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Abuso dei mezzi di correzione: la nozione di malattia ricomprende ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo (Cass. pen. sez. VI, 19/01/2021 n. 7011)

mezzi di correzione

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 7011/2021, aderendo ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, è tornata a pronunciarsi in ordine all’operatività del reato disciplinato dall’art. 571 del codice penale, con particolare riguardo al rapporto disciplinare tra insegnante e alunni in ambito scolastico.
Il delitto in esame, titolato “Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina”, punisce con la pena della reclusione fino a sei mesi “chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente”; il secondo comma prevede che “se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583 ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni”.
Detta disposizione, pur essendo collocata all’interno dell’undicesimo titolo, del secondo libro del codice penale, dedicato ai delitti contro la famiglia – più precisamente contro l’assistenza familiare – ha una portata di più ampio respiro poiché prende in considerazione rapporti instaurati per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza e, di conseguenza, riguarda anche condotte che trascendono la limitata cerchia familiare.
Siamo in presenza di un reato proprio, pertanto, soggetto attivo può essere esclusivamente colui che eserciti una particolare forma di autorità verso un’altra persona e sia dunque titolare di un potere legittimo di correzione e disciplina, cd. ius corrigendi (si pensi ai genitori riguardo i figli minori, gli insegnanti nei confronti degli alunni etc.).
Per la configurabilità del delitto de quo è necessario:
1) che l’azione posta in essere dal soggetto agente travalichi i limiti dell’uso di un potere correttivo e disciplinare lecito per sfociare in un vero e proprio abuso inteso come uso eccessivo di mezzi giuridicamente leciti (eccesso che tramutando l’uso in abuso lo fa divenire illecito e quindi non più consentito);
2) il verificarsi di una condizione obiettiva di punibilità costituita dal pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

Indice

1. I fatti di causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La sentenza integrale

1. I fatti di causa

Con sentenza del 08/10/2019, la Corte d’Appello di Venezia, in parziale riforma di quella in data 05/02/2018 del Tribunale di Padova, rideterminava in mesi tre di reclusione la pena inflitta a F.S. per il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui agli artt. 81 e 571 c.p.. Si contesta all’imputata, in veste di professoressa e in danno di vari alunni, dell’età di 14-15 anni, dell’Istituto di istruzione superiore “(OMISSIS)”, nel corso dell’anno scolastico 2013-2014, di essersi loro rivolta con epiteti ingiuriosi (“deficiente”, “troia”, “troverai un mona a cui fregherai i soldi”, “sperma marcio”, “marciume”, “cagna”, “lei sarà una fallita e si farà mantenere da un pirla cui darà il culo”), di avere loro mostrato il dito medio, di averli spintonati e colpiti con libri o registri, oggetto di lanci, così ledendone la dignità e facendone derivare il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la suindicata sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, il quale ha dedotto:
1. la duplice violazione di legge per l’omesso avviso all’imputata della facoltà di chiedere la messa alla prova – pure tempestivamente eccepito – e per la genericità del capo d’imputazione;
2. la violazione di legge e il vizio di motivazione circa l’affermata responsabilità dell’imputata, con particolare riguardo alla inaffidabilità delle testimonianze, alla riqualificazione dei fatti come percosse non procedibili per difetto di querela, al difetto di prova del rischio di causazione di malattia nel corpo o nella mente degli alunni;
3. la violazione di legge e il vizio motivazionale circa l’eccessività della pena.

