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La Responsabilità amministrativa da reato degli enti collettivi per i delitti colposi di evento

Articolo di Martina Barbagallo

Con il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 è stata introdotta nell’ordinamento giuridico italiano “la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, tale corpus normativo ha rappresentato una svolta epocale nel sistema, costituendo il superamento del principio societas delinquere non potest. Infatti, dalla sua entrata in vigore le persone giuridiche sono divenute soggetti passibili di vicenda punitiva e diretti destinatari di previsioni sanzionatorie[1]. La responsabilità delle società introdotta con il d.lgs. è finalizzata a sanzionare sia le condotte illecite poste in essere dal singolo individuo, ma anche quelle derivanti da un’affermata politica d’impresa. Il riconoscimento in capo alle persone giuridiche di una responsabilità amministrativa dipendente da reato è stato il risultato di un lungo percorso interpretativo che ad oggi non è ancora universalmente accettato in dottrina.[2] Secondo un orientamento dottrinale il principio societas delinquere non potest troverebbe conferma a livello costituzionale, precisamente nell’art. 27 comma 1 che sancisce il carattere personale della responsabilità penale, considerando sia l’accezione minima di tale principio ovvero divieto di responsabilità per fatto altrui, sia quella più ampia di carattere personale della responsabilità legato al principio di colpevolezza[3]. In risposta a tali obiezioni rileva la teoria dell’immedesimazione organica, la quale attribuisce all’ente soggettività reale e non funzionalistica sulla base del rapporto di rappresentanza organica tra la societas e le persone fisiche ad essa appartenenti, con l’importante conseguenza che l’attività posta in essere dagli organi dell’impresa è direttamente ascrivibile alla persona giuridica[4]. Per quanto concerne i soggetti l’art.1 comma 2 del Decreto individua i destinatari della disciplina e stabilisce l’applicazione del relativo regime agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica; il comma 3 esclude invece dall’applicazione della disciplina lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli enti pubblici non economici e gli enti che svolgono funzioni di rilevo costituzionale. Tra i vari interventi correttivi al decreto che si sono susseguiti nel tempo, rileva in particolare in questa analisi quello intervenuto con il d.lgs. 81/2008. Esso ha infatti ampliato il novero dei reati-presupposto per l’ascrizione della responsabilità all’ente, introducendo all’art. 25-septies i reati di omicidio e lesioni gravi o gravissime previsti agli artt. 589 e 590 c.p. commessi in violazione delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
L’art. 5 del d.lgs. 231/2001 individua i requisiti per l’imputazione del reato all’ente, stabilendo che esso deve essere stato commesso nell’interesse o vantaggio della societas  da uno dei soggetti qualificati individuati al comma 1, ovvero i soggetti “in posizione apicale” nella struttura aziendale o i soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza dei primi. Emerge dunque l’ardua conciliazione tra tale requisito e i reati-presupposto di matrice colposa previsti nella c.d. Parte Speciale del decreto. La questione ha generato non poche discussioni nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale, le quali tuttora sono ancora parzialmente irrisolte. In molti si sono interrogati su come sia possibile conciliare un reato colposo in cui, appunto, l’evento non è voluto dal soggetto agente con il requisito dell’interesse o vantaggio, che è invece richiesto ai fini dell’ascrizione della responsabilità all’ente collettivo. Si può parlare di una disattenzione del legislatore, nell’adattare la disciplina generale del Sistema 231 ai reati colposi introdotti progressivamente nel catalogo dei reati-presupposto. Tale lacuna ha di conseguenza riservato il compito di rendere compatibili i criteri generali di ascrizione della responsabilità a dottrina e giurisprudenza. Nonostante le divergenze esistenti, queste ultime ritengono sostanzialmente compatibili i criteri dell’interesse o vantaggio in materia di reati colposi. Tale compatibilità viene resa possibile escludendo l’interpretazione letterale dell’art. 5 d.lgs. 231/2001, la quale porterebbe ad un’ interpretatio abrogans dell’art. 25-septies e tramite il collegamento dei requisiti dell’interesse o vantaggio alla sola condotta inosservante e non al reato nella sua interezza, comprensivo dunque anche dell’evento naturalistico.
