Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione ed il principio di simmetria

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Articolo a cura dell’Avv.ssa Maria Caterina Tavormina

simmetria

Indice

1. Premessa
2. Il principio di simmetria e la prima Sezione civile della Corte di Cassazione
3. Il principio di simmetria e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione

1. Premessa

Già a partire dal V secolo a. C. con il (purtroppo perduto) Canone di Policleto l’essere umano ha iniziato ad affrontare il tema dell’armonia. Nello specifico, è noto che gli antichi Greci associavano alla bellezza i concetti di grazia, misura e soprattutto proporzione: un corpo è bello quando esiste equilibrio, simmetria e armonia, tra tutte le sue parti e tra ciascuna di esse e la figura intera. Con il passare dei secoli, tuttavia, questi canoni estetici “classici” sono stati messi in discussione e – ancora di recente – si è giunti a sostenere che i volti più belli e interessanti sarebbero proprio quelli imperfetti ed asimmetrici, giacché una “leggera” asimmetria sarebbe in grado di rendere i lineamenti più particolari ed attraenti. Certo è – in ogni caso – che una forma o è simmetrica oppure non lo è: tertium non datur. Ma è proprio così?
Sul principio di simmetria, ancorché in relazione ad un argomento che più distante dalla bellezza non potrebbe essere e cioè in materia di usura, si è ripetutamente pronunciata la nostra Corte di Cassazione, da ultimo con la sentenza – resa dalle sue Sezioni Unite – n. 19597 del 18 settembre 2020. In particolare, la Suprema Corte italiana è tornata in tale occasione ad esaminare il c.d. principio di simmetria relativamente ad una controversia nella quale veniva contestata l’usurarietà del tasso degli interessi moratori contrattualmente pattuito tra le parti in causa in occasione della stipula di un contratto di finanziamento rientrante nella categoria del c.d. credito al consumo e ciò perché detto tasso moratorio era superiore al tasso soglia ricavabile dal tasso effettivo globale medio riportato nel Decreto Ministeriale in vigore all’epoca della sottoscrizione del contratto stesso, ancorché fosse pacifico che “le voci, computate nei decreti ministeriali al fine della rilevazione del tasso medio, escludano gli interessi moratori” [Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 5.2. g1)].

§ 2.- Il principio di simmetria e la prima Sezione civile della Corte di Cassazione

Prima di analizzare nel dettaglio quanto affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza n. 19597/2020 in relazione al menzionato principio di simmetria, è opportuno tuttavia rivedere brevemente quanto a tal proposito affermato sempre dalla nostra Suprema Corte nelle sue precedenti decisioni. Anzitutto occorre, dunque, citare la sentenza n. 12965/2016 del 22 giugno 2016 della prima sezione della Corte di Cassazione, la quale – in relazione ad una fattispecie in cui veniva contestata l’usurarietà degli interessi dovuti in relazione ad un contratto di apertura di credito in conto corrente, tenuto conto anche della Commissione di Massimo Scoperto (c.d. CMS) ai fini del calcolo del TEG contrattuale – ha accolto il ricorso presentato dalla Banca, affermando che “è ragionevole che debba attendersi simmetria tra la metodologia di calcolo del TEGM e quella di calcolo dello specifico TEG contrattuale. Il giudizio in punto di usurarietà si basa infatti, in tal caso, sul raffronto tra un dato concreto (lo specifico TEG applicato nell’ambito del contratto oggetto di contenzioso) e un dato astratto (il TEGM rilevato con riferimento alla tipologia di appartenenza del contratto in questione), sicché – se detto raffronto non viene effettuato adoperando la medesima metodologia di calcolo – il dato che se ne ricava non può che essere in principio viziato” (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22/06/2016, n. 12965, § 13). Allo stesso modo, sempre la prima sezione della Corte di Cassazione – pochi mesi dopo – ha ribadito il medesimo concetto in relazione ad una fattispecie avente sempre per oggetto la CMS, riaffermando la “esigenza di assicurare che l’accertamento del carattere usurario degli interessi, dal quale dipende l’applicazione delle sanzioni civili e penali previste al riguardo, abbia luogo attraverso la comparazione di valori tra loro omogenei” e la necessità che “il tasso effettivo globale applicabile al rapporto controverso, da porre a confronto con il tasso soglia, sia calcolato mediante la medesima metodologia” (Cass. civ. Sez. I, Sent., 3/11/2016, n. 22270, § 2.3.).
Con le predette – del tutto condivisibili – pronunce della prima sezione della Corte di Cassazione la questione sembrava chiusa: il TEG contrattuale di qualsivoglia tipologia di contratto bancario non avrebbe potuto che essere calcolato utilizzando i medesimi criteri e considerando le medesime voci di costo espressamente previsti e contenuti nelle Istruzioni della Banca d’Italia e – conseguentemente – utilizzati da quest’ultima per il calcolo del TEGM, pubblicato poi – tramite Decreto Ministeriale – nella Gazzetta Ufficiale e che rappresenta il punto di riferimento per gli operatori del settore creditizio nella pattuizione delle condizioni economiche con la propria clientela.

