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AHMED FDIL BRUCIATO VIVO: LA “GIUSTIZIA” NEL PROCEDIMENTO PENALE MINORILE

Articolo di Federica Bolla

“Hai realizzato il tuo sogno di ammazzare una persona”
“Il mio sogno era ammazzare un gatto”[1]

Il 13 dicembre 2017, a Santa Maria di Zevio, Ahmed Fdil, “il Baffo”, clochard di 64 anni, veniva  bruciato vivo all’interno della propria auto nonché propria abitazione.
“Siamo andati a Santa Maria perché non avevamo niente da fare; […] davamo molto fastidio a quel signore, lo facevamo per noia”.
Così si giustificavano gli autori del delitto, due ragazzi di 13 e 17 anni.
Solo il diciassettenne veniva imputato per il reato di omicidio volontario, ex art. 575 c.p., aggravato dalla minorata difesa[2].

Il principio della finalità rieducativa della pena

La nostra Carta Costituzionale, all’art. 27, comma 3, sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui obiettivo è il reinserimento nella società del reo, evitando che continui a delinquere una volta espiata la propria pena[3]. La rieducazione non può coincidere con il pentimento interiore: rieducare un soggetto significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali della vita sociale[4].
La Corte Costituzionale, con la sentenza n°12/1966, ha fatto propria una concezione polifunzionale della pena. La rieducazione del condannato rimane pur sempre inserita nel trattamento penale vero e proprio, in concorso con le altre funzioni della pena e “non può essere inteso in senso esclusivo e assoluto”.
La pronuncia chiarisce che le pene devono tendere alla rieducazione: il legislatore ha l’obbligo di tenere costantemente di mira la finalità rieducativa e di disporre di tutti i mezzi idonei a realizzarla ove la pena, per sua natura ed entità, si presti a tale scopo.
Il principio della rieducazione del condannato è stato elevato al rango di precetto costituzionale ma ciò “senza negare l’esistenza e la legittimità della pena là dove essa non contenga, o contenga minimamente, le condizioni idonee a realizzare tale finalità, considerando le altre funzioni della pena che […] sono essenziali alla tutela dei cittadini e dell’ordine giuridico contro la delinquenza[5].

Il processo penale minorile

Questo principio trova applicazione anche all’interno del processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. n°448/1988[6], il quale si differenzia dal processo penale ordinario poiché tende alla responsabilizzazione piuttosto che alla punizione del minore evitando, ove possibile, la misura più restrittiva della libertà personale, ovvero il carcere (Cass.Pen. n°78/1989 in armonia con il comma 3, art. 27 Cost. e l’art. 14, paragrafo 4, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York nel 1966).
Nell’ambito del processo minorile occorre ricordare che la legge dispone la non imputabilità per i minori infraquattordicenni (art. 14 D.P.R. n°448/1988), i quali non potranno rispondere del reato  commesso poiché si presuppone che la loro immaturità non gli permetta di comprendere appieno la loro condotta (art. 97 c.p.).
Tuttavia, nel caso in cui il minore venga ritenuto socialmente pericoloso sono previste misure di sicurezza quali la libertà vigilata e, nei casi più gravi, il collocamento in un riformatorio giudiziario (art. 224 c.p.). Se il delitto di natura non colposa è punito dalla legge con l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni è sempre ordinato il ricovero del minore nel riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni.
Anche io ho messo a fuoco il fazzolettino avvicinandolo all’accendino che il mio amico aveva acceso, volevo fare uno scherzo al Baffo
Avete fatto una grossa cazzata, non so se ve ne rendete conto”
“Lo so, è morto me ne rendo conto. Se mi diceva che voleva ammazzarlo non lo seguivo, ma che c… ne sapevo che lo buttava il fazzoletto incendiato sopra delle buste di carta [… ]. Allora eravamo lì come tutti i giorni a rompergli, quando gli viene l’idea di andare a prendere un po’ di carta in pizzeria. Non mi aspettavo che succedesse sto casino…”.
Nonostante quanto emergeva dagli atti di inchiesta, in riferimento ad una chat tra il tredicenne e un suo amico, dove il minore ammetteva di aver infastidito l’uomo e di essersi reso responsabile dell’omicidio, la sua condotta non veniva ritenuta così grave da richiedere l’applicazione di alcuna misura di sicurezza.

