(R.D. 16 marzo 1942 n. 267)

Beni non compresi nel fallimento

Articolo 46 - Legge fallimentare

I. Non sono compresi nel fallimento:
1) i beni ed i diritti di natura strettamente personale;
2) gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
3) i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall’articolo 170 del codice civile; (1)
4) [i frutti dei beni costituiti in dote e i crediti dotali salvo quanto è disposto dall’art. 188 del codice civile;] (2)
5) le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.
II. I limiti previsti nel primo comma, n. 2, sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e di quella della sua famiglia.(3)

Articolo 46 - Legge fallimentare

I. Non sono compresi nel fallimento:
1) i beni ed i diritti di natura strettamente personale;
2) gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
3) i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall’articolo 170 del codice civile; (1)
4) [i frutti dei beni costituiti in dote e i crediti dotali salvo quanto è disposto dall’art. 188 del codice civile;] (2)
5) le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.
II. I limiti previsti nel primo comma, n. 2, sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e di quella della sua famiglia.(3)

Note

(1) Numero 3 sostituito dall’art. 43 del D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.
(2) Numero 4 soppresso dall’art. 43 del D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.
(3) Comma sostituito dall’art. 43 del D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.

Massime

Le somme spettanti a persona fisica successivamente fallita, a titolo di risarcimento del danno biologico o del danno morale, attesa la natura strettamente personale, sin dall’origine, del relativo diritto, rientrano nella previsione dell’art. 46, comma 1, n. 2) l. fall. e non possono essere quindi attribuite al fallimento. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha accolto il ricorso con il quale la società ricorrente lamentava di essere stata condannata a pagare il risarcimento del danno c.d. differenziale, vale a dire, l’eccedenza del credito risarcitorio rispetto a quanto pagato dall’Inail, non direttamente all’infortunato, imprenditore individuale, ma alla curatela del fallimento di questi). Cassazione civile, Sez. VI-III, ordinanza n. 25168 del 15 ottobre 2018 (Cass. civ. n. 25168/2018)

In tema di effetti del fallimento, l’art. 46 l.fall. delimita il perimetro dei beni del fallito non compresi nel fallimento in relazione alla necessità del mantenimento del fallito stesso e della sua famiglia, non potendo, pertanto, essere acquisita alla massa l’integralità delle somme che il primo percepisce a seguito dello svolgimento della sua attività lavorativa, essendone la concreta determinazione affidata alla discrezionalità del giudice delegato in forza della semplice richiesta del curatore fallimentare, non essendo necessaria apposita istanza del fallito medesimo. (Nella specie, la S.C. ha cassato il decreto impugnato che aveva disposto l’acquisizione alla massa dell’intero corrispettivo spettante al fallito per l’attività lavorativa svolta presso terzi sul presupposto della mancata proposizione di un’apposita istanza da parte del fallito e, comunque, della mancata dimostrazione dei redditi degli altri familiari conviventi). Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 26201 del 19 dicembre 2016 (Cass. civ. n. 26201/2016)

L’art. 46 legge fall., limitando il diritto del fallito necessario per il mantenimento suo e della sua famiglia, ne salvaguardia le esigenze insopprimibili, ma non deve necessariamente rispettare il parametro dell’art. 36 Cost., che attiene alla diversa sfera del rapporto di lavoro mentre, per contro, il diritto dei creditori a soddisfarsi sul suo patrimonio è sancito dall’art. 2740 cod. civ.. Il regolamento del conflitto nascente dalle contrapposte aspettative è demandato al giudice di merito, la cui valutazione non è sindacabile in sede di legittimità, al fuori del caso dei vizi di motivazione. Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 26206 del 22 novembre 2016 (Cass. civ. n. 26206/2016)

La menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, deve essere ricondotta nell’ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico; ne consegue che le somme riconosciute a titolo di danno da perdita della capacità di guadagno futuro, integrando un danno patrimoniale, rientrano nella massa attiva del fallimento e devono essere in questa ricomprese, non potendo essere sussunte nelle fattispecie di cui all’art. 46, primo comma, nn. 1) e 2), della legge fallimentare. Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1879 del 27 gennaio 2011 (Cass. civ. n. 1879/2011)

L’art. 46, n. 3, della legge fall. (nel testo anteriore al D.L.vo 9 gennaio 2006, n. 5), secondo cui non sono compresi nel fallimento i redditi dei beni costituiti in patrimonio familiare, salvo quanto disposto dagli artt. 170 e 326 c.c., sebbene dettato per l’abrogato istituto del patrimonio familiare, si applica anche al nuovo istituto del fondo patrimoniale, ad esso succeduto, in quanto, pur non coincidendo le relative discipline, per l’attenuazione dei vincoli di inalienabilità ed inespropriabilità previsti in riferimento al fondo patrimoniale, risultano identici i fini perseguiti dai due istituti e lo strumento a tal fine predisposto, consistente nella previsione di un patrimonio separato costituito da un complesso di beni determinati, assoggettati ad una speciale disciplina di amministrazione ed a limiti di alienabilità ed espropriabilità. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1112 del 22 gennaio 2010 (Cass. civ. n. 1112/2010)