§ 3.- Il principio di simmetria e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione

Un paio di anni dopo, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, pur apparentemente avallando detto principio di simmetria, hanno – tuttavia – iniziato a minare o, quantomeno, indebolire lo stesso.
In particolare, la famosa sentenza n. 16303/2018 del 20 giugno 2018 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (pronunciata sempre in relazione alla CMS), ha ben sì riconosciuto che “una… asimmetria contrasterebbe palesemente con il sistema dell’usura presunta come delineato dalla L. n. 108 del 1996” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 20/06/2018, n. 16303, § 6.3.2.) e che “L’indicata esigenza di omogeneità, o simmetria, è indubbiamente avvertita dalla legge” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 20/06/2018, n. 16303, § 6.4.1.), ma ha – in sostanza – evitato di affrontare le conseguenze (in primis giuridiche ed in secundis economiche) che sarebbero derivate da un accertata asimmetria tra le modalità di calcolo del TEG contrattuale del rapporto oggetto di causa e quelle alla base del calcolo del TEGM effettuato dalla Banca d’Italia, perché – per sua fortuna – i Decreti Ministeriali applicabili ratione temporis al contratto oggetto di causa contenevano l’indicazione, ancorché separata rispetto a quella del TEGM, dell’ammontare medio delle CMS rilevate nel periodo de quo dalla stessa Banca d’Italia, sicché la Suprema Corte ha potuto inserire detta voce di costo nel TEG contrattuale del rapporto controverso, procedendo – tuttavia – anche al ricalcolo del TEGM rilevante.
Non altrettanto fortunate sono state, invece, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione chiamate ad esaminare la questione della usurarietà dei tassi d’interesse moratori nella vertenza culminata con la sentenza n. 19597/2020 del 18 settembre 2020, giacché nel periodo storico d’interesse (e cioè in epoca anteriore al D.M. 25 marzo 2003) la Banca d’Italia non aveva mai effettuato una rilevazione – anche solo a fini conoscitivi o statistici – dei tassi d’interesse moratori. In tale fattispecie, la nostra Suprema Corte, l’organo deputato ad assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge”, nonché “l’unità del diritto oggettivo nazionale”, con una decisione – peraltro – vincolante per le Sezioni semplici, è riuscita contemporaneamente – da un lato – a confermare “la piena razionalità del cd. principio di simmetria, in continuità con quanto affermato dalla Corte (Cass., sez. un., 20 giugno 2018, n. 16303; nonché Cass. 3 novembre 2016, n. 22270; Cass. 22 giugno 2016, n. 12965), secondo cui deve esservi simmetria tra il tasso effettivo globale medio rilevato trimestralmente a norma della L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 1, ed il tasso effettivo globale della singola operazione” e “Tutto ciò, atteso sia il contenuto letterale delle disposizioni che disciplinano il T.e.g. ed il T.e.g.m…. sia l’intuitiva esigenza logica legata all’essenza stessa di ogni procedimento comparativo, che, in quanto tale, postula un certo grado di omogeneità dei termini di riferimento” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 7 ii.3.) e – dall’altro – ad affermare “che, in ragione della esigenza primaria di tutela del finanziato, sia allora giocoforza comparare il T.e.g. del singolo rapporto, comprensivo degli interessi moratori in concreto applicati, con il T.e.g.m. così come in detti decreti rilevato [i.e. senza alcuna maggiorazione a titolo di tassi moratori]; onde poi sarà il margine, nella legge previsto, di tolleranza a questo superiore, sino alla soglia usuraria, che dovrà offrire uno spazio di operatività all’interesse moratorio lecitamente applicato” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 7 iii).
Evidente è – allora – a parere della scrivente che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, lungi dal fornire alcuna conferma al c.d. principio di simmetria correttamente sostenuto dalla prima sezione della Corte stessa fin dal 2016, hanno finito per tornare indietro sui propri passi, sconfessando – in particolar modo – il progresso compiuto negli anni precedenti e ciò alla luce di una “esigenza primaria di tutela del finanziato”, che – evidentemente – in un ordinamento giuridico come il nostro, ormai irrimediabilmente piegato a logiche economiche e commerciali, dove “il cliente [rectius il consumatore] ha sempre ragione”, non può non prevalere su principi, del tutto “secondari” in uno Stato di diritto, quali la certezza del diritto stesso e la prevedibilità delle conseguenze sanzionatorie del proprie azioni all’epoca in cui le stesse vengono compiute.
E ciò senza considerare che, leggendo la sentenza n. 19597/2020 della Suprema Corte, sorge spontaneo il dubbio: la Corte avrebbe affermato il medesimo principio di diritto se parte in causa non fosse stato un consumatore o se non avesse potuto fare affidamento sulla norma di cui all’art. 1224 c.c. per far rientrare dalla finestra ciò che aveva fatto uscire dalla porta? Ai posteri l’ardua sentenza.

