La presunta “meritevolezza astratta” del trust: Cassazione n. 9637 del 2018

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Articolo a cura della Dott.ssa Marta Limongelli

Il trust è un istituto tipico degli ordinamenti di common law e, quindi, dei paesi di diritto anglosassone. Si tratta, come il nome chiaramente suggerisce – “to trust” significa “fidarsi di” o “avere fiducia in” –, di un istituto fonte di obbligazioni di natura fiduciaria, tramite le quali il soggetto disponente (c.d. settlor) sceglie di imporre specifici vincoli di destinazione su beni di sua appartenenza e di affidare gli stessi ad un soggetto fiduciario (c.d. trustee), che sarà tenuto a gestirli e amministrarli in vista dello scopo perseguito dal disponente medesimo, spesso consistente nell’apporto di vantaggi finali ad un soggetto terzo, detto beneficiary.

trust

Il trust, in quanto istituto peculiare creato dai tribunali di equità dei paesi di common law, è stato posto ad oggetto di una disciplina comune di diritto internazionale, valida tra gli Stati firmatari e destinata sia a dettare i criteri per individuare, di volta in volta, la legge ad esso applicabile, sia a risolvere i problemi più importanti relativi al suo riconoscimento. Si tratta della Convenzione dell’Aja del 1°luglio 1985, ratificata dall’Italia con legge n. 364 del 1989. E invocando l’art. 13 di tale Convenzione che, a lungo, si è escluso che l’Italia, al pari di ogni Stato non-trust, fosse tenuta a riconoscere la legittimità del c.d. trust interno, cioè di quello i cui “elementi più importanti” fossero collocati nel suo territorio, ma la cui disciplina fosse affidata alla legge di uno Stato estero, che invece ammette l’utilizzo del trust. Tale norma nasce, infatti, dalla volontà di non introdurre il trust nel diritto interno degli Stati che non lo ammettono, ma anche dalla necessità di contrastare i trusts fraudolenti o abusivi, caratterizzati da un’artificiale delocalizzazione in uno Stato diverso da quello in cui il rapporto giuridico è realmente sorto.
L’Italia, tuttavia, nel 2006, ha introdotto l’art. 2645 ter c.c. e tramite questa norma ha riconosciuto, per la prima volta, l’ammissibilità, nell’ordinamento giuridico italiano, di un vincolo reale di destinazione su beni immobili e non, il quale presenta indubbiamente gli elementi essenziali minimi del trust: la destinazione patrimoniale nell’interesse di beneficiari, la segregazione patrimoniale e l’obbligo di gestire i beni al fine esclusivo di destinazione.
Ciò porta, in maniera inevitabile, ad escluderla dal novero degli Stati non-trust e, di conseguenza, dal raggio di applicazione dell’art. 13 della Convenzione, a fronte di un trust interno localizzato nel suo territorio.
Il fatto, però, che sia ammessa la scelta di una legge straniera per la regolamentazione di un trust interno, localizzato in uno Stato che – come il nostro – oggi conosce il trust, conduce all’ulteriore questione dell’applicabilità o meno, in tal caso, della disciplina imperativa interna sulla destinazione patrimoniale (in Italia, per l’appunto, l’art. 2645 ter c.c.) e sull’amministrazione dei beni altrui.
A tal proposito, si è affermato che nessun rapporto giuridico interno di origine negoziale può, per effetto del suo assoggettamento alla disciplina di una legge straniera, essere sottratto alle norme imperative interne. Così, in forza del disposto dell’art. 18 della Convenzione dell’Aja (“le disposizioni della Convenzione potranno essere non osservate qualora la loro applicazione sia manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico”) può affermarsi che le norme imperative interne, proprie dello Stato in cui il trust è prevalentemente collocato, devono trovare comunque applicazione, cumulativamente con le disposizioni della legge straniera prescelta dalle parti.  In tal senso depone anche l’art. 3 del c.d. Regolamento Roma I n. 593 del 2008 – in quanto normativa di diritto internazionale privato volta a disciplinare, in caso di conflitto, la legge applicabile alle obbligazioni contrattuali- ove si legge che: “qualora tutti gli altri elementi pertinenti alla situazione siano ubicati in un paese diverso da quello la cui legge è stata scelta, la scelta effettuata dalle parti fa salva l’applicazione delle disposizioni alle quali la legge di tale diverso paese non permette di derogare convenzionalmente“.
