Traffico di influenze illecite: la Corte di Cassazione amplia l’operatività del reato

Il Tribunale di Roma condannava l’imputato responsabile per i reati allo stesso ascritti, vale a dire quelli previsti dagli artt. 318, 319 e 321 c.p. ma il Supremo Collegio (Pres. Fidelbo, Rel. Calvanese) – investito dopo la conferma della Corte di Appello – riqualificava le condotte nella meno grave imputazione di traffico di influenze illecite.

Traffico influenze illecite

L’iter motivazionale della pronuncia in parola muove preliminarmente dai tratti distintivi distinzione della “mediazione illecita” verso il pubblico agente a cui fa riferimento l’art. 346-bis c.p.
Deve precisarsi, in premessa, come l’ultimo intervento legislativo in materia abbia ampliato il perimetro applicativo della fattispecie: mentre nel testo previgente la remunerazione doveva essere condivisa dalle parti dell’accordo illecito in vista dell’ottenimento di un atto antidoveroso, nel nuovo regime normativo, invece, tale proiezione finalistica realizza una aggravante, quella che è stata innestata nel comma 4, parte seconda, dell’art. 346-bis c.p.
Il legislatore, con l’introduzione di detta fattispecie, ha inteso punire in via preventiva e anticipata il fenomeno della corruzione, sottoponendo a sanzione penale tutte quelle condotte – prima non punibili – prodromiche rispetto ai reati di corruzione, consistenti in accordi aventi ad oggetto le illecite influenze su un pubblico agente che uno dei contraenti (il “trafficante”) promette di esercitare in favore dell’altro (il privato interessato all’atto) dietro compenso (per sé o altri o per remunerare il pubblico agente).
La lettura della norma consente di individuare il nucleo dell’antigiuridicità della condotta penalmente sanzionata non già nel mero sfruttamento (effettivo o soltanto dichiarato) di relazioni con il pubblico agente (che costituisce piuttosto il mezzo attraverso il quale il soggetto agente riesce ad ottenere dal privato la dazione indebita, anche solo come promessa), bensì in tutte quelle forme di intermediazione che abbiano come finalità “l’influenza illecita” sulla attività della pubblica amministrazione.
Ed invero, si è creata una giustapposizione normativa tra la intermediazione finalizzata alla corruzione del pubblico agente e la mediazione “illecita”, così chiarendo che, anche per questa ultima forma di condotta, l’antigiuridicità della condotta debba postarsi necessariamente sull’elemento finalistico.
In altri termini, le parti devono tendere ad una interferenza illecita, resa possibile grazie allo sfruttamento di relazioni – reali o millantate – con il pubblico agente.
E peraltro, la norma non specifica quale sia la influenza illecita che deve tipizzare la mediazione, con la logica conseguenza che è forte il rischio che l’art. 346-bis c.p. possa attrarre a sé le più svariate forme di relazioni con la pubblica amministrazione, connotate anche solo da opacità o scarsa trasparenza, cioè quel sottobosco di contatti informali o di aderenze difficilmente catalogabili in termini oggettivi e spesso neppure patologici.
È necessario quindi ancorare la fattispecie ad un elemento certo che connoti, tipizzandola, la mediazione illecita e che costituisca una guida sicura per gli operatori e per l’interprete della norma.
