Coltivare cannabis sul balcone non è reato

Cass. pen., Sez. VI, Sent. (data ud. 03/12/2021) 20/01/2022, n. 2388

L’uso di sostanze stupefacenti è, da sempre, un tema molto acceso, discusso e dibattuto nell’ambito del diritto.
Con questa recente sentenza, la Corte di Cassazione ha preso posizione sulla coltivazione “casalinga” della nota cannabis, considerandola, in presenza di determinate condizioni, non rilevante dal punto di vista penale.

Cannabis balcone

1. Il fatto

I Carabinieri di Palermo rinvenivano, nel balcone di un’abitazione privata, due piante di canapa indiana (alte 170 e 130 cm, con un diametro, rispettivamente, di 85 e 66 cm), dalle quali era possibile ricavare un numero complessivo di circa duecentoventi dosi medie singole.
Il soggetto veniva deferito all’Autorità Giudiziaria per detenzione di sostanze stupefacenti.

2. Svolgimento del processo

Il GUP del Tribunale di Palermo, con sentenza del 20 aprile 2021, emessa all’esito di giudizio abbreviato, ha assolto l’imputato dal reato di spaccio di sostanza stupefacente del tipo marijuana, riqualificando il reato in quello di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e prosciogliendolo, però, perché il fatto non è punibile per particolare tenuità ex art. 131-bis c.p., con la conseguente trasmissione degli atti all’Autorità amministrativa per le determinazioni di competenza ai sensi dell’art. 75 D.P.R. 309/90.
Avverso detta decisione l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizi della motivazione in ordine alla configurabilità del reato di coltivazione, poiché la sentenza non teneva in considerazione il fatto che, nel caso in esame, si trattava non di una coltivazione tecnico-agraria, ma domestica, rivolta come tale esclusivamente ad un uso personale.
Le ulteriori motivazioni esposte nel ricorso, non sono state trattate dalla Corte, che ha ritenuto assorbente l’accoglimento del primo motivo.

3. La sentenza della Corte di Cassazione

Preliminarmente, la Corte di Cassazione rileva l’ammissibilità dell’impugnazione avverso la sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto, poiché tale tipologia di conclusione del procedimento comporta il pregiudizio derivante dall’iscrizione della sentenza nel casellario giudiziale.
Premesso ciò, la Suprema Corte, avuto riguardo alle modalità di realizzazione del fatto, ha ritenuto che la condotta dell’imputato sia penalmente irrilevante, in quanto chiaramente finalizzata ad un uso personale della sostanza.
In merito a quest’ultimo aspetto, la destinazione dello stupefacente era confermata da una consulenza tecnica di parte disposta dall’imputato, che attestava i positivi effetti neuroprotettivi ed antinfiammatori dei cannabinoidi sulla retina, in ragione dell’uveite cronica, da cui egli era affetto.
I risultati procedimentali acclaravano, inoltre, che si trattava di un’attività non abituale di coltivazione, intrapresa in modo del tutto rudimentale, con un numero ridotto di piante (due), ed un modesto quantitativo di principio attivo della sostanza, in totale assenza di elementi sintomatici sia dell’inserimento dell’imputato in un mercato illegale, che della predisposizione di particolari cautele per aumentare la produzione.
Tutto ciò portava la Corte di legittimità a ricondurre la coltivazione delle piante nell’alveo di una produzione meramente domestica e, come tale, penalmente irrilevante per assenza di tipicità della condotta.
La Corte, quindi, annullava senza rinvio l’impugnata sentenza perché il fatto non sussiste, “non utilmente integrabili dovendosi ritenere i rilevati ed insuperabili limiti strutturali dell’erronea affermazione di penale responsabilità”.

4. Conclusioni

La detenzione di sostanze stupefacenti è da sempre oggetto di un’accesa disputa, non solo giurisprudenziale, ma soprattutto politica, in special modo per quanto attiene la vexata quaestio della destinazione ad uso personale della stessa.
La sentenza in commento, sebbene non di portata storica, in quanto si pone sul solco già tracciato dalla Giurisprudenza, detta però un passo importante, nel momento in cui “legalizza” la condotta di chi, in assenza di elementi di segno contrario, produce lo stupefacente per fini personali.
Interessante, poi, il punto della sentenza in cui si acquisisce il dato relativo agli effetti benefici a fini terapeutici della marijuana, contenuto in una relazione di parte commissionata dall’imputato.
Si tratta di un dato medico-scientifico su cui, certamente, in futuro bisognerà confrontarsi.
Infine, per ciò che concerne l’applicazione della norma, in assenza di un indirizzo specifico del legislatore e di una normativa non certo impeccabile, al momento, non si può che rinviare alla sensibilità di ogni singolo Giudice nella determinazione dell’uso personale degli stupefacenti.

