L’estensione della causa di non punibilità ex art. 384 c.p. ai conviventi more uxorio: soluzione affermative delle Sezioni Unite in attesa delle motivazioni

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

La questio iuris relativa all’ambito di applicazione della esclusione della punibilità ai casi di convivenza more uxorio è stata sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite di recente (Ordinanza di rimessione 1825/2020) posto l’evidente iato creatosi tra il dato normativo e l’assetto familiare all’interno della società, anche, e soprattutto, a seguito della rilevante riforma Cirinnà che ha rappresentato uno spartiacque tra il mondo antico ed il moderno.

conviventi more uxorio

Chiamate a rispondere al quesito “se la causa di non punibilità di cui all’art. 384, comma primo, cod. pen. sia o meno applicabile al convivente more uxorio”, le Sezioni unite – secondo quanto si apprende dall’informazione provvisoria diramata dall’ufficio stampa della Suprema Corte – hanno dato soluzione affermativa.
Alla base della vicenda si pone il discrimen tra l’interpretazione estensiva e l’interpretazione analogica, che da sempre si trova al centro del dibattito giuridico e comporta una serie di concrete conseguenze sul piano processual-penalistico.
In primis, è noto come in materia penale viga il principio della riserva di legge (art. 25, comma 2 Cost.) che impone la fedeltà del giudice alla legge, non potendo, questi, mai applicare per analogia norme penali sfavorevoli all’agente (divieto di analogia in malam partem). Il divieto opera soltanto quando l’applicazione analogica comporterebbe un aggravamento per l’agente ai sensi dell’art. 1 c.p. e art. 14 delle Preleggi, che vietano espressamente al giudice di fare ricorso all’analogia per punire fatti penalmente irrilevanti, ovvero per applicare pene più severe rispetto a quelle giù previste dalla legge.
Si può, pertanto, sostenere agevolmente che il divieto di analogia non opera in tutti i casi di esclusione o attenuazione della responsabilità: si discute, infatti, di analogia in bonam partem, come tale consentita. Nello specifico, sostenendo l’ammissibilità dell’applicazione analogica alle norme di favore, va sottolineata l’esistenza di tre limiti:

  •  la norma di favore non deve ricomprendere il caso in esame;
  •  si richiede che la lacuna non sia intenzionale, cioè frutto di una specifica scelta del legislatore (Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit);
  • la norma di favore non deve avere carattere eccezionale, cioè non deve derogare alla normale disciplina apprestata dall’ordinamento.