simmetria

Indice

1. Premessa
2. Il principio di simmetria e la prima Sezione civile della Corte di Cassazione
3. Il principio di simmetria e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione

1. Premessa

Già a partire dal V secolo a. C. con il (purtroppo perduto) Canone di Policleto l’essere umano ha iniziato ad affrontare il tema dell’armonia. Nello specifico, è noto che gli antichi Greci associavano alla bellezza i concetti di grazia, misura e soprattutto proporzione: un corpo è bello quando esiste equilibrio, simmetria e armonia, tra tutte le sue parti e tra ciascuna di esse e la figura intera. Con il passare dei secoli, tuttavia, questi canoni estetici “classici” sono stati messi in discussione e – ancora di recente – si è giunti a sostenere che i volti più belli e interessanti sarebbero proprio quelli imperfetti ed asimmetrici, giacché una “leggera” asimmetria sarebbe in grado di rendere i lineamenti più particolari ed attraenti. Certo è – in ogni caso – che una forma o è simmetrica oppure non lo è: tertium non datur. Ma è proprio così?
Sul principio di simmetria, ancorché in relazione ad un argomento che più distante dalla bellezza non potrebbe essere e cioè in materia di usura, si è ripetutamente pronunciata la nostra Corte di Cassazione, da ultimo con la sentenza – resa dalle sue Sezioni Unite – n. 19597 del 18 settembre 2020. In particolare, la Suprema Corte italiana è tornata in tale occasione ad esaminare il c.d. principio di simmetria relativamente ad una controversia nella quale veniva contestata l’usurarietà del tasso degli interessi moratori contrattualmente pattuito tra le parti in causa in occasione della stipula di un contratto di finanziamento rientrante nella categoria del c.d. credito al consumo e ciò perché detto tasso moratorio era superiore al tasso soglia ricavabile dal tasso effettivo globale medio riportato nel Decreto Ministeriale in vigore all’epoca della sottoscrizione del contratto stesso, ancorché fosse pacifico che “le voci, computate nei decreti ministeriali al fine della rilevazione del tasso medio, escludano gli interessi moratori” [Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 5.2. g1)].

