(R.D. 16 marzo 1942 n. 267)

Compensazione in sede di fallimento

Articolo 56 - Legge fallimentare

I. I creditori hanno diritto di compensare coi loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso lo stesso, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento.
II. Per i crediti non scaduti la compensazione tuttavia non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra i vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore.

Articolo 56 - Legge fallimentare

I. I creditori hanno diritto di compensare coi loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso lo stesso, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento.
II. Per i crediti non scaduti la compensazione tuttavia non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra i vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell’anno anteriore.

Note

Massime

Il credito da equo indennizzo ex art. 79 l. fall.,pur collegato al contratto di affitto di azienda, diviene certo soltanto a seguito dell’esercizio del diritto di recesso da parte del curatore, successivamente alla dichiarazione di fallimento, sicché non è suscettibile di compensazione ai sensi dell’art. 56 l. fall. con i contrapposti crediti , norma che postula la preesistenza dei crediti da compensare rispetto all’apertura della procedura concorsuale. Cassazione civile, Sez. I, ordinanza n. 10869 del 8 giugno 2020 (Cass. civ. n. 10869/2020)

In materia tributaria è ammissibile la compensazione, ex art. 56 della l. fall., del credito IVA chiesto a rimborso dal fallito con i debiti erariali, sorti anteriormente alla dichiarazione di fallimento, anche quando il controcredito del fallito divenga liquido od esigibile successivamente, non determinandosi violazione del principio di neutralità dell’imposta poiché la posizione IVA maturata in epoca precedente la dichiarazione di fallimento è differente da quella successiva, ponendosi la coincidenza della partita IVA per le operazioni prefallimentari e postfallimentari come circostanza meramente occasionale, che non muta l’autonomia giuridica delle operazioni facenti capo al fallito, di cui il curatore è avente causa e amministratore del patrimonio, e quelle riferibili alla massa dei creditori, nel cui interesse opera il curatore stesso, quale gestore del patrimonio altrui, con conseguente necessità di redazione, ai sensi dell’art. 74-bis del d.P.R. n. 633 del 1972, di due distinte dichiarazioni IVA, aventi ad oggetto le operazioni effettuate dal fallito anteriormente e successivamente al fallimento. Cassazione civile, Sez. TRI, ordinanza n. 10869 del 29 maggio 2019 (Cass. civ. n. 14620/2019)

In tema di contenzioso tributario, ove sia impugnato dalla curatela il provvedimento di fermo amministrativo ex art. 69 del r.d. n. 2440 del 1923, con cui l’Amministrazione finanziaria ha sospeso il rimborso del credito IVA, geneticamente maturato anteriormente al fallimento, al fine di ottenerne la compensazione con i propri crediti ammessi al passivo, il giudice tributario non può limitarsi ad annullare il provvedimento, ma deve esaminare il merito dell’eccezione di compensazione a cui esso è strumentale, atteso che, in virtù dell’art. 56 l.fall., la compensazione rappresenta una forma di autotutela in deroga alla “par condicio creditorum”. Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 19335 del 29 settembre 2016 (Cass. civ. n. 19335/2016)

In tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, qualora le operazioni siano compiute anteriormente all’ammissione del correntista alla procedura di amministrazione controllata, occorre accertare, nel caso in cui il fallimento (successivamente dichiarato) del medesimo agisca per la restituzione dell’importo delle ricevute incassate dalla banca, se la convenzione relativa a quella anticipazione contenga una clausola attributiva del diritto di “incamerare” le somme riscosse in favore della banca stessa (cd. patto di compensazione o di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto), atteso che solo in tale ipotesi quest’ultima ha diritto a compensare il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse con il proprio credito in dipendenza di operazioni regolate nel medesimo conto corrente senza che rilevi l’anteriorità del credito e la posteriorità del debito rispetto all’ammissione alla procedura concorsuale, non operando, in tale evenienza, il principio della “cristallizzazione dei crediti”. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3336 del 19 febbraio 2016 (Cass. civ. n. 3336/2016)