3. La decisione della Suprema Corte

La sesta sezione della Suprema Corte ha rigettato il ricorso e condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Infondate, secondo i giudici di legittimità, le censure oggetto del primo motivo di ricorso e relative al piano processuale quali l’omesso avviso all’imputata della facoltà di chiedere la messa alla prova e la genericità del capo d’imputazione.
In relazione ai profili di doglianza legati alla condotta dell’insegnante, la Corte ha rilevato che i giudici di merito, dopo aver sottoposto ad un rigoroso vaglio critico tutti gli aspetti della vicenda, avessero correttamente e puntualmente ricostruito il compendio probatorio posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputata.
Di conseguenza, ha precisato la Cassazione, deve considerarsi lineare il percorso logico-argomentativo seguito dalla Corte d’Appello nei vari passaggi della sentenza impugnata con particolare riferimento alla valutazione della documentazione acquisita, documentazione nella quale erano ricomprese le deposizioni del dirigente d’istituto (che aveva riferito circa le numerose segnalazioni orali e scritte provenienti da genitori e alunni in ordine al procedimento e alla duplice sanzione inflitta alla docente), di tre studenti e due genitori.
Grazie alla solidità del quadro probatorio, fondato su testimonianze giudicate genuine, coerenti ed attendibili è stato possibile accertare che “l’imputata interagiva con gli studenti con reiterate condotte pesantemente offensive e fisicamente aggressive, cosi da travalicare le finalità proprie del normale processo educativo; le continue aggressioni, verbali e fisiche e le umiliazioni subite, con speciale riguardo alla intima sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale dei giovani alunni di 14-15 anni, ancora adolescenti e tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico”.
A tal proposito, ribadendo un principio di diritto già espresso in precedenti pronunce (Cass. pen., sez. VI, n. 7969 del 22/01/2020 – Cass. pen., sez. VI n. 19850 del 13/04/2016), la Suprema Corte ha ricordato, ai fini della configurabilità del delitto in esame, che la nozione di malattia, il cui rischio di causazione implica la rilevanza penale della condotta, può estendersi fino a comprendere ogni significativa conseguenza sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del comportamento.
La pronuncia in commento sembra, inoltre, prendere spunto da un ulteriore e consolidato indirizzo interpretativo, secondo il quale “in ambito scolastico, il potere educativo o disciplinare, quale che sia l’intenzione del soggetto attivo, deve sempre essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante del minore, senza superare i limiti previsti dall’ordinamento o consistere in trattamenti afflittivi dell’altrui personalità, sicché integra il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina il comportamento dell’insegnante che faccia ricorso a qualunque forma di violenza, fisica o morale ancorché minima ed orientata a scopi educativi (Cass. pen., sez. VI, n.34492 del 14/06/2012, Rv. 253654; sez. V, n. 47543 del 16/07/2015, Rv. 265496; sez. VI, n. 9954 del 03/02/2016, Rv. 266434).
Infondate, infine, secondo gli Ermellini, anche le doglianze difensive compendiate nel terzo ed ultimo motivo di ricorso con riguardo al trattamento sanzionatorio.

4. Massima

In tema di abuso di mezzi di correzione o di disciplina, la nozione di malattia è più ampia di quelle concernenti l’imputabilità o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo.

5. La Sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE



Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FIDELBO Giorgio – Presidente

Dott. RICCIARELLI Massimo – Consigliere

Dott. GIORDANO Emilia Anna – Consigliere

Dott. GIORGI Maria S. – rel. Consigliere

Dott. SILVESTRI Pietro – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 08/10/2019 della Corte d’appello di Venezia;

Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Maria Silvia Giorgi;

letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ORSI Luigi, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 08/10/2019 la Corte d’appello di Venezia, in parziale riforma di quella in data 05/02/2018 del Tribunale di Padova, rideterminava in mesi tre di reclusione la pena inflitta a (OMISSIS) per il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui agli articoli 81 e 571 c.p.. Si contesta all’imputata, in veste di professoressa e in danno di vari alunni, dell’eta’ di 14-15 anni, dell’Istituto di istruzione superiore “(OMISSIS)”, nel corso dell’anno scolastico 2013-2014, di essersi loro rivolta con epiteti ingiuriosi (“deficiente”, “troia”, “troverai un mona a cui fregherai i soldi”, “sperma marcio”, “marciume”, “cagna”, “lei sara’ una fallita e si fara’ mantenere da un pirla cui dara’ il culo”), di avere loro mostrato il dito medio, di averli spintonati e colpiti con libri o registri, oggetto di lanci, cosi’ ledendone la dignita’ e facendone derivare il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