La lacuna, quindi, rappresenta presupposto essenziale all’applicazione analogica poiché, intendendo proteggere la libertà individuale (favor libertatis), si impediscono interventi punitivi dello Stato che travalichino il dato normativo.
Con espresso riferimento alle cause di esclusione della punibilità, è necessario rilevare come queste, secondo consolidato orientamento, non siano applicabili per analogia, atteso il loro carattere di eccezionalità.
I casi di non punibilità sono conosciuti nel nostro ordinamento come ipotesi di esimente che, nella ipotesi in parola, trovano applicazione in relazione ai reati contro l’amministrazione della giustizia commessi per la necessità di salvare sé o i prossimi congiunti da un grave e inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore. La locuzione normativa “prossimo congiunto” richiede il rinvio all’art. 307, comma 4, c.p. nel cui catalogo non sono rinvenibili i conviventi more uxorio.
Il vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale antecedente alla pronuncia in commento aveva già elargito spunti interessanti con la nota sentenza della II sezione penale, n. 34147 del 2015, quale primo vero precedente in materia.
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha, poi, dovuto sciogliere i nodi interpretativi causati dai contrapposti orientamenti: invero, secondo una prima impostazione, si ritiene l’esimente non applicabile al convivente more uxorio, alla stregua del silenzio dell’art. 307 c.p., secondo cui il legislatore non ha ritenuto di tenere in considerazione la figura del convivente. A supporto di ciò ci si argomenta circa la diversa base normativa della convivenza, che trova fondamento nell’art. 2 Cost. in maniera indiretta, quale formazione sociale in cui si esercita la libertà individuale; mentre, l’art. 29 Cost., tutela espressamente il matrimonio per le sue caratteristiche di stabilità, per cui l’unione tra coniugi è differente e deve godere di una più ampia tutela in ambito penale.
Invece, una diversa interpretazione è stata avvalorata dalle Sezioni Unite, e trae le sue basi dall’emersione delle famiglie di fatto e soprattutto dalla recente novità legislativa apportata dalla Legge 76/2016 con la quale si è superata la suesposta interpretazione, considerando i conviventi more uxorio legati ugualmente da vincoli affettivi stabili. La giurisprudenza di legittimità è sempre stata restia sull’estensione dell’esclusione della punibilità, ponendo a fondamento la difficoltà incontrata dalla concezione dell’art 384 c.p. come norma di carattere eccezionale e, pertanto, non estendibile analogicamente. In un solo obiter dictum della seconda sezione penale (2015), si era prospettato il superamento della impostazione tradizionale e la possibilità in astratto di concedere l’estensione per analogia ai conviventi, senza però una ragionevole motivazione. Ciò non fa che sostenere la necessità che i giudici da tempo avvertono di sottoporre la questione al Giudice delle Leggi che, però, ha sempre risposto negativamente a tali sollecitazioni in termini di manifesta infondatezza. Sebbene si riconoscesse alle famiglie di fatto lo status di formazione sociale tutelata dall’art. 2 della Costituzione, si rimaneva ancorati alla differente tutela prevista per il matrimonio dall’art. 29 Cost. Secondo il parere della Corte Costituzionale, parificare il convivente al coniuge comporterebbe la revisione di varie norme sostanziali e procedurali che appartengono solo al potere del legislatore. La convivenza è un legame dal carattere libero e volontario, revocabile in qualsiasi momento e agevolmente dalle parti. E proprio su questa mancanza di stabilità si fa leva per giustificare il trattamento differente accordato ai coniugi.
L’orientamento evolutivo seguito dalla più recente interpretazioni si avvale anche delle aperture della Corte EDU, che inizia a prendere le mosse dal concetto dinamico di famiglia, secondo cui il rapporto familiare rappresenta una formazione in fieri e, pertanto, può assumere una portata più ampia rispetto al matrimonio, da sempre inteso come istituzione immutabile e statica.
Se sulla base di tali premesse I Supremi Giudici, nel 2017, decisero di estendere in via interpretativa, l’art. 384 c.p. ai conviventi, curandosi di come la Legge Cirinnà avesse modificato il catalogo ex art 307 c.p. dei prossimi congiunti aggiungendo dopo “il coniuge” la “parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso”, d’altra parte, non si comprende come la figura del convivente more uxorio, possa rimanere esclusa dal novero dei prossimi congiunti.
Preso atto della mancata equiparazione normativa, la Corte di Cassazione estende ugualmente l’istituto al convivente sulla base di un’interpretazione in bonam partem, che consente la parificazione tra famiglia di fatto, unione civile e matrimonio. Secondo la S.C., infatti, l’applicazione dell’esimente al rapporto more uxorio è permessa già ai sensi del precedente quadro normativo, nonché dalla nozione di famiglia desumibile dall’art. 8 CEDU.
Il dibattito, non ancora sopito, attiene alla rilevanza delle formazioni sociali diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio che oggi caratterizzano la società contemporanea. Precludere la punibilità in relazione a quelle condotte poste in essere da prossimi congiunti significa attuare il principio di inesigibilità, atteso che in certe situazioni ci si troverebbe di fronte a un conflitto interiore tra l’obbligo giuridico di collaborare per l’amministrazione della giustizia e, dall’altra parte, il dovere morale di tutelare la propria vita familiare. Ed infatti, l’ordinamento non potrebbe esigere dal soggetto una condotta diversa da quella tenuta. Tale principio appare ragionevolmente estensibile anche ai conviventi more uxorio, atteso che non è possibile obbligare un testimone a deporre in senso sfavorevole al coniuge e allo stesso modo al convivente a cui è legato da una relazione stabile e duratura, frutto di un impegno di vita insieme. Nel soccorso di necessità giudiziaria, l’agente subisce un forte turbamento, di guisa che la sua volontà è coartata e, pertanto, non è possibile pretendere il rispetto della legge penale che imporrebbe di sacrificare l’onore o la libertà del prossimo congiunto. In tal caso, il fatto è tipico, antigiuridico, ma non colpevole che l’ordinamento penale non sanziona per motivi di opportunità politico-criminale. È per questo che in dottrina ci si riferisce all’art. 384 c.p. come “chimera giuridica, un mostro irriducibile ad una medesima natura, dal fondamento politico-criminale complessivamente piuttosto dubbio”.

