Omicidio Vannini: per la Cassazione è tutto da rifare

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Articolo a cura dell’Avv.ssa Federica Tartara

Commento alla sentenza n. 134 emessa dalla Suprema Corte di Cassazione, I Sezione Penale, in data 7 febbrario 2020

La sentenza in commento trae origine da una vicenda particolarmente nota soprattutto per il risvolto mediatico alla stessa conseguito e, pur affrontando prima facie temi oggetto di dibattiti dottrinali risalenti nel tempo, si connota per una particolare modernità ed attualità per il filtro dalla stessa applicato nel discernere e delineare i principi di diritto sottesi fornendone una descrizione del tutto innovativa.

omicidio Vannini

Indice

1. Premessa in fatto
2. Reato omissivo
3. Dolo eventuale: è sufficiente il criterio dell’accettazione del rischio?

1. Premessa in fatto

Il caso di specie attiene alla morte di un giovane, Marco Vannini, avvenuta la sera del 17 maggio 2015 presso l’abitazione della fidanzata Martina dopo essere stato colpito da un proiettile esploso dalla pistola del Sig. Antonio Ciontoli, padre della compagna e uomo appartenente alla Marina Militare. A seguito del ferimento Marco veniva soccorso dai familiari della fidanzata il quali, alle ore 23:41, contattavano il 118 segnalando che un ragazzo, per uno scherzo subito mentre si stava facendo il bagno, si era sentito male; la richiesta di soccorso veniva però immediatamente annullata alla luce dell’”apparente” recupero dei sensi del giovane.
Alle ore 00:06 veniva nuovamente inoltrata una telefonata al 118, questa volta da Antonio Ciontoli, il quale chiedeva l’intervento di una auto ambulanza per soccorrere un giovane che si era ferito pungendosi con un pettine.
Effettuate le indagini la Procura della Repubblica di Roma rinviava a Giudizio gli indagati e la Corte d’Assise concludeva il procedimento di Primo Grado condannando Antonio Ciontoli alla pena di anni 14 di reclusione per omicidio doloso (commesso con dolo eventuale) nonchè Federico, Martina Ciontoli e la madre Maria Pezzillo alla pena di anni 3 di reclusione a titolo di concorso colposo nell’omicidio commesso da Antonio.
In secondo Grado la Corte d’Assise di Appello di Roma, a grande sorpresa, riformava la sentenza di Prime Cure riqualificando il fatto commesso da Antonio Ciontoli come omicidio colposo ravvisando, nel caso di specie, l’elemento della colpa cosciente confermando invece gli esiti nei confronti degli altri tre imputati.
La Corte di Cassazione, investita del compito di valutare la legittimità della sentenza di Secondo Grado, concentrava la propria attenzione su due istituti fondamentali del diritto penale sostanziale particolarmente rilevanti nel caso di specie: il reato omissivo e l’elemento psicologico del reato sotto il profilo del dolo eventuale.

