Estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni: la parola delle Sezioni Unite

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Articolo a cura del Dott. Edoardo Destefanis

estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni

Indice

1. Premessa
2. Gli orientamenti giurisprudenziali
3. La decisione delle Sezioni Unite n. 29541/2020

1.  Premessa

La vexata quaestio della distinzione tra estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone è emersa in giurisprudenza ormai da diversi anni. Le due fattispecie criminose appaiono in parte sovrapponibili, sussistendo un “nucleo comune” costituito dall’uso della violenza o della minaccia quale mezzo per costringere taluno a fare o a omettere qualcosa pur essendo diversi i presupposti della condotta.

2.  Gli orientamenti giurisprudenziali

Il discrimen fra le due fattispecie corre lungo la linea dell’elemento soggettivo: nel delitto di cui all’art. 393 c.p. l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel delitto di estorsione, invece, l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia. In altri termini, nell’estorsione, oltre al dolo generico che deve sostenere la condotta, l’agente è spinto dall’animus locupletandi, ovvero dall’intento di conseguire un profitto ingiusto, con la consapevolezza che quanto pretende non gli è dovuto; nell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, invece, egli è animato dall’obiettivo di “procurarsi giustizia”, ossia dal fine di esercitare un diritto nella ragionevole convinzione – ancorché erronea – dalla sua sussistenza. Questo orientamento è rimasto incontestato per decenni in dottrina e in giurisprudenza.
Più recentemente1, si è diffusa sul piano giurisprudenziale la convinzione che il criterio differenziale tra i due reati debba rinvenirsi non tanto sul piano soggettivo, quanto sull’intensità della condotta violenta. Tale orientamento sostiene che nel delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni la condotta violenta o minacciosa non è fine a se stessa, ma è strettamente connessa alla finalità dell’agente di far valere il preteso diritto e non può mai consistere in manifestazioni sproporzionate e gratuite di violenza. Dunque, anche in presenza di una pretesa in sé non ingiusta e azionabile davanti al giudice, il fatto n. 44476 potrebbe essere qualificato come estorsione qualora l’intensità della violenza o della minaccia esprima solo una volontà ricattatoria, connotando il profitto del carattere dell’ingiustizia. Pertanto, quando la minaccia si estrinseca in forme di tale forza intimidatoria e di tale sistematica pervicacia da andare al di là di ogni ragionevole intento di far valere un diritto, allora la coartazione della volontà altrui è finalizzata a conseguire un profitto che assume ex se i caratteri dell’ingiustizia. Ne consegue che, in determinate circostanze e situazioni, anche la minaccia dell’esercizio di un diritto, in sé non ingiusta, può diventare tale, se le modalità denotano solo una volontà ricattatoria, le quali fanno sfociare l’azione in mera condotta estorsiva.