conviventi more uxorio

Chiamate a rispondere al quesito “se la causa di non punibilità di cui all’art. 384, comma primo, cod. pen. sia o meno applicabile al convivente more uxorio”, le Sezioni unite – secondo quanto si apprende dall’informazione provvisoria diramata dall’ufficio stampa della Suprema Corte – hanno dato soluzione affermativa.
Alla base della vicenda si pone il discrimen tra l’interpretazione estensiva e l’interpretazione analogica, che da sempre si trova al centro del dibattito giuridico e comporta una serie di concrete conseguenze sul piano processual-penalistico.
In primis, è noto come in materia penale viga il principio della riserva di legge (art. 25, comma 2 Cost.) che impone la fedeltà del giudice alla legge, non potendo, questi, mai applicare per analogia norme penali sfavorevoli all’agente (divieto di analogia in malam partem). Il divieto opera soltanto quando l’applicazione analogica comporterebbe un aggravamento per l’agente ai sensi dell’art. 1 c.p. e art. 14 delle Preleggi, che vietano espressamente al giudice di fare ricorso all’analogia per punire fatti penalmente irrilevanti, ovvero per applicare pene più severe rispetto a quelle giù previste dalla legge.
Si può, pertanto, sostenere agevolmente che il divieto di analogia non opera in tutti i casi di esclusione o attenuazione della responsabilità: si discute, infatti, di analogia in bonam partem, come tale consentita. Nello specifico, sostenendo l’ammissibilità dell’applicazione analogica alle norme di favore, va sottolineata l’esistenza di tre limiti:

  •  la norma di favore non deve ricomprendere il caso in esame;
  •  si richiede che la lacuna non sia intenzionale, cioè frutto di una specifica scelta del legislatore (Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit);
  • la norma di favore non deve avere carattere eccezionale, cioè non deve derogare alla normale disciplina apprestata dall’ordinamento.

