Il delitto di riciclaggio è integrato anche da condotte che rendono difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità (Cass. pen. sez. II, 9/12/2020 n. 1750)

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La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1750/2021, è tornata a pronunciarsi in ordine alla configurabilità del delitto di “Riciclaggio” di cui all’art. 648 bis del codice penale soffermandosi in particolar modo sugli aspetti legati alla struttura oggettiva della fattispecie.

riciclaggio

La suddetta disposizione codicistica punisce chi, “fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”; la norma prevede, inoltre, un incremento di pena fino ad un terzo, rispetto alla fattispecie-base, per chi abbia commesso il fatto nell’esercizio di un’attività professionale (aggravante speciale di natura soggettiva) e una circostanza attenuante qualora il denaro, i beni o le altre utilità provengano da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.
Secondo una datata prospettiva giurisprudenziale, con l’articolo 648 bis c.p. – introdotto dal D.L. 21 marzo 1978 n. 59, convertito in legge 18 maggio 1978, n.191 –  il legislatore ha inteso creare, per la repressione del fenomeno del “riciclaggio”, una ipotesi criminosa autonoma “a consumazione anticipata” per la cui realizzazione è richiesto un plus rispetto alla ricettazione, il compimento cioè di atti o fatti diretti alla sostituzione del denaro; prima del compimento di tali atti o fatti, il soggetto può essere chiamato a rispondere del solo reato di ricettazione o di favoreggiamento reale, mentre una volta compiuti quegli atti risponderà del reato più grave ex art. 648 bis, in questo assorbite le ipotesi criminose, eventualmente realizzate, previste dagli artt. 379 e 648 c.p.
Al pari della ricettazione, presupposto necessario del reato di riciclaggio è la precedente commissione di un altro delitto (cd. reato presupposto).
Di particolare interesse la formulazione originaria della norma che prevedeva una limitata selezione dei reati presupposto, identificati nel reato di rapina aggravata, estorsione aggravata, sequestro di persona a scopo di estorsione e nei delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Ad oggi invece, in seguito a due interventi legislativi (L.55/1990 e L. 328/1993) la norma prevede che “il denaro, i beni o le altre utilità” (oggetto materiale del reato) debbano provenire da un qualsiasi delitto non colposo.

Indice

1. I fatti di Causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La Sentenza integrale

1. I fatti di Causa

Con sentenza emessa in data 24/01/2019, la Corte d’Appello di Catania confermava la pronuncia di primo grado resa dal Tribunale di Siracusa in data 13/06/2013 che aveva condannato G.A. alla pena di anni due, mesi otto di reclusione ed euro 1.000 di multa per il reato di riciclaggio del ciclomotore Honda Chiocciola 125, provento di furto in danno di A.S., realizzato mediante l’alterazione dell’originaria sequenza alfanumerica del telaio con apposizione di altra appartenente al ciclomotore di sua proprietà.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la suindicata sentenza, nell’interesse di G.A., viene proposto ricorso per cassazione.
Il ricorrente, con i primi due motivi di ricorso, deduce la violazione dell’art. 648 bis c.p.
La Corte territoriale avrebbe travisato le risultanze processuali che, in realtà, avrebbero documentato il diverso modello del ciclomotore in possesso dell’imputato rispetto a quello di provenienza furtiva e l’assenza di qualsiasi manipolazione poiché il blocco motore del mezzo sequestrato corrispondeva a quello originariamente abbinato al telaio del mezzo di proprietà dell’imputato, sì da escludere il reato contestato.
Con il terzo motivo, il ricorrente deduce la violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al profilo soggettivo del reato di riciclaggio.