Il rigetto di questo indirizzo muove dalla constatazione che nell’art. 393 c.p. non si circoscrive in alcun modo lo strumentario violento utilizzabile dal reo per farsi giustizia da sé medesimo. Neppure la lettera della norma fa riferimento al quantum di forza coercitiva impiegata dal soggetto agente. Dunque, secondo la tesi tradizionale, l’intensità della violenza o della minaccia non può qualificarsi quale elemento del fatto idoneo ad influire sulla qualificazione giuridica del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni che, invece, si distingue dal reato di estorsione sotto il profilo intenzionale. A conforto di tale conclusione, inoltre, si deve rilevare che al terzo comma dell’art. 393 c.p. figura un’aggravante, ricorrente quando la violenza o la minaccia siano commesse con armi. È lo stesso codice, dunque, a confermare il fatto che anche a fronte di una delle più gravi forme di coercizione della altrui volontà, il legislatore ha inteso prevedere solo un aggravamento di pena e non il diverso e più grave delitto di estorsione. In aggiunta a ciò, si deve precisare come tale indirizzo finisce per rimettere all’interpretazione del giudice la valutazione di concetti fortemente discrezionali, come quelli di “intensità” e di “gravità” della condotta, con conseguente incertezza sull’esatta portata del confine tra le due fattispecie. Non è chiaro, ad esempio, se la portata intimidatoria della condotta debba essere valutata a parte subiecti, tenendo conto delle caratteristiche specifiche della vittima e della sua particolare suggestionabilità o, piuttosto, secondo la prospettiva dell’agente modello, facendo prescindere il giudizio dalle peculiarità del caso concreto. Un altro problema che i giudici hanno dovuto affrontare è stato quello del concorso dell’extraneus, nel caso in cui il titolare del diritto abbia dato mandato ad un terzo. In precedenza, la giurisprudenza2 ha ritenuto che l’esercizio delle proprie ragioni dovesse rientrare tra i c.d. reati propri esclusivi o di “mano propria”, ossia tra quei reati in cui il soggetto qualificato è colui che personalmente pone in essere la condotta tipica. In particolare, per escludere la configurabilità del reato ove la condotta violenta o minacciosa sia stata posta in essere da un terzo, si è fatto riferimento alla formulazione letterale di cui all’art. 392 c.p., nel punto in cui prescrive l’intervento dell’agente “da sé medesimo” (c.d. autosoddisfazione). Invero, il ricorso ad un terzo estraneo al rapporto contrattuale è, nella maggior parte dei casi, ostativo all’inquadramento della condotta nella fattispecie prevista dall’art. 393 c.p., in quanto il terzo agisce, di norma, per soddisfare un interesse personale. In applicazione di tale criterio, è stato chiamato a rispondere a titolo di estorsione colui che, estraneo al rapporto debitorio, abbia agito nel proprio interesse al fine, ad esempio, di ottenere una percentuale sul profitto complessivo, a meno che non si sia limitato ad una mera partecipazione morale. Tuttavia, bisogna notare che nella Relazione al codice Rocco non si fa riferimento alla natura di reato proprio esclusivo dell’esercizio delle proprie ragioni. Ovvero, nell’intentio legis il requisito dell’autosoddisfazione sarebbe stato previsto solo al fine di escludere l’intervento dell’autorità pubblica, senza voler caratterizzare il reato come proprio esclusivo.
Giova ricordare un’altra teoria in materia. Recentemente la Suprema Corte3 ha enunciato la c.d. tesi della costrizione, secondo cui l’elemento discretivo tra le fattispecie dipenderebbe dall’effetto manipolatorio sulla vittima, che dovrebbe essere “costrittivo” nel caso di estorsione, mentre solo più blandamente “persuasivo” nel caso dell’esercizio delle proprie ragioni. Tale tesi presumibilmente muove dal tentativo di superare le obiezioni in punto di legalità che erano state mosse al criterio discretivo identificato con l’intensità della violenza o della minaccia, cercando di fornire un più solido aggancio testuale. Tuttavia, anche tale orientamento non riesce a dirimere le perplessità relative all’esatta distinzione tra le fattispecie.

