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I patti successori

Articolo di Carmen dell’Anno
il divieto dei patti successori

Un excursus dello studio dei patti successori ci porta indietro al diritto romano.
Dalla lettura dei vari testi romani si evince che i patti successori non erano vietati. Tale divieto si palesa nel nostro Codice del 1865 (art. 720-954 – 1118)e successivamente nel Codice del 1942 (art. 458 – libro II).
Nel nostro ordinamento giuridico la successione mortis causa è regolata nel Libro II del Codice Civile.
Sono previste solo due forme di delazione e, di conseguenza, vige il divieto dei patti successori sancito esplicitamente dall’art.458 c.c.: “ Fatto salvo quanto disposto dagli art. 768 bis e seguenti, è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione. E’ del pari nullo ogni atto con il quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi”.
La dottrina parla di inammissibilità di una terza causa di delazione quale sarebbe proprio il contratto.
Ad avallare tali tesi dottrinali si è espressa anche la Giurisprudenza in più sentenze: Cassazione 1683/1995; Suprema Corte n.24 913/ 2008; Cass. Civ. n.24450/2009; Cass. Civ. n.14566/2016; Cass. Civ. n.15919/2018.
I patti successori sono le convenzioni stipulate tra due o più soggetti con cui si dispone della propria successione, o i patti con cui un futuro erede o legatario dispone di diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinuncia ai medesimi e si distinguono in:

  1. Istitutivi: il de cuius compie un contratto successorio con il suo futuro erede o legatario, disponendo della sua successione. E’ definito dalla Giurisprudenza: “ Una convenzione avente ad oggetto una vera e propria istituzione di erede,rivestita in forma contrattuale”. La dottrina ritiene che la sua giustificazione risieda nel concetto di revocabilità,che non viene rispettato, e nell’assoluta libertà testamentaria.
  2. Dispositivi: un soggetto dispone non della propria successione ma dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad altro soggetto. Per la dottrina si parla di illiceità dell’oggetto e del rischio del votum captandae mortis.
  3. Rinunciativi: un soggetto rinunzia ai diritti che gli possano spettare su una successione futura. La tesi prevalente ravvisa nel rischio di prodigalità la causa del divieto di tali patti e quindi nell’impossibilità dell’oggetto.
  4. Obbligatori: quelli con cui ci si obbliga a disporre della propria o dell’altrui successione o a rinunciare ad un’eredità non ancora aperta. La dottrina per il patto istitutivo obbligatorio ritiene che l’atto esecutivo successivo sia nullo per illiceità del motivo mentre per gli altri due tipi di patti parla di annullabilità per errore di diritto. In materia si è espressa anche la Cassazione con sentenza 63/1981.

Il Patto di Famiglia

In materia di patti successori dottrina e Giurisprudenza tendono ad un superamento con una riforma, così come già avvenuto in altri Paesi. Si parla di una rivisitazione del divieto e non di abrogazione.
Preme soffermarsi, ora, sull’incipit di tale articolo: “ Fatto salvo quanto stabilito dall’art. 768 bis c.c.
Nella nostra società si è sentita l’esigenza di ridimensionare tale divieto soprattutto nell’ambito del settore economico dove oggi grande rilievo è dato alle aziende familiari.
Si è sentita sempre più l’esigenza di consentire all’imprenditore di disporre in vita della propria azienda in favore di uno o più dei propri discendenti, purché, ovviamente, con l’accordo dei rimanenti discendenti e dell’eventuale coniuge.
Proprio a tale problema si è cercato di dare soluzione con un nuovo Istituto, il Patto di famiglia introdotto con Legge 55/2006 e oggi disciplinato dall’art. 768 bis c.c..
La finalità del patto di famiglia è di agevolare il trasferimento della proprietà dell’azienda tra genitori e figli evitando che le caratteristiche proprie di un atto di liberalità donativa costituiscano una remora alla circolazione della ricchezza ed un pregiudizio per la continuità dell’ impresa. La riforma persegue l’unico scopo di favorire il passaggio generazionale dell’azienda. Tale legge apportò una serie di novità nel nostro Codice Civile che possiamo decisamente definire più attuali e più giuste per le esigenze della nostra società. Un impulso riformatore si è rinvenuto anche presso la Commissione Europea la quale sia con Raccomandazione del 1994 sia con Comunicazione del 1998 ha rilevato come gli accordi possano essere utilizzati per tramandare determinati criteri gestionali di generazione in generazione. La commissione Europea ha affermato: “ Dovrebbero provvedere a consentirli dal momento che il predetto divieto complica inutilmente la buona gestione del patrimonio familiare e complica inutilmente una sana gestione patrimoniale”. Una parte della dottrina parla di possibile illegittimità costituzionale del nuovo istituto che, permettendo soltanto ai proprietari di beni aziendali di poter fruire di un regime agevolato di anticipata successione, va a discriminare indebitamente i proprietari di altri beni, violando così l’art. 3 della Costituzione, ma tale scelta è giustificata dalla rilevante differenza della cultura dei beni e del loro diverso rilievo nell’economia nazionale.
Il patto di famiglia si configura come un contratto per atto pubblico plurilaterale gratuito con effetti traslativi immediati e definitivi con cui un soggetto, disponente, trasferisce la titolarità di un’azienda oppure di partecipazioni societarie ad uno o più discendenti i quali liquidano in denaro le quote di riserva dei legittimari non assegnatari, escludendo la possibilità di ricorrere poi agli istituiti della riduzione o della collazione.
Il patto di famiglia non è dunque un testamento ma un contratto con cui l’imprenditore anticipa la propria successione per quanto riguarda la proprietà dell’azienda (intesa come massa di beni produttivi dalla dottrina prevalente) nell’ottica della continuità dell’impresa.
Il soggetto che dà impulso al patto di famiglia è l’imprenditore oltre al quale devono partecipare anche il discendente assegnatario e il coniuge del disponente e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. In sintesi non è possibile agire con il patto di famiglia se non si rispettano le norme relative all’impresa familiare, essendo tutelata la posizione del familiare che lavora in azienda e gli accordi che sono alla base della società che gestiscono l’impresa.
Da questo contratto scaturiscono precise e determinate attribuzioni patrimoniali. Vi è il trasferimento dell’azienda dal disponente ad uno o più discendenti così come disposto dall’art. 768 bis c.c. Vi sono poi le prestazioni eseguite dall’assegnatario dell’azienda a favore dei legittimari, compreso il coniuge del disponente, consistenti nel pagamento di una somma di denaro o nel trasferimento di beni in natura ex art. 768 quater, comma 2, c.c. Derivano, infine, direttamente dalla legge, quali effetti legali del contratto, l’imputazione alle quote di legittima delle attribuzioni patrimoniali ricevute ex art. 768 quater, comma 3, c.c. come pure l’esclusione da collazione e riduzione di ciò che è stato ricevuto dai contraenti ex art. 768 quater, comma 4, c.c.
Un altro aspetto importante del patto di famiglia interessa le agevolazioni fiscali. La legge n.296 del 2006 precisamente art. 1, c.78, che ha integrato la disposizione dell’art. 3 del D.Lgs. 346/1990 meglio conosciuto come “Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta delle successioni e donazioni” prevede un regime agevolato di non assoggettabilità all’imposta per i trasferimenti di aziende familiari individuali o collettive, effettuati anche tramite i patti di famiglia a favore dei discendenti, che si impegnino a continuare l’attività nei successivi cinque anni.
La Corte di Cassazione, con ordinanza 32823|2018 si è espressa a riguardo statuendo alcuni rilevanti principi in merito al trattamento fiscale di questo patto: “ Il patto di famiglia di cui agli articoli 768 bis cod.civ. e ss è assoggettato all’imposta sulle donazioni per quanto concerne sia il trasferimento dell’azienda o della partecipazione dal disponente al discendente (fatto salvo il ricorso delle condizioni di esenzione di cui al D.Lgs.n.346 del 1990, articolo 3, comma 4 ter), sia la corresponsione di somma compensativa della quota di legittima dall’assegnatario dell’azienda o della partecipazione ai legittimari non assegnatari; quest’ultima corresponsione è assoggettata ad imposta in base all’aliquota ed alla franchigia relative non al rapporto tra disponente ed assegnatario, e nemmeno a quello tra disponente e legittimario, bensì a quello tra assegnatario e legittimario ”.
In conclusione il problema del divieto dei patti successori viene visto con giudizio critico sia dalla dottrina che dalla Giurisprudenza, a partire da quella Costituzionale, che interviene continuamente a modificare il quadro del diritto “ vivente ” delle successioni mortis causa.