3. La decisione della Suprema Corte

La seconda sezione della Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore della Cassa delle ammende.
Insindacabili, secondo la Corte, le risultanze probatorie poste dai giudici di merito a fondamento delle rispettive pronunce dalle quali sarebbe emersa la palese contraffazione del numero di telaio ed ulteriori modifiche rilevanti apportate al ciclomotore incriminato, oggetto del furto denunciato (quali, ad esempio, l’apposizione di una targa differente rispetto a quella originaria).
Dette condotte, asseritamente poste in essere dall’imputato al fine di alterare la struttura originaria del ciclomotore, sono state ritenute idonee ad integrare il reato di riciclaggio ex art. 648 bis c.p., poiché considerate tali “da rendere più difficoltosa la verifica della sua provenienza illecita […] dovendo ritenersi che egli fosse l’unico soggetto interessato ad occultare il bene di provenienza furtiva per farne uso”.
La decisione della Corte prende spunto da un noto orientamento giurisprudenziale secondo il quale il delitto de quo, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di operazioni volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, attraverso un qualsiasi espediente che consista nell’aggirare la libera e normale esecuzione dell’attività posta in essere (Cass., sez II,12 gennaio 2006 – 24 gennaio 2006, n. 2818, CED 232869 – in senso conforme: Cass., sez VI, 18 dicembre 2007 -24 aprile 2008, n. 16980, CED 239844; SEZ v, n. 21925 del 17/04/2018, Ratto e altri, Rv. 273183).
Sul piano oggettivo, infatti, la condotta tipica del reato in relazione all’oggetto materiale è integrata non solo dalla “sostituzione” (attività dirette alla “ripulitura” del danaro o altri valori di provenienza illecita al fine di recidere ogni possibile collegamento con il reato presupposto) e  dal “trasferimento” (condotte che implicano il passaggio da un soggetto all’altro dei valori di provenienza delittuosa) ma anche da “altre operazioni” che possano ritenersi idonee ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni.
Pertanto, alla luce del suddetto, consolidato, orientamento giurisprudenziale, la locuzione «in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza» non dovrà essere interpretata in senso restrittivo, contemplando solo quelle condotte che abbiano impedito in modo definitivo la ricostruzione del cd. paper trail (“della pista di carta che conduce dal bene o utilità apparentemente legittimo, attraverso tutti i passaggi e le operazioni di lavaggio, sino alla originaria provenienza criminosa” – Zanchetti, Riciclaggio, cit., 205) bensì dovranno essere prese in considerazione anche quelle condotte che abbiano semplicemente reso più complicate le indagini circa la provenienza dei beni.
Di particolare interesse, nella pronuncia in commento, l’ulteriore richiamo da parte della Corte di un principio espresso in tema di ricettazione ma ritenuto estensibile, nel caso in esame, a quello di riciclaggio in relazione all’elemento soggettivo del reato, oggetto del terzo motivo di ricorso, anch’esso ritenuto manifestamente infondato.
“Ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; in tal modo, non si richiede all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire un’attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad un onore probatorio, bensì ad un onere di allegazione di elemento, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento” (in tal senso, Sez. U, n. 35535 del 12/7/2007, Ruggiero, Rv. 236914).

4. Massima

Il delitto di riciclaggio, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di condotte volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, e ciò anche attraverso operazioni che risultino tracciabili, in quanto l’accertamento o l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del bene non costituiscono l’evento del reato.

5. La Sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Presidente

Dott. MANTOVANO Alfredo – Consigliere

Dott. PELLEGRINO Andrea – rel. Consigliere

Dott. COSCIONI Giuseppe – Consigliere

Dott. DI PISA Fabio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di:

(OMISSIS), n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. (OMISSIS), di fiducia;

avverso la sentenza della Corte di appello di Catania, seconda sezione penale, n. 842/2015, in data 24/01/2019;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

sentita la relazione della causa fatta dal consigliere Andrea Pellegrino;

letta la requisitoria scritta Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23 con la quale il Sostituto procuratore generale Delia Cardia ha chiesto di dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;

preso atto che la difesa non ha chiesto tempestiva e rituale discussione orale ne’ ha presentato repliche alla requisitoria del Procuratore generale.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 24/01/2019, la Corte d’appello di Catania confermava la pronuncia di primo grado resa dal Tribunale di Siracusa in data 13/06/2013 che aveva condannato (OMISSIS) alla pena di anni due, mesi otto di reclusione ed Euro 1.000 di multa per il reato di riciclaggio del ciclomotore Honda Chiocciola 125, provento di furto in danno di (OMISSIS), realizzato mediante l’alterazione dell’originaria sequenza alfanumerica del telaio con apposizione di altra appartenente al ciclomotore di sua proprieta’ e di aveva la relativa carta di circolazione.

2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di (OMISSIS), viene proposto ricorso per cassazione.

Il ricorrente, con i primi due motivi di ricorso, deduce violazione dell’articolo 648 bis c.p.

La Corte territoriale avrebbe travisato le risultanze processuali che, in realta’, avrebbero documentato il diverso modello del ciclomotore in possesso dell’imputato rispetto a quello di provenienza furtiva e l’assenza di qualsiasi manipolazione poiche’ il blocco motore del mezzo sequestrato corrispondeva a quello originariamente’ abbinato al telaio del mezzo di proprieta’ dell’imputato, si’ da escludere il reato contestato.

Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale in ordine al profilo soggettivo del reato di riciclaggio.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ inammissibile per aspecificita’ e manifesta infondatezza.

2. Con riferimento ai primi due motivi di ricorso, trattabili congiuntamente per la reciprocita’ delle questioni trattate, evidenzia il Collegio come, al di la’ della sostanziale deduzione di un vizio di motivazione pur essendosi evocata la violazione di legge, dal conforme apparato argomentativo dei giudici di merito e’ rimasto incontestato “… che il ciclomotore Honda sequestrato al (OMISSIS) in data 25/09/2006, recante la targa (OMISSIS), si presentava con il numero di telaio (OMISSIS) palesemente contraffatto ed abbinato ad un blocco motore il cui numero identificativo (JF07E0056684) per quanto genuino avrebbe dovuto essere abbinato al diverso numero di telaio (OMISSIS), appartenente al ciclomotore Honda tg. (OMISSIS) oggetto del furto denunciato da (OMISSIS) in data 08/06/2006… E, inoltre, emerso che il numero di telaio (OMISSIS) era stato originariamente abbinato dalla casa costruttrice al blocco motore recante il numero identificativo (OMISSIS), e che tali dati identificativi corrispondevano al ciclomotore tg. (OMISSIS) che il (OMISSIS) aveva acquistato da (OMISSIS) in data 14/02/2006. Infine, dalla disamina del verbale di sequestro del 25/09/2006 si ha contezza che il ciclomotore trovato nel possesso dell’imputato era “mancante del cilindretto d’avviamento e cilindretto bauletto sella danneggiata”…”.

Poco rileva, pertanto, la diversita’ formale dei due modelli sottolineata dalla difesa ma, in verita’, come assume la Corte territoriale, smentita dalla comparazione degli stessi documenti.

Nella sentenza impugnata, inoltre, si valorizza anche il riconoscimento da parte della persona offesa e le condizioni del ciclomotore all’atto del sequestro, privo del relativo blocco di accensione. Nessuno stravolgimento del dato probatorio puo’, dunque, addebitarsi ai giudici di merito che hanno inequivocamente concluso che “il ciclomotore nella disponibilita’ dell’imputato era quello sottratto all’ (OMISSIS) nel giugno 2006 e che su di esso erano state apportate modifiche (apposizione di altra targa e altro numero di telaio) tali da rendere difficoltosa la verifica della sua illecita provenienza con conseguente sussistenza del reato di riciclaggio e dell’attribuibilita’ all’imputato del contestato reato, dovendo ritenersi che fosse l’unico soggetto interessato ad occultare il bene di provenienza furtiva per farne uso”.

A tal fine va ricordato come il delitto di riciclaggio, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di condotte volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilita’, e cio’ anche attraverso operazioni che risultino tracciabili, in quanto l’accertamento o l’astratta individuabilita’ dell’origine delittuosa del bene non costituiscono l’evento del reato (cfr., Sez. 5, n. 21925 del 17/04/2018, Ratto e altri, Rv. 273183).

3. Aspecifico e manifestamente infondato e’ anche il terzo motivo.

I giudici di merito hanno infatti evidenziato l’epoca del furto, successiva rispetto al momento di acquisto del ciclomotore da parte dell’imputato, le condizioni dello stesso e la circostanza che solo l’imputato avesse interesse a contraffare il telaio apponendovi proprio quello del mezzo originariamente acquistato in modo lecito.

La giurisprudenza di legittimita’, con un principio gia’ dettato in materia di ricettazione ma perfettamente estensibile nel caso in esame a quello di riciclaggio, questa Corte di legittimita’ (per tutte, Sez. 2 n. 29198 del 25/5/2010, Fontanella, Rv. 248265; piu’ recentemente, Sez. 2, n. 27867 del 17/06/2019, Poliziani, Rv. 276666, in fattispecie in tema di riciclaggio di un trattore con semirimorchio di provenienza furtiva attuato mediante sostituzione delle targhe), ha gia’ avuto modo di chiarire che ai fini della configurabilita’ del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo puo’ essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale e’ sicuramente rivelatrice della volonta’ di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; in tal modo, non si richiede all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensi’ ad un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento (in tal senso, Sez. U, n. 35535 del 12/7/2007, Ruggiero, Rv. 236914).

