Nonni e nipoti: una relazione speciale. Anche la Cassazione ne prende atto

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Articolo a cura dell’ Avv.ssa Elisa Bastianello

Sono la rilevanza e la profondità del legame affettivo, non la convivenza (requisito che permane seppur non in via essenziale), gli elementi indispensabili per la valutazione della lesione del danno parentale conseguente alla morte del nonno/a. Questo è il senso di Cass. civ. Sez. III Ord., 08/04/2020, n. 7743.

nonni e nipoti

Indice

1. Il danno da perdita del rapporto parentale
2. Il caso di specie
3. Un isolato orientamento
4. La decisione della Corte di Cassazione n. 7743/2020
5. Il regime probatorio

1. Il danno da perdita del rapporto parentale

Il danno da perdita del rapporto parentale è oramai figura consolidata in giurisprudenza.
Trattasi di quel danno “di natura non patrimoniale (ex art. 2059 c.c.), che un soggetto subisce in conseguenza dell’attività illecita posta in essere da un terzo, ai danni di altra persona, legata alla prima da un rapporto di natura familiare e/o affettiva[1].
Tale danno si estrinseca nella concreta perdita del godimento, nella vita del danneggiato, della presenza di quella particolare persona la cui relazione è caratterizzata da un’intensa unione affettiva e sentimentale; danno “che va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto ( …) nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti[2].
La liquidazione del risarcimento del danno va effettuata in via equitativa, secondo una “valutazione che tenga conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore circostanza utile, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti ed ogni altra circostanza allegata”[3].

2. Il caso di specie

Il caso in esame si riferisce alla domanda di risarcimento del danno proposta dai nipoti della nonna, deceduta a seguito di intervento chirurgico; lo stesso aveva provocato alla donna una peritonite acuta da perforazione vescicale, cagionandone il decesso con diagnosi di perforazione intestinale.
I nipoti avevano citato in giudizio l’Azienda Sanitaria in cui aveva avuto luogo l’intervento, domandando l’accertamento della condotta omissiva colposa dei medici che avevano eseguito l’operazione, nonché la condanna della Struttura Sanitaria al risarcimento dei danni, sia iure hereditatis che iure proprio.
Le istanze dei nipoti venivano accolte in primo grado e rigettate avanti alla Corte territoriale.

3. Un isolato orientamento

Secondo precedente e solitaria giurisprudenza a cui ha aderito la Corte d’Appello di Genova, il danno da lesione del rapporto parentale per soggetti estranei al nucleo familiare in senso stretto (i nonni, i nipoti, il genero o la nuora), diviene risarcibile quando sussiste una situazione di convivenza che ne diviene conditio sine qua non.
Tale orientamento ritiene che sia la convivenza l’elemento oggettivo idoneo a far presumere il vincolo affettivo tra le parti, “in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario” [4].

4. La decisione della Corte di Cassazione n. 7743/2020

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte intende dare continuità all’orientamento manifestato in precedenza [5], secondo il quale la convivenza è parametro e misura per provare il valore e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro nonni e nipoti, ma non un limite al risarcimento stesso.
Il ragionamento della Corte di legittimità si fonda sulle note sentenze n. 8827 e n. 8828 del 31/05/2003, le quali hanno ridefinito, rispetto ai convincimenti tradizionali, presupposti e contenuti del risarcimento del danno non patrimoniale, secondo una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.
Tale indirizzo è stato posto poi a fondamento dell’argomentazione, con cui la Suprema Corte a Sezioni Unite [6] ha esteso la tutela del danno non patrimoniale ai casi in cui esso diviene il prodotto della lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione. Per effetto di tale estensione, la giurisprudenza di legittimità ha ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 c.c. anche la tutela riconosciuta ai soggetti che hanno subito la lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.).
Seguono le Sezioni Unite evidenziando come vi siano disposizioni civilistiche (art. 75, 76 e 317 bis c.c.)  che riconoscono tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela, oltre a diritti, doveri e facoltà, estrinsecazione di rapporti significativi tra nonni e nipoti.
Ritenendo la convivenza quale unico elemento ad avere rilevanza giuridica, si escluderebbe aprioristicamente il diritto del nipote non convivente al  risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale.
Vi è però che la convivenza è un fattore esterno, momentaneo, e non necessariamente esistente tra soggetti non legati da vincoli affettivi e/o di parentela.
La Suprema Corte, nel caso in esame, conclude pertanto riaffermando che “in tema di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare