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La sentenza della Corte di Cassazione “Mafia Capitale”

La sentenza della Corte di Cassazione n. 18125 del 2020 rientra tra quelle pronunce che hanno fatto molto discutere in dottrina e che, con ogni probabilità, continueranno a far discutere ancora.
Gli Ermellini infatti, dopo aver diffuso una serie di massime ufficiali, hanno deciso di annullare l’aggravante mafiosa a carico degli imputati, sulla base del presupposto che vi fosse, nella pratica, la sussistenza di due associazioni definite “semplici”, ovvero quella facente capo a Salvatore Buzzi e quella facente capo a Massimo Carminati.

buzzi carminati

Indice

1. I fatti di causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La sentenza integrale

1. I fatti di causa

Con due distinti decreti di giudizio immediato sono stati contestati ai 46 imputati, il reato di associazione mafiosa, nonché una serie reati di estorsione e una moltitudine di delitti contro la pubblica amministrazione.
Il giudice di primo grado non ha riconosciuto l’unicità dell’associazione ipotizzata dall’accusa, ma ha affermato l’esistenza di due associazioni: una dedita ai reati di usura ed estorsione, l’altra ai reati contro la pubblica amministrazione, tra cui corruzioni e turbative d’asta. Pertanto, quasi tutti gli imputati sono stati condannati per tutte le ipotesi di reato proposte dalla Procura, tranne che per il reato di associazione mafiosa.
Soltanto cinque di loro sono stati assolti.
Come prevedibile, la sentenza è stata appellata da tutte le parti coinvolte nel processo e, all’esito del giudizio di appello, in riforma della sentenza del giudice di prime cure, è stato riconosciuto l’utilizzo del metodo mafioso e quindi ripristinato quanto previsto dall’art. 416 bis del codice penale.
In secondo grado gli imputati condannati risultano essere 32 oltre ad altri due di loro che hanno chiesto ed ottenuto il patteggiamento della pena.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma è stato proposto ricorso dalle parti coinvolte nel processo, fatta eccezione degli imputati che hanno optato per il patteggiamento e degli assolti.
I motivi di impugnazione sono stati molteplici, tra i più importanti, ovviamente, quello della procura che essenzialmente insisteva per la conferma del metodo mafioso, e condanne più severe, mentre gli imputati chiedevano tra le altre cose di accertare la non esistenza del metodo mafioso.

3. La decisione della Suprema Corte

Come accennato nella parte introduttiva, la Corte di Cassazione, avvicinandosi alla visione del Tribunale di Roma, non riconosce l’esistenza di una unica associazione di carattere mafioso ma, bensì, l’esistenza di due associazioni a delinquere definite “semplici”. Il compito della ridefinizione delle pene è stato rimandato alla Corte di Appello, anche se per 8 di loro sono maturate sentenze di condanna definitive.
Essendo la questione “mafia capitale” divenuta argomento di grande interesse nazionale, la Corte di Cassazione ha voluto diramare un comunicato stampa per chiarire sinteticamente il motivo delle posizioni assunte in sentenze. Si riporta di seguito, integralmente, il contenuto del comunicato.

COMUNICATO STAMPA

Motivazioni sentenza “mafia capitale”

“In data odierna è stata depositata la motivazione della sentenza della Sesta Sezione penale di questa Corte nel procedimento n. 9604/2019 nei confronti di Buzzi + 31, noto come processo “mafia capitale”. La complessa sentenza ha ripercorso le fasi del processo ed esaminato i numerosi motivi di ricorso, fissando alcuni principi di diritto sia in tema di associazione mafiosa, sia nella materia dei reati contro la pubblica amministrazione. La Corte ha escluso il carattere mafioso dell’associazione contestata agli imputati e ha riaffermato l’esistenza, già ritenuta nel processo di primo grado, di due distinte associazioni per delinquere semplici: l’una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l’altra facente capo a Buzzi e Carminati, impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell’amministrazione comunale romana ovvero in enti a questa collegati. La Corte, senza affatto negare che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, come questa Corte ha avuto modo di affermare, ha spiegato che i risultati probatori hanno portato a negare l’esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l’utilizzo del metodo mafioso, né l’esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l’associazione possedesse una propria e autonoma “fama” criminale mafiosa. Quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui fulcro era costituito dall’associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti del Comune di Roma e degli enti che a questo facevano capo. Ciò ha portato alla svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio di privati. Il quadro complessivo riporta un “sistema” gravemente inquinato, non dalla paura , ma dal mercimonio della pubblica funzione . Una parte dell’amministrazione comunale si è di fatto “consegnata” agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare. I fatti “raccontano” anche di imprenditori che hanno accettato una logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici. In questo modo si è limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso. Alla fine è stata confermata la responsabilità penale di quasi tutti gli imputati per una serie di gravi reati contro la pubblica amministrazione, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali, ribadendo sotto questi profili le precedenti decisioni di merito. L’annullamento con rinvio alla Corte di appello di Roma per qualche imputato è stato determinato dalla necessità di un nuovo giudizio sulla responsabilità per reati contro la pubblica amministrazione, nella maggioranza dei casi, invece, dalla necessità di operare una rideterminazione della pena a seguito dell’esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose.”