Con la suindicata motivazione – del tutto congrua e priva di vizi logico-giuridici – il ricorrente omette di confrontarsi preferendo la “strada” conducente all’inammissibilita’ della sostanziale reiterazione del motivo di gravame.

4. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonche’ al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

riciclaggio

La suddetta disposizione codicistica punisce chi, “fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”; la norma prevede, inoltre, un incremento di pena fino ad un terzo, rispetto alla fattispecie-base, per chi abbia commesso il fatto nell’esercizio di un’attività professionale (aggravante speciale di natura soggettiva) e una circostanza attenuante qualora il denaro, i beni o le altre utilità provengano da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.
Secondo una datata prospettiva giurisprudenziale, con l’articolo 648 bis c.p. – introdotto dal D.L. 21 marzo 1978 n. 59, convertito in legge 18 maggio 1978, n.191 –  il legislatore ha inteso creare, per la repressione del fenomeno del “riciclaggio”, una ipotesi criminosa autonoma “a consumazione anticipata” per la cui realizzazione è richiesto un plus rispetto alla ricettazione, il compimento cioè di atti o fatti diretti alla sostituzione del denaro; prima del compimento di tali atti o fatti, il soggetto può essere chiamato a rispondere del solo reato di ricettazione o di favoreggiamento reale, mentre una volta compiuti quegli atti risponderà del reato più grave ex art. 648 bis, in questo assorbite le ipotesi criminose, eventualmente realizzate, previste dagli artt. 379 e 648 c.p.
Al pari della ricettazione, presupposto necessario del reato di riciclaggio è la precedente commissione di un altro delitto (cd. reato presupposto).
Di particolare interesse la formulazione originaria della norma che prevedeva una limitata selezione dei reati presupposto, identificati nel reato di rapina aggravata, estorsione aggravata, sequestro di persona a scopo di estorsione e nei delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Ad oggi invece, in seguito a due interventi legislativi (L.55/1990 e L. 328/1993) la norma prevede che “il denaro, i beni o le altre utilità” (oggetto materiale del reato) debbano provenire da un qualsiasi delitto non colposo.

Indice

1. I fatti di Causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La Sentenza integrale

1. I fatti di Causa

Con sentenza emessa in data 24/01/2019, la Corte d’Appello di Catania confermava la pronuncia di primo grado resa dal Tribunale di Siracusa in data 13/06/2013 che aveva condannato G.A. alla pena di anni due, mesi otto di reclusione ed euro 1.000 di multa per il reato di riciclaggio del ciclomotore Honda Chiocciola 125, provento di furto in danno di A.S., realizzato mediante l’alterazione dell’originaria sequenza alfanumerica del telaio con apposizione di altra appartenente al ciclomotore di sua proprietà.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la suindicata sentenza, nell’interesse di G.A., viene proposto ricorso per cassazione.
Il ricorrente, con i primi due motivi di ricorso, deduce la violazione dell’art. 648 bis c.p.
La Corte territoriale avrebbe travisato le risultanze processuali che, in realtà, avrebbero documentato il diverso modello del ciclomotore in possesso dell’imputato rispetto a quello di provenienza furtiva e l’assenza di qualsiasi manipolazione poiché il blocco motore del mezzo sequestrato corrispondeva a quello originariamente abbinato al telaio del mezzo di proprietà dell’imputato, sì da escludere il reato contestato.
Con il terzo motivo, il ricorrente deduce la violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al profilo soggettivo del reato di riciclaggio.