Nel giudizio promosso dalla curatela per il recupero di un credito del fallito, quando il convenuto abbia chiesto la compensazione di un controcredito in forma di eccezione riconvenzionale e il giudice di primo grado ne abbia dichiarato l’inammissibilità qualificandola come domanda riconvenzionale, in sede di gravame è necessario impugnare la qualificazione espressa dal primo giudice, altrimenti suscettibile di passare in cosa giudicata, denunciando la violazione dell’art. 112 c.p.c. con specifici motivi sul punto, posto che, nel rispetto dei principi del sistema delle impugnazioni, in mancanza di gravame è precluso al giudice d’appello mutare d’ufficio la qualificazione giuridica data dal primo giudice. Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 25609 del 21 dicembre 2015 (Cass. civ. n. 25609/2015)

Nel giudizio proposto dagli organi della liquidazione coatta amministrativa per ottenere la condanna al pagamento di un debito di un terzo nei confronti della debitrice sottoposta alla procedura concorsuale, l’eccepibilità in compensazione di un credito dello stesso terzo verso la debitrice non è condizionata alla preventiva verificazione di tale credito, purchè sia stata fatta valere come eccezione riconvenzionale; con quest’ultima, infatti, sono introdotte richieste che, restando nell’ambito della difesa, ampliano il tema della controversia, ma al solo fine di conseguire la reiezione della domanda, dato che al diritto fatto valere dall’attore viene opposto un diritto idoneo a paralizzarlo, mentre con la vera e propria domanda riconvenzionale il convenuto, traendo occasione da quella avanzata nei suoi confronti, chiede un provvedimento giudiziale a sè favorevole, che gli attribuisca beni determinati in contrapposizione a quelli richiesti con la domanda principale. Ne consegue che solamente con riferimento all’eventuale eccedenza del credito del terzo verso il debitore non può essere pronunciata sentenza di condanna nei confronti della procedura, dovendo per essa essere proposta un’autonoma istanza di insinuazione al passivo. Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 64 del 10 gennaio 2012 Cass. civ. n. 64/2012)

In tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, se le relative operazioni siano compiute in epoca antecedente rispetto all’ammissione del correntista alla procedura di amministrazione controllata, è necessario accertare, qualora il correntista – successivamente ammesso al concordato preventivo – agisca per la restituzione dell’importo delle ricevute incassate dalla banca, se la convenzione relativa all’anticipazione su ricevute regolata in conto contenga una clausola attributiva del “diritto di incamerare” le somme riscosse in favore della banca (cd. patto di compensazione o, secondo altra definizione, patto di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto); solo in tale ipotesi, difatti, la banca ha diritto a “compensare” il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse con il proprio credito, verso lo stesso cliente, conseguente ad operazioni regolate nel medesimo conto corrente, a nulla rilevando che detto credito sia anteriore alla ammissione alla procedura concorsuale ed il correlativo debito, invece, posteriore, poiché in siffatta ipotesi non può ritenersi operante il principio della “cristallizzazione dei crediti”, con la conseguenza che nè l’imprenditore durante l’amministrazione controllata, nè gli organi concorsuali – ove alla prima procedura ne sia conseguita altra – hanno diritto a che la banca riversi in loro favore le somme riscosse (anziché porle in compensazione con il proprio credito). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17999 del 1 settembre 2011 (Cass. civ. n. 17999/2011)

In tema di società di capitali, l’obbligo del socio di conferire in danaro il valore delle azioni sottoscritte in occasione di un aumento del capitale sociale è un debito pecuniario che può essere estinto per compensazione con un credito pecuniario vantato dal medesimo socio nei confronti della società, anche ai sensi dell’art. 56 legge fall., quando di essa sia sopraggiunto il fallimento, con la conseguenza che, in quest’ultimo caso, il giudice delegato non può ingiungere al socio il versamento del capitale sociale ai sensi dell’art. 150 legge fall., in quanto tale modalità di esazione presuppone l’esistenza del credito vantato dalla società, che risulta invece estinto per compensazione. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6711 del 19 marzo 2009 (Cass. civ. n. 6711/2009)

