Figlia picchiata con cucchiaio di legno: madre condannata per maltrattamenti

La Corte di Cassazione ha deciso di confermare la condanna per maltrattamenti nei confronti di una madre che utilizzava un cucchiaio di legno per picchiare la figlia.

Cucchiaio di legno

Usare un cucchiaio di legno per colpire il proprio figlio costituisce fattispecie delittuosa. Questo è quanto afferma la sesta sezione penale della Suprema Corte Cassazione con la sentenza n. 45405 del 2021.
Gli ermellini hanno confermato, in realtà, la sentenza già emessa dalla Corte d’Appello di Genova che a sua volta aveva già confermato quella di primo grado, che aveva condannato una madre per il delitto di maltrattamenti (ex art. 572 codice penale) nei confronti della figlia minore degli anni quattordici, alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione, con le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva, oltre al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile, subordinando la sospensione condizionale della pena al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad Euro 8500,00 entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza.
La contestazione mossa dal pubblico ministero nei confronti della madre è stata quella di avere reiterato condotte violente, aggressive e ingiuriose nei confronti della figlia, percuotendola ripetutamente con un cucchiaio di legno, tirandole i capelli e costringendola, in diverse occasioni, a stare inginocchiata per ore con le braccia alzate.
La madre, dopo essersi vista condannata nei primi due gradi di giudizio, ha impugnato la sentenza della Corte di Appello dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, lamentando che il fatto fosse avvenuto molto tempo addietro; ha lamentato altresì l’inattendibilità delle dichiarazioni della persona offesa (poiché si trattava di una bambina di dieci anni e facilmente condizionabile) e, infine, ha lamentato il vizio di motivazione riguardo al trattamento sanzionatorio.
In particolare, si doleva il legale della madre che la Corte territoriale non avesse tenuto conto, omettendo al proposito qualsivoglia argomentazione, dei rilievi sviluppati nell’atto di appello ritualmente proposto nei quali si contestava la subordinazione della sospensione condizionale al pagamento di una provvisionale incompatibile – in riferimento alla somma di euro 8.500 – con le disagiate condizioni economiche dell’imputata.
La Suprema Corte ha rigetto il ricorso, fatta eccezione per l‘apparato sanzionatorio.
Infondate, innanzitutto, le censure con cui la difesa mette in dubbio l’attendibilità della minore, tentando di ottenere una rivisitazione e una diversa valutazione dei fatti. Il contributo narrativo offerto dalla persona offesa, infatti, per la Corte è stato attentamente e criticamente esaminato dai giudici di merito, confrontandosi con la portata delle dichiarazioni – rese con l’assistenza dell’esperta psicoterapeuta infantile – esplicative di condotte precise ed inequivoche, i quali hanno sottolineato “come non sia emerso alcun elemento tale da far ritenere la versione dei fatti frutto di fantasia infantile o di manipolazione” da parte del teste (la zia della minore).
Ha trovato quindi corretta applicazione, dal giudice di prime cure, l’art. 572 del codice penale e relativo al reato di maltrattamento in famiglia.

cucchiaio di legno

Usare un cucchiaio di legno per colpire il proprio figlio costituisce fattispecie delittuosa. Questo è quanto afferma la sesta sezione penale della Suprema Corte Cassazione con la sentenza n. 45405 del 2021.
Gli ermellini hanno confermato, in realtà, la sentenza già emessa dalla Corte d’Appello di Genova che a sua volta aveva già confermato quella di primo grado, che aveva condannato una madre per il delitto di maltrattamenti (ex art. 572 codice penale) nei confronti della figlia minore degli anni quattordici, alla pena di anni uno e mesi sei di reclusione, con le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva, oltre al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile, subordinando la sospensione condizionale della pena al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad Euro 8500,00 entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza.
La contestazione mossa dal pubblico ministero nei confronti della madre è stata quella di avere reiterato condotte violente, aggressive e ingiuriose nei confronti della figlia, percuotendola ripetutamente con un cucchiaio di legno, tirandole i capelli e costringendola, in diverse occasioni, a stare inginocchiata per ore con le braccia alzate.
La madre, dopo essersi vista condannata nei primi due gradi di giudizio, ha impugnato la sentenza della Corte di Appello dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, lamentando che il fatto fosse avvenuto molto tempo addietro; ha lamentato altresì l’inattendibilità delle dichiarazioni della persona offesa (poiché si trattava di una bambina di dieci anni e facilmente condizionabile) e, infine, ha lamentato il vizio di motivazione riguardo al trattamento sanzionatorio.
In particolare, si doleva il legale della madre che la Corte territoriale non avesse tenuto conto, omettendo al proposito qualsivoglia argomentazione, dei rilievi sviluppati nell’atto di appello ritualmente proposto nei quali si contestava la subordinazione della sospensione condizionale al pagamento di una provvisionale incompatibile – in riferimento alla somma di euro 8.500 – con le disagiate condizioni economiche dell’imputata.
La Suprema Corte ha rigetto il ricorso, fatta eccezione per l‘apparato sanzionatorio.
Infondate, innanzitutto, le censure con cui la difesa mette in dubbio l’attendibilità della minore, tentando di ottenere una rivisitazione e una diversa valutazione dei fatti. Il contributo narrativo offerto dalla persona offesa, infatti, per la Corte è stato attentamente e criticamente esaminato dai giudici di merito, confrontandosi con la portata delle dichiarazioni – rese con l’assistenza dell’esperta psicoterapeuta infantile – esplicative di condotte precise ed inequivoche, i quali hanno sottolineato “come non sia emerso alcun elemento tale da far ritenere la versione dei fatti frutto di fantasia infantile o di manipolazione” da parte del teste (la zia della minore).
Ha trovato quindi corretta applicazione, dal giudice di prime cure, l’art. 572 del codice penale e relativo al reato di maltrattamento in famiglia.