La Corte disattendeva preliminarmente l’eccezione di nullita’ del decreto di citazione, per l’omesso avviso della facolta’ di accedere alla messa alla prova, poiche’ l’imputata ben poteva avanzare la relativa richiesta in sede di giudizio di primo grado: manifestazione di volonta’, questa, viceversa non esercitata. Come pure respingeva l’ulteriore eccezione di nullita’ del medesimo decreto per omessa o insufficiente enunciazione del fatto, in particolare sotto l’aspetto dei tempi di esecuzione della condotta, ritenendo la vicenda criminosa adeguatamente descritta per i profili spazio-temporale e del novero delle persone offese.

Quanto all’integrazione degli elementi oggettivo e soggettivo del reato, la Corte distrettuale ripercorreva, condividendolo, l’iter argomentativo del primo giudice, facendo leva, quanto alle condotte offensive e aggressive ascritte all’imputata, sia sulla documentazione acquisita, sia sulle coerenti e attendibili deposizioni dei testi (OMISSIS), dirigente del Liceo musicale (OMISSIS) di (OMISSIS) (che riferiva circa le numerose segnalazioni orali e scritte, provenienti da genitori e alunni, e in ordine al procedimento e alla duplice sanzione disciplinare inflitta alla docente), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), studenti delle classi prima e seconda in cui insegnava la (OMISSIS), nonche’ il padre del primo e la madre del terzo studente. Risultava accertato che l’imputata interagiva con gli alunni con reiterate modalita’ pesantemente offensive e anche fisicamente aggressive. Comportamenti non professionali, questi, che, con particolare riguardo alle violenze, verbali e fisiche, e alle umiliazioni subite, anche con riguardo alla sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale e fisica dei giovani alunni, adolescenti e percio’ ancora tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico.

Circa il diniego delle attenuanti generiche la Corte territoriale, pur rideterminando in melius il trattamento sanzionatorio, ribadiva l’apprezzamento sfavorevole del primo giudice, non ritenendo rilevante il mero dato dell’incensuratezza.

2. Avverso la suindicata sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, il quale ha dedotto:

2.1. la duplice violazione di legge per l’omesso avviso all’imputata della facolta’ di chiedere la messa alla prova – pure tempestivamente eccepito – e per la genericita’ del capo d’imputazione;

2.2. la violazione di legge e il vizio di motivazione circa l’affermata responsabilita’ dell’imputata, con particolare riguardo alla inaffidabilita’ delle testimonianze, alla riqualificazione dei fatti come percosse non procedibili per difetto di querela, al difetto di prova del rischio di causazione di malattia nel corpo o nella mente degli alunni;

2.3. la violazione di legge e il vizio motivazionale circa l’eccessivita’ della pena.

In data 14/01/2020 il difensore della ricorrente ha depositato una nota aggiuntiva con cui ribadisce i rilievi svolti.

3. Il ricorso e’ stato trattato, ai sensi del Decreto Legge n. 137 del 2020, articolo 23, commi 8 e 9, senza l’intervento delle parti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I motivi di ricorso non sono fondati.

2. L’eccezione di nullita’ dell’originario decreto di citazione, per l’omesso avviso all’imputata della facolta’ di richiedere la sospensione del procedimento con la messa alla prova, e’ manifestamente infondata, sia perche’ siffatta nullita’ non e’ prevista dalla legge, sia perche’ l’imputata – ai sensi dell’articolo 464-bis c.p.p. – avrebbe potuto legittimamente formulare la relativa richiesta fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel procedimento di citazione diretta a giudizio, senza incorrere in alcuna decadenza: richiesta in realta’ mai avanzata. L’imputata si e’ infatti limitata a sollevare l’eccezione di nullita’ del decreto, non seguita da alcuna richiesta di messa alla prova. Pur mostrandosi pienamente edotta della facolta’ riconosciuta dalla legge, non ha tuttavia mostrato alcun interesse concreto all’esercizio della prerogativa accordata. Com’e’ stato gia’ osservato da questa Corte (Sez. 4, n. 14727 del 05/02/2019, Biondi, Rv. 275567), l’obbligo informativo, laddove prescritto, non puo’ comunque ridursi a un mero requisito formale, essendo al contrario strumentale all’effettivo esercizio del diritto di difesa, che si estrinseca nella richiesta di accesso al beneficio altrimenti preclusa, o comunque di remissione in termini, dimostrando in tal modo di aver un interesse concreto all’asserita violazione della norma.