In tema di cessione delle ricevute bancarie, trattandosi di documento unilaterale predisposto dal creditore e con il quale si attesta di aver ricevuto una somma di danaro versata tramite una banca che ne cura presso il debitore l’incasso alla scadenza, il negozio non coincide con lo sconto bancario, in difetto di data certa ex art. 2704 c.c. e dunque di opponibilità al fallimento che chiede la revoca delle somme così introitate, restando dunque le anticipazioni degli importi già effettuate dalla banca al creditore ed il mandato in rem propriam che comunque si instaura, non influenti sia sulla titolarità del credito (che non si trasferisce alla banca cessionaria) sia sulla possibilità, che va esclusa, che la banca possa invocare la compensazione ex art. 56 legge fall. tra quanto anticipato ed i versamenti nel frattempo affluenti sul conto corrente su cui l’operazione è convenuta. (Nella fattispecie la S.C. ha negato che l’interpretazione della consegna — dal fallito alla banca — delle ricevute bancarie, cioè di un contratto e di altri atti di autonomia privata, riservata al giudice di merito, possa essere censurata ai sensi dell’art. 360 comma primo n. 3 c.p.c., essendo impugnabile solo per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale o per vizio di motivazione, se contraria a logica o incongrua). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15225 del 5 luglio 2007 (Cass. civ. n. 15225/2007)

Qualora il creditore del fallito abbia insinuato il suo credito al passivo, senza eccepire la compensazione, e il controcredito del fallito abbia costituito oggetto di accertamento innanzi al giudice competente (nella specie il giudice tributario), sul primo credito si è formata una preclusione endofallimentare e sul secondo una preclusione da giudicato, con la conseguenza che il creditore del fallito non può far valere la compensazione successivamente, con ricorso al giudice delegato, al di fuori del procedimento per l’insinuazione dei crediti al passivo. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4097 del 21 febbraio 2007 (Cass. civ. n. 4097/2007)

In tema di società, la costituzione del rapporto societario e l’originario conferimento, pur rappresentando il presupposto giuridico del diritto del socio alla quota di liquidazione, non rilevano come fatto direttamente genetico di un contestuale credito restitutorio del conferente, configurandosi la posizione di quest’ultimo come mera aspettativa o diritto in attesa di espansione, destinato a divenire attuale soltanto nel momento in cui si addivenga alla liquidazione (del patrimonio della società o della singola quota del socio, al verificarsi dei presupposti dello scioglimento del rapporto societario soltanto nei suoi confronti), ed alla condizione che a tale momento dal bilancio (finale o di esercizio) risulti una consistenza attiva sufficiente a giustificare l’attribuzione pro quota al socio stesso di valori proporzionali alla sua partecipazione. Pertanto, il credito relativo alla quota di liquidazione vantato dal socio di una cooperativa escluso dalla società per effetto della dichiarazione di fallimento (ovvero, ai sensi dell’art. 2533 n. 5 c.c., nel testo introdotto dal D.L.vo 17 gennaio 2003, n. 6, a seguito della delibera di esclusione che è in facoltà della società adottare in caso di fallimento del socio) nasce o comunque diviene certo esclusivamente nel momento in cui interviene quella dichiarazione (o quella delibera), con la conseguenza che, non potendosi considerare detto credito anteriore al fallimento, viene a mancare il presupposto necessario, ai sensi dell’art. 56 della legge fallimentare, per la compensabilità dello stesso con i contrapposti crediti vantati dalla società nei confronti del socio. Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 22659 del 23 ottobre 2006 (Cass. civ. n. 22659/2006)