cannabis balcone

1. Il fatto

I Carabinieri di Palermo rinvenivano, nel balcone di un’abitazione privata, due piante di canapa indiana (alte 170 e 130 cm, con un diametro, rispettivamente, di 85 e 66 cm), dalle quali era possibile ricavare un numero complessivo di circa duecentoventi dosi medie singole.
Il soggetto veniva deferito all’Autorità Giudiziaria per detenzione di sostanze stupefacenti.

2. Svolgimento del processo

Il GUP del Tribunale di Palermo, con sentenza del 20 aprile 2021, emessa all’esito di giudizio abbreviato, ha assolto l’imputato dal reato di spaccio di sostanza stupefacente del tipo marijuana, riqualificando il reato in quello di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e prosciogliendolo, però, perché il fatto non è punibile per particolare tenuità ex art. 131-bis c.p., con la conseguente trasmissione degli atti all’Autorità amministrativa per le determinazioni di competenza ai sensi dell’art. 75 D.P.R. 309/90.
Avverso detta decisione l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizi della motivazione in ordine alla configurabilità del reato di coltivazione, poiché la sentenza non teneva in considerazione il fatto che, nel caso in esame, si trattava non di una coltivazione tecnico-agraria, ma domestica, rivolta come tale esclusivamente ad un uso personale.
Le ulteriori motivazioni esposte nel ricorso, non sono state trattate dalla Corte, che ha ritenuto assorbente l’accoglimento del primo motivo.

3. La sentenza della Corte di Cassazione

Preliminarmente, la Corte di Cassazione rileva l’ammissibilità dell’impugnazione avverso la sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto, poiché tale tipologia di conclusione del procedimento comporta il pregiudizio derivante dall’iscrizione della sentenza nel casellario giudiziale.
Premesso ciò, la Suprema Corte, avuto riguardo alle modalità di realizzazione del fatto, ha ritenuto che la condotta dell’imputato sia penalmente irrilevante, in quanto chiaramente finalizzata ad un uso personale della sostanza.
In merito a quest’ultimo aspetto, la destinazione dello stupefacente era confermata da una consulenza tecnica di parte disposta dall’imputato, che attestava i positivi effetti neuroprotettivi ed antinfiammatori dei cannabinoidi sulla retina, in ragione dell’uveite cronica, da cui egli era affetto.
I risultati procedimentali acclaravano, inoltre, che si trattava di un’attività non abituale di coltivazione, intrapresa in modo del tutto rudimentale, con un numero ridotto di piante (due), ed un modesto quantitativo di principio attivo della sostanza, in totale assenza di elementi sintomatici sia dell’inserimento dell’imputato in un mercato illegale, che della predisposizione di particolari cautele per aumentare la produzione.
Tutto ciò portava la Corte di legittimità a ricondurre la coltivazione delle piante nell’alveo di una produzione meramente domestica e, come tale, penalmente irrilevante per assenza di tipicità della condotta.
La Corte, quindi, annullava senza rinvio l’impugnata sentenza perché il fatto non sussiste, “non utilmente integrabili dovendosi ritenere i rilevati ed insuperabili limiti strutturali dell’erronea affermazione di penale responsabilità”.

4. Conclusioni

La detenzione di sostanze stupefacenti è da sempre oggetto di un’accesa disputa, non solo giurisprudenziale, ma soprattutto politica, in special modo per quanto attiene la vexata quaestio della destinazione ad uso personale della stessa.
La sentenza in commento, sebbene non di portata storica, in quanto si pone sul solco già tracciato dalla Giurisprudenza, detta però un passo importante, nel momento in cui “legalizza” la condotta di chi, in assenza di elementi di segno contrario, produce lo stupefacente per fini personali.
Interessante, poi, il punto della sentenza in cui si acquisisce il dato relativo agli effetti benefici a fini terapeutici della marijuana, contenuto in una relazione di parte commissionata dall’imputato.
Si tratta di un dato medico-scientifico su cui, certamente, in futuro bisognerà confrontarsi.
Infine, per ciò che concerne l’applicazione della norma, in assenza di un indirizzo specifico del legislatore e di una normativa non certo impeccabile, al momento, non si può che rinviare alla sensibilità di ogni singolo Giudice nella determinazione dell’uso personale degli stupefacenti.

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