La messa alla prova

L’amico diciassettenne fu l’unico imputato dell’omicidio davanti al Tribunale dei Minori di Venezia che gli concedeva il beneficio della messa alla prova per tre anni.
Conoscevo il Baffo perché lo vedevo spesso al mercato che faceva l’elemosina. In passato assieme al mio amico sono andato a infastidirlo, il mio amico gli diceva parole tipo barbone di merda”.
La messa alla prova, disciplinata dall’art. 28 del D.P.R., consiste nella sospensione del processo per un periodo di tempo entro il quale il minore svolgerà attività non retribuita funzionale alla sua rieducazione. L’istituto è applicabile a tutte le fattispecie di reato, prescindendo dalla loro gravità.
La sospensione viene disposta per un periodo non superiore a un anno; nel caso in cui il reato per cui si procede preveda la pena dell’ergastolo ovvero la pena della reclusione nel massimo non inferiore a 12 anni, il processo è sospeso per un periodo non superiore a 3 anni.
Ne si deduce che il diciassettenne, in un procedimento penale ordinario, sarebbe stato condannato ad un pena non inferiore a 12 anni di reclusione.
L’aspetto che evidenzia l’ingiustizia della vicenda è dato all’art. 29 del D.P.R.: “Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo […]”.
L’avv. Alessandra Bocchi, legale del sig. Salah Fdil, nipote del deceduto, spiegava che fu decisivo il parere del responsabile dei Servizi Sociali secondo cui il diciassettenne avrebbe dimostrato pentimento.
“Lui era ancora vivo – ha detto un anziano che ha cercato di soccorrerlo – si lamentava, metà corpo era già fuori, ma era pieno di fiamme”.
L’esame autoptico confermava che l’uomo morì carbonizzato[7].
Uno dei principi fondamentali del processo minorile è quello della residualità della detenzione, prevista per reati di particolare gravità, come l’omicidio.
Residualità della misura carceraria tuttavia non significa assenza di risposta al fatto di reato.
L’art. 7 del D.Lgs. n°272/1989[8] – Norme di attuazione del codice del processo penale minorile – prevede che in caso di condanna penale definitiva il minore venga destinato ad un Centro per la giustizia minorile.
Nel 2018 il Corriere della Sera pubblicava l’articolo “48 ore in un carcere minorile”[7] dopo aver visitato l’Istituto penale di Quartucciu, dove i ragazzi gestiscono la propria esistenza in un’ottica di responsabilizzazione massima, frequentando scuole e corsi di formazione all’esterno nonché restando immersi nel tessuto famigliare e affettivo.
Qui è detenuto Lucio Marzo che, il 3 settembre 2017, ancora minorenne, uccise la fidanzata Noemi Durini.
Dopo aver confessato di averla percossa e sepolta viva, diversamente dal caso in esame, veniva condannato dal Tribunale dei Minori di Lecce a 18 anni e otto mesi di reclusione per il reato di omicidio volontario aggravato[9].