2. Reato omissivo

La sentenza in commento affronta inizialmente le condotte poste in essere dagli imputati a titolo omissivo dividendo il fatto in due diversi segmenti: il comportamento  dell’autore dello sparo e quelli tenuti da tutti i protagonisti a seguito del ferimento di Marco. Sotto questo secondo aspetto la sentenza evidenzia come le omissioni si siano perfettamente combinate con “porzioni di condotte attive[1]  tra le quali assumono particolare rilevanza le menzogne proferite nei confronti degli operatori sanitari in ordine alla dinamica dell’accaduto. Il mendacio, infatti, altro non è che lo stratagemma utilizzato per restare inerti non dando corso ad un tempestivo soccorso che avrebbe sicuramente evitato la morte della vittima. Sotto questo profilo desta interesse la qualificazione giuridica del fatto condivisa da tutti gli Organi Giudicanti che hanno ritenuto di non ricomprendere i comportamenti degli agenti nell’alveo delle condotte incriminate dall’art. 593 c.p. in favore della più generica previsione di cui all’art. 40 cpv. c.p.. Tale inquadramento giuridico prende le mosse dall’assunzione di una posizione di garanzia da parte dei protagonisti sia sulla base del generale principio del neminem laedere (Ciontoli e lo sparo), sia alla luce del ruolo assunto in occasione delle cure offerte alla vittima (Ciontoli e gli altri familiari a seguito del ferimento). Solo mediante il ricorso alla previsione di cui all’art 40 cpv. c.p. è possibile contestare in capo all’autore del reato la più severa previsione di cui all’art. 589 c.p..
Pur pervenendo alle medesime conclusioni dei Giudici di Primo e Secondo Grado sotto il profilo della qualificazione giuridica delle condotte omissive, la sentenza in oggetto ne censura il ragionamento spostandone il fulcro. Le precedenti decisioni avevano infatti escluso l’integrazione del reato di omissione di soccorso sulla base del mero raffronto tra la circostanza fattuale e il testo della norma atto ad incriminare “chiunque, trovando (…) una persona ferita” non le presta soccorso. Ad avviso dei Giudici di Primo e Secondo Grado la fattispecie non poteva essere applicata agli imputati che, con le loro condotte, si erano resi responsabili dell’aggravamento delle condizioni del ferito poiché tale situazione male si concilierebbe con il termine “trovando” che postula un “imbattersi” un ritrovamento accidentale di un ferito. La Sentenza in oggetto perviene alle medesime conclusioni utilizzando un differente percorso logico  sottolineando come la Giurisprudenza abbia sostenuto che il termine “trovando” non vada inteso in senso letterale e che, pertanto, il reato possa essere commesso anche dai soggetti che abbiano assistito al fatto.[2] La Cassazione fa invece leva sul concetto di posizione di garanzia assunto dagli imputati che, una volta riscontrato il ferimento di Marco, avrebbero dovuto agire secondo le regole di cautela consentendo il tempestivo arrivo dei Soccorsi. Ciò consente di effettuare un confronto tra le due fattispecie: il reato di omissione di soccorso il cui evento morte rappresenta una circostanza aggravante (art. 593 comma 3 c.p.) e il reato di omicidio colposo commesso in forza di una condotta omissiva comprendendo il motivo del più mite trattamento sanzionatorio del primo alla luce della assenza  di una posizione di garanzia in capo all’agente intesa come  possibilità, per il soggetto che ne è gravato, di influenzare il decorso degli eventi mediante una condotta attiva.