il divieto dei patti successori

Un excursus dello studio dei patti successori ci porta indietro al diritto romano.
Dalla lettura dei vari testi romani si evince che i patti successori non erano vietati. Tale divieto si palesa nel nostro Codice del 1865 (art. 720-954 – 1118)e successivamente nel Codice del 1942 (art. 458 – libro II).
Nel nostro ordinamento giuridico la successione mortis causa è regolata nel Libro II del Codice Civile.
Sono previste solo due forme di delazione e, di conseguenza, vige il divieto dei patti successori sancito esplicitamente dall’art.458 c.c.: “ Fatto salvo quanto disposto dagli art. 768 bis e seguenti, è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione. E’ del pari nullo ogni atto con il quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi”.
La dottrina parla di inammissibilità di una terza causa di delazione quale sarebbe proprio il contratto.
Ad avallare tali tesi dottrinali si è espressa anche la Giurisprudenza in più sentenze: Cassazione 1683/1995; Suprema Corte n.24 913/ 2008; Cass. Civ. n.24450/2009; Cass. Civ. n.14566/2016; Cass. Civ. n.15919/2018.
I patti successori sono le convenzioni stipulate tra due o più soggetti con cui si dispone della propria successione, o i patti con cui un futuro erede o legatario dispone di diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinuncia ai medesimi e si distinguono in:

  1. Istitutivi: il de cuius compie un contratto successorio con il suo futuro erede o legatario, disponendo della sua successione. E’ definito dalla Giurisprudenza: “ Una convenzione avente ad oggetto una vera e propria istituzione di erede,rivestita in forma contrattuale”. La dottrina ritiene che la sua giustificazione risieda nel concetto di revocabilità,che non viene rispettato, e nell’assoluta libertà testamentaria.
  2. Dispositivi: un soggetto dispone non della propria successione ma dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad altro soggetto. Per la dottrina si parla di illiceità dell’oggetto e del rischio del votum captandae mortis.
  3. Rinunciativi: un soggetto rinunzia ai diritti che gli possano spettare su una successione futura. La tesi prevalente ravvisa nel rischio di prodigalità la causa del divieto di tali patti e quindi nell’impossibilità dell’oggetto.
  4. Obbligatori: quelli con cui ci si obbliga a disporre della propria o dell’altrui successione o a rinunciare ad un’eredità non ancora aperta. La dottrina per il patto istitutivo obbligatorio ritiene che l’atto esecutivo successivo sia nullo per illiceità del motivo mentre per gli altri due tipi di patti parla di annullabilità per errore di diritto. In materia si è espressa anche la Cassazione con sentenza 63/1981.