La violazione del diritto fondamentale del rispetto della dignità umana

Ai sensi dell’art. 10 del D.P.R., nel processo minorile non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato. La persona offesa non può costituirsi parte civile.
Il Tribunale dei Minori di Sassari, nel 1997, sollevava, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo e secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 del D.P.R.[10], nella parte in cui prevede che nel procedimento penale non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno derivante dal reato. Il Tribunale riteneva che il divieto di costituzione di parte civile non solo violasse il principio di uguaglianza, in quanto pone la persona offesa dal reato ascritto al minore in una posizione deteriore rispetto a quella dell’offeso da un reato attribuito ad un maggiorenne, ma comprimesse irragionevolmente il diritto del danneggiato di agire in giudizio a tutela delle proprie ragioni.
Si costituiva in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che la questione fosse dichiarata infondata; l’Avvocatura affermava che il processo rieducativo del minore non dovesse rimanere turbato dalla presenza di un soggetto “antagonista”, portatore di interessi privati estranei a quelli perseguiti dallo Stato nei confronti dell’imputato minorenne. La Corte concluse che l’interesse del legislatore assume un risalto preminente rispetto alla tutela degli interessi del danneggiato dal reato all’interno del procedimento minorile.
L’impossibilità di esercitare l’azione civile per ottenere il risarcimento del danno comporta, a mio avviso, una violazione del diritto fondamentale del  rispetto della dignità umana.
A dichiarare espressamente inviolabile questo diritto è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea[11], che costituisce il primo valore fondativo dell’Unione, considerato indivisibile e universale, accanto a quelli della libertà, uguaglianza e solidarietà. L’art. 1 sancisce: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”.
Fanno seguito gli artt. 2 e 3 che riconoscono il diritto fondamentale alla vita e il diritto all’integrità fisica e psichica della persona.
Com’è possibile che un uomo, bruciato vivo per noia, venga considerato l’antagonista nel procedimento minorile a carico di colui che lo ha privato della propria vita?

“Hai realizzato il tuo sogno di ammazzare una persona”
“Il mio sogno era ammazzare un gatto”[1]

Il 13 dicembre 2017, a Santa Maria di Zevio, Ahmed Fdil, “il Baffo”, clochard di 64 anni, veniva  bruciato vivo all’interno della propria auto nonché propria abitazione.
“Siamo andati a Santa Maria perché non avevamo niente da fare; […] davamo molto fastidio a quel signore, lo facevamo per noia”.
Così si giustificavano gli autori del delitto, due ragazzi di 13 e 17 anni.
Solo il diciassettenne veniva imputato per il reato di omicidio volontario, ex art. 575 c.p., aggravato dalla minorata difesa[2].

Il principio della finalità rieducativa della pena

La nostra Carta Costituzionale, all’art. 27, comma 3, sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui obiettivo è il reinserimento nella società del reo, evitando che continui a delinquere una volta espiata la propria pena[3]. La rieducazione non può coincidere con il pentimento interiore: rieducare un soggetto significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali della vita sociale[4].
La Corte Costituzionale, con la sentenza n°12/1966, ha fatto propria una concezione polifunzionale della pena. La rieducazione del condannato rimane pur sempre inserita nel trattamento penale vero e proprio, in concorso con le altre funzioni della pena e “non può essere inteso in senso esclusivo e assoluto”.
La pronuncia chiarisce che le pene devono tendere alla rieducazione: il legislatore ha l’obbligo di tenere costantemente di mira la finalità rieducativa e di disporre di tutti i mezzi idonei a realizzarla ove la pena, per sua natura ed entità, si presti a tale scopo.
Il principio della rieducazione del condannato è stato elevato al rango di precetto costituzionale ma ciò “senza negare l’esistenza e la legittimità della pena là dove essa non contenga, o contenga minimamente, le condizioni idonee a realizzare tale finalità, considerando le altre funzioni della pena che […] sono essenziali alla tutela dei cittadini e dell’ordine giuridico contro la delinquenza[5].

