Non è consentita la ripetizione delle rate di mutuo pagate prima della separazione dei coniugi

La Corte d’Appello di Brescia con la sentenza n. 1305/2021 ha ulteriormente evidenziato che, a seguito di una separazione tra coniugi, non sussiste un diritto al rimborso di un coniuge nei confronti dell’altro in relazione alle spese che sono state sostenute in modo indifferenziato, negli anni, per soddisfare i bisogni della famiglia. Tali pagamenti, infatti, sono riconducibili, ex. art. 143 cod. civ. all’adempimento di un generale obbligo di contribuzione alle esigenze della famiglia, e ciò viene effettuato da ciascuna parte in misura proporzionale alla propria capacità reddituale.

Divorzio mutuo

Questa pronuncia trae origine da una controversia sorta tra due coniugi separati che, in costanza di matrimonio, avevano acceso un mutuo comune per l’acquisto di un immobile che è stato poi adibito a casa coniugale.
La questione era sorta nell’ambito di una controversia tra i due coniugi separati relativa all’immobile dove durante il matrimonio la coppia viveva insieme ai figli. Dopo la separazione, il marito si trasferiva in altra città, portando con se anche i loro figli. Non convivendo più sotto il medesimo tetto e, lasciato il pieno godimento alla ex moglie, il marito la citava in giudizio chiedendo una indennità per l’occupazione dell’immobile, nonché la ripetizione delle somme versate per il pagamento dei ratei di mutuo anteriormente alla separazione e prelevate dal conto corrente comune che, in realtà, veniva alimentato esclusivamente con i propri denari.
Il giudice di prime cure, in accoglimento delle istanze formulate dall’ex marito, condannava la ex moglie alla restituzione dei ratei versati dalla parte attrice, oltre a riconoscere una indennità di occupazione pari ad € 1.500,00 mensili, fino all’effettivo perdurare della occupazione esclusiva. Veniva, infine, rigettata la domanda riconvenzionale proposta dalla donna.
La predetta sentenza veniva impugnata dalla donna dinanzi alla competente Corte di Appello, sulla base dei seguenti presupposti:

  • erronea e falsa interpretazione dell’art. 1102 c.c. e conseguente errata decisione sull’obbligo di corresponsione all’ex marito di un indennità di occupazione;
  • assenza di idonea prova di un danno risarcibile, non potendo ravvisarsi nella mera occupazione l’esistenza di un danno in re ipsa;
  • eccessiva valutazione del valore locativo del bene effettuato dal primo giudice in Euro 3.000 mensili, che pure si era discostato dalla valutazione del Ctu che aveva fatto rigida applicazione dei listini, ritenendo comunque eccessivo il valore, in rapporto all’ubicazione, allo stato dell’immobile e ai suoi alti costi di gestione;
  • come quarto motivo veniva lamentata l’esclusione della rimborsabilità delle spese di miglioria e di quelle necessarie in conseguenza del mancato preavviso di tali interventi al marito e la manifesta illogicità per violazione ai principi cardine del diritto di famiglia poiché l’ex marito ha pagato per intero i ratei di mutuo fintanto che la coppia conviveva, ciò sia avvenuto in attuazione dei doveri di cooperazione e assistenza familiare.

I giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Brescia, con sentenza n. 1305 del 12 ottobre 2021, hanno rigettato i primi tre motivi di impugnazione.
Hanno poi rigettato la parte del quarto motivo relativa al rimborso delle spese di miglioria, ripetendo quanto già affermato dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 20652/13, hanno indicato che “In tema di spese di conservazione della cosa comune, l’art. 1110 cod. civ., escludendo ogni rilievo dell’urgenza o meno dei lavori, stabilisce che il partecipante alla comunione, il quale, in caso di trascuranza degli altri compartecipi o dell’amministratore, abbia sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso, a condizione di aver precedentemente interpellato o, quantomeno, preventivamente avvertito gli altri partecipanti o l’amministratore, sicché solo in caso di inattività di questi ultimi egli può procedere agli esborsi e pretenderne il rimborso, pur in mancanza della prestazione del consenso da parte degli interpellati, incombendo comunque su di lui l’onere della prova sia della suddetta inerzia che della necessità dei lavori.”
Mentre hanno, invece, accolto l’altra doglianza contenuta sempre nel quarto motivo e relativa alla manifesta illogicità per violazione ai principi cardine del diritto di famiglia.
Secondo i giudici della Corte, infatti, I pagamenti delle rate del mutuo cointestato effettuati da uno dei coniugi in via esclusiva sono riconducibili infatti ad un adempimento dell’obbligo di contribuzione previsto dall’art. 143 c.c. e, ripetendo il dettato della sentenza della Corte di Cassazione n. 18749/2004, hanno ribadito che “I bisogni della famiglia, al cui soddisfacimento i coniugi sono tenuti a norma dell’art. 143 cod. civ., non si esauriscono in quelli, minimi, al di sotto dei quali verrebbero in gioco la stessa comunione di vita e la stessa sopravvivenza del gruppo, ma possono avere, nei singoli contesti familiari, un contenuto più ampio, soprattutto in quelle situazioni caratterizzate da ampie e diffuse disponibilità patrimoniali dei coniugi, situazioni le quali sono anch’esse riconducibili alla logica della solidarietà coniugale”. Sulla base di tali principi hanno, infine, indicato che “il pagamento del mutuo ben rientra tra le primarie necessità della famiglia e, di conseguenza la corresponsione, durante il matrimonio, dei ratei da parte di un solo coniuge non comporta la ripetitività degli importi versati.”
A seguito di queste motivazioni, la corte di appello si è pronunciata accogliendo parzialmente il quarto motivo dell’impugnazione, condannando così, l’ex marito, a restituire la somma a lui riconosciuta in primo grado a titolo di rimborso dei ratei di mutuo versati.

