Giudice

divorzio assegno di mantenimento

1. Introduzione: la Legge Divorzio e l’assegno divorzile

Il divorzio è stato introdotto in Italia con la Legge n. 898/1970 (“Legge Divorzio), con la quale il legislatore ha inteso disciplinare non solo i presupposti e il procedimento per lo scioglimento del matrimonio civile (o la cessazione degli effetti civili in caso di matrimonio concordatario), ma anche le conseguenze derivanti dall’epilogo dell’unione matrimoniale.
Infatti, l’articolo 5, comma 6, della L. Divorzio, prevede che il Tribunale che pronuncia il divorzio dispone anche obbligo per un coniuge di somministrare a favore dell’altro un assegno periodico, che prende il nome di assegno divorzile, ma solo in presenza di determinati presupposti.
La ratio di tale precetto, in origine, era quello di dare una tutela al coniuge più debole economicamente (quasi sempre la donna, anche per il tipo di struttura della famiglia italiana dell’epoca), il quale, con la fine del matrimonio, rischierebbe di trovarsi improvvisamente in una condizione di indigenza. Come vedremo, la giurisprudenza e la dottrina hanno a lungo dibattuto proprio sul fondamento giuridico di tale assegno, se esso abbia natura assistenziale oppure anche perequativo-compensativa.
Preliminarmente, è necessaria una breve disamina sui presupposti e sulle condizioni previste dalla legge per la determinazione dell’assegno divorzile al coniuge più debole.

2. Presupposti e condizioni dell’assegno divorzile

I presupposti che il Tribunale deve verificare per determinare l’assegno ai sensi dell’art. 5, comma 6 (modificato dalla L. 74/1987), della Legge Divorzio, sono i seguenti:

  • il coniuge più debole non ha mezzi adeguati per vivere;
  • oppure non può procurarseli per ragioni oggettive.

Il Tribunale, nel determinare se sussiste il diritto all’assegno (an debeatur) e la sua quantificazione (quantum debeatur), deve considerare, inoltre, i seguenti elementi:

  • Le condizioni economiche di entrambi coniugi;
  • le ragioni della decisione;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;
  • del reddito di entrambi;
  • la durata del matrimonio.

Dalla norma emergono, dunque, le due funzioni fondamentali che devono orientare la decisione del Giudice: da un lato la funzione assistenziale, per cui l’assegno è destinato a tutelare il coniuge che, dopo il matrimonio, non abbia più mezzi adeguati per vivere e non possa nemmeno procurarseli per ragioni oggettive (si pensi all’età avanzata che non permetterebbe una facile introduzione o reintegrazione nel mondo del lavoro).
Dall’altro, emerge anche la funzione perequativa e compensativa dell’assegno, laddove la norma impone al Tribunale deve tenere in considerazione «il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge».

3. La Sentenza della Cassazione 11490/1990: la conservazione del “tenore di vita”

La norma in esame però non fornisce elementi per determinare quali siano i mezzi di vita adeguati, né cosa debba intendersi per contributo dato dai coniugi. Dopo circa un ventennio dall’introduzione della Legge, e a seguito delle modifiche al comma 6 ad opera della L. 74/1987, si attestava una diffusa incertezza e difformità nell’interpretazione e applicazione della norma da parte delle Corti di merito.
Fu la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, nella sua funzione nomofilattica, a stabilire con la nota pronuncia del 1990 che l’assegno «ha carattere esclusivamente assistenziale […], atteso che la sua concessione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi  […] a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza cioè che sia necessario uno stato di “bisogno”». (Cass. SS. UU. 11490/1990).
In estrema sintesi, la Suprema Corte stabilì che la funzione principale dell’assegno divorzile non solo è quella assistenziale (e non compensativa), ma addirittura specifica che tale carattere assistenziale deve intendersi come idoneo a conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, e non invece come stato di necessita o bisogno.