3. Dolo eventuale: è sufficiente il criterio dell’accettazione del rischio?

Il profilo di modernità della decisione in oggetto è apprezzabile soprattutto sotto il profilo dei criteri utilizzati al fine di riscontrare il dolo eventuale a dispetto della colpa cosciente dal momento che la Sentenza sembra superare l’ormai consolidato criterio dell’”accettazione del rischio” ritenendo necessario un quid pluris, si legge infatti che: “la volontà si esprime, quando è in gioco il dolo eventuale, nella consapevole e ponderata adesione all’evento. Non può dunque parlarsi di mera accettazione del rischio, ma occorre avere riguardo alla volontà intesa come accettazione dell’evento” [3]. Gli Ermellini richiamano poi gli indicatori forniti dalla Sezioni Unite al fine di valutare la sussistenza del dolo eventuale[4]. Tra questi viene preso principalmente in considerazione l’aspetto del fine della condotta e la compatibilità con le conseguenze collaterali unitamente alle conseguenze negative per l’autore in caso di verificazione dell’evento.
Sotto questo profilo la Sentenza di Appello si concentra sul fatto che il fine primario di Antonio Ciontoli (riscontrabile dalla condotta tenuta a seguito dello sparo e consistita nel mendacio agli operatori del 118 e nella richiesta all’infermiera del pronto soccorso di occultare l’aspetto della ferita di arma da fuoco) fosse quello di evitare le conseguenze dannose che avrebbe subito sotto il profilo lavorativo, intenzione del tutto incompatibile con l’adesione volontaria all’evento morte che avrebbe sicuramente comportato conseguenze peggiori. La Cassazione rileva però come tale assunto sia del tutto irragionevole posto che l’eventuale sopravvivenza di Marco avrebbe probabilmente comportato per il Ciontoli conseguenze ancora più dannose perché avrebbe potuto raccontare l’accaduto; solo la morte della vittima avrebbe invece potuto rendere meno agevole l’accertamento della verità.
La sentenza rileva altresì come il ragionamento della Corte di Appello risulti fallace anche per avere fornito rilevanza assoluta alla c.d. “formula di Frank” che si concreta nel riscontro controfattuale atto a comprendere se la previsione dell’evento “in termini di certezza non avrebbe trattenuto l’agente dal compiere l’azione illecita[5]”.
La Cassazione ritiene che tale principio non sia sempre strumento affidabile ma debba essere associato agli indicatori forniti dalle Sezioni Unite; per persuadere il lettore della propria tesi utilizza il c.d. “paradosso dell’aguzzino” ovvero il caso in cui il soggetto, come conseguenza della azione voluta, contempli e metta in conto il verificarsi di un evento che rappresenta per lui il fallimento del piano. Si immagina un soggetto che sottoponga a sevizie la vittima al fine di ottenere delle informazioni e da queste violenze ne derivi la morte; l’evento altro non è che il fallimento del piano posto che la morte della vittima rende impossibile per l’autore l’ottenimento delle informazioni sperate ma non ravvisare in questa ipotesi il dolo eventuale condurrebbe ad un paradosso! La Corte ritiene che non sempre il giudizio controfattuale conduca a risultati attendibili posto che, anche nel caso in cui la verificazione dell’evento collaterale rappresenti il fallimento del piano, non può escludersi che l’agente abbia operato una consapevole opzione accettando il verificarsi dell’evento. Può infatti accadere che nell’agente prevalga la speranza di realizzare un certo risultato anche di fronte all’eventualità che proprio quella condotta renda definitivamente non realizzabile il risultato perseguito.
Alla luce delle considerazioni che precedono la Corte non può che concludere per la fallacia del ragionamento operato dalla Corte di Assise di Appello in quanto figlio di una errata interpretazione dei dettami giurisprudenziali in tema di dolo eventuale rendendo necessaria una nuova valutazione del caso da parte del Giudice di Merito.


[1] Cfr. pag. n. 18 della sentenza in commento;
[2] Cass. Pen., sez. V, n. 3894 del 21.11.1974;
[3] Pag. n. 26 della sentenza in commento;
[4] S.U. n. 38343 del 18.9.2014 Caso Thyssenkrup;
[5] Da Reinhard Frank, giurista che nel 1890 scrisse un saggio intitolato  “rappresentazione e volontà nella dottrina moderna sul dolo”;

omicidio Vannini

Indice

1. Premessa in fatto
2. Reato omissivo
3. Dolo eventuale: è sufficiente il criterio dell’accettazione del rischio?

1. Premessa in fatto

Il caso di specie attiene alla morte di un giovane, Marco Vannini, avvenuta la sera del 17 maggio 2015 presso l’abitazione della fidanzata Martina dopo essere stato colpito da un proiettile esploso dalla pistola del Sig. Antonio Ciontoli, padre della compagna e uomo appartenente alla Marina Militare. A seguito del ferimento Marco veniva soccorso dai familiari della fidanzata il quali, alle ore 23:41, contattavano il 118 segnalando che un ragazzo, per uno scherzo subito mentre si stava facendo il bagno, si era sentito male; la richiesta di soccorso veniva però immediatamente annullata alla luce dell’”apparente” recupero dei sensi del giovane.
Alle ore 00:06 veniva nuovamente inoltrata una telefonata al 118, questa volta da Antonio Ciontoli, il quale chiedeva l’intervento di una auto ambulanza per soccorrere un giovane che si era ferito pungendosi con un pettine.
Effettuate le indagini la Procura della Repubblica di Roma rinviava a Giudizio gli indagati e la Corte d’Assise concludeva il procedimento di Primo Grado condannando Antonio Ciontoli alla pena di anni 14 di reclusione per omicidio doloso (commesso con dolo eventuale) nonchè Federico, Martina Ciontoli e la madre Maria Pezzillo alla pena di anni 3 di reclusione a titolo di concorso colposo nell’omicidio commesso da Antonio.
In secondo Grado la Corte d’Assise di Appello di Roma, a grande sorpresa, riformava la sentenza di Prime Cure riqualificando il fatto commesso da Antonio Ciontoli come omicidio colposo ravvisando, nel caso di specie, l’elemento della colpa cosciente confermando invece gli esiti nei confronti degli altri tre imputati.
La Corte di Cassazione, investita del compito di valutare la legittimità della sentenza di Secondo Grado, concentrava la propria attenzione su due istituti fondamentali del diritto penale sostanziale particolarmente rilevanti nel caso di specie: il reato omissivo e l’elemento psicologico del reato sotto il profilo del dolo eventuale.