Ebbene, così ragionando, il requisito più rilevante imposto dall’art. 2645 ter c.c. ai c.d. negozi di destinazione – e, di conseguenza, ai trust interni – è quello dell’interesse meritevole di tutela, il quale deve accompagnare l’apposizione di ogni vincolo sui beni del disponente. Tramite la previsione di questo requisito il legislatore ha affermato, in altri termini, la prevalenza degli interessi del beneficiario, se meritevoli, su quelli dei creditori e ciò al fine precipuo di fornire una più salda giustificazione causale ad una disciplina che, di fatto, è idonea a dar luogo ad una separazione patrimoniale.
Sul punto vi è chi, da un lato, ritiene necessario che si tratti di interessi espressione di valori costituzionalmente rilevanti, tali da trascendere la dimensione individualistica ed egoistica delle parti; dall’altro chi, invece, ritiene sufficiente individuare, al fine di legittimare il sorgere del vincolo reale in questione, un interesse talmente serio da prevalere sull’interesse economico generale. Interesse, quest’ultimo, che può essere di natura patrimoniale, ma anche morale (come un interesse di natura familiare). Spesso viene individuata come indice di immeritevolezza la circostanza che il disponente abbia voluto mantenere per sé rilevanti poteri di gestione e di controllo, come, per esempio, il potere di modificare in qualsiasi momento i soggetti beneficiari: ciò, infatti, sarebbe indice di una volontà egoistica e al limite del fraudolento, nei confronti dei suoi creditori.
L’art. 2645 ter c.c., d’altra parte, fa espresso rinvio all’art. 1322, comma 2, c.c. e quest’ultima previsione è modernamente interpretata nel senso di richiedere, per la validità del negozio, soltanto un interesse lecito, serio ed apprezzabile.
L’esigenza perseguita dal legislatore è, in altri termini, solo quella di evitare che la segregazione patrimoniale divenga, da mezzo finalizzato a garantire l’attuazione del fine del disponente, il fine esclusivo dell’atto istitutivo del vincolo. Si tratta di un’esigenza avvertita anche nei paesi di common law, laddove è considerato sham (finto) trust quello caratterizzato dall’assenza di un reale intento destinatorio, dato che lo scopo reale dell’operazione è solo quello di proteggere i beni rispetto alle pretese dei creditori.
Ciò chiarito, si sottolinea, tuttavia, la tendenza della più recente giurisprudenza ad ammettere un riconoscimento sempre più ampio e quasi indiscriminato dell’istituto del trust e, in generale, si registra una propensione della Suprema Corte a riconoscere, al ricorrere di determinate condizioni, una “tipizzazione” nell’ordinamento italiano di istituti mutuati dall’esperienza giuridica straniera, sottraendoli così al filtro di meritevolezza del comma 2 dell’art. 1322 c.c. (fenomeno simile si è verificato rispetto al c.d. clausole claims made, in materia assicurativa[1]).
Si veda, in questo senso, la pronuncia della Cassazione n. 9637 del 2018, da molti indicata come la pronuncia con cui i giudici di legittimità hanno, una volta per tutte, sancito la meritevolezza in astratto del trust. Secondo la Cassazione, la valutazione astratta della meritevolezza dell’istituto sarebbe stata già compiuta dal legislatore, nel momento in cui ha scelto di ratificare la Convenzione dell’Aja e non sarebbe necessario che il giudice provveda a valutare se il singolo contratto risponda al giudizio previsto dall’art. 1322 c.c.