4. L’evoluzione giurisprudenziale fino alla Sentenza “Grilli” n. 11504/2017

L’interpretazione della Suprema Corte ha indirizzato negli anni a venire le decisioni delle Corti di merito di tutta Italia. Il principio enunciato però non poteva considerarsi esente da vizi, specialmente in alcuni casi in cui un coniuge particolarmente ricco veniva obbligato a versare assegni astronomici (un caso molto noto fu quello del divorzio Berlusconi-Lario).
Nel dibattito giuridico iniziava a mettersi in dubbio il principio risalente al 1990, ancorato ad una struttura familiare oramai non più attuale. L’evoluzione della società non può non incidere sul diritto e sulla sua interpretazione ed evoluzione.
Furono il Tribunale di Milano, e in seguito la Corte d’Appello milanese, a superare per la prima volta il principio della conservazione del tenore di vita affermato dalla citata sentenza del 1990. La decisione della Corte meneghina fu portata al vaglio della Suprema Corte di Cassazione, che con la Sentenza n. 11504/2017 (c.d. Sentenza “Grilli” dal nome dell’ex Ministro parte in causa) ha rettificato l’orientamento consolidato sui presupposti e le condizioni dell’assegno divorzile.
In particolare, non ritenendo più attuale il concetto di conservazione del tenore di vita, la sentenza definì ex novo i presupposti e le condizioni che il Tribunale deve considerare al fine dell’assegno:

  • In primo luogo, per verificare il diritto all’assegno (an debeatur), il Giudice deve orientarsi al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge, in altri termini se essi abbiano o meno i mezzi adeguati di cui all’art. 5 comma 6 L. Divorzio;
  • In secondo luogo, per determinare l’ammontare dell’assegno (quantum debeatur), il giudicante deve orientarsi al principio della solidarietà economica si sensi degli artt. 2 e 23 Cost., in rapporto anche alla durata del matrimonio, ma senza che vi sia un obbligo di garantire pure il precedente tenore di vita.

Tale sentenza è stata evidentemente epocale, avendo abbattuto uno dei principi cardine del diritto di famiglia in ordine all’assegno divorzile. L’adeguatezza dei mezzi e il principio di solidarietà portano a una nuova interpretazione della funzione assistenziale: superando la conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio, l’assegno divorzile deve garantire più semplicemente adeguati mezzi di sussistenza.

5. Le Sezioni Unite n. 18287/2018: valorizzazione dell’apporto dato al matrimonio.

Solo un anno dopo la sentenza “Grilli”, un’analoga questione viene portata all’esame della Suprema Corte di Cassazione, chiedendo la rimessione alle Sezione Unite per risolvere il contrasto venutosi a creare con la nuova pronuncia del 2017.
In tale occasione, le Sezioni Unite hanno corretto il tiro rispetto alla Sentenza 11504/2017, senza però fare ritorno al principio risalente sulla conservazione del tenore di vita.
Nello specifico, con la pronuncia 18287/2018 le Sezioni Unite hanno voluto valorizzare l’apporto dato dal coniuge più debole alla vita matrimoniale.
Se da un alto, infatti, assicurare il tenore di vita poteva sembrare ingiusto e sproporzionato, dall’altro non si può non obiettare che spesso il coniuge più debole si trova in tale situazione, dopo il divorzio, perché ha fatto dei sacrifici durante il matrimonio. Ad esempio, una donna potrebbe aver sacrificato la propria carriera lavorativa per crescere i figli.
Secondo le Sezioni Unite non si può non tenere conto, dunque, del ruolo di entrambi i coniugi durante il matrimonio, attribuendo all’assegno divorzile non solo una funzione prettamente assistenziale, ma anche perequativa e compensativa, dovendo porre rimedio allo squilibrio economico delle parti le cui cause risalgano alla loro storia matrimoniale. In questo modo il coniuge più debole non conserva il tenore di vita precedente, ma più correttamente viene “ricompensato” per l’apporto dato alla famiglia e che ha causato, o contribuito, alla sua condizione di debolezza economica dopo il divorzio.

6. Conclusioni

Per rispondere alla domanda se l’ex coniuge, in seguito al divorzio, abbia ancora diritto al tenore di vita, bisogna confrontare le due recenti sentenze Cass. 11504/2017 e Cass. SS. UU. 18287/2018: dove divergono e dove, invece, concordano?
Sembra ormai superato definitivamente il principio della conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio: sposare una persona ricca, del resto, non può considerarsi alla stregua di una assicurazione a vita. Nel diritto vivente, la funzione assistenziale dell’assegno non viene più interpretata nel senso che debba garantire le stesse condizioni godute durante l’unione coniugale al coniuge più debole, ma nel senso di garantirgli una sussistenza economica, e sempre che non gli sia possibile garantirseli altrimenti per ragioni oggettive (età, condizioni fisiche, ecc).
Ma con la pronuncia delle Sezioni Unite del 2018, è stato enunciato un principio fondamentale, nuovo e molto coerente: con il divorzio gli ex coniugi non possono cancellare il loro passato, deve essere valorizzato l’apporto e il sacrificio fornito durante la vita coniugale. Criteri guida diventano la durata del matrimonio e il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare.