4. Massima

Per il tramite di questa sentenza sono state chiarite, in realtà, una moltitudine di massime ufficiali. Si riportano di seguito quelle ritenute più significative.

“In tema di criminalità di tipo mafioso, le “nuove” associazioni possono rientrare nella previsione dell’art.416-bis cod. pen. qualora presentino le caratteristiche tipiche delle “mafie storiche”, sia pur dando luogo ad una riproduzione del fenomeno associativo in termini di minore intensità ed estensione, con riguardo alla complessità della organizzazione, all’ambito territoriale ed alle attività interessate, salva restando la necessaria dimostrazione che la “nuova associazione” abbia manifestato in concreto la propria capacità di intimidazione, determinando un assoggettamento omertoso.”

“L’associazione di tipo mafioso ha natura di reato di pericolo in quanto già la mera esistenza del sodalizio pone di per sé a rischio i beni giuridici protetti dalla norma incriminatrice, con particolare riguardo all’ordine pubblico, all’ordine economico ed alla libera partecipazione dei cittadini alla vita politica, ma ciò non consente di ritenere sufficiente ad integrare il reato la mera capacità potenziale del gruppo criminale di esercitare la forza intimidatoria, occorrendo invece che il sodalizio faccia effettivo, concreto, attuale e percepibile uso – ancorché non necessariamente con metodi violenti o minacciosi – della suddetta forza. (In motivazione, la Corte ha precisato che la capacità intimidatoria deve appartenere all’associazione in quanto tale, non potendosi desumere la stessa dalla sola fama criminale del singolo associato).”

“La condotta di sollecitazione di cui al reato di istigazione alla corruzione, si distingue sia da quella di costrizione, cui fa riferimento il novellato l’art. 317 cod. pen., che da quella di induzione, caratterizzante la nuova ipotesi delittuosa di cui all’art. 319-quater cod. pen., in quanto si qualifica come una richiesta formulata dal pubblico agente al privato senza esercitare pressioni, risolvendosi nella prospettazione di un mero scambio di “favori”, connotato dall’assenza di ogni tipo di minaccia diretta o indiretta.”

5. La sentenza integrale

La sentenza integrale è composta da 378 pagine. Se si vuole leggere l’intera pronuncia è possibile scaricare il pdf.
Clicca qui per scaricare la sentenza integrale

buzzi carminati

Indice

1. I fatti di causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La sentenza integrale

1. I fatti di causa

Con due distinti decreti di giudizio immediato sono stati contestati ai 46 imputati, il reato di associazione mafiosa, nonché una serie reati di estorsione e una moltitudine di delitti contro la pubblica amministrazione.
Il giudice di primo grado non ha riconosciuto l’unicità dell’associazione ipotizzata dall’accusa, ma ha affermato l’esistenza di due associazioni: una dedita ai reati di usura ed estorsione, l’altra ai reati contro la pubblica amministrazione, tra cui corruzioni e turbative d’asta. Pertanto, quasi tutti gli imputati sono stati condannati per tutte le ipotesi di reato proposte dalla Procura, tranne che per il reato di associazione mafiosa.
Soltanto cinque di loro sono stati assolti.
Come prevedibile, la sentenza è stata appellata da tutte le parti coinvolte nel processo e, all’esito del giudizio di appello, in riforma della sentenza del giudice di prime cure, è stato riconosciuto l’utilizzo del metodo mafioso e quindi ripristinato quanto previsto dall’art. 416 bis del codice penale.
In secondo grado gli imputati condannati risultano essere 32 oltre ad altri due di loro che hanno chiesto ed ottenuto il patteggiamento della pena.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma è stato proposto ricorso dalle parti coinvolte nel processo, fatta eccezione degli imputati che hanno optato per il patteggiamento e degli assolti.
I motivi di impugnazione sono stati molteplici, tra i più importanti, ovviamente, quello della procura che essenzialmente insisteva per la conferma del metodo mafioso, e condanne più severe, mentre gli imputati chiedevano tra le altre cose di accertare la non esistenza del metodo mafioso.

3. La decisione della Suprema Corte

Come accennato nella parte introduttiva, la Corte di Cassazione, avvicinandosi alla visione del Tribunale di Roma, non riconosce l’esistenza di una unica associazione di carattere mafioso ma, bensì, l’esistenza di due associazioni a delinquere definite “semplici”. Il compito della ridefinizione delle pene è stato rimandato alla Corte di Appello, anche se per 8 di loro sono maturate sentenze di condanna definitive.
Essendo la questione “mafia capitale” divenuta argomento di grande interesse nazionale, la Corte di Cassazione ha voluto diramare un comunicato stampa per chiarire sinteticamente il motivo delle posizioni assunte in sentenze. Si riporta di seguito, integralmente, il contenuto del comunicato.