In questa prospettiva, il Supremo Collegio ritiene che l’unica lettura della norma che soddisfi il principio di legalità sia quella che fa leva sulla particolare finalità perseguita attraverso la mediazione: essa è illecita quando è finalizzata alla commissione di un “fatto di reato” idoneo a produrre vantaggi per il privato committente.
Nella vicenda sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità, il ricorso è stato rigettato, avendo i giudice di legittimità ritenuto la sussistenza di tutti gli elementi che contraddistinguono la fattispecie penale del traffico di influenze illecite.
Ed invero, l’attività di mediazione onerosa – oggetto dell’accordo intercorso tra l’imputato e terza persona – si è caratterizzata per il fine illecito di far ottenere un trattamento di favore per i pagamenti di crediti pregressi, in violazione della normativa che disciplina la materia del pagamento dei debiti della p.a.
Poiché l’art. 346-bis c.p. punisce soltanto la finalità illecita dell’accordo, è irrilevante stabilire se effettivamente i pagamenti effettuati dai pubblici agenti siano stati commessi in violazione di regole specifiche di condotta.
In altri termini, la c.d. mediazione onerosa, in cui l’importo pagato dal privato committente costituisce esclusivamente il corrispettivo per la mediazione illecita promessa dall’intermediario nei confronti del pubblico agente, non essendo nemmeno in parte destinato a quest’ultimo (diversamente, si verserebbe in fattispecie corruttiva sricto sensu).
La mediazione onerosa è illecita in ragione della proiezione “esterna” del rapporto dei contraenti (assimilabile in tale ottica al reato associativo mafioso), dell’obiettivo finale dell’influenza compravenduta, nel senso che la mediazione è illecita se è volta alla commissione di un reato idoneo a produrre vantaggi al committente.
Una mediazione, dunque, espressione della intenzione di inquinare l’esercizio della funzione del pubblico agente, alterando la comparazione degli interessi e compromettendo l’uso del potere discrezionale.
Nel caso in esame, peraltro, l‘imputazione prevedeva una ipotesi aggravata prevista dal terzo comma dell’art. 346-bis c.p., la c.d. mediazione qualificata, cioè posta in essere da un pubblico agente.
È appena il caso di aggiungere al riguardo che il carattere illecito della mediazione c.d. onerosa realizzata dal ricorrente discende, ancor prima e indipendentemente, dal risultato illecito che le parti intendevano perseguire, dalla vendita da parte di un pubblico ufficiale della sua influenza su altri pubblici agenti.
In tale evenienza la stessa mediazione (farsi promettere o ricevere denaro in cambio della propria interferenza) costituisce per il pubblico ufficiale un atto contrario ai doveri di ufficio e quindi sufficiente a costituire il disvalore disegnato dal legislatore.
È chiaro come non sia del tutto agevole l’aspetto probatorio del reato in questione, necessitandosi un attento vaglio da compiersi caso per caso; potranno assumere rilievo le aspettative specifiche del committente, cioè il movente della condotta del privato compratore, il senso, la portata ed il tempo della pretesa di questi, la condotta in concreto che il mediatore assume di dover compiere con il pubblico agente, il rapporto di proporzione tra il prezzo della mediazione ed il risultato che si intende perseguire, i profili relativi alla illegittimità negoziale del contratto.