Il Patto di Famiglia

In materia di patti successori dottrina e Giurisprudenza tendono ad un superamento con una riforma, così come già avvenuto in altri Paesi. Si parla di una rivisitazione del divieto e non di abrogazione.
Preme soffermarsi, ora, sull’incipit di tale articolo: “ Fatto salvo quanto stabilito dall’art. 768 bis c.c.
Nella nostra società si è sentita l’esigenza di ridimensionare tale divieto soprattutto nell’ambito del settore economico dove oggi grande rilievo è dato alle aziende familiari.
Si è sentita sempre più l’esigenza di consentire all’imprenditore di disporre in vita della propria azienda in favore di uno o più dei propri discendenti, purché, ovviamente, con l’accordo dei rimanenti discendenti e dell’eventuale coniuge.
Proprio a tale problema si è cercato di dare soluzione con un nuovo Istituto, il Patto di famiglia introdotto con Legge 55/2006 e oggi disciplinato dall’art. 768 bis c.c..
La finalità del patto di famiglia è di agevolare il trasferimento della proprietà dell’azienda tra genitori e figli evitando che le caratteristiche proprie di un atto di liberalità donativa costituiscano una remora alla circolazione della ricchezza ed un pregiudizio per la continuità dell’ impresa. La riforma persegue l’unico scopo di favorire il passaggio generazionale dell’azienda. Tale legge apportò una serie di novità nel nostro Codice Civile che possiamo decisamente definire più attuali e più giuste per le esigenze della nostra società. Un impulso riformatore si è rinvenuto anche presso la Commissione Europea la quale sia con Raccomandazione del 1994 sia con Comunicazione del 1998 ha rilevato come gli accordi possano essere utilizzati per tramandare determinati criteri gestionali di generazione in generazione. La commissione Europea ha affermato: “ Dovrebbero provvedere a consentirli dal momento che il predetto divieto complica inutilmente la buona gestione del patrimonio familiare e complica inutilmente una sana gestione patrimoniale”. Una parte della dottrina parla di possibile illegittimità costituzionale del nuovo istituto che, permettendo soltanto ai proprietari di beni aziendali di poter fruire di un regime agevolato di anticipata successione, va a discriminare indebitamente i proprietari di altri beni, violando così l’art. 3 della Costituzione, ma tale scelta è giustificata dalla rilevante differenza della cultura dei beni e del loro diverso rilievo nell’economia nazionale.
Il patto di famiglia si configura come un contratto per atto pubblico plurilaterale gratuito con effetti traslativi immediati e definitivi con cui un soggetto, disponente, trasferisce la titolarità di un’azienda oppure di partecipazioni societarie ad uno o più discendenti i quali liquidano in denaro le quote di riserva dei legittimari non assegnatari, escludendo la possibilità di ricorrere poi agli istituiti della riduzione o della collazione.
Il patto di famiglia non è dunque un testamento ma un contratto con cui l’imprenditore anticipa la propria successione per quanto riguarda la proprietà dell’azienda (intesa come massa di beni produttivi dalla dottrina prevalente) nell’ottica della continuità dell’impresa.
Il soggetto che dà impulso al patto di famiglia è l’imprenditore oltre al quale devono partecipare anche il discendente assegnatario e il coniuge del disponente e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. In sintesi non è possibile agire con il patto di famiglia se non si rispettano le norme relative all’impresa familiare, essendo tutelata la posizione del familiare che lavora in azienda e gli accordi che sono alla base della società che gestiscono l’impresa.
Da questo contratto scaturiscono precise e determinate attribuzioni patrimoniali. Vi è il trasferimento dell’azienda dal disponente ad uno o più discendenti così come disposto dall’art. 768 bis c.c. Vi sono poi le prestazioni eseguite dall’assegnatario dell’azienda a favore dei legittimari, compreso il coniuge del disponente, consistenti nel pagamento di una somma di denaro o nel trasferimento di beni in natura ex art. 768 quater, comma 2, c.c. Derivano, infine, direttamente dalla legge, quali effetti legali del contratto, l’imputazione alle quote di legittima delle attribuzioni patrimoniali ricevute ex art. 768 quater, comma 3, c.c. come pure l’esclusione da collazione e riduzione di ciò che è stato ricevuto dai contraenti ex art. 768 quater, comma 4, c.c.
Un altro aspetto importante del patto di famiglia interessa le agevolazioni fiscali. La legge n.296 del 2006 precisamente art. 1, c.78, che ha integrato la disposizione dell’art. 3 del D.Lgs. 346/1990 meglio conosciuto come “Testo Unico delle disposizioni concernenti l’imposta delle successioni e donazioni” prevede un regime agevolato di non assoggettabilità all’imposta per i trasferimenti di aziende familiari individuali o collettive, effettuati anche tramite i patti di famiglia a favore dei discendenti, che si impegnino a continuare l’attività nei successivi cinque anni.
La Corte di Cassazione, con ordinanza 32823|2018 si è espressa a riguardo statuendo alcuni rilevanti principi in merito al trattamento fiscale di questo patto: “ Il patto di famiglia di cui agli articoli 768 bis cod.civ. e ss è assoggettato all’imposta sulle donazioni per quanto concerne sia il trasferimento dell’azienda o della partecipazione dal disponente al discendente (fatto salvo il ricorso delle condizioni di esenzione di cui al D.Lgs.n.346 del 1990, articolo 3, comma 4 ter), sia la corresponsione di somma compensativa della quota di legittima dall’assegnatario dell’azienda o della partecipazione ai legittimari non assegnatari; quest’ultima corresponsione è assoggettata ad imposta in base all’aliquota ed alla franchigia relative non al rapporto tra disponente ed assegnatario, e nemmeno a quello tra disponente e legittimario, bensì a quello tra assegnatario e legittimario ”.
In conclusione il problema del divieto dei patti successori viene visto con giudizio critico sia dalla dottrina che dalla Giurisprudenza, a partire da quella Costituzionale, che interviene continuamente a modificare il quadro del diritto “ vivente ” delle successioni mortis causa.

Note e Bibliografia