Ai sensi dell’art. 56 legge fall., la compensazione dei reciproci debiti e crediti nei confronti del fallito (o dell’impresa in liquidazione coatta amministrativa) è ammissibile anche se i crediti non siano scaduti prima del fallimento (o della messa in liquidazione coatta amministrativa), senza che assuma rilevanza la distinzione tra compensazione ordinaria e contabile, in quanto l’art. 1246 c.c. (che prevede che la compensazione si verifichi quali che siano i titoli da cui nascono i contrapposti debiti e crediti) è norma di carattere generale, applicabile anche alla compensazione prevista dall’art. 56 legge fall. Peraltro non rileva, ad escludere la possibilità della compensazione, la clausola del contratto tra le parti (nella specie, di agenzia), che escluda il ricorso alla compensazione contabile, stante la risoluzione di diritto del contratto stesso che consegue alla pubblicazione del decreto di sottoposizione dell’impresa a liquidazione coatta amministrativa. Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 518 del 13 gennaio 2006 (Cass. civ. n. 518/2006)

Quando il creditore deduce la compensazione ed insinua al passivo il suo residuo credito, l’indagine del giudice delegato investe, non solo il titolo dal quale deriva il credito compensato, ma anche la sua efficacia e validità. Pertanto, dall’accertamento della compensazione, implicito nel provvedimento del giudice delegato che, senza altro aggiungere, ammette il creditore al passivo per l’importo del credito residuo, discende una preclusione endofallimentare che, atteso il carattere unitario della procedura e la strumentalità alla liquidazione delle azioni di massa, opera anche nei giudizi promossi dal fallimento per impugnare l’esistenza, la validità o l’efficacia del titolo dal quale deriva il credito opposto in compensazione. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12548 del 8 luglio 2004 (Cass. civ. n. 12548/2004)

La compensazione in materia fallimentare, regolata dall’art. 56, l. fall., presenta elementi di specialità rispetto alla disciplina ordinaria, in quanto opera anche se il credito vantato nei confronti del fallito non è esigibile, ferma restando la necessità che sussistano gli ulteriori requisiti previsti dal codice civile e, tra questi, che non ricorra alcuno dei casi per i quali l’art. 1246, c.c., stabilisce che essa non opera. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso la compensazione del credito vantato da un agente assicurativo nei confronti di un’impresa sottoposta a liquidazione coatta amministrativa con il debito verso quest’ultima, in quanto esclusa dagli artt. 23 e 24 dell’accordo nazionale di categoria). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18428 del 3 dicembre 2003 (Cass. civ. n. 18428/2003)

L’art. 56 della legge fallimentare prevede, quale unica condizione alla compensabilità dei debiti verso il fallito-creditore, l’anteriorità rispetto al fallimento del fatto genetico della situazione giuridica estintiva delle obbligazioni contrapposte, con la conseguenza, in tema di factoring, che, se è vero che è la riscossione dei crediti a rendere esigibile il prezzo della cessione, per la frazione non anticipata, ciò non significa che il credito del cedente sorga con quell’evento, ma, semmai, che è proprio esso a renderne possibile l’esazione, ferma restando l’anteriorità del momento genetico e, conseguentemente, la suscettibilità di essere portato in compensazione con i controcrediti del factor. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10861 del 10 luglio 2003 (Cass. civ. n. 10861/2003)

A seguito della presentazione della dichiarazione finale dei redditi da parte del curatore, il credito vantato dall’Amministrazione finanziaria nei confronti di un imprenditore fallito, che con la chiusura della procedura ritorna in bonis, non può essere opposto in compensazione con un debito della stessa Amministrazione verso la “massa dei creditori”, sia perché diversi sono i soggetti delle opposte ragioni di dare ed avere, in quanto il credito opposto dall’Erario ha come soggetto passivo l’imprenditore fallito mentre quello fatto valere dal fallimento con la dichiarazione finale è un credito della massa, sia perché — compensando tali opposte ragioni di dare e avere — verrebbero pregiudicati illegittimamente i creditori concorsuali, per la violazione del principio di parità di trattamento. (Nella specie la Corte ha negato la possibilità di compensare un credito del Fisco verso l’imprenditore fallito con quello relativo alle ritenute, indebitamente operate dalla banca, sugli interessi maturati sul deposito bancario intestato alla procedura). Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 10349 del 1 luglio 2003 (Cass. civ. n. 10349/2003)