2. Reato omissivo

La sentenza in commento affronta inizialmente le condotte poste in essere dagli imputati a titolo omissivo dividendo il fatto in due diversi segmenti: il comportamento  dell’autore dello sparo e quelli tenuti da tutti i protagonisti a seguito del ferimento di Marco. Sotto questo secondo aspetto la sentenza evidenzia come le omissioni si siano perfettamente combinate con “porzioni di condotte attive[1]  tra le quali assumono particolare rilevanza le menzogne proferite nei confronti degli operatori sanitari in ordine alla dinamica dell’accaduto. Il mendacio, infatti, altro non è che lo stratagemma utilizzato per restare inerti non dando corso ad un tempestivo soccorso che avrebbe sicuramente evitato la morte della vittima. Sotto questo profilo desta interesse la qualificazione giuridica del fatto condivisa da tutti gli Organi Giudicanti che hanno ritenuto di non ricomprendere i comportamenti degli agenti nell’alveo delle condotte incriminate dall’art. 593 c.p. in favore della più generica previsione di cui all’art. 40 cpv. c.p.. Tale inquadramento giuridico prende le mosse dall’assunzione di una posizione di garanzia da parte dei protagonisti sia sulla base del generale principio del neminem laedere (Ciontoli e lo sparo), sia alla luce del ruolo assunto in occasione delle cure offerte alla vittima (Ciontoli e gli altri familiari a seguito del ferimento). Solo mediante il ricorso alla previsione di cui all’art 40 cpv. c.p. è possibile contestare in capo all’autore del reato la più severa previsione di cui all’art. 589 c.p..
Pur pervenendo alle medesime conclusioni dei Giudici di Primo e Secondo Grado sotto il profilo della qualificazione giuridica delle condotte omissive, la sentenza in oggetto ne censura il ragionamento spostandone il fulcro. Le precedenti decisioni avevano infatti escluso l’integrazione del reato di omissione di soccorso sulla base del mero raffronto tra la circostanza fattuale e il testo della norma atto ad incriminare “chiunque, trovando (…) una persona ferita” non le presta soccorso. Ad avviso dei Giudici di Primo e Secondo Grado la fattispecie non poteva essere applicata agli imputati che, con le loro condotte, si erano resi responsabili dell’aggravamento delle condizioni del ferito poiché tale situazione male si concilierebbe con il termine “trovando” che postula un “imbattersi” un ritrovamento accidentale di un ferito. La Sentenza in oggetto perviene alle medesime conclusioni utilizzando un differente percorso logico  sottolineando come la Giurisprudenza abbia sostenuto che il termine “trovando” non vada inteso in senso letterale e che, pertanto, il reato possa essere commesso anche dai soggetti che abbiano assistito al fatto.[2] La Cassazione fa invece leva sul concetto di posizione di garanzia assunto dagli imputati che, una volta riscontrato il ferimento di Marco, avrebbero dovuto agire secondo le regole di cautela consentendo il tempestivo arrivo dei Soccorsi. Ciò consente di effettuare un confronto tra le due fattispecie: il reato di omissione di soccorso il cui evento morte rappresenta una circostanza aggravante (art. 593 comma 3 c.p.) e il reato di omicidio colposo commesso in forza di una condotta omissiva comprendendo il motivo del più mite trattamento sanzionatorio del primo alla luce della assenza  di una posizione di garanzia in capo all’agente intesa come  possibilità, per il soggetto che ne è gravato, di influenzare il decorso degli eventi mediante una condotta attiva.