Deve percio’ ritenersi che difetti in capo alla ricorrente l’interesse in termini di attualita’ e concretezza alla censura svolta, non potendo dolersi della pretesa violazione di una garanzia posta a tutela di un diritto che in realta’ non ha mai inteso esercitare.

Parimenti priva di pregio e per taluni aspetti generica si palesa l’ulteriore eccezione di nullita’ del decreto di citazione per omessa o insufficiente enunciazione del fatto in forma chiara e precisa, atteso che, con particolare riguardo all’aspetto spazio-temporale della condotta, protrattasi per l’intero anno scolastico 2013-2014, la vicenda criminosa – come gia’ esattamente rilevato dai giudici di merito con motivazione in fatto logicamente adeguata e percio’ insindacabile – risulta puntualmente descritta nel capo d’imputazione.

3. Non sono fondati neppure i diversi ma connessi profili di censura sostanzialmente orientati a riprodurre un quadro di argomentazioni gia’ ampiamente vagliate e correttamente disattese dai giudici di merito, ovvero anche laddove se ne denuncia formalmente l’inutilizzabilita’ – a sollecitare una rivisitazione delle risultanze probatorie; in tal guisa richiedendosi, sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova (con particolare riguardo alla tesi della radicale inaffidabilita’ della narrazione dei testimoni), l’esercizio di uno scrutinio fattuale improponibile in questa sede. Cio’ a fronte della linearita’ e della logica consequenzialita’ che caratterizzano viceversa la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione. Il giudice d’appello ha linearmente ricostruito, infatti, il compendio probatorio posto a fondamento dell’affermazione di responsabilita’ dell’imputata, ha confutato i motivi di gravame e ha posto in rilievo i dirimenti profili storico-fattuali della vicenda, facendo leva sulla documentazione acquisita, sulle deposizioni, ritenute genuine, coerenti e attendibili, dei testi (OMISSIS), dirigente del Liceo musicale (OMISSIS) di (OMISSIS) (che ha riferito circa le numerose segnalazioni orali e scritte provenienti da genitori, alunni e altri insegnanti e in ordine alla duplice sanzione disciplinare inflitta alla docente), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), studenti delle classi prima e seconda in cui insegnava la (OMISSIS), nonche’ il padre del primo e la madre del terzo alunno. Risultava pertanto accertato che l’imputata interagiva con gli studenti con reiterate condotte pesantemente offensive e fisicamente aggressive, cosi’ da travalicare le finalita’ proprie del normale processo educativo. Le continue aggressioni, verbali e fisiche, e le umiliazioni subite, con speciale riguardo alla intima sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale dei giovani alunni di 14-15 anni, ancora adolescenti e tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico. E cio’ in linea con il costante insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 7969 del 22/01/2020, L., Rv. 278352; Sez. 6, n. 19850 del 13/04/2016, S., Rv. 267000), secondo cui, in tema di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, la nozione di malattia e’ piu’ ampia di quelle concernenti l’imputabilita’ o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo.

4. Anche con riguardo alla dosimetria della pena, oggetto di specifica doglianza difensiva, le valutazioni fattuali dei giudici di merito, circa la immeritevolezza delle attenuanti generiche e la congruita’ della pena detentiva, pure rideterminata in melius dalla Corte territoriale, sono sorrette da un argomentato apparato motivazionale, percio’ insindacabile in sede di controllo di legittimita’.

5. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

mezzi di correzione

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 7011/2021, aderendo ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, è tornata a pronunciarsi in ordine all’operatività del reato disciplinato dall’art. 571 del codice penale, con particolare riguardo al rapporto disciplinare tra insegnante e alunni in ambito scolastico.
Il delitto in esame, titolato “Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina”, punisce con la pena della reclusione fino a sei mesi “chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente”; il secondo comma prevede che “se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583 ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni”.
Detta disposizione, pur essendo collocata all’interno dell’undicesimo titolo, del secondo libro del codice penale, dedicato ai delitti contro la famiglia – più precisamente contro l’assistenza familiare – ha una portata di più ampio respiro poiché prende in considerazione rapporti instaurati per ragioni di educazione, istruzione, cura e vigilanza e, di conseguenza, riguarda anche condotte che trascendono la limitata cerchia familiare.
Siamo in presenza di un reato proprio, pertanto, soggetto attivo può essere esclusivamente colui che eserciti una particolare forma di autorità verso un’altra persona e sia dunque titolare di un potere legittimo di correzione e disciplina, cd. ius corrigendi (si pensi ai genitori riguardo i figli minori, gli insegnanti nei confronti degli alunni etc.).
Per la configurabilità del delitto de quo è necessario:
1) che l’azione posta in essere dal soggetto agente travalichi i limiti dell’uso di un potere correttivo e disciplinare lecito per sfociare in un vero e proprio abuso inteso come uso eccessivo di mezzi giuridicamente leciti (eccesso che tramutando l’uso in abuso lo fa divenire illecito e quindi non più consentito);
2) il verificarsi di una condizione obiettiva di punibilità costituita dal pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

Indice

1. I fatti di causa
2. I motivi dell’impugnazione
3. La decisione della Suprema Corte
4. Massima
5. La sentenza integrale

1. I fatti di causa

Con sentenza del 08/10/2019, la Corte d’Appello di Venezia, in parziale riforma di quella in data 05/02/2018 del Tribunale di Padova, rideterminava in mesi tre di reclusione la pena inflitta a F.S. per il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui agli artt. 81 e 571 c.p.. Si contesta all’imputata, in veste di professoressa e in danno di vari alunni, dell’età di 14-15 anni, dell’Istituto di istruzione superiore “(OMISSIS)”, nel corso dell’anno scolastico 2013-2014, di essersi loro rivolta con epiteti ingiuriosi (“deficiente”, “troia”, “troverai un mona a cui fregherai i soldi”, “sperma marcio”, “marciume”, “cagna”, “lei sarà una fallita e si farà mantenere da un pirla cui darà il culo”), di avere loro mostrato il dito medio, di averli spintonati e colpiti con libri o registri, oggetto di lanci, così ledendone la dignità e facendone derivare il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

2. I motivi dell’impugnazione

Avverso la suindicata sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, il quale ha dedotto:
1. la duplice violazione di legge per l’omesso avviso all’imputata della facoltà di chiedere la messa alla prova – pure tempestivamente eccepito – e per la genericità del capo d’imputazione;
2. la violazione di legge e il vizio di motivazione circa l’affermata responsabilità dell’imputata, con particolare riguardo alla inaffidabilità delle testimonianze, alla riqualificazione dei fatti come percosse non procedibili per difetto di querela, al difetto di prova del rischio di causazione di malattia nel corpo o nella mente degli alunni;
3. la violazione di legge e il vizio motivazionale circa l’eccessività della pena.