L’assegno di mantenimento erogato a norma dell’art.13 del d.l. 10 gennaio 1991, n.13 ai collaboratori di giustizia ha natura integralmente alimentare, in quanto conferito a chi si trovi nell’impossibilità di svolgere attività lavorativa e determinato in ragione delle condizioni del collaboratore e delle persone a suo carico; pertanto, in caso di intervenuto fallimento del collaboratore, il giudice delegato non può disporne l’acquisizione neppure parziale all’attivo fallimentare, essendo tale potere, ai sensi dell’art. 46, secondo comma, della legge fall., esercitabile sulle sole quote di reddito che non abbiano tale specifica destinazione. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 24416 del 19 novembre 2009 (Cass. civ. n. 24416/2009)

La locazione, quando abbia ad oggetto un immobile destinato esclusivamente ad abitazione propria del fallito e della sua famiglia, non integra un rapporto di diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore, secondo la previsione dell’art. 43 legge fall., ma un rapporto di natura strettamente personale, ai sensi dell’art. 46 n. 1 del citato testo di legge, rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita, il quale è indifferente per il fallimento e resta correlativamente sottratto al potere di recesso del curatore; ne consegue che il conduttore fallito è da considerarsi legittimato all’esercizio, ex art. 79 della L. n. 392 del 1978, dell’azione di ripetizione dell’eccedenza dei canoni convenzionali pagati rispetto a quelli dovuti, la cui relativa somma non può, peraltro, ritenersi acquisita al fallimento stesso prima che la suddetta azione sfoci in una sentenza di condanna del locatore. Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 20804 del 29 settembre 2009 (Cass. civ. n. 20804/2009)

La natura assistenziale e previdenziale del trattamento di fine rapporto ne giustifica, in caso di fallimento dell’avente diritto, l’assoggettabilità allo speciale regime previsto dall’art. 46 della legge fall., che, in deroga alla generale regola della indisponibilità del patrimonio del fallito posta dall’art. art. 44 della legge fall., esclude dall’attivo fallimentare, nei limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito e della sua famiglia, le somme spettanti al fallito stesso a titolo di stipendio, pensione o salario, così come determinate con decreto del giudice delegato; l’efficacia retroattiva di tale decreto determina a sua volta l’inopponibilità, nei confronti dei creditori concorsuali, del pagamento nel frattempo disposto, in favore del fallito, dal terzo debitore, qualora il giudice delegato abbia disposto l’acquisizione per intero alla procedura fallimentare del citato emolumento, senza che il “solvens” possa invocare la rilevanza del proprio stato soggettivo, ai sensi dell’art. 1189 c.c. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17751 del 30 luglio 2009 (Cass. civ. n. 17751/2009)

Il fallito è il solo legittimato ad agire e resistere nelle controversie concernenti la validità del contratto di locazione avente ad oggetto un immobile destinato esclusivamente ad abitazione per sé e per la propria famiglia, atteso che, in tal caso, la locazione non integra un diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore secondo la previsione dell’art. 43, legge fall., bensì un rapporto di natura strettamente personale ai sensi dell’art. 46, legge fall., in quanto rivolto al soddisfacimento di un’esigenza primaria di vita ed inidoneo ad incidere sugli interessi della massa, perciò indifferente per il curatore; ne consegue che l’art. 80, secondo comma, legge fall. (vigente ratione temporis), nel prevedere che il curatore subentra nel rapporto di locazione, con facoltà di recesso, non opera con riguardo al contratto di locazione che abbia ad oggetto il predetto immobile, a prescindere dalla proporzionalità o meno della sua consistenza rispetto alle citate esigenze personali, conclusione del contratto prima o dopo il fallimento, dal rispetto o meno dello speciale regime vincolistico delle locazioni degli immobili urbani e salvo, in questo ultimo caso, l’eventuale recupero alla massa di somme sottratte ai creditori ed esorbitanti dai limiti delle necessità di vita familiari del fallito stesso. (Principio affermato dalla S.C. con riguardo al giudizio promosso dal conduttore, in seguito fallito, per la determinazione del c.d. equo canone ai sensi dell’art. 12 della legge n. 392 del 1978 e per la restituzione delle somme eccedenti tale misura). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 16668 del 19 giugno 2008 (Cass. civ. n. 16668/2008)