Ai fini dell’attribuzione della responsabilità amministrativa all’ente collettivo non sono sufficienti i criteri oggettivi contemplati dall’art.5 del d.lgs.231/2001 sopra analizzati, è infatti necessario un ulteriore nesso di imputazione soggettiva, tipizzato dagli art. 6-7 del decreto. Tali articoli regolano l’aspetto dell’imputazione, adattandolo alle due categorie soggettive di possibili autori del reato-presupposto: i soggetti apicali e i soggetti subordinati. Il legislatore ha voluto ancorare la responsabilità dell’ente al concetto inespresso, ma rilevabile nella descrizione normativa, di “colpa di organizzazione” dello stesso. Il sistema 231 si compone allora di due momenti: la commissione dell’illecito da parte del singolo e la colpevole inosservanza di cautele e la mancata adozione di strumenti e procedure volti alla prevenzione della commissione del reato. Vengono in rilievo a questo punto i Modelli di organizzazione e gestione (MOG), tali modelli costituiscono il fulcro su cui si fonda l’intera disciplina prevista per la responsabilità delle societas e costituiscono gli standard cautelari da rispettare per prevenire la commissione di illeciti all’interno del sistema aziendale. Essi sono mutuati dai compliance programs di matrice nordamericana e svolgono nell’ordinamento italiano varie funzioni, nello specifico l’art.6 d.lgs. 231/2001 attribuisce loro un ruolo esimente (nel caso di adozione ed efficace attuazione) ai fini dell’imputazione della responsabilità all’ente. La società risponderà per una colpa specifica di organizzazione, poiché l’illecito della persona fisica è stato reso possibile per una serie di negligenze a monte della persona giuridica, vale a dire per non essersi dotata dei modelli idonei a prevenire reati come quello realizzatosi, o per l’insufficiente vigilanza dell’organo di controllo o per la mancata istituzione di questo. Tuttavia, nonostante la loro fondamentale importanza nel Sistema 231, il legislatore non ha provveduto in fase di novella legislativa  ad indicare un modello standard la cui adozione permetta automaticamente l’esonero da responsabilità per l’ente. Infatti, sarà il giudice l’interprete finale chiamato a valutare l’adeguato funzionamento del modello e il suo effettivo rispetto nella compagine aziendale e a constatare se il modello adottato dall’ente imputato sia o meno idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il MOG potrà essere adottato  dall’ente ante o post factum e il momento dall’adozione avrà degli effetti differenti: nel primo caso il suo effetto sarà esimente, nel secondo caso l’adozione tardiva del modello potrà avere un effetto attenuante in merito alle conseguenza sanzionatorie previste. Il compito di costante verifica circa il funzionamento e l’adeguatezza del Modello è affidato all’Organismo di Vigilanza, il quale svolge un ruolo fondamentale nel verificare che la tutela della sicurezza predisposta all’interno della struttura aziendale sia efficace ed effettiva.
L’introduzione di fattispecie colpose nel catalogo dei reati-presupposto ha avuto una portata innovativa in materia di responsabilità dell’ente, essa ha infatti permesso il coinvolgimento del datore di lavoro non più solo in quanto persona fisica ma anche come persona giuridica. Si è sottolineato il lavoro interpretativo di dottrina e giurisprudenza per superare il problema della compatibilità logico-strutturale dei reati colposi d’evento ex  art. 25-septies  con il nesso di imputazione richiesto dal Decreto.  Ai sensi di tale articolo l’ente viene chiamato a rispondere nel caso di violazione da parte del datore di lavoro degli obblighi non delegabili stabiliti dall’art. 17 comma 1 lett. a) d.lgs. 81/2008, ovvero qualora egli non provveda personalmente alla «valutazione di tutti i rischi» e alla conseguente «elaborazione del documento previsto dall’art. 28 nelle aziende di cui all’art. 31 comma 6 lettere a), b), c), d), f) e g)» del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro.
È evidente perciò il raccordo esistente tra quanto disposto dal d.lgs. 231/2001 in materia di responsabilità degli enti e il d.lgs. 81/2008 in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. I  due sistemi svolgono un operato congiunto, in effetti emerge la coincidenza e la parziale sovrapposizione dei contenuti del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) previsto a carico del datore di lavoro e del Modello di organizzazione e gestione adottabile dall’ente. Questi due documenti per alcune parti si basano sui medesimi dati ed elementi. A titolo esemplificativo la fase di risk assessment, prevista per la redazione del Modello, prenderà in considerazione la valutazione del rischio già effettuata per la redazione del DVR; ma tali documenti non perseguono nell’immediato il medesimo scopo, essendo il MOG finalizzato all’esonero da responsabilità dell’ente e il DVR ad adempiere agli obblighi ex d.lgs. 81/2008,  sebbene quello finale sia comunque la garanzia della massima tutela dei lavoratori e della loro salute e sicurezza. Tramite la novella legislativa intervenuta con il Testo Unico della sicurezza del lavoro si ritiene che siano state riposizionate le responsabilità previste a carico del datore di lavoro e a carico dell’ente, bilanciando la complessa attività che è l’analisi del rischio e la prevenzione dello stesso.