3. La decisione della Suprema Corte

La seconda sezione della Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore della Cassa delle ammende.
Insindacabili, secondo la Corte, le risultanze probatorie poste dai giudici di merito a fondamento delle rispettive pronunce dalle quali sarebbe emersa la palese contraffazione del numero di telaio ed ulteriori modifiche rilevanti apportate al ciclomotore incriminato, oggetto del furto denunciato (quali, ad esempio, l’apposizione di una targa differente rispetto a quella originaria).
Dette condotte, asseritamente poste in essere dall’imputato al fine di alterare la struttura originaria del ciclomotore, sono state ritenute idonee ad integrare il reato di riciclaggio ex art. 648 bis c.p., poiché considerate tali “da rendere più difficoltosa la verifica della sua provenienza illecita […] dovendo ritenersi che egli fosse l’unico soggetto interessato ad occultare il bene di provenienza furtiva per farne uso”.
La decisione della Corte prende spunto da un noto orientamento giurisprudenziale secondo il quale il delitto de quo, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di operazioni volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, attraverso un qualsiasi espediente che consista nell’aggirare la libera e normale esecuzione dell’attività posta in essere (Cass., sez II,12 gennaio 2006 – 24 gennaio 2006, n. 2818, CED 232869 – in senso conforme: Cass., sez VI, 18 dicembre 2007 -24 aprile 2008, n. 16980, CED 239844; SEZ v, n. 21925 del 17/04/2018, Ratto e altri, Rv. 273183).
Sul piano oggettivo, infatti, la condotta tipica del reato in relazione all’oggetto materiale è integrata non solo dalla “sostituzione” (attività dirette alla “ripulitura” del danaro o altri valori di provenienza illecita al fine di recidere ogni possibile collegamento con il reato presupposto) e  dal “trasferimento” (condotte che implicano il passaggio da un soggetto all’altro dei valori di provenienza delittuosa) ma anche da “altre operazioni” che possano ritenersi idonee ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni.
Pertanto, alla luce del suddetto, consolidato, orientamento giurisprudenziale, la locuzione «in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza» non dovrà essere interpretata in senso restrittivo, contemplando solo quelle condotte che abbiano impedito in modo definitivo la ricostruzione del cd. paper trail (“della pista di carta che conduce dal bene o utilità apparentemente legittimo, attraverso tutti i passaggi e le operazioni di lavaggio, sino alla originaria provenienza criminosa” – Zanchetti, Riciclaggio, cit., 205) bensì dovranno essere prese in considerazione anche quelle condotte che abbiano semplicemente reso più complicate le indagini circa la provenienza dei beni.
Di particolare interesse, nella pronuncia in commento, l’ulteriore richiamo da parte della Corte di un principio espresso in tema di ricettazione ma ritenuto estensibile, nel caso in esame, a quello di riciclaggio in relazione all’elemento soggettivo del reato, oggetto del terzo motivo di ricorso, anch’esso ritenuto manifestamente infondato.
“Ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; in tal modo, non si richiede all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire un’attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad un onore probatorio, bensì ad un onere di allegazione di elemento, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento” (in tal senso, Sez. U, n. 35535 del 12/7/2007, Ruggiero, Rv. 236914).

4. Massima

Il delitto di riciclaggio, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di condotte volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, e ciò anche attraverso operazioni che risultino tracciabili, in quanto l’accertamento o l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del bene non costituiscono l’evento del reato.

5. La Sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Presidente

Dott. MANTOVANO Alfredo – Consigliere

Dott. PELLEGRINO Andrea – rel. Consigliere

Dott. COSCIONI Giuseppe – Consigliere

Dott. DI PISA Fabio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di:

(OMISSIS), n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. (OMISSIS), di fiducia;

avverso la sentenza della Corte di appello di Catania, seconda sezione penale, n. 842/2015, in data 24/01/2019;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

sentita la relazione della causa fatta dal consigliere Andrea Pellegrino;

letta la requisitoria scritta Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23 con la quale il Sostituto procuratore generale Delia Cardia ha chiesto di dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;

preso atto che la difesa non ha chiesto tempestiva e rituale discussione orale ne’ ha presentato repliche alla requisitoria del Procuratore generale.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 24/01/2019, la Corte d’appello di Catania confermava la pronuncia di primo grado resa dal Tribunale di Siracusa in data 13/06/2013 che aveva condannato (OMISSIS) alla pena di anni due, mesi otto di reclusione ed Euro 1.000 di multa per il reato di riciclaggio del ciclomotore Honda Chiocciola 125, provento di furto in danno di (OMISSIS), realizzato mediante l’alterazione dell’originaria sequenza alfanumerica del telaio con apposizione di altra appartenente al ciclomotore di sua proprieta’ e di aveva la relativa carta di circolazione.

2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di (OMISSIS), viene proposto ricorso per cassazione.

Il ricorrente, con i primi due motivi di ricorso, deduce violazione dell’articolo 648 bis c.p.

La Corte territoriale avrebbe travisato le risultanze processuali che, in realta’, avrebbero documentato il diverso modello del ciclomotore in possesso dell’imputato rispetto a quello di provenienza furtiva e l’assenza di qualsiasi manipolazione poiche’ il blocco motore del mezzo sequestrato corrispondeva a quello originariamente’ abbinato al telaio del mezzo di proprieta’ dell’imputato, si’ da escludere il reato contestato.

Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale in ordine al profilo soggettivo del reato di riciclaggio.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ inammissibile per aspecificita’ e manifesta infondatezza.

2. Con riferimento ai primi due motivi di ricorso, trattabili congiuntamente per la reciprocita’ delle questioni trattate, evidenzia il Collegio come, al di la’ della sostanziale deduzione di un vizio di motivazione pur essendosi evocata la violazione di legge, dal conforme apparato argomentativo dei giudici di merito e’ rimasto incontestato “… che il ciclomotore Honda sequestrato al (OMISSIS) in data 25/09/2006, recante la targa (OMISSIS), si presentava con il numero di telaio (OMISSIS) palesemente contraffatto ed abbinato ad un blocco motore il cui numero identificativo (JF07E0056684) per quanto genuino avrebbe dovuto essere abbinato al diverso numero di telaio (OMISSIS), appartenente al ciclomotore Honda tg. (OMISSIS) oggetto del furto denunciato da (OMISSIS) in data 08/06/2006… E, inoltre, emerso che il numero di telaio (OMISSIS) era stato originariamente abbinato dalla casa costruttrice al blocco motore recante il numero identificativo (OMISSIS), e che tali dati identificativi corrispondevano al ciclomotore tg. (OMISSIS) che il (OMISSIS) aveva acquistato da (OMISSIS) in data 14/02/2006. Infine, dalla disamina del verbale di sequestro del 25/09/2006 si ha contezza che il ciclomotore trovato nel possesso dell’imputato era “mancante del cilindretto d’avviamento e cilindretto bauletto sella danneggiata”…”.

Poco rileva, pertanto, la diversita’ formale dei due modelli sottolineata dalla difesa ma, in verita’, come assume la Corte territoriale, smentita dalla comparazione degli stessi documenti.

Nella sentenza impugnata, inoltre, si valorizza anche il riconoscimento da parte della persona offesa e le condizioni del ciclomotore all’atto del sequestro, privo del relativo blocco di accensione. Nessuno stravolgimento del dato probatorio puo’, dunque, addebitarsi ai giudici di merito che hanno inequivocamente concluso che “il ciclomotore nella disponibilita’ dell’imputato era quello sottratto all’ (OMISSIS) nel giugno 2006 e che su di esso erano state apportate modifiche (apposizione di altra targa e altro numero di telaio) tali da rendere difficoltosa la verifica della sua illecita provenienza con conseguente sussistenza del reato di riciclaggio e dell’attribuibilita’ all’imputato del contestato reato, dovendo ritenersi che fosse l’unico soggetto interessato ad occultare il bene di provenienza furtiva per farne uso”.

A tal fine va ricordato come il delitto di riciclaggio, sotto il profilo materiale, risulta integrato dal compimento di condotte volte non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilita’, e cio’ anche attraverso operazioni che risultino tracciabili, in quanto l’accertamento o l’astratta individuabilita’ dell’origine delittuosa del bene non costituiscono l’evento del reato (cfr., Sez. 5, n. 21925 del 17/04/2018, Ratto e altri, Rv. 273183).

3. Aspecifico e manifestamente infondato e’ anche il terzo motivo.

I giudici di merito hanno infatti evidenziato l’epoca del furto, successiva rispetto al momento di acquisto del ciclomotore da parte dell’imputato, le condizioni dello stesso e la circostanza che solo l’imputato avesse interesse a contraffare il telaio apponendovi proprio quello del mezzo originariamente acquistato in modo lecito.

La giurisprudenza di legittimita’, con un principio gia’ dettato in materia di ricettazione ma perfettamente estensibile nel caso in esame a quello di riciclaggio, questa Corte di legittimita’ (per tutte, Sez. 2 n. 29198 del 25/5/2010, Fontanella, Rv. 248265; piu’ recentemente, Sez. 2, n. 27867 del 17/06/2019, Poliziani, Rv. 276666, in fattispecie in tema di riciclaggio di un trattore con semirimorchio di provenienza furtiva attuato mediante sostituzione delle targhe), ha gia’ avuto modo di chiarire che ai fini della configurabilita’ del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo puo’ essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale e’ sicuramente rivelatrice della volonta’ di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede; in tal modo, non si richiede all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensi’ ad un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento (in tal senso, Sez. U, n. 35535 del 12/7/2007, Ruggiero, Rv. 236914).

Con la suindicata motivazione – del tutto congrua e priva di vizi logico-giuridici – il ricorrente omette di confrontarsi preferendo la “strada” conducente all’inammissibilita’ della sostanziale reiterazione del motivo di gravame.

4. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonche’ al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

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