L’art. 56 legge fallimentare prevede, quale unico limite imprescindibile per la compensabilità dei debiti verso il fallito-creditore, l’anteriorità al fallimento del fatto genetico della situazione giuridica estintiva delle obbligazioni contrapposte, e la compensazione fallimentare è, pertanto, applicabile non solo quando il credito del terzo non è ancora scaduto alla data della dichiarazione di fallimento, ma anche quando tale scadenza riguardi il credito del fallito. Ne consegue che, ai fini della decisione sulla compensazione riguardante il debito di un creditore del fallito verso quest’ultimo, derivante dall’esecuzione di mandato irrevocabile all’incasso di un credito del fallito verso terzi, è rilevante il momento dell’incasso in esecuzione del mandato, che costituisce il momento in cui sorge l’obbligazione del mandatario di restituire al mandante quanto riscosso. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8042 del 22 maggio 2003 (Cass. civ. n. 8042/2003)

Il principio del concorso formale, sancito dall’art. 52 legge fall., secondo cui ogni credito, anche se munito di diritto di prelazione, deve essere accertato secondo le norme sulla verificazione dello stato passivo, non esclude che, nel giudizio proposto dal curatore fallimentare per la condanna al pagamento di un debito di un terzo nei confronti del fallito, il terzo possa opporre in compensazione, in via di eccezione, il suo credito, anche quando esso non sia stato accertato in sede di verificazione del passivo ed anche quando tale accertamento non sia stato neppure richiesto, giacché in tal caso il terzo chiede l’accertamento della sua pretesa creditoria, non ai fini della partecipazione al concorso, ma soltanto per contrastare la pretesa del curatore. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18223 del 21 dicembre 2002 (Cass. civ. n. 18223/2002)

In tema di contratti bancari, il «bonifico» (ossia l’incarico del terzo dato alla banca di accreditare al cliente correntista la somma oggetto della provvista) costituisce un ordine (delegazione) di pagamento che la banca delegata, se accetta, si impegna (verso il delegante) ad eseguire; da tale accettazione non discende, dunque, un’autonoma obbligazione della banca verso il correntista delegatario, trovando lo sviluppo ulteriore dell’operazione la sua causa nel contratto di conto corrente di corrispondenza che implica un mandato generale conferito alla banca dal correntista ad eseguire e ricevere pagamenti per conto del cliente, con autorizzazione a far affluire nel conto le somme così acquisite in esecuzione del mandato. Ne deriva che, secondo il meccanismo proprio del conto corrente, la banca, facendo affluire nel conto passivo il pagamento ricevuto dall’ordinante, non esaurisce il proprio ruolo in quello di mero strumento del terzo, ma diventa l’effettiva beneficiaria della rimessa, con l’effetto ad essa imputabile (se l’accredito intervenga nell’anno precedente la dichiarazione di fallimento, ricorrendo il requisito soggettivo della revocatoria fallimentare) di avere alterato la condicio creditorum (nella specie, la società, poi fallita, aveva ottenuto da un istituto di credito fondiario un mutuo da utilizzare per estinguere altre passività; la stessa aveva, dunque, accreditato una parte della stessa somma mutuata su un conto corrente di corrispondenza acceso presso una banca; la sentenza impugnata aveva revocato quell’accreditamento, ritenendolo un pagamento posto in essere in violazione della par condicio creditorum. La S.C., nell’affermare il principio di diritto massimato, ha respinto la tesi della banca, la quale sosteneva che il proprio credito nei confronti della fallita al momento dell’accreditamento s’era estinto non attraverso un pagamento astrattamente revocabile, bensì per effetto della compensazione, sottratta alla revocatoria ex art. 56 legge fall.) Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12489 del 21 settembre 2000 (Cass. civ. n. 12489/2000)

L’art. 56 della legge fallimentare, prevedendo che tutti i creditori hanno diritto di compensare con i loro debiti verso il fallito (o la società posta in liquidazione coatta amministrativa) i crediti che essi vantano verso lo stesso «ancorché» non scaduti prima della dichiarazione di fallimento, costituisce, con riferimento alla mancata richiesta dell’indefettibilità del requisito dell’esigibilità di tali ultimi crediti, un’eccezione alla regola di cui all’art. 1243 c.c., secondo la quale la compensazione si verifica solo in caso di coesistenza di due contrapposti debiti aventi ad oggetto somme di denaro o quantità di cose fungibili dello stesso genere che siano però «ugualmente liquidi ed esigibili». Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4530 del 10 aprile 2000 (Cass. civ. n. 4530/2000)