Una simile pronuncia sembra il risultato di un equivoco interpretativo: discutere di “meritevolezza in astratto” è già una contraddizione in termini e rischia di vanificare ogni progresso raggiunto dagli interpreti in materia di causa in concreto. Un conto è, infatti, la protezione legale in astratto fornita all’istituto giuridico dal legislatore, tramite la sua espressa previsione normativa – rectius, tipicità dell’istituto – e, ben altro conto, è la meritevolezza in concreto degli interessi perseguiti dalle parti. Quest’ultima valutazione riguarda inevitabilmente anche i contratti tipici previsti dal nostro ordinamento e attiene al giudizio, immancabilmente compiuto dal giudice, sulla giustificazione causale del negozio.
A maggior ragione, poi, se il requisito della meritevolezza sia, in maniera esplicita, imposto dal legislatore, come accade nel caso dell’art. 2645 ter c.c.
Se anche si volesse negare che tale ultima norma sia stata l’aggancio fondamentale per l’accoglimento nel nostro ordinamento dell’istituto del trust, è comunque innegabile il fatto che essa disciplini un negozio avente tutte le caratteristiche di base di un trust e, soprattutto, che sia volta a produrne lo stesso risultato. Se, quindi, in relazione ai negozi di destinazione il legislatore ha ritenuto necessario imporre il requisito specifico della meritevolezza, è evidente che lo stesso debba essere richiesto anche in relazione al trust. Potrebbe, al massimo, ammettersene una valutazione più elastica e meno pregnante, ma non sicuramente escluderlo dal raggio di valutazione del giudice.
Si comprende come l’intento della Cassazione fosse quello di consentire una più diffusa applicazione di un istituto fortemente discusso e da sempre etichettato come mezzo fraudolento di sottrazione dei beni alla garanzia dei creditori, ma non sembra che la strada corretta per legittimarlo sia un sovvertimento dei principi fondamentali del nostro ordinamento. Soprattutto quello della causa in concreto, certamente baluardo dell’autonomia contrattuale delle parti, ma allo stesso tempo argine alle iniziative economiche socialmente dannose.


[1] Cass. civ., SS.UU., 24 settembre 2018, n. 22437: in quest’occasione, peraltro, il ragionamento della Cassazione è più approfondito e lascia comunque spazio ad una qualche valutazione di meritevolezza, se pur ai sensi dell’art. 1322, co.1 c.c.: “… Ed è un test che non prescinde, però, dalla stessa tensione ispiratrice dello scrutinio di meritevolezza di cui al capoverso del citato art. 1322 c.c.

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Il trust, in quanto istituto peculiare creato dai tribunali di equità dei paesi di common law, è stato posto ad oggetto di una disciplina comune di diritto internazionale, valida tra gli Stati firmatari e destinata sia a dettare i criteri per individuare, di volta in volta, la legge ad esso applicabile, sia a risolvere i problemi più importanti relativi al suo riconoscimento. Si tratta della Convenzione dell’Aja del 1°luglio 1985, ratificata dall’Italia con legge n. 364 del 1989. E invocando l’art. 13 di tale Convenzione che, a lungo, si è escluso che l’Italia, al pari di ogni Stato non-trust, fosse tenuta a riconoscere la legittimità del c.d. trust interno, cioè di quello i cui “elementi più importanti” fossero collocati nel suo territorio, ma la cui disciplina fosse affidata alla legge di uno Stato estero, che invece ammette l’utilizzo del trust. Tale norma nasce, infatti, dalla volontà di non introdurre il trust nel diritto interno degli Stati che non lo ammettono, ma anche dalla necessità di contrastare i trusts fraudolenti o abusivi, caratterizzati da un’artificiale delocalizzazione in uno Stato diverso da quello in cui il rapporto giuridico è realmente sorto.
L’Italia, tuttavia, nel 2006, ha introdotto l’art. 2645 ter c.c. e tramite questa norma ha riconosciuto, per la prima volta, l’ammissibilità, nell’ordinamento giuridico italiano, di un vincolo reale di destinazione su beni immobili e non, il quale presenta indubbiamente gli elementi essenziali minimi del trust: la destinazione patrimoniale nell’interesse di beneficiari, la segregazione patrimoniale e l’obbligo di gestire i beni al fine esclusivo di destinazione.