3.  La decisione delle Sezioni Unite n. 29541/2020

In questo solco si è recentemente collocata la Suprema Corte a Sezioni Unite con la sentenza n. 29541 del 20204. Le Sezioni Unite hanno tentato di mettere un punto al contrasto ermeneutico. Gli Ermellini hanno affermato che a fronte di una condotta minacciosa o violenta che appare strumentale a ottenere l’adempimento di un debito, l’elemento decisivo per la corretta qualificazione del fatto deve essere ricercato sul piano soggettivo. In questa prospettiva, circostanze come la gravità della violenza o minaccia devono certamente essere valorizzate, per l’ovvia necessità di ricavare dall’esterno la prova del dolo, ma ad esse non può riconoscersi la capacità di operare come limiti obiettivi della fattispecie di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Per quanto attiene al regime probatorio la decisione ricorda poi come l’elemento psicologico di entrambe le fattispecie vada accertato secondo le ordinarie regole probatorie. La Suprema Corte ha anche affermato che la fattispecie di cui all’art. 393 c.p. ha natura giuridica di reato proprio. A sostegno di tale qualificazione, viene puntualizzato come l’esercizio arbitrario sia punito meno gravemente dei delitti in esso necessariamente contenuti e ciò, in quanto, l’agire per esercitare un proprio diritto è considerato meno riprovevole dalla società. Ne consegue che il termine “chiunque” presente nella norma incriminatrice in esame deve intendersi come colui che avrebbe la facoltà di ricorrere al giudice per esercitare un preteso diritto. Muovendo da tale assunto, la Corte si sofferma sulla questione accessoria e consequenziale, ovvero se si tratti o meno di un reato proprio di mano propria o esclusivo. L’orientamento che sostiene la natura di reato proprio di mano propria fonda tale qualificazione su un dato letterale, ossia sull’utilizzo dell’espressione “da sé medesimo”. Al contrario, la sentenza rileva come in realtà tale espressione debba intendersi unicamente come “la surrogazione dell’arbitrio individuale al potere della pubblica autorità”.
Infine, la pronuncia analizza l’ipotesi di concorso dell’estraneo nel reato proprio di cui all’art. 393 c.p.. Le Sezioni Unite affermano che è possibile che l’extraneus realizzi la condotta tipica, ma solo nel caso in cui questo abbia commesso il fatto per conto del soggetto attivo al mero fine di realizzare la di lui pretesa, senza perseguire alcun interesse proprio. In caso contrario, qualora sussistesse in capo al terzo la volontà di realizzare un ingiusto profitto, allora si integrerebbe il dolo di estorsione. Dunque, sia con riferimento al caso in cui il terzo ponga in essere la condotta tipica, sia nel caso in cui egli sia mero concorrente nel reato, sottolineano le Sezioni Unite, qualora costui persegua anche o solamente un interesse personale, tutti i partecipanti nella condotta delittuosa risponderanno a titolo di concorso nel reato di estorsione, compreso il presunto creditore. La pronuncia si chiude con un riferimento alla circostanza aggravante della c.d. finalità mafiosa, la cui presenza porterà sempre e comunque all’applicazione della disciplina del reato di estorsione, configurandosi in tale ipotesi una volontà di profitto estranea alla mera soddisfazione della pretesa arbitrariamente esercitata.


1 Cass. pen., 18 dicembre 2015, n. 1921; Cass. pen., 8 ottobre 2015, n. 44657; Cass. pen., 03 agosto 2015
2 Cass. pen., 28 giugno 2016, n. 46288
3 Cass. pen., 10 settembre 2019, n. 39138
4 V. ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite del 16 dicembre 2019, n. 50696

estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni

Indice

1. Premessa
2. Gli orientamenti giurisprudenziali
3. La decisione delle Sezioni Unite n. 29541/2020

1.  Premessa

La vexata quaestio della distinzione tra estorsione ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone è emersa in giurisprudenza ormai da diversi anni. Le due fattispecie criminose appaiono in parte sovrapponibili, sussistendo un “nucleo comune” costituito dall’uso della violenza o della minaccia quale mezzo per costringere taluno a fare o a omettere qualcosa pur essendo diversi i presupposti della condotta.