3. La decisione della Suprema Corte

La sesta sezione della Suprema Corte ha rigettato il ricorso e condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Infondate, secondo i giudici di legittimità, le censure oggetto del primo motivo di ricorso e relative al piano processuale quali l’omesso avviso all’imputata della facoltà di chiedere la messa alla prova e la genericità del capo d’imputazione.
In relazione ai profili di doglianza legati alla condotta dell’insegnante, la Corte ha rilevato che i giudici di merito, dopo aver sottoposto ad un rigoroso vaglio critico tutti gli aspetti della vicenda, avessero correttamente e puntualmente ricostruito il compendio probatorio posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputata.
Di conseguenza, ha precisato la Cassazione, deve considerarsi lineare il percorso logico-argomentativo seguito dalla Corte d’Appello nei vari passaggi della sentenza impugnata con particolare riferimento alla valutazione della documentazione acquisita, documentazione nella quale erano ricomprese le deposizioni del dirigente d’istituto (che aveva riferito circa le numerose segnalazioni orali e scritte provenienti da genitori e alunni in ordine al procedimento e alla duplice sanzione inflitta alla docente), di tre studenti e due genitori.
Grazie alla solidità del quadro probatorio, fondato su testimonianze giudicate genuine, coerenti ed attendibili è stato possibile accertare che “l’imputata interagiva con gli studenti con reiterate condotte pesantemente offensive e fisicamente aggressive, cosi da travalicare le finalità proprie del normale processo educativo; le continue aggressioni, verbali e fisiche e le umiliazioni subite, con speciale riguardo alla intima sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale dei giovani alunni di 14-15 anni, ancora adolescenti e tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico”.
A tal proposito, ribadendo un principio di diritto già espresso in precedenti pronunce (Cass. pen., sez. VI, n. 7969 del 22/01/2020 – Cass. pen., sez. VI n. 19850 del 13/04/2016), la Suprema Corte ha ricordato, ai fini della configurabilità del delitto in esame, che la nozione di malattia, il cui rischio di causazione implica la rilevanza penale della condotta, può estendersi fino a comprendere ogni significativa conseguenza sulla salute psichica del soggetto passivo, dallo stato d’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi del comportamento.
La pronuncia in commento sembra, inoltre, prendere spunto da un ulteriore e consolidato indirizzo interpretativo, secondo il quale “in ambito scolastico, il potere educativo o disciplinare, quale che sia l’intenzione del soggetto attivo, deve sempre essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante del minore, senza superare i limiti previsti dall’ordinamento o consistere in trattamenti afflittivi dell’altrui personalità, sicché integra il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina il comportamento dell’insegnante che faccia ricorso a qualunque forma di violenza, fisica o morale ancorché minima ed orientata a scopi educativi (Cass. pen., sez. VI, n.34492 del 14/06/2012, Rv. 253654; sez. V, n. 47543 del 16/07/2015, Rv. 265496; sez. VI, n. 9954 del 03/02/2016, Rv. 266434).
Infondate, infine, secondo gli Ermellini, anche le doglianze difensive compendiate nel terzo ed ultimo motivo di ricorso con riguardo al trattamento sanzionatorio.

4. Massima

In tema di abuso di mezzi di correzione o di disciplina, la nozione di malattia è più ampia di quelle concernenti l’imputabilità o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo.

5. La Sentenza integrale

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE



Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FIDELBO Giorgio – Presidente

Dott. RICCIARELLI Massimo – Consigliere

Dott. GIORDANO Emilia Anna – Consigliere

Dott. GIORGI Maria S. – rel. Consigliere

Dott. SILVESTRI Pietro – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 08/10/2019 della Corte d’appello di Venezia;

Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Maria Silvia Giorgi;

letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ORSI Luigi, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 08/10/2019 la Corte d’appello di Venezia, in parziale riforma di quella in data 05/02/2018 del Tribunale di Padova, rideterminava in mesi tre di reclusione la pena inflitta a (OMISSIS) per il reato di abuso dei mezzi di correzione di cui agli articoli 81 e 571 c.p.. Si contesta all’imputata, in veste di professoressa e in danno di vari alunni, dell’eta’ di 14-15 anni, dell’Istituto di istruzione superiore “(OMISSIS)”, nel corso dell’anno scolastico 2013-2014, di essersi loro rivolta con epiteti ingiuriosi (“deficiente”, “troia”, “troverai un mona a cui fregherai i soldi”, “sperma marcio”, “marciume”, “cagna”, “lei sara’ una fallita e si fara’ mantenere da un pirla cui dara’ il culo”), di avere loro mostrato il dito medio, di averli spintonati e colpiti con libri o registri, oggetto di lanci, cosi’ ledendone la dignita’ e facendone derivare il pericolo di una malattia nel corpo e nella mente.