divorzio assegno di mantenimento

1. Introduzione: la Legge Divorzio e l’assegno divorzile

Il divorzio è stato introdotto in Italia con la Legge n. 898/1970 (“Legge Divorzio), con la quale il legislatore ha inteso disciplinare non solo i presupposti e il procedimento per lo scioglimento del matrimonio civile (o la cessazione degli effetti civili in caso di matrimonio concordatario), ma anche le conseguenze derivanti dall’epilogo dell’unione matrimoniale.
Infatti, l’articolo 5, comma 6, della L. Divorzio, prevede che il Tribunale che pronuncia il divorzio dispone anche obbligo per un coniuge di somministrare a favore dell’altro un assegno periodico, che prende il nome di assegno divorzile, ma solo in presenza di determinati presupposti.
La ratio di tale precetto, in origine, era quello di dare una tutela al coniuge più debole economicamente (quasi sempre la donna, anche per il tipo di struttura della famiglia italiana dell’epoca), il quale, con la fine del matrimonio, rischierebbe di trovarsi improvvisamente in una condizione di indigenza. Come vedremo, la giurisprudenza e la dottrina hanno a lungo dibattuto proprio sul fondamento giuridico di tale assegno, se esso abbia natura assistenziale oppure anche perequativo-compensativa.
Preliminarmente, è necessaria una breve disamina sui presupposti e sulle condizioni previste dalla legge per la determinazione dell’assegno divorzile al coniuge più debole.

2. Presupposti e condizioni dell’assegno divorzile

I presupposti che il Tribunale deve verificare per determinare l’assegno ai sensi dell’art. 5, comma 6 (modificato dalla L. 74/1987), della Legge Divorzio, sono i seguenti:

  • il coniuge più debole non ha mezzi adeguati per vivere;
  • oppure non può procurarseli per ragioni oggettive.

Il Tribunale, nel determinare se sussiste il diritto all’assegno (an debeatur) e la sua quantificazione (quantum debeatur), deve considerare, inoltre, i seguenti elementi:

  • Le condizioni economiche di entrambi coniugi;
  • le ragioni della decisione;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune;
  • del reddito di entrambi;
  • la durata del matrimonio.

Dalla norma emergono, dunque, le due funzioni fondamentali che devono orientare la decisione del Giudice: da un lato la funzione assistenziale, per cui l’assegno è destinato a tutelare il coniuge che, dopo il matrimonio, non abbia più mezzi adeguati per vivere e non possa nemmeno procurarseli per ragioni oggettive (si pensi all’età avanzata che non permetterebbe una facile introduzione o reintegrazione nel mondo del lavoro).
Dall’altro, emerge anche la funzione perequativa e compensativa dell’assegno, laddove la norma impone al Tribunale deve tenere in considerazione «il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge».

3. La Sentenza della Cassazione 11490/1990: la conservazione del “tenore di vita”

La norma in esame però non fornisce elementi per determinare quali siano i mezzi di vita adeguati, né cosa debba intendersi per contributo dato dai coniugi. Dopo circa un ventennio dall’introduzione della Legge, e a seguito delle modifiche al comma 6 ad opera della L. 74/1987, si attestava una diffusa incertezza e difformità nell’interpretazione e applicazione della norma da parte delle Corti di merito.
Fu la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, nella sua funzione nomofilattica, a stabilire con la nota pronuncia del 1990 che l’assegno «ha carattere esclusivamente assistenziale […], atteso che la sua concessione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi  […] a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza cioè che sia necessario uno stato di “bisogno”». (Cass. SS. UU. 11490/1990).
In estrema sintesi, la Suprema Corte stabilì che la funzione principale dell’assegno divorzile non solo è quella assistenziale (e non compensativa), ma addirittura specifica che tale carattere assistenziale deve intendersi come idoneo a conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, e non invece come stato di necessita o bisogno.

4. L’evoluzione giurisprudenziale fino alla Sentenza “Grilli” n. 11504/2017

L’interpretazione della Suprema Corte ha indirizzato negli anni a venire le decisioni delle Corti di merito di tutta Italia. Il principio enunciato però non poteva considerarsi esente da vizi, specialmente in alcuni casi in cui un coniuge particolarmente ricco veniva obbligato a versare assegni astronomici (un caso molto noto fu quello del divorzio Berlusconi-Lario).
Nel dibattito giuridico iniziava a mettersi in dubbio il principio risalente al 1990, ancorato ad una struttura familiare oramai non più attuale. L’evoluzione della società non può non incidere sul diritto e sulla sua interpretazione ed evoluzione.
Furono il Tribunale di Milano, e in seguito la Corte d’Appello milanese, a superare per la prima volta il principio della conservazione del tenore di vita affermato dalla citata sentenza del 1990. La decisione della Corte meneghina fu portata al vaglio della Suprema Corte di Cassazione, che con la Sentenza n. 11504/2017 (c.d. Sentenza “Grilli” dal nome dell’ex Ministro parte in causa) ha rettificato l’orientamento consolidato sui presupposti e le condizioni dell’assegno divorzile.
In particolare, non ritenendo più attuale il concetto di conservazione del tenore di vita, la sentenza definì ex novo i presupposti e le condizioni che il Tribunale deve considerare al fine dell’assegno:

  • In primo luogo, per verificare il diritto all’assegno (an debeatur), il Giudice deve orientarsi al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge, in altri termini se essi abbiano o meno i mezzi adeguati di cui all’art. 5 comma 6 L. Divorzio;
  • In secondo luogo, per determinare l’ammontare dell’assegno (quantum debeatur), il giudicante deve orientarsi al principio della solidarietà economica si sensi degli artt. 2 e 23 Cost., in rapporto anche alla durata del matrimonio, ma senza che vi sia un obbligo di garantire pure il precedente tenore di vita.

Tale sentenza è stata evidentemente epocale, avendo abbattuto uno dei principi cardine del diritto di famiglia in ordine all’assegno divorzile. L’adeguatezza dei mezzi e il principio di solidarietà portano a una nuova interpretazione della funzione assistenziale: superando la conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio, l’assegno divorzile deve garantire più semplicemente adeguati mezzi di sussistenza.

5. Le Sezioni Unite n. 18287/2018: valorizzazione dell’apporto dato al matrimonio.

Solo un anno dopo la sentenza “Grilli”, un’analoga questione viene portata all’esame della Suprema Corte di Cassazione, chiedendo la rimessione alle Sezione Unite per risolvere il contrasto venutosi a creare con la nuova pronuncia del 2017.
In tale occasione, le Sezioni Unite hanno corretto il tiro rispetto alla Sentenza 11504/2017, senza però fare ritorno al principio risalente sulla conservazione del tenore di vita.
Nello specifico, con la pronuncia 18287/2018 le Sezioni Unite hanno voluto valorizzare l’apporto dato dal coniuge più debole alla vita matrimoniale.
Se da un alto, infatti, assicurare il tenore di vita poteva sembrare ingiusto e sproporzionato, dall’altro non si può non obiettare che spesso il coniuge più debole si trova in tale situazione, dopo il divorzio, perché ha fatto dei sacrifici durante il matrimonio. Ad esempio, una donna potrebbe aver sacrificato la propria carriera lavorativa per crescere i figli.
Secondo le Sezioni Unite non si può non tenere conto, dunque, del ruolo di entrambi i coniugi durante il matrimonio, attribuendo all’assegno divorzile non solo una funzione prettamente assistenziale, ma anche perequativa e compensativa, dovendo porre rimedio allo squilibrio economico delle parti le cui cause risalgano alla loro storia matrimoniale. In questo modo il coniuge più debole non conserva il tenore di vita precedente, ma più correttamente viene “ricompensato” per l’apporto dato alla famiglia e che ha causato, o contribuito, alla sua condizione di debolezza economica dopo il divorzio.

6. Conclusioni

Per rispondere alla domanda se l’ex coniuge, in seguito al divorzio, abbia ancora diritto al tenore di vita, bisogna confrontare le due recenti sentenze Cass. 11504/2017 e Cass. SS. UU. 18287/2018: dove divergono e dove, invece, concordano?
Sembra ormai superato definitivamente il principio della conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio: sposare una persona ricca, del resto, non può considerarsi alla stregua di una assicurazione a vita. Nel diritto vivente, la funzione assistenziale dell’assegno non viene più interpretata nel senso che debba garantire le stesse condizioni godute durante l’unione coniugale al coniuge più debole, ma nel senso di garantirgli una sussistenza economica, e sempre che non gli sia possibile garantirseli altrimenti per ragioni oggettive (età, condizioni fisiche, ecc).
Ma con la pronuncia delle Sezioni Unite del 2018, è stato enunciato un principio fondamentale, nuovo e molto coerente: con il divorzio gli ex coniugi non possono cancellare il loro passato, deve essere valorizzato l’apporto e il sacrificio fornito durante la vita coniugale. Criteri guida diventano la durata del matrimonio e il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare.

Metti in mostra la tua 
professionalità!

Scarica il pdf

Gli ultimi articoli

I più letti