Ciò porta, in maniera inevitabile, ad escluderla dal novero degli Stati non-trust e, di conseguenza, dal raggio di applicazione dell’art. 13 della Convenzione, a fronte di un trust interno localizzato nel suo territorio.
Il fatto, però, che sia ammessa la scelta di una legge straniera per la regolamentazione di un trust interno, localizzato in uno Stato che – come il nostro – oggi conosce il trust, conduce all’ulteriore questione dell’applicabilità o meno, in tal caso, della disciplina imperativa interna sulla destinazione patrimoniale (in Italia, per l’appunto, l’art. 2645 ter c.c.) e sull’amministrazione dei beni altrui.
A tal proposito, si è affermato che nessun rapporto giuridico interno di origine negoziale può, per effetto del suo assoggettamento alla disciplina di una legge straniera, essere sottratto alle norme imperative interne. Così, in forza del disposto dell’art. 18 della Convenzione dell’Aja (“le disposizioni della Convenzione potranno essere non osservate qualora la loro applicazione sia manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico”) può affermarsi che le norme imperative interne, proprie dello Stato in cui il trust è prevalentemente collocato, devono trovare comunque applicazione, cumulativamente con le disposizioni della legge straniera prescelta dalle parti.  In tal senso depone anche l’art. 3 del c.d. Regolamento Roma I n. 593 del 2008 – in quanto normativa di diritto internazionale privato volta a disciplinare, in caso di conflitto, la legge applicabile alle obbligazioni contrattuali- ove si legge che: “qualora tutti gli altri elementi pertinenti alla situazione siano ubicati in un paese diverso da quello la cui legge è stata scelta, la scelta effettuata dalle parti fa salva l’applicazione delle disposizioni alle quali la legge di tale diverso paese non permette di derogare convenzionalmente“.
Ebbene, così ragionando, il requisito più rilevante imposto dall’art. 2645 ter c.c. ai c.d. negozi di destinazione – e, di conseguenza, ai trust interni – è quello dell’interesse meritevole di tutela, il quale deve accompagnare l’apposizione di ogni vincolo sui beni del disponente. Tramite la previsione di questo requisito il legislatore ha affermato, in altri termini, la prevalenza degli interessi del beneficiario, se meritevoli, su quelli dei creditori e ciò al fine precipuo di fornire una più salda giustificazione causale ad una disciplina che, di fatto, è idonea a dar luogo ad una separazione patrimoniale.
Sul punto vi è chi, da un lato, ritiene necessario che si tratti di interessi espressione di valori costituzionalmente rilevanti, tali da trascendere la dimensione individualistica ed egoistica delle parti; dall’altro chi, invece, ritiene sufficiente individuare, al fine di legittimare il sorgere del vincolo reale in questione, un interesse talmente serio da prevalere sull’interesse economico generale. Interesse, quest’ultimo, che può essere di natura patrimoniale, ma anche morale (come un interesse di natura familiare). Spesso viene individuata come indice di immeritevolezza la circostanza che il disponente abbia voluto mantenere per sé rilevanti poteri di gestione e di controllo, come, per esempio, il potere di modificare in qualsiasi momento i soggetti beneficiari: ciò, infatti, sarebbe indice di una volontà egoistica e al limite del fraudolento, nei confronti dei suoi creditori.
L’art. 2645 ter c.c., d’altra parte, fa espresso rinvio all’art. 1322, comma 2, c.c. e quest’ultima previsione è modernamente interpretata nel senso di richiedere, per la validità del negozio, soltanto un interesse lecito, serio ed apprezzabile.
L’esigenza perseguita dal legislatore è, in altri termini, solo quella di evitare che la segregazione patrimoniale divenga, da mezzo finalizzato a garantire l’attuazione del fine del disponente, il fine esclusivo dell’atto istitutivo del vincolo. Si tratta di un’esigenza avvertita anche nei paesi di common law, laddove è considerato sham (finto) trust quello caratterizzato dall’assenza di un reale intento destinatorio, dato che lo scopo reale dell’operazione è solo quello di proteggere i beni rispetto alle pretese dei creditori.