COMUNICATO STAMPA

Motivazioni sentenza “mafia capitale”

“In data odierna è stata depositata la motivazione della sentenza della Sesta Sezione penale di questa Corte nel procedimento n. 9604/2019 nei confronti di Buzzi + 31, noto come processo “mafia capitale”. La complessa sentenza ha ripercorso le fasi del processo ed esaminato i numerosi motivi di ricorso, fissando alcuni principi di diritto sia in tema di associazione mafiosa, sia nella materia dei reati contro la pubblica amministrazione. La Corte ha escluso il carattere mafioso dell’associazione contestata agli imputati e ha riaffermato l’esistenza, già ritenuta nel processo di primo grado, di due distinte associazioni per delinquere semplici: l’una dedita prevalentemente a reati di estorsione, l’altra facente capo a Buzzi e Carminati, impegnata in una continua attività di corruzione nei confronti di funzionari e politici gravitanti nell’amministrazione comunale romana ovvero in enti a questa collegati. La Corte, senza affatto negare che sul territorio del comune di Roma possano esistere fenomeni criminali mafiosi, come questa Corte ha avuto modo di affermare, ha spiegato che i risultati probatori hanno portato a negare l’esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l’utilizzo del metodo mafioso, né l’esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l’associazione possedesse una propria e autonoma “fama” criminale mafiosa. Quello che è stato accertato è un fenomeno di collusione generalizzata, diffusa e sistemica, il cui fulcro era costituito dall’associazione criminosa che gestiva gli interessi delle cooperative di Buzzi attraverso meccanismi di spartizione nella gestione degli appalti del Comune di Roma e degli enti che a questo facevano capo. Ciò ha portato alla svalutazione del pubblico interesse, sacrificato a logiche di accaparramento a vantaggio di privati. Il quadro complessivo riporta un “sistema” gravemente inquinato, non dalla paura , ma dal mercimonio della pubblica funzione . Una parte dell’amministrazione comunale si è di fatto “consegnata” agli interessi del gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare. I fatti “raccontano” anche di imprenditori che hanno accettato una logica professata da Buzzi e dai suoi sodali, basata sugli accordi corruttivi, intercorsi tra funzionari pubblici e imprenditori, convergenti verso reciproci vantaggi economici. In questo modo si è limitata la libera concorrenza e ciò è avvenuto attraverso forme di corruzione sistematica, non precedute da alcun metodo intimidativo mafioso. Alla fine è stata confermata la responsabilità penale di quasi tutti gli imputati per una serie di gravi reati contro la pubblica amministrazione, oltre che per la partecipazione alle associazioni criminali, ribadendo sotto questi profili le precedenti decisioni di merito. L’annullamento con rinvio alla Corte di appello di Roma per qualche imputato è stato determinato dalla necessità di un nuovo giudizio sulla responsabilità per reati contro la pubblica amministrazione, nella maggioranza dei casi, invece, dalla necessità di operare una rideterminazione della pena a seguito dell’esclusione del carattere mafioso delle due associazioni criminose.”

4. Massima

Per il tramite di questa sentenza sono state chiarite, in realtà, una moltitudine di massime ufficiali. Si riportano di seguito quelle ritenute più significative.

“In tema di criminalità di tipo mafioso, le “nuove” associazioni possono rientrare nella previsione dell’art.416-bis cod. pen. qualora presentino le caratteristiche tipiche delle “mafie storiche”, sia pur dando luogo ad una riproduzione del fenomeno associativo in termini di minore intensità ed estensione, con riguardo alla complessità della organizzazione, all’ambito territoriale ed alle attività interessate, salva restando la necessaria dimostrazione che la “nuova associazione” abbia manifestato in concreto la propria capacità di intimidazione, determinando un assoggettamento omertoso.”

“L’associazione di tipo mafioso ha natura di reato di pericolo in quanto già la mera esistenza del sodalizio pone di per sé a rischio i beni giuridici protetti dalla norma incriminatrice, con particolare riguardo all’ordine pubblico, all’ordine economico ed alla libera partecipazione dei cittadini alla vita politica, ma ciò non consente di ritenere sufficiente ad integrare il reato la mera capacità potenziale del gruppo criminale di esercitare la forza intimidatoria, occorrendo invece che il sodalizio faccia effettivo, concreto, attuale e percepibile uso – ancorché non necessariamente con metodi violenti o minacciosi – della suddetta forza. (In motivazione, la Corte ha precisato che la capacità intimidatoria deve appartenere all’associazione in quanto tale, non potendosi desumere la stessa dalla sola fama criminale del singolo associato).”

“La condotta di sollecitazione di cui al reato di istigazione alla corruzione, si distingue sia da quella di costrizione, cui fa riferimento il novellato l’art. 317 cod. pen., che da quella di induzione, caratterizzante la nuova ipotesi delittuosa di cui all’art. 319-quater cod. pen., in quanto si qualifica come una richiesta formulata dal pubblico agente al privato senza esercitare pressioni, risolvendosi nella prospettazione di un mero scambio di “favori”, connotato dall’assenza di ogni tipo di minaccia diretta o indiretta.”

5. La sentenza integrale

La sentenza integrale è composta da 378 pagine. Se si vuole leggere l’intera pronuncia è possibile scaricare il pdf.
Clicca qui per scaricare la sentenza integrale

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