Con il d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 è stata introdotta nell’ordinamento giuridico italiano “la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, tale corpus normativo ha rappresentato una svolta epocale nel sistema, costituendo il superamento del principio societas delinquere non potest. Infatti, dalla sua entrata in vigore le persone giuridiche sono divenute soggetti passibili di vicenda punitiva e diretti destinatari di previsioni sanzionatorie[1]. La responsabilità delle società introdotta con il d.lgs. è finalizzata a sanzionare sia le condotte illecite poste in essere dal singolo individuo, ma anche quelle derivanti da un’affermata politica d’impresa. Il riconoscimento in capo alle persone giuridiche di una responsabilità amministrativa dipendente da reato è stato il risultato di un lungo percorso interpretativo che ad oggi non è ancora universalmente accettato in dottrina.[2] Secondo un orientamento dottrinale il principio societas delinquere non potest troverebbe conferma a livello costituzionale, precisamente nell’art. 27 comma 1 che sancisce il carattere personale della responsabilità penale, considerando sia l’accezione minima di tale principio ovvero divieto di responsabilità per fatto altrui, sia quella più ampia di carattere personale della responsabilità legato al principio di colpevolezza[3]. In risposta a tali obiezioni rileva la teoria dell’immedesimazione organica, la quale attribuisce all’ente soggettività reale e non funzionalistica sulla base del rapporto di rappresentanza organica tra la societas e le persone fisiche ad essa appartenenti, con l’importante conseguenza che l’attività posta in essere dagli organi dell’impresa è direttamente ascrivibile alla persona giuridica[4]. Per quanto concerne i soggetti l’art.1 comma 2 del Decreto individua i destinatari della disciplina e stabilisce l’applicazione del relativo regime agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica; il comma 3 esclude invece dall’applicazione della disciplina lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli enti pubblici non economici e gli enti che svolgono funzioni di rilevo costituzionale. Tra i vari interventi correttivi al decreto che si sono susseguiti nel tempo, rileva in particolare in questa analisi quello intervenuto con il d.lgs. 81/2008. Esso ha infatti ampliato il novero dei reati-presupposto per l’ascrizione della responsabilità all’ente, introducendo all’art. 25-septies i reati di omicidio e lesioni gravi o gravissime previsti agli artt. 589 e 590 c.p. commessi in violazione delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
L’art. 5 del d.lgs. 231/2001 individua i requisiti per l’imputazione del reato all’ente, stabilendo che esso deve essere stato commesso nell’interesse o vantaggio della societas  da uno dei soggetti qualificati individuati al comma 1, ovvero i soggetti “in posizione apicale” nella struttura aziendale o i soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza dei primi. Emerge dunque l’ardua conciliazione tra tale requisito e i reati-presupposto di matrice colposa previsti nella c.d. Parte Speciale del decreto. La questione ha generato non poche discussioni nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale, le quali tuttora sono ancora parzialmente irrisolte. In molti si sono interrogati su come sia possibile conciliare un reato colposo in cui, appunto, l’evento non è voluto dal soggetto agente con il requisito dell’interesse o vantaggio, che è invece richiesto ai fini dell’ascrizione della responsabilità all’ente collettivo. Si può parlare di una disattenzione del legislatore, nell’adattare la disciplina generale del Sistema 231 ai reati colposi introdotti progressivamente nel catalogo dei reati-presupposto. Tale lacuna ha di conseguenza riservato il compito di rendere compatibili i criteri generali di ascrizione della responsabilità a dottrina e giurisprudenza. Nonostante le divergenze esistenti, queste ultime ritengono sostanzialmente compatibili i criteri dell’interesse o vantaggio in materia di reati colposi. Tale compatibilità viene resa possibile escludendo l’interpretazione letterale dell’art. 5 d.lgs. 231/2001, la quale porterebbe ad un’ interpretatio abrogans dell’art. 25-septies e tramite il collegamento dei requisiti dell’interesse o vantaggio alla sola condotta inosservante e non al reato nella sua interezza, comprensivo dunque anche dell’evento naturalistico.