2.  Gli orientamenti giurisprudenziali

Il discrimen fra le due fattispecie corre lungo la linea dell’elemento soggettivo: nel delitto di cui all’art. 393 c.p. l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel delitto di estorsione, invece, l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia. In altri termini, nell’estorsione, oltre al dolo generico che deve sostenere la condotta, l’agente è spinto dall’animus locupletandi, ovvero dall’intento di conseguire un profitto ingiusto, con la consapevolezza che quanto pretende non gli è dovuto; nell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, invece, egli è animato dall’obiettivo di “procurarsi giustizia”, ossia dal fine di esercitare un diritto nella ragionevole convinzione – ancorché erronea – dalla sua sussistenza. Questo orientamento è rimasto incontestato per decenni in dottrina e in giurisprudenza.
Più recentemente1, si è diffusa sul piano giurisprudenziale la convinzione che il criterio differenziale tra i due reati debba rinvenirsi non tanto sul piano soggettivo, quanto sull’intensità della condotta violenta. Tale orientamento sostiene che nel delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni la condotta violenta o minacciosa non è fine a se stessa, ma è strettamente connessa alla finalità dell’agente di far valere il preteso diritto e non può mai consistere in manifestazioni sproporzionate e gratuite di violenza. Dunque, anche in presenza di una pretesa in sé non ingiusta e azionabile davanti al giudice, il fatto n. 44476 potrebbe essere qualificato come estorsione qualora l’intensità della violenza o della minaccia esprima solo una volontà ricattatoria, connotando il profitto del carattere dell’ingiustizia. Pertanto, quando la minaccia si estrinseca in forme di tale forza intimidatoria e di tale sistematica pervicacia da andare al di là di ogni ragionevole intento di far valere un diritto, allora la coartazione della volontà altrui è finalizzata a conseguire un profitto che assume ex se i caratteri dell’ingiustizia. Ne consegue che, in determinate circostanze e situazioni, anche la minaccia dell’esercizio di un diritto, in sé non ingiusta, può diventare tale, se le modalità denotano solo una volontà ricattatoria, le quali fanno sfociare l’azione in mera condotta estorsiva.
Il rigetto di questo indirizzo muove dalla constatazione che nell’art. 393 c.p. non si circoscrive in alcun modo lo strumentario violento utilizzabile dal reo per farsi giustizia da sé medesimo. Neppure la lettera della norma fa riferimento al quantum di forza coercitiva impiegata dal soggetto agente. Dunque, secondo la tesi tradizionale, l’intensità della violenza o della minaccia non può qualificarsi quale elemento del fatto idoneo ad influire sulla qualificazione giuridica del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni che, invece, si distingue dal reato di estorsione sotto il profilo intenzionale. A conforto di tale conclusione, inoltre, si deve rilevare che al terzo comma dell’art. 393 c.p. figura un’aggravante, ricorrente quando la violenza o la minaccia siano commesse con armi. È lo stesso codice, dunque, a confermare il fatto che anche a fronte di una delle più gravi forme di coercizione della altrui volontà, il legislatore ha inteso prevedere solo un aggravamento di pena e non il diverso e più grave delitto di estorsione. In aggiunta a ciò, si deve precisare come tale indirizzo finisce per rimettere all’interpretazione del giudice la valutazione di concetti fortemente discrezionali, come quelli di “intensità” e di “gravità” della condotta, con conseguente incertezza sull’esatta portata del confine tra le due fattispecie. Non è chiaro, ad esempio, se la portata intimidatoria della condotta debba essere valutata a parte subiecti, tenendo conto delle caratteristiche specifiche della vittima e della sua particolare suggestionabilità o, piuttosto, secondo la prospettiva dell’agente modello, facendo prescindere il giudizio dalle peculiarità del caso concreto. Un altro problema che i giudici hanno dovuto affrontare è stato quello del concorso dell’extraneus, nel caso in cui il titolare del diritto abbia dato mandato ad un terzo. In precedenza, la giurisprudenza2 ha ritenuto che l’esercizio delle proprie ragioni dovesse rientrare tra i c.d. reati propri esclusivi o di “mano propria”, ossia tra quei reati in cui il soggetto qualificato è colui che personalmente pone in essere la condotta tipica. In particolare, per escludere la configurabilità del reato ove la condotta violenta o minacciosa sia stata posta in essere da un terzo, si è fatto riferimento alla formulazione letterale di cui all’art. 392 c.p., nel punto in cui prescrive l’intervento dell’agente “da sé medesimo” (c.d. autosoddisfazione). Invero, il ricorso ad un terzo estraneo al rapporto contrattuale è, nella maggior parte dei casi, ostativo all’inquadramento della condotta nella fattispecie prevista dall’art. 393 c.p., in quanto il terzo agisce, di norma, per soddisfare un interesse personale. In applicazione di tale criterio, è stato chiamato a rispondere a titolo di estorsione colui che, estraneo al rapporto debitorio, abbia agito nel proprio interesse al fine, ad esempio, di ottenere una percentuale sul profitto complessivo, a meno che non si sia limitato ad una mera partecipazione morale. Tuttavia, bisogna notare che nella Relazione al codice Rocco non si fa riferimento alla natura di reato proprio esclusivo dell’esercizio delle proprie ragioni. Ovvero, nell’intentio legis il requisito dell’autosoddisfazione sarebbe stato previsto solo al fine di escludere l’intervento dell’autorità pubblica, senza voler caratterizzare il reato come proprio esclusivo.
Giova ricordare un’altra teoria in materia. Recentemente la Suprema Corte3 ha enunciato la c.d. tesi della costrizione, secondo cui l’elemento discretivo tra le fattispecie dipenderebbe dall’effetto manipolatorio sulla vittima, che dovrebbe essere “costrittivo” nel caso di estorsione, mentre solo più blandamente “persuasivo” nel caso dell’esercizio delle proprie ragioni. Tale tesi presumibilmente muove dal tentativo di superare le obiezioni in punto di legalità che erano state mosse al criterio discretivo identificato con l’intensità della violenza o della minaccia, cercando di fornire un più solido aggancio testuale. Tuttavia, anche tale orientamento non riesce a dirimere le perplessità relative all’esatta distinzione tra le fattispecie.