divorzio mutuo

Questa pronuncia trae origine da una controversia sorta tra due coniugi separati che, in costanza di matrimonio, avevano acceso un mutuo comune per l’acquisto di un immobile che è stato poi adibito a casa coniugale.
La questione era sorta nell’ambito di una controversia tra i due coniugi separati relativa all’immobile dove durante il matrimonio la coppia viveva insieme ai figli. Dopo la separazione, il marito si trasferiva in altra città, portando con se anche i loro figli. Non convivendo più sotto il medesimo tetto e, lasciato il pieno godimento alla ex moglie, il marito la citava in giudizio chiedendo una indennità per l’occupazione dell’immobile, nonché la ripetizione delle somme versate per il pagamento dei ratei di mutuo anteriormente alla separazione e prelevate dal conto corrente comune che, in realtà, veniva alimentato esclusivamente con i propri denari.
Il giudice di prime cure, in accoglimento delle istanze formulate dall’ex marito, condannava la ex moglie alla restituzione dei ratei versati dalla parte attrice, oltre a riconoscere una indennità di occupazione pari ad € 1.500,00 mensili, fino all’effettivo perdurare della occupazione esclusiva. Veniva, infine, rigettata la domanda riconvenzionale proposta dalla donna.
La predetta sentenza veniva impugnata dalla donna dinanzi alla competente Corte di Appello, sulla base dei seguenti presupposti:

  • erronea e falsa interpretazione dell’art. 1102 c.c. e conseguente errata decisione sull’obbligo di corresponsione all’ex marito di un indennità di occupazione;
  • assenza di idonea prova di un danno risarcibile, non potendo ravvisarsi nella mera occupazione l’esistenza di un danno in re ipsa;
  • eccessiva valutazione del valore locativo del bene effettuato dal primo giudice in Euro 3.000 mensili, che pure si era discostato dalla valutazione del Ctu che aveva fatto rigida applicazione dei listini, ritenendo comunque eccessivo il valore, in rapporto all’ubicazione, allo stato dell’immobile e ai suoi alti costi di gestione;
  • come quarto motivo veniva lamentata l’esclusione della rimborsabilità delle spese di miglioria e di quelle necessarie in conseguenza del mancato preavviso di tali interventi al marito e la manifesta illogicità per violazione ai principi cardine del diritto di famiglia poiché l’ex marito ha pagato per intero i ratei di mutuo fintanto che la coppia conviveva, ciò sia avvenuto in attuazione dei doveri di cooperazione e assistenza familiare.

I giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Brescia, con sentenza n. 1305 del 12 ottobre 2021, hanno rigettato i primi tre motivi di impugnazione.
Hanno poi rigettato la parte del quarto motivo relativa al rimborso delle spese di miglioria, ripetendo quanto già affermato dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 20652/13, hanno indicato che “In tema di spese di conservazione della cosa comune, l’art. 1110 cod. civ., escludendo ogni rilievo dell’urgenza o meno dei lavori, stabilisce che il partecipante alla comunione, il quale, in caso di trascuranza degli altri compartecipi o dell’amministratore, abbia sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso, a condizione di aver precedentemente interpellato o, quantomeno, preventivamente avvertito gli altri partecipanti o l’amministratore, sicché solo in caso di inattività di questi ultimi egli può procedere agli esborsi e pretenderne il rimborso, pur in mancanza della prestazione del consenso da parte degli interpellati, incombendo comunque su di lui l’onere della prova sia della suddetta inerzia che della necessità dei lavori.”
Mentre hanno, invece, accolto l’altra doglianza contenuta sempre nel quarto motivo e relativa alla manifesta illogicità per violazione ai principi cardine del diritto di famiglia.
Secondo i giudici della Corte, infatti, I pagamenti delle rate del mutuo cointestato effettuati da uno dei coniugi in via esclusiva sono riconducibili infatti ad un adempimento dell’obbligo di contribuzione previsto dall’art. 143 c.c. e, ripetendo il dettato della sentenza della Corte di Cassazione n. 18749/2004, hanno ribadito che “I bisogni della famiglia, al cui soddisfacimento i coniugi sono tenuti a norma dell’art. 143 cod. civ., non si esauriscono in quelli, minimi, al di sotto dei quali verrebbero in gioco la stessa comunione di vita e la stessa sopravvivenza del gruppo, ma possono avere, nei singoli contesti familiari, un contenuto più ampio, soprattutto in quelle situazioni caratterizzate da ampie e diffuse disponibilità patrimoniali dei coniugi, situazioni le quali sono anch’esse riconducibili alla logica della solidarietà coniugale”. Sulla base di tali principi hanno, infine, indicato che “il pagamento del mutuo ben rientra tra le primarie necessità della famiglia e, di conseguenza la corresponsione, durante il matrimonio, dei ratei da parte di un solo coniuge non comporta la ripetitività degli importi versati.”
A seguito di queste motivazioni, la corte di appello si è pronunciata accogliendo parzialmente il quarto motivo dell’impugnazione, condannando così, l’ex marito, a restituire la somma a lui riconosciuta in primo grado a titolo di rimborso dei ratei di mutuo versati.

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