Il processo penale minorile

Questo principio trova applicazione anche all’interno del processo penale minorile, disciplinato dal D.P.R. n°448/1988[6], il quale si differenzia dal processo penale ordinario poiché tende alla responsabilizzazione piuttosto che alla punizione del minore evitando, ove possibile, la misura più restrittiva della libertà personale, ovvero il carcere (Cass.Pen. n°78/1989 in armonia con il comma 3, art. 27 Cost. e l’art. 14, paragrafo 4, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici adottato a New York nel 1966).
Nell’ambito del processo minorile occorre ricordare che la legge dispone la non imputabilità per i minori infraquattordicenni (art. 14 D.P.R. n°448/1988), i quali non potranno rispondere del reato  commesso poiché si presuppone che la loro immaturità non gli permetta di comprendere appieno la loro condotta (art. 97 c.p.).
Tuttavia, nel caso in cui il minore venga ritenuto socialmente pericoloso sono previste misure di sicurezza quali la libertà vigilata e, nei casi più gravi, il collocamento in un riformatorio giudiziario (art. 224 c.p.). Se il delitto di natura non colposa è punito dalla legge con l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni è sempre ordinato il ricovero del minore nel riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni.
Anche io ho messo a fuoco il fazzolettino avvicinandolo all’accendino che il mio amico aveva acceso, volevo fare uno scherzo al Baffo
Avete fatto una grossa cazzata, non so se ve ne rendete conto”
“Lo so, è morto me ne rendo conto. Se mi diceva che voleva ammazzarlo non lo seguivo, ma che c… ne sapevo che lo buttava il fazzoletto incendiato sopra delle buste di carta [… ]. Allora eravamo lì come tutti i giorni a rompergli, quando gli viene l’idea di andare a prendere un po’ di carta in pizzeria. Non mi aspettavo che succedesse sto casino…”.
Nonostante quanto emergeva dagli atti di inchiesta, in riferimento ad una chat tra il tredicenne e un suo amico, dove il minore ammetteva di aver infastidito l’uomo e di essersi reso responsabile dell’omicidio, la sua condotta non veniva ritenuta così grave da richiedere l’applicazione di alcuna misura di sicurezza.

La messa alla prova

L’amico diciassettenne fu l’unico imputato dell’omicidio davanti al Tribunale dei Minori di Venezia che gli concedeva il beneficio della messa alla prova per tre anni.
Conoscevo il Baffo perché lo vedevo spesso al mercato che faceva l’elemosina. In passato assieme al mio amico sono andato a infastidirlo, il mio amico gli diceva parole tipo barbone di merda”.
La messa alla prova, disciplinata dall’art. 28 del D.P.R., consiste nella sospensione del processo per un periodo di tempo entro il quale il minore svolgerà attività non retribuita funzionale alla sua rieducazione. L’istituto è applicabile a tutte le fattispecie di reato, prescindendo dalla loro gravità.
La sospensione viene disposta per un periodo non superiore a un anno; nel caso in cui il reato per cui si procede preveda la pena dell’ergastolo ovvero la pena della reclusione nel massimo non inferiore a 12 anni, il processo è sospeso per un periodo non superiore a 3 anni.
Ne si deduce che il diciassettenne, in un procedimento penale ordinario, sarebbe stato condannato ad un pena non inferiore a 12 anni di reclusione.
L’aspetto che evidenzia l’ingiustizia della vicenda è dato all’art. 29 del D.P.R.: “Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo […]”.
L’avv. Alessandra Bocchi, legale del sig. Salah Fdil, nipote del deceduto, spiegava che fu decisivo il parere del responsabile dei Servizi Sociali secondo cui il diciassettenne avrebbe dimostrato pentimento.
“Lui era ancora vivo – ha detto un anziano che ha cercato di soccorrerlo – si lamentava, metà corpo era già fuori, ma era pieno di fiamme”.
L’esame autoptico confermava che l’uomo morì carbonizzato[7].
Uno dei principi fondamentali del processo minorile è quello della residualità della detenzione, prevista per reati di particolare gravità, come l’omicidio.
Residualità della misura carceraria tuttavia non significa assenza di risposta al fatto di reato.
L’art. 7 del D.Lgs. n°272/1989[8] – Norme di attuazione del codice del processo penale minorile – prevede che in caso di condanna penale definitiva il minore venga destinato ad un Centro per la giustizia minorile.
Nel 2018 il Corriere della Sera pubblicava l’articolo “48 ore in un carcere minorile”[7] dopo aver visitato l’Istituto penale di Quartucciu, dove i ragazzi gestiscono la propria esistenza in un’ottica di responsabilizzazione massima, frequentando scuole e corsi di formazione all’esterno nonché restando immersi nel tessuto famigliare e affettivo.
Qui è detenuto Lucio Marzo che, il 3 settembre 2017, ancora minorenne, uccise la fidanzata Noemi Durini.
Dopo aver confessato di averla percossa e sepolta viva, diversamente dal caso in esame, veniva condannato dal Tribunale dei Minori di Lecce a 18 anni e otto mesi di reclusione per il reato di omicidio volontario aggravato[9].