Il pagamento degli stipendi, pensioni, salari ed altri emolumenti di cui all’art. 46, primo comma, n. 2, legge fallimentare, effettuato dal debitore direttamente al fallito prima dell’emanazione del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, fissa i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia, è inefficace, ai sensi dell’art. 44, secondo comma, legge cit., soltanto per gli importi eccedenti detti limiti, come determinati dal giudice delegato con riferimento al periodo anteriore al suo decreto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della Corte territoriale che aveva ritenuto l’inefficacia totale dei pagamenti eseguiti dall’Enasarco, nel periodo anteriore all’emissione del decreto del giudice delegato, sul solo rilievo di tale anteriorità. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 20325 del 27 settembre 2007 (Cass. civ. n. 20325/2007)

È acquisibile alla massa attiva del fallimento — non rientrando fra i beni e diritti di natura strettamente personale, di cui all’art. 46, n. 1, della legge fall. — l’indennità assicurativa corrisposta al fallito in relazione ad un infortunio lesivo dell’integrità personale, intesa a ristorare (nella specie, alla luce delle previsioni contrattuali e dei criteri di liquidazione concretamente adottati dalla commissione arbitrale), non il danno biologico o il danno morale, ma il solo danno patrimoniale in senso stretto, conseguente alle lesioni subite in termini di perdita e di mancato guadagno. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15493 del 22 luglio 2005 (Cass. civ. n. 15493/2005)

Le somme dovute dall’assicuratore in forza di un contratto di assicurazione sulla vita sono impignorabili (art. 1923, primo comma, c.c.) e, in virtù del richiamo contenuto nell’art. 46 n. 5, legge fallimentare, non sono comprese nel fallimento; siffatta disciplina è applicabile anche all’assicurazione contro gli infortuni esclusivamente in riferimento alle indennità dovute per un infortunio mortale, non anche alle indennità dovute per un infortunio che abbia cagionato un’invalidità permanente, senza che, in contrario, possa assumere rilevanza l’eventuale configurazione nel contratto della natura «personale» del credito, sia perché essa vale soltanto ad escludere la trasmissibilità agli eredi del diritto all’indennità, sia perché l’impignorabilità di un bene, quindi la sua sottrazione all’attivo fallimentare, costituisce materia riservata alla legge e sottratta alla disponibilità delle parti. Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13342 del 19 luglio 2004 (Cass. civ. n. 13342/2004)

Le somme dovute dall’assicuratore in forza di assicurazione sulla vita (le quali, a mente del primo comma dell’art. 1923 c.c., «non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare») vanno escluse dall’attivo fallimentare, ex art. 46 n. 5 L. fall., soltanto se esse costituiscono l’oggetto del contratto in relazione alla funzione tipica di quest’ultimo, riferita al momento della naturale cessazione del rapporto. Ne consegue che, essendo la fattispecie contrattuale dell’assicurazione sulla vita funzionale al conseguimento dello scopo di previdenza (rectius, del risparmio finalizzato alla previdenza), tale finalità può dirsi raggiunta soltanto nel caso in cui il contratto abbia raggiunto il suo scopo tipico (quello, cioè, della reintegrazione del danno, provocato dall’evento morte e/o sopravvivenza, attraverso la prestazione dell’assicuratore preventivamente stimata idonea a soddisfare l’interesse leso da tale evento), e non anche in quello in cui l’assicurato, mercé l’esercizio del diritto di recesso ad nutum, recuperi al suo patrimonio somme che, pur realizzando lo scopo di «risparmio», non integrano altresì gli estremi della funzione «previdenziale», e che, pertanto, vanno del tutto legittimamente acquisite all’attivo fallimentare (operandosi in tal caso lo scioglimento del contratto ipso iure, e senza che rilevi, in contrario, la dizione letterale dell’art. 1923 cit., nel quale il riferimento alle «somme dovute», pur non contenendo alcuna distinzione di titolo obbligatorio, è pur sempre rapportabile all’obbligazione principale dedotta in contratto, mentre il versamento dell’importo del riscatto a seguito di recesso postula una situazione esattamente contraria, e cioè la cessazione anticipata del rapporto stesso). Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8676 del 26 giugno 2000 (Cass. civ. n. 8676/2000)

Ai sensi dell’articolo 43 L. fall. la perdita della legittimazione processuale del fallito coincide con l’ambito dello spossessamento fallimentare; poiché i rapporti relativi alla costituzione di un fondo patrimoniale non sono compresi nel fallimento trattandosi di beni che, pur appartenendo al fallito, rappresentano un patrimonio separato, destinato al soddisfacimento di specifici scopi che prevalgono sulla funzione di garanzia per la generalità dei creditori, permane rispetto ad essi la legittimazione del debitore; sussiste pertanto la legittimazione processuale del fallito nel giudizio avente ad oggetto la revocatoria fallimentare del fondo patrimoniale. Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8379 del 20 giugno 2000 (Cass. civ. n. 8379/2000)

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