3. Dolo eventuale: è sufficiente il criterio dell’accettazione del rischio?

Il profilo di modernità della decisione in oggetto è apprezzabile soprattutto sotto il profilo dei criteri utilizzati al fine di riscontrare il dolo eventuale a dispetto della colpa cosciente dal momento che la Sentenza sembra superare l’ormai consolidato criterio dell’”accettazione del rischio” ritenendo necessario un quid pluris, si legge infatti che: “la volontà si esprime, quando è in gioco il dolo eventuale, nella consapevole e ponderata adesione all’evento. Non può dunque parlarsi di mera accettazione del rischio, ma occorre avere riguardo alla volontà intesa come accettazione dell’evento” [3]. Gli Ermellini richiamano poi gli indicatori forniti dalla Sezioni Unite al fine di valutare la sussistenza del dolo eventuale[4]. Tra questi viene preso principalmente in considerazione l’aspetto del fine della condotta e la compatibilità con le conseguenze collaterali unitamente alle conseguenze negative per l’autore in caso di verificazione dell’evento.
Sotto questo profilo la Sentenza di Appello si concentra sul fatto che il fine primario di Antonio Ciontoli (riscontrabile dalla condotta tenuta a seguito dello sparo e consistita nel mendacio agli operatori del 118 e nella richiesta all’infermiera del pronto soccorso di occultare l’aspetto della ferita di arma da fuoco) fosse quello di evitare le conseguenze dannose che avrebbe subito sotto il profilo lavorativo, intenzione del tutto incompatibile con l’adesione volontaria all’evento morte che avrebbe sicuramente comportato conseguenze peggiori. La Cassazione rileva però come tale assunto sia del tutto irragionevole posto che l’eventuale sopravvivenza di Marco avrebbe probabilmente comportato per il Ciontoli conseguenze ancora più dannose perché avrebbe potuto raccontare l’accaduto; solo la morte della vittima avrebbe invece potuto rendere meno agevole l’accertamento della verità.
La sentenza rileva altresì come il ragionamento della Corte di Appello risulti fallace anche per avere fornito rilevanza assoluta alla c.d. “formula di Frank” che si concreta nel riscontro controfattuale atto a comprendere se la previsione dell’evento “in termini di certezza non avrebbe trattenuto l’agente dal compiere l’azione illecita[5]”.
La Cassazione ritiene che tale principio non sia sempre strumento affidabile ma debba essere associato agli indicatori forniti dalle Sezioni Unite; per persuadere il lettore della propria tesi utilizza il c.d. “paradosso dell’aguzzino” ovvero il caso in cui il soggetto, come conseguenza della azione voluta, contempli e metta in conto il verificarsi di un evento che rappresenta per lui il fallimento del piano. Si immagina un soggetto che sottoponga a sevizie la vittima al fine di ottenere delle informazioni e da queste violenze ne derivi la morte; l’evento altro non è che il fallimento del piano posto che la morte della vittima rende impossibile per l’autore l’ottenimento delle informazioni sperate ma non ravvisare in questa ipotesi il dolo eventuale condurrebbe ad un paradosso! La Corte ritiene che non sempre il giudizio controfattuale conduca a risultati attendibili posto che, anche nel caso in cui la verificazione dell’evento collaterale rappresenti il fallimento del piano, non può escludersi che l’agente abbia operato una consapevole opzione accettando il verificarsi dell’evento. Può infatti accadere che nell’agente prevalga la speranza di realizzare un certo risultato anche di fronte all’eventualità che proprio quella condotta renda definitivamente non realizzabile il risultato perseguito.
Alla luce delle considerazioni che precedono la Corte non può che concludere per la fallacia del ragionamento operato dalla Corte di Assise di Appello in quanto figlio di una errata interpretazione dei dettami giurisprudenziali in tema di dolo eventuale rendendo necessaria una nuova valutazione del caso da parte del Giudice di Merito.


[1] Cfr. pag. n. 18 della sentenza in commento;
[2] Cass. Pen., sez. V, n. 3894 del 21.11.1974;
[3] Pag. n. 26 della sentenza in commento;
[4] S.U. n. 38343 del 18.9.2014 Caso Thyssenkrup;
[5] Da Reinhard Frank, giurista che nel 1890 scrisse un saggio intitolato  “rappresentazione e volontà nella dottrina moderna sul dolo”;

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