La lacuna, quindi, rappresenta presupposto essenziale all’applicazione analogica poiché, intendendo proteggere la libertà individuale (favor libertatis), si impediscono interventi punitivi dello Stato che travalichino il dato normativo.
Con espresso riferimento alle cause di esclusione della punibilità, è necessario rilevare come queste, secondo consolidato orientamento, non siano applicabili per analogia, atteso il loro carattere di eccezionalità.
I casi di non punibilità sono conosciuti nel nostro ordinamento come ipotesi di esimente che, nella ipotesi in parola, trovano applicazione in relazione ai reati contro l’amministrazione della giustizia commessi per la necessità di salvare sé o i prossimi congiunti da un grave e inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore. La locuzione normativa “prossimo congiunto” richiede il rinvio all’art. 307, comma 4, c.p. nel cui catalogo non sono rinvenibili i conviventi more uxorio.
Il vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale antecedente alla pronuncia in commento aveva già elargito spunti interessanti con la nota sentenza della II sezione penale, n. 34147 del 2015, quale primo vero precedente in materia.
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha, poi, dovuto sciogliere i nodi interpretativi causati dai contrapposti orientamenti: invero, secondo una prima impostazione, si ritiene l’esimente non applicabile al convivente more uxorio, alla stregua del silenzio dell’art. 307 c.p., secondo cui il legislatore non ha ritenuto di tenere in considerazione la figura del convivente. A supporto di ciò ci si argomenta circa la diversa base normativa della convivenza, che trova fondamento nell’art. 2 Cost. in maniera indiretta, quale formazione sociale in cui si esercita la libertà individuale; mentre, l’art. 29 Cost., tutela espressamente il matrimonio per le sue caratteristiche di stabilità, per cui l’unione tra coniugi è differente e deve godere di una più ampia tutela in ambito penale.
Invece, una diversa interpretazione è stata avvalorata dalle Sezioni Unite, e trae le sue basi dall’emersione delle famiglie di fatto e soprattutto dalla recente novità legislativa apportata dalla Legge 76/2016 con la quale si è superata la suesposta interpretazione, considerando i conviventi more uxorio legati ugualmente da vincoli affettivi stabili. La giurisprudenza di legittimità è sempre stata restia sull’estensione dell’esclusione della punibilità, ponendo a fondamento la difficoltà incontrata dalla concezione dell’art 384 c.p. come norma di carattere eccezionale e, pertanto, non estendibile analogicamente. In un solo obiter dictum della seconda sezione penale (2015), si era prospettato il superamento della impostazione tradizionale e la possibilità in astratto di concedere l’estensione per analogia ai conviventi, senza però una ragionevole motivazione. Ciò non fa che sostenere la necessità che i giudici da tempo avvertono di sottoporre la questione al Giudice delle Leggi che, però, ha sempre risposto negativamente a tali sollecitazioni in termini di manifesta infondatezza. Sebbene si riconoscesse alle famiglie di fatto lo status di formazione sociale tutelata dall’art. 2 della Costituzione, si rimaneva ancorati alla differente tutela prevista per il matrimonio dall’art. 29 Cost. Secondo il parere della Corte Costituzionale, parificare il convivente al coniuge comporterebbe la revisione di varie norme sostanziali e procedurali che appartengono solo al potere del legislatore. La convivenza è un legame dal carattere libero e volontario, revocabile in qualsiasi momento e agevolmente dalle parti. E proprio su questa mancanza di stabilità si fa leva per giustificare il trattamento differente accordato ai coniugi.
L’orientamento evolutivo seguito dalla più recente interpretazioni si avvale anche delle aperture della Corte EDU, che inizia a prendere le mosse dal concetto dinamico di famiglia, secondo cui il rapporto familiare rappresenta una formazione in fieri e, pertanto, può assumere una portata più ampia rispetto al matrimonio, da sempre inteso come istituzione immutabile e statica.
Se sulla base di tali premesse I Supremi Giudici, nel 2017, decisero di estendere in via interpretativa, l’art. 384 c.p. ai conviventi, curandosi di come la Legge Cirinnà avesse modificato il catalogo ex art 307 c.p. dei prossimi congiunti aggiungendo dopo “il coniuge” la “parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso”, d’altra parte, non si comprende come la figura del convivente more uxorio, possa rimanere esclusa dal novero dei prossimi congiunti.
Preso atto della mancata equiparazione normativa, la Corte di Cassazione estende ugualmente l’istituto al convivente sulla base di un’interpretazione in bonam partem, che consente la parificazione tra famiglia di fatto, unione civile e matrimonio. Secondo la S.C., infatti, l’applicazione dell’esimente al rapporto more uxorio è permessa già ai sensi del precedente quadro normativo, nonché dalla nozione di famiglia desumibile dall’art. 8 CEDU.
Il dibattito, non ancora sopito, attiene alla rilevanza delle formazioni sociali diverse dalla famiglia fondata sul matrimonio che oggi caratterizzano la società contemporanea. Precludere la punibilità in relazione a quelle condotte poste in essere da prossimi congiunti significa attuare il principio di inesigibilità, atteso che in certe situazioni ci si troverebbe di fronte a un conflitto interiore tra l’obbligo giuridico di collaborare per l’amministrazione della giustizia e, dall’altra parte, il dovere morale di tutelare la propria vita familiare. Ed infatti, l’ordinamento non potrebbe esigere dal soggetto una condotta diversa da quella tenuta. Tale principio appare ragionevolmente estensibile anche ai conviventi more uxorio, atteso che non è possibile obbligare un testimone a deporre in senso sfavorevole al coniuge e allo stesso modo al convivente a cui è legato da una relazione stabile e duratura, frutto di un impegno di vita insieme. Nel soccorso di necessità giudiziaria, l’agente subisce un forte turbamento, di guisa che la sua volontà è coartata e, pertanto, non è possibile pretendere il rispetto della legge penale che imporrebbe di sacrificare l’onore o la libertà del prossimo congiunto. In tal caso, il fatto è tipico, antigiuridico, ma non colpevole che l’ordinamento penale non sanziona per motivi di opportunità politico-criminale. È per questo che in dottrina ci si riferisce all’art. 384 c.p. come “chimera giuridica, un mostro irriducibile ad una medesima natura, dal fondamento politico-criminale complessivamente piuttosto dubbio”.

Metti in mostra la tua 
professionalità!

Scarica il pdf

Gli ultimi articoli

I più letti