La Corte disattendeva preliminarmente l’eccezione di nullita’ del decreto di citazione, per l’omesso avviso della facolta’ di accedere alla messa alla prova, poiche’ l’imputata ben poteva avanzare la relativa richiesta in sede di giudizio di primo grado: manifestazione di volonta’, questa, viceversa non esercitata. Come pure respingeva l’ulteriore eccezione di nullita’ del medesimo decreto per omessa o insufficiente enunciazione del fatto, in particolare sotto l’aspetto dei tempi di esecuzione della condotta, ritenendo la vicenda criminosa adeguatamente descritta per i profili spazio-temporale e del novero delle persone offese.

Quanto all’integrazione degli elementi oggettivo e soggettivo del reato, la Corte distrettuale ripercorreva, condividendolo, l’iter argomentativo del primo giudice, facendo leva, quanto alle condotte offensive e aggressive ascritte all’imputata, sia sulla documentazione acquisita, sia sulle coerenti e attendibili deposizioni dei testi (OMISSIS), dirigente del Liceo musicale (OMISSIS) di (OMISSIS) (che riferiva circa le numerose segnalazioni orali e scritte, provenienti da genitori e alunni, e in ordine al procedimento e alla duplice sanzione disciplinare inflitta alla docente), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), studenti delle classi prima e seconda in cui insegnava la (OMISSIS), nonche’ il padre del primo e la madre del terzo studente. Risultava accertato che l’imputata interagiva con gli alunni con reiterate modalita’ pesantemente offensive e anche fisicamente aggressive. Comportamenti non professionali, questi, che, con particolare riguardo alle violenze, verbali e fisiche, e alle umiliazioni subite, anche con riguardo alla sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale e fisica dei giovani alunni, adolescenti e percio’ ancora tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico.

Circa il diniego delle attenuanti generiche la Corte territoriale, pur rideterminando in melius il trattamento sanzionatorio, ribadiva l’apprezzamento sfavorevole del primo giudice, non ritenendo rilevante il mero dato dell’incensuratezza.

2. Avverso la suindicata sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputata, il quale ha dedotto:

2.1. la duplice violazione di legge per l’omesso avviso all’imputata della facolta’ di chiedere la messa alla prova – pure tempestivamente eccepito – e per la genericita’ del capo d’imputazione;

2.2. la violazione di legge e il vizio di motivazione circa l’affermata responsabilita’ dell’imputata, con particolare riguardo alla inaffidabilita’ delle testimonianze, alla riqualificazione dei fatti come percosse non procedibili per difetto di querela, al difetto di prova del rischio di causazione di malattia nel corpo o nella mente degli alunni;

2.3. la violazione di legge e il vizio motivazionale circa l’eccessivita’ della pena.

In data 14/01/2020 il difensore della ricorrente ha depositato una nota aggiuntiva con cui ribadisce i rilievi svolti.

3. Il ricorso e’ stato trattato, ai sensi del Decreto Legge n. 137 del 2020, articolo 23, commi 8 e 9, senza l’intervento delle parti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I motivi di ricorso non sono fondati.

2. L’eccezione di nullita’ dell’originario decreto di citazione, per l’omesso avviso all’imputata della facolta’ di richiedere la sospensione del procedimento con la messa alla prova, e’ manifestamente infondata, sia perche’ siffatta nullita’ non e’ prevista dalla legge, sia perche’ l’imputata – ai sensi dell’articolo 464-bis c.p.p. – avrebbe potuto legittimamente formulare la relativa richiesta fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel procedimento di citazione diretta a giudizio, senza incorrere in alcuna decadenza: richiesta in realta’ mai avanzata. L’imputata si e’ infatti limitata a sollevare l’eccezione di nullita’ del decreto, non seguita da alcuna richiesta di messa alla prova. Pur mostrandosi pienamente edotta della facolta’ riconosciuta dalla legge, non ha tuttavia mostrato alcun interesse concreto all’esercizio della prerogativa accordata. Com’e’ stato gia’ osservato da questa Corte (Sez. 4, n. 14727 del 05/02/2019, Biondi, Rv. 275567), l’obbligo informativo, laddove prescritto, non puo’ comunque ridursi a un mero requisito formale, essendo al contrario strumentale all’effettivo esercizio del diritto di difesa, che si estrinseca nella richiesta di accesso al beneficio altrimenti preclusa, o comunque di remissione in termini, dimostrando in tal modo di aver un interesse concreto all’asserita violazione della norma.