§ 2.- Il principio di simmetria e la prima Sezione civile della Corte di Cassazione

Prima di analizzare nel dettaglio quanto affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nella sentenza n. 19597/2020 in relazione al menzionato principio di simmetria, è opportuno tuttavia rivedere brevemente quanto a tal proposito affermato sempre dalla nostra Suprema Corte nelle sue precedenti decisioni. Anzitutto occorre, dunque, citare la sentenza n. 12965/2016 del 22 giugno 2016 della prima sezione della Corte di Cassazione, la quale – in relazione ad una fattispecie in cui veniva contestata l’usurarietà degli interessi dovuti in relazione ad un contratto di apertura di credito in conto corrente, tenuto conto anche della Commissione di Massimo Scoperto (c.d. CMS) ai fini del calcolo del TEG contrattuale – ha accolto il ricorso presentato dalla Banca, affermando che “è ragionevole che debba attendersi simmetria tra la metodologia di calcolo del TEGM e quella di calcolo dello specifico TEG contrattuale. Il giudizio in punto di usurarietà si basa infatti, in tal caso, sul raffronto tra un dato concreto (lo specifico TEG applicato nell’ambito del contratto oggetto di contenzioso) e un dato astratto (il TEGM rilevato con riferimento alla tipologia di appartenenza del contratto in questione), sicché – se detto raffronto non viene effettuato adoperando la medesima metodologia di calcolo – il dato che se ne ricava non può che essere in principio viziato” (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22/06/2016, n. 12965, § 13). Allo stesso modo, sempre la prima sezione della Corte di Cassazione – pochi mesi dopo – ha ribadito il medesimo concetto in relazione ad una fattispecie avente sempre per oggetto la CMS, riaffermando la “esigenza di assicurare che l’accertamento del carattere usurario degli interessi, dal quale dipende l’applicazione delle sanzioni civili e penali previste al riguardo, abbia luogo attraverso la comparazione di valori tra loro omogenei” e la necessità che “il tasso effettivo globale applicabile al rapporto controverso, da porre a confronto con il tasso soglia, sia calcolato mediante la medesima metodologia” (Cass. civ. Sez. I, Sent., 3/11/2016, n. 22270, § 2.3.).
Con le predette – del tutto condivisibili – pronunce della prima sezione della Corte di Cassazione la questione sembrava chiusa: il TEG contrattuale di qualsivoglia tipologia di contratto bancario non avrebbe potuto che essere calcolato utilizzando i medesimi criteri e considerando le medesime voci di costo espressamente previsti e contenuti nelle Istruzioni della Banca d’Italia e – conseguentemente – utilizzati da quest’ultima per il calcolo del TEGM, pubblicato poi – tramite Decreto Ministeriale – nella Gazzetta Ufficiale e che rappresenta il punto di riferimento per gli operatori del settore creditizio nella pattuizione delle condizioni economiche con la propria clientela.

§ 3.- Il principio di simmetria e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione

Un paio di anni dopo, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, pur apparentemente avallando detto principio di simmetria, hanno – tuttavia – iniziato a minare o, quantomeno, indebolire lo stesso.
In particolare, la famosa sentenza n. 16303/2018 del 20 giugno 2018 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (pronunciata sempre in relazione alla CMS), ha ben sì riconosciuto che “una… asimmetria contrasterebbe palesemente con il sistema dell’usura presunta come delineato dalla L. n. 108 del 1996” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 20/06/2018, n. 16303, § 6.3.2.) e che “L’indicata esigenza di omogeneità, o simmetria, è indubbiamente avvertita dalla legge” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 20/06/2018, n. 16303, § 6.4.1.), ma ha – in sostanza – evitato di affrontare le conseguenze (in primis giuridiche ed in secundis economiche) che sarebbero derivate da un accertata asimmetria tra le modalità di calcolo del TEG contrattuale del rapporto oggetto di causa e quelle alla base del calcolo del TEGM effettuato dalla Banca d’Italia, perché – per sua fortuna – i Decreti Ministeriali applicabili ratione temporis al contratto oggetto di causa contenevano l’indicazione, ancorché separata rispetto a quella del TEGM, dell’ammontare medio delle CMS rilevate nel periodo de quo dalla stessa Banca d’Italia, sicché la Suprema Corte ha potuto inserire detta voce di costo nel TEG contrattuale del rapporto controverso, procedendo – tuttavia – anche al ricalcolo del TEGM rilevante.
Non altrettanto fortunate sono state, invece, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione chiamate ad esaminare la questione della usurarietà dei tassi d’interesse moratori nella vertenza culminata con la sentenza n. 19597/2020 del 18 settembre 2020, giacché nel periodo storico d’interesse (e cioè in epoca anteriore al D.M. 25 marzo 2003) la Banca d’Italia non aveva mai effettuato una rilevazione – anche solo a fini conoscitivi o statistici – dei tassi d’interesse moratori. In tale fattispecie, la nostra Suprema Corte, l’organo deputato ad assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge”, nonché “l’unità del diritto oggettivo nazionale”, con una decisione – peraltro – vincolante per le Sezioni semplici, è riuscita contemporaneamente – da un lato – a confermare “la piena razionalità del cd. principio di simmetria, in continuità con quanto affermato dalla Corte (Cass., sez. un., 20 giugno 2018, n. 16303; nonché Cass. 3 novembre 2016, n. 22270; Cass. 22 giugno 2016, n. 12965), secondo cui deve esservi simmetria tra il tasso effettivo globale medio rilevato trimestralmente a norma della L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 1, ed il tasso effettivo globale della singola operazione” e “Tutto ciò, atteso sia il contenuto letterale delle disposizioni che disciplinano il T.e.g. ed il T.e.g.m…. sia l’intuitiva esigenza logica legata all’essenza stessa di ogni procedimento comparativo, che, in quanto tale, postula un certo grado di omogeneità dei termini di riferimento” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 7 ii.3.) e – dall’altro – ad affermare “che, in ragione della esigenza primaria di tutela del finanziato, sia allora giocoforza comparare il T.e.g. del singolo rapporto, comprensivo degli interessi moratori in concreto applicati, con il T.e.g.m. così come in detti decreti rilevato [i.e. senza alcuna maggiorazione a titolo di tassi moratori]; onde poi sarà il margine, nella legge previsto, di tolleranza a questo superiore, sino alla soglia usuraria, che dovrà offrire uno spazio di operatività all’interesse moratorio lecitamente applicato” (Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 18/09/2020, n. 19597, § 7 iii).
Evidente è – allora – a parere della scrivente che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, lungi dal fornire alcuna conferma al c.d. principio di simmetria correttamente sostenuto dalla prima sezione della Corte stessa fin dal 2016, hanno finito per tornare indietro sui propri passi, sconfessando – in particolar modo – il progresso compiuto negli anni precedenti e ciò alla luce di una “esigenza primaria di tutela del finanziato”, che – evidentemente – in un ordinamento giuridico come il nostro, ormai irrimediabilmente piegato a logiche economiche e commerciali, dove “il cliente [rectius il consumatore] ha sempre ragione”, non può non prevalere su principi, del tutto “secondari” in uno Stato di diritto, quali la certezza del diritto stesso e la prevedibilità delle conseguenze sanzionatorie del proprie azioni all’epoca in cui le stesse vengono compiute.
E ciò senza considerare che, leggendo la sentenza n. 19597/2020 della Suprema Corte, sorge spontaneo il dubbio: la Corte avrebbe affermato il medesimo principio di diritto se parte in causa non fosse stato un consumatore o se non avesse potuto fare affidamento sulla norma di cui all’art. 1224 c.c. per far rientrare dalla finestra ciò che aveva fatto uscire dalla porta? Ai posteri l’ardua sentenza.

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