Ciò chiarito, si sottolinea, tuttavia, la tendenza della più recente giurisprudenza ad ammettere un riconoscimento sempre più ampio e quasi indiscriminato dell’istituto del trust e, in generale, si registra una propensione della Suprema Corte a riconoscere, al ricorrere di determinate condizioni, una “tipizzazione” nell’ordinamento italiano di istituti mutuati dall’esperienza giuridica straniera, sottraendoli così al filtro di meritevolezza del comma 2 dell’art. 1322 c.c. (fenomeno simile si è verificato rispetto al c.d. clausole claims made, in materia assicurativa[1]).
Si veda, in questo senso, la pronuncia della Cassazione n. 9637 del 2018, da molti indicata come la pronuncia con cui i giudici di legittimità hanno, una volta per tutte, sancito la meritevolezza in astratto del trust. Secondo la Cassazione, la valutazione astratta della meritevolezza dell’istituto sarebbe stata già compiuta dal legislatore, nel momento in cui ha scelto di ratificare la Convenzione dell’Aja e non sarebbe necessario che il giudice provveda a valutare se il singolo contratto risponda al giudizio previsto dall’art. 1322 c.c.
Una simile pronuncia sembra il risultato di un equivoco interpretativo: discutere di “meritevolezza in astratto” è già una contraddizione in termini e rischia di vanificare ogni progresso raggiunto dagli interpreti in materia di causa in concreto. Un conto è, infatti, la protezione legale in astratto fornita all’istituto giuridico dal legislatore, tramite la sua espressa previsione normativa – rectius, tipicità dell’istituto – e, ben altro conto, è la meritevolezza in concreto degli interessi perseguiti dalle parti. Quest’ultima valutazione riguarda inevitabilmente anche i contratti tipici previsti dal nostro ordinamento e attiene al giudizio, immancabilmente compiuto dal giudice, sulla giustificazione causale del negozio.
A maggior ragione, poi, se il requisito della meritevolezza sia, in maniera esplicita, imposto dal legislatore, come accade nel caso dell’art. 2645 ter c.c.
Se anche si volesse negare che tale ultima norma sia stata l’aggancio fondamentale per l’accoglimento nel nostro ordinamento dell’istituto del trust, è comunque innegabile il fatto che essa disciplini un negozio avente tutte le caratteristiche di base di un trust e, soprattutto, che sia volta a produrne lo stesso risultato. Se, quindi, in relazione ai negozi di destinazione il legislatore ha ritenuto necessario imporre il requisito specifico della meritevolezza, è evidente che lo stesso debba essere richiesto anche in relazione al trust. Potrebbe, al massimo, ammettersene una valutazione più elastica e meno pregnante, ma non sicuramente escluderlo dal raggio di valutazione del giudice.
Si comprende come l’intento della Cassazione fosse quello di consentire una più diffusa applicazione di un istituto fortemente discusso e da sempre etichettato come mezzo fraudolento di sottrazione dei beni alla garanzia dei creditori, ma non sembra che la strada corretta per legittimarlo sia un sovvertimento dei principi fondamentali del nostro ordinamento. Soprattutto quello della causa in concreto, certamente baluardo dell’autonomia contrattuale delle parti, ma allo stesso tempo argine alle iniziative economiche socialmente dannose.


[1] Cass. civ., SS.UU., 24 settembre 2018, n. 22437: in quest’occasione, peraltro, il ragionamento della Cassazione è più approfondito e lascia comunque spazio ad una qualche valutazione di meritevolezza, se pur ai sensi dell’art. 1322, co.1 c.c.: “… Ed è un test che non prescinde, però, dalla stessa tensione ispiratrice dello scrutinio di meritevolezza di cui al capoverso del citato art. 1322 c.c.

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