Poiché l’art. 1246 c.c. si limita a prevedere che la compensazione si verifica quali che siano i titoli da cui nascano i contrapposti crediti e debiti senza espressamente restringerne l’applicabilità all’ipotesi di pluralità di rapporti, non può in assoluto escludersi che detto istituto operi anche fra obbligazioni scaturenti da un’unica fonte negoziale. Una tale esclusione è giustificata allorquando le obbligazioni derivanti da un unico negozio siano tra loro legate da un vincolo di corrispettività che ne escluda l’autonomia, perché se in siffatta ipotesi si ammettesse la reciproca elisione delle obbligazioni in conseguenza della compensazione, si verrebbe ad incidere sull’efficacia stessa del negozio, paralizzandone gli effetti. Qualora, invece, le obbligazioni, ancorché aventi causa in un unico rapporto negoziale, non siano in posizione sinallagmatica ma presentino caratteri di autonomia, non v’è ragione per sottrarre la fattispecie alla disciplina dell’art. 1246 c.c. che, riguardando l’istituto della compensazione in sé, è norma di carattere generale e come tale applicabile anche alla compensazione contemplata dall’art. 56 della legge fallimentare. Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 775 del 16 novembre 1999 (Cass. civ. n. 775/1999)

Qualora, dopo il fallimento del promissario acquirente, venga dichiarata la risoluzione di un contratto preliminare di compravendita (nella specie, per inadempimento del promittente venditore all’obbligo di procurarsi la proprietà del bene, per poterla trasferire al promissario), il promittente venditore, convenuto in giudizio dalla curatela per la restituzione del prezzo già interamente corrisposto dal promissario, non può eccepire, a compensazione del debito per tale restituzione, il proprio credito per l’importo di due titoli di credito, non riconducibili alla indicata promessa di vendita, apparentemente sottoscritti dal promissario medesimo (poi fallito) e dallo stesso non onorati, difettando il requisito dell’anteriorità al fallimento di entrambi i crediti (art. 56 legge fall.), in quanto l’asserito obbligo di pagamento sottostante ai titoli era sorto prima del fallimento, mentre quello di restituzione del prezzo pagato dal promissario era nato con la risoluzione del contratto per inadempimento, avutasi solo successivamente al fallimento (a seguito, nell’ipotesi, della dichiarazione in appello del promittente di non potere, né volere, adempiere). Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 10097 del 19 novembre 1996 (Cass. civ. n. 10097/1996)

L’art. 56 L. fall., nell’ammettere la compensazione anche nel caso in cui il credito verso il fallito non sia scaduto prima dell’apertura della procedura concorsuale, non deroga agli altri requisiti occorrenti per la compensazione legale, e, pertanto, non opera quando il corrispondente credito del fallito non sia esigibile. Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 7562 del 26 luglio 1990 (Cass. civ. n. 7562/1990)

La sopravvenienza del fallimento del debitore, nel corso del giudizio di primo grado da questo promosso in opposizione a decreto ingiuntivo, determina, nel caso in cui il curatore non gli sia subentrato, l’inopponibilità al fallimento di tale decreto nonché della declaratoria di esecutorietà del decreto stesso ai sensi dell’art. 647 c.p.c., con la conseguenza che il credito portato da tale decreto che non sia stato già verificato ed ammesso al passivo, ove sia opposto in compensazione, ai sensi dell’art. 56 R.D. 16 marzo 1942, n. 267, di un credito del fallito, di cui il curatore richieda il pagamento, deve essere accertato — al solo fine di (e nei limiti necessari a) paralizzare la pretesa del curatore — dal giudice da quest’ultimo adito. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2974 del 10 aprile 1990 (Cass. civ. n. 2974/1990)

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