traffico influenze illecite

L’iter motivazionale della pronuncia in parola muove preliminarmente dai tratti distintivi distinzione della “mediazione illecita” verso il pubblico agente a cui fa riferimento l’art. 346-bis c.p.
Deve precisarsi, in premessa, come l’ultimo intervento legislativo in materia abbia ampliato il perimetro applicativo della fattispecie: mentre nel testo previgente la remunerazione doveva essere condivisa dalle parti dell’accordo illecito in vista dell’ottenimento di un atto antidoveroso, nel nuovo regime normativo, invece, tale proiezione finalistica realizza una aggravante, quella che è stata innestata nel comma 4, parte seconda, dell’art. 346-bis c.p.
Il legislatore, con l’introduzione di detta fattispecie, ha inteso punire in via preventiva e anticipata il fenomeno della corruzione, sottoponendo a sanzione penale tutte quelle condotte – prima non punibili – prodromiche rispetto ai reati di corruzione, consistenti in accordi aventi ad oggetto le illecite influenze su un pubblico agente che uno dei contraenti (il “trafficante”) promette di esercitare in favore dell’altro (il privato interessato all’atto) dietro compenso (per sé o altri o per remunerare il pubblico agente).
La lettura della norma consente di individuare il nucleo dell’antigiuridicità della condotta penalmente sanzionata non già nel mero sfruttamento (effettivo o soltanto dichiarato) di relazioni con il pubblico agente (che costituisce piuttosto il mezzo attraverso il quale il soggetto agente riesce ad ottenere dal privato la dazione indebita, anche solo come promessa), bensì in tutte quelle forme di intermediazione che abbiano come finalità “l’influenza illecita” sulla attività della pubblica amministrazione.
Ed invero, si è creata una giustapposizione normativa tra la intermediazione finalizzata alla corruzione del pubblico agente e la mediazione “illecita”, così chiarendo che, anche per questa ultima forma di condotta, l’antigiuridicità della condotta debba postarsi necessariamente sull’elemento finalistico.
In altri termini, le parti devono tendere ad una interferenza illecita, resa possibile grazie allo sfruttamento di relazioni – reali o millantate – con il pubblico agente.
E peraltro, la norma non specifica quale sia la influenza illecita che deve tipizzare la mediazione, con la logica conseguenza che è forte il rischio che l’art. 346-bis c.p. possa attrarre a sé le più svariate forme di relazioni con la pubblica amministrazione, connotate anche solo da opacità o scarsa trasparenza, cioè quel sottobosco di contatti informali o di aderenze difficilmente catalogabili in termini oggettivi e spesso neppure patologici.
È necessario quindi ancorare la fattispecie ad un elemento certo che connoti, tipizzandola, la mediazione illecita e che costituisca una guida sicura per gli operatori e per l’interprete della norma.
In questa prospettiva, il Supremo Collegio ritiene che l’unica lettura della norma che soddisfi il principio di legalità sia quella che fa leva sulla particolare finalità perseguita attraverso la mediazione: essa è illecita quando è finalizzata alla commissione di un “fatto di reato” idoneo a produrre vantaggi per il privato committente.
Nella vicenda sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità, il ricorso è stato rigettato, avendo i giudice di legittimità ritenuto la sussistenza di tutti gli elementi che contraddistinguono la fattispecie penale del traffico di influenze illecite.
Ed invero, l’attività di mediazione onerosa – oggetto dell’accordo intercorso tra l’imputato e terza persona – si è caratterizzata per il fine illecito di far ottenere un trattamento di favore per i pagamenti di crediti pregressi, in violazione della normativa che disciplina la materia del pagamento dei debiti della p.a.
Poiché l’art. 346-bis c.p. punisce soltanto la finalità illecita dell’accordo, è irrilevante stabilire se effettivamente i pagamenti effettuati dai pubblici agenti siano stati commessi in violazione di regole specifiche di condotta.
In altri termini, la c.d. mediazione onerosa, in cui l’importo pagato dal privato committente costituisce esclusivamente il corrispettivo per la mediazione illecita promessa dall’intermediario nei confronti del pubblico agente, non essendo nemmeno in parte destinato a quest’ultimo (diversamente, si verserebbe in fattispecie corruttiva sricto sensu).
La mediazione onerosa è illecita in ragione della proiezione “esterna” del rapporto dei contraenti (assimilabile in tale ottica al reato associativo mafioso), dell’obiettivo finale dell’influenza compravenduta, nel senso che la mediazione è illecita se è volta alla commissione di un reato idoneo a produrre vantaggi al committente.
Una mediazione, dunque, espressione della intenzione di inquinare l’esercizio della funzione del pubblico agente, alterando la comparazione degli interessi e compromettendo l’uso del potere discrezionale.
Nel caso in esame, peraltro, l‘imputazione prevedeva una ipotesi aggravata prevista dal terzo comma dell’art. 346-bis c.p., la c.d. mediazione qualificata, cioè posta in essere da un pubblico agente.
È appena il caso di aggiungere al riguardo che il carattere illecito della mediazione c.d. onerosa realizzata dal ricorrente discende, ancor prima e indipendentemente, dal risultato illecito che le parti intendevano perseguire, dalla vendita da parte di un pubblico ufficiale della sua influenza su altri pubblici agenti.
In tale evenienza la stessa mediazione (farsi promettere o ricevere denaro in cambio della propria interferenza) costituisce per il pubblico ufficiale un atto contrario ai doveri di ufficio e quindi sufficiente a costituire il disvalore disegnato dal legislatore.
È chiaro come non sia del tutto agevole l’aspetto probatorio del reato in questione, necessitandosi un attento vaglio da compiersi caso per caso; potranno assumere rilievo le aspettative specifiche del committente, cioè il movente della condotta del privato compratore, il senso, la portata ed il tempo della pretesa di questi, la condotta in concreto che il mediatore assume di dover compiere con il pubblico agente, il rapporto di proporzione tra il prezzo della mediazione ed il risultato che si intende perseguire, i profili relativi alla illegittimità negoziale del contratto.

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