Ai fini dell’attribuzione della responsabilità amministrativa all’ente collettivo non sono sufficienti i criteri oggettivi contemplati dall’art.5 del d.lgs.231/2001 sopra analizzati, è infatti necessario un ulteriore nesso di imputazione soggettiva, tipizzato dagli art. 6-7 del decreto. Tali articoli regolano l’aspetto dell’imputazione, adattandolo alle due categorie soggettive di possibili autori del reato-presupposto: i soggetti apicali e i soggetti subordinati. Il legislatore ha voluto ancorare la responsabilità dell’ente al concetto inespresso, ma rilevabile nella descrizione normativa, di “colpa di organizzazione” dello stesso. Il sistema 231 si compone allora di due momenti: la commissione dell’illecito da parte del singolo e la colpevole inosservanza di cautele e la mancata adozione di strumenti e procedure volti alla prevenzione della commissione del reato. Vengono in rilievo a questo punto i Modelli di organizzazione e gestione (MOG), tali modelli costituiscono il fulcro su cui si fonda l’intera disciplina prevista per la responsabilità delle societas e costituiscono gli standard cautelari da rispettare per prevenire la commissione di illeciti all’interno del sistema aziendale. Essi sono mutuati dai compliance programs di matrice nordamericana e svolgono nell’ordinamento italiano varie funzioni, nello specifico l’art.6 d.lgs. 231/2001 attribuisce loro un ruolo esimente (nel caso di adozione ed efficace attuazione) ai fini dell’imputazione della responsabilità all’ente. La società risponderà per una colpa specifica di organizzazione, poiché l’illecito della persona fisica è stato reso possibile per una serie di negligenze a monte della persona giuridica, vale a dire per non essersi dotata dei modelli idonei a prevenire reati come quello realizzatosi, o per l’insufficiente vigilanza dell’organo di controllo o per la mancata istituzione di questo. Tuttavia, nonostante la loro fondamentale importanza nel Sistema 231, il legislatore non ha provveduto in fase di novella legislativa  ad indicare un modello standard la cui adozione permetta automaticamente l’esonero da responsabilità per l’ente. Infatti, sarà il giudice l’interprete finale chiamato a valutare l’adeguato funzionamento del modello e il suo effettivo rispetto nella compagine aziendale e a constatare se il modello adottato dall’ente imputato sia o meno idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il MOG potrà essere adottato  dall’ente ante o post factum e il momento dall’adozione avrà degli effetti differenti: nel primo caso il suo effetto sarà esimente, nel secondo caso l’adozione tardiva del modello potrà avere un effetto attenuante in merito alle conseguenza sanzionatorie previste. Il compito di costante verifica circa il funzionamento e l’adeguatezza del Modello è affidato all’Organismo di Vigilanza, il quale svolge un ruolo fondamentale nel verificare che la tutela della sicurezza predisposta all’interno della struttura aziendale sia efficace ed effettiva.
L’introduzione di fattispecie colpose nel catalogo dei reati-presupposto ha avuto una portata innovativa in materia di responsabilità dell’ente, essa ha infatti permesso il coinvolgimento del datore di lavoro non più solo in quanto persona fisica ma anche come persona giuridica. Si è sottolineato il lavoro interpretativo di dottrina e giurisprudenza per superare il problema della compatibilità logico-strutturale dei reati colposi d’evento ex  art. 25-septies  con il nesso di imputazione richiesto dal Decreto.  Ai sensi di tale articolo l’ente viene chiamato a rispondere nel caso di violazione da parte del datore di lavoro degli obblighi non delegabili stabiliti dall’art. 17 comma 1 lett. a) d.lgs. 81/2008, ovvero qualora egli non provveda personalmente alla «valutazione di tutti i rischi» e alla conseguente «elaborazione del documento previsto dall’art. 28 nelle aziende di cui all’art. 31 comma 6 lettere a), b), c), d), f) e g)» del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro.
È evidente perciò il raccordo esistente tra quanto disposto dal d.lgs. 231/2001 in materia di responsabilità degli enti e il d.lgs. 81/2008 in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. I  due sistemi svolgono un operato congiunto, in effetti emerge la coincidenza e la parziale sovrapposizione dei contenuti del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) previsto a carico del datore di lavoro e del Modello di organizzazione e gestione adottabile dall’ente. Questi due documenti per alcune parti si basano sui medesimi dati ed elementi. A titolo esemplificativo la fase di risk assessment, prevista per la redazione del Modello, prenderà in considerazione la valutazione del rischio già effettuata per la redazione del DVR; ma tali documenti non perseguono nell’immediato il medesimo scopo, essendo il MOG finalizzato all’esonero da responsabilità dell’ente e il DVR ad adempiere agli obblighi ex d.lgs. 81/2008,  sebbene quello finale sia comunque la garanzia della massima tutela dei lavoratori e della loro salute e sicurezza. Tramite la novella legislativa intervenuta con il Testo Unico della sicurezza del lavoro si ritiene che siano state riposizionate le responsabilità previste a carico del datore di lavoro e a carico dell’ente, bilanciando la complessa attività che è l’analisi del rischio e la prevenzione dello stesso.

Note e Bibliografia

[1] N. MAZZACUVA- E. AMATI- Diritto penale dell’economia, Padova, 2018, 29.
[2] L. PISTORELLI, Art.1 Soggetti, in M. LEVIS e A. PERINI (a cura di), La responsabilità amministrativa delle società e degli enti: commento al D.lgs.8 giugno 2001, n. 231, Bologna, 2014,4.
[3] G. FIANDACA- E. MUSCO, Diritto penale- parte generale.10, Bologna, 2019, 173.
[4] G. FIANDACA- E. MUSCO, Diritto penale- parte generale.10, Bologna, 2019, 174.