3.  La decisione delle Sezioni Unite n. 29541/2020

In questo solco si è recentemente collocata la Suprema Corte a Sezioni Unite con la sentenza n. 29541 del 20204. Le Sezioni Unite hanno tentato di mettere un punto al contrasto ermeneutico. Gli Ermellini hanno affermato che a fronte di una condotta minacciosa o violenta che appare strumentale a ottenere l’adempimento di un debito, l’elemento decisivo per la corretta qualificazione del fatto deve essere ricercato sul piano soggettivo. In questa prospettiva, circostanze come la gravità della violenza o minaccia devono certamente essere valorizzate, per l’ovvia necessità di ricavare dall’esterno la prova del dolo, ma ad esse non può riconoscersi la capacità di operare come limiti obiettivi della fattispecie di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Per quanto attiene al regime probatorio la decisione ricorda poi come l’elemento psicologico di entrambe le fattispecie vada accertato secondo le ordinarie regole probatorie. La Suprema Corte ha anche affermato che la fattispecie di cui all’art. 393 c.p. ha natura giuridica di reato proprio. A sostegno di tale qualificazione, viene puntualizzato come l’esercizio arbitrario sia punito meno gravemente dei delitti in esso necessariamente contenuti e ciò, in quanto, l’agire per esercitare un proprio diritto è considerato meno riprovevole dalla società. Ne consegue che il termine “chiunque” presente nella norma incriminatrice in esame deve intendersi come colui che avrebbe la facoltà di ricorrere al giudice per esercitare un preteso diritto. Muovendo da tale assunto, la Corte si sofferma sulla questione accessoria e consequenziale, ovvero se si tratti o meno di un reato proprio di mano propria o esclusivo. L’orientamento che sostiene la natura di reato proprio di mano propria fonda tale qualificazione su un dato letterale, ossia sull’utilizzo dell’espressione “da sé medesimo”. Al contrario, la sentenza rileva come in realtà tale espressione debba intendersi unicamente come “la surrogazione dell’arbitrio individuale al potere della pubblica autorità”.
Infine, la pronuncia analizza l’ipotesi di concorso dell’estraneo nel reato proprio di cui all’art. 393 c.p.. Le Sezioni Unite affermano che è possibile che l’extraneus realizzi la condotta tipica, ma solo nel caso in cui questo abbia commesso il fatto per conto del soggetto attivo al mero fine di realizzare la di lui pretesa, senza perseguire alcun interesse proprio. In caso contrario, qualora sussistesse in capo al terzo la volontà di realizzare un ingiusto profitto, allora si integrerebbe il dolo di estorsione. Dunque, sia con riferimento al caso in cui il terzo ponga in essere la condotta tipica, sia nel caso in cui egli sia mero concorrente nel reato, sottolineano le Sezioni Unite, qualora costui persegua anche o solamente un interesse personale, tutti i partecipanti nella condotta delittuosa risponderanno a titolo di concorso nel reato di estorsione, compreso il presunto creditore. La pronuncia si chiude con un riferimento alla circostanza aggravante della c.d. finalità mafiosa, la cui presenza porterà sempre e comunque all’applicazione della disciplina del reato di estorsione, configurandosi in tale ipotesi una volontà di profitto estranea alla mera soddisfazione della pretesa arbitrariamente esercitata.


1 Cass. pen., 18 dicembre 2015, n. 1921; Cass. pen., 8 ottobre 2015, n. 44657; Cass. pen., 03 agosto 2015
2 Cass. pen., 28 giugno 2016, n. 46288
3 Cass. pen., 10 settembre 2019, n. 39138
4 V. ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite del 16 dicembre 2019, n. 50696

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