Deve percio’ ritenersi che difetti in capo alla ricorrente l’interesse in termini di attualita’ e concretezza alla censura svolta, non potendo dolersi della pretesa violazione di una garanzia posta a tutela di un diritto che in realta’ non ha mai inteso esercitare.

Parimenti priva di pregio e per taluni aspetti generica si palesa l’ulteriore eccezione di nullita’ del decreto di citazione per omessa o insufficiente enunciazione del fatto in forma chiara e precisa, atteso che, con particolare riguardo all’aspetto spazio-temporale della condotta, protrattasi per l’intero anno scolastico 2013-2014, la vicenda criminosa – come gia’ esattamente rilevato dai giudici di merito con motivazione in fatto logicamente adeguata e percio’ insindacabile – risulta puntualmente descritta nel capo d’imputazione.

3. Non sono fondati neppure i diversi ma connessi profili di censura sostanzialmente orientati a riprodurre un quadro di argomentazioni gia’ ampiamente vagliate e correttamente disattese dai giudici di merito, ovvero anche laddove se ne denuncia formalmente l’inutilizzabilita’ – a sollecitare una rivisitazione delle risultanze probatorie; in tal guisa richiedendosi, sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova (con particolare riguardo alla tesi della radicale inaffidabilita’ della narrazione dei testimoni), l’esercizio di uno scrutinio fattuale improponibile in questa sede. Cio’ a fronte della linearita’ e della logica consequenzialita’ che caratterizzano viceversa la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione. Il giudice d’appello ha linearmente ricostruito, infatti, il compendio probatorio posto a fondamento dell’affermazione di responsabilita’ dell’imputata, ha confutato i motivi di gravame e ha posto in rilievo i dirimenti profili storico-fattuali della vicenda, facendo leva sulla documentazione acquisita, sulle deposizioni, ritenute genuine, coerenti e attendibili, dei testi (OMISSIS), dirigente del Liceo musicale (OMISSIS) di (OMISSIS) (che ha riferito circa le numerose segnalazioni orali e scritte provenienti da genitori, alunni e altri insegnanti e in ordine alla duplice sanzione disciplinare inflitta alla docente), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), studenti delle classi prima e seconda in cui insegnava la (OMISSIS), nonche’ il padre del primo e la madre del terzo alunno. Risultava pertanto accertato che l’imputata interagiva con gli studenti con reiterate condotte pesantemente offensive e fisicamente aggressive, cosi’ da travalicare le finalita’ proprie del normale processo educativo. Le continue aggressioni, verbali e fisiche, e le umiliazioni subite, con speciale riguardo alla intima sfera sessuale, avevano determinato un concreto pericolo per la salute mentale dei giovani alunni di 14-15 anni, ancora adolescenti e tendenzialmente fragili sotto l’aspetto psichico. E cio’ in linea con il costante insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 7969 del 22/01/2020, L., Rv. 278352; Sez. 6, n. 19850 del 13/04/2016, S., Rv. 267000), secondo cui, in tema di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, la nozione di malattia e’ piu’ ampia di quelle concernenti l’imputabilita’ o i fatti di lesione personale, estendendosi fino a comprendere ogni conseguenza traumatica e rilevante sulla salute psichica del soggetto passivo.

4. Anche con riguardo alla dosimetria della pena, oggetto di specifica doglianza difensiva, le valutazioni fattuali dei giudici di merito, circa la immeritevolezza delle attenuanti generiche e la congruita’ della pena detentiva, pure rideterminata in melius dalla Corte territoriale, sono sorrette da un argomentato apparato motivazionale, percio’ insindacabile in sede di controllo di legittimita’.

5. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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