La violazione del diritto fondamentale del rispetto della dignità umana

Ai sensi dell’art. 10 del D.P.R., nel processo minorile non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato. La persona offesa non può costituirsi parte civile.
Il Tribunale dei Minori di Sassari, nel 1997, sollevava, in riferimento agli artt. 3 e 24, primo e secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 del D.P.R.[10], nella parte in cui prevede che nel procedimento penale non è ammesso l’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno derivante dal reato. Il Tribunale riteneva che il divieto di costituzione di parte civile non solo violasse il principio di uguaglianza, in quanto pone la persona offesa dal reato ascritto al minore in una posizione deteriore rispetto a quella dell’offeso da un reato attribuito ad un maggiorenne, ma comprimesse irragionevolmente il diritto del danneggiato di agire in giudizio a tutela delle proprie ragioni.
Si costituiva in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, per chiedere che la questione fosse dichiarata infondata; l’Avvocatura affermava che il processo rieducativo del minore non dovesse rimanere turbato dalla presenza di un soggetto “antagonista”, portatore di interessi privati estranei a quelli perseguiti dallo Stato nei confronti dell’imputato minorenne. La Corte concluse che l’interesse del legislatore assume un risalto preminente rispetto alla tutela degli interessi del danneggiato dal reato all’interno del procedimento minorile.
L’impossibilità di esercitare l’azione civile per ottenere il risarcimento del danno comporta, a mio avviso, una violazione del diritto fondamentale del  rispetto della dignità umana.
A dichiarare espressamente inviolabile questo diritto è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea[11], che costituisce il primo valore fondativo dell’Unione, considerato indivisibile e universale, accanto a quelli della libertà, uguaglianza e solidarietà. L’art. 1 sancisce: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”.
Fanno seguito gli artt. 2 e 3 che riconoscono il diritto fondamentale alla vita e il diritto all’integrità fisica e psichica della persona.
Com’è possibile che un uomo, bruciato vivo per noia, venga considerato l’antagonista nel procedimento minorile a carico di colui che lo ha privato della propria vita?

Note e Bibliografia

[1]Conversazione intercorsa tra i ragazzi coinvolti nell’omicidio del clochard emersa da una registrazione agli atti d’inchiesta.
[2]Corriere del Veneto: Il clochard bruciato vivo dai ragazzini e i verbali del delitto: «Il nostro sogno? Uccidere un uomo» – CorrieredelVeneto.it
[3]La finalità rieducativa della pena e l’esecuzione penale a cura di S. Magnanensi e E. Rispoli
[4]Giuseppe Pavich, Il calcolo della pena, Editore Giuffrè Francis Lefebvre, Milano, 2019
[5]Corte Costituzionale, sentenza del 4 febbraio 1966, n°12/1966 – Roma.
[6]Codice del processo penale minorile – D.P.R. 448/1988 in G.U. n. 250 del 24 ottobre 1988
[7]Colloquio telefonico intercorso con l’avv. Alessandra Bocchi del Foro di Vicenza.
[8]D.Lgs. 272/1989 del 28 luglio 1989: Norme di attuazione in G.U. n. 182 del 5 agosto 1989
[9]48 ore in un carcere minorile – Corriere.it
[10]Il corriere della sera, 5 dicembre 2020: Noemi Durini, uccisa a 16 anni. La lettera della madre: «Ha sepolto viva mia figlia, resti in cella»- Corriere.it
[11]Corte costituzionale – Ricerca avanzata – Sentenza Corte Costituzionale n° 433/1997 – Presidente: GRANATA
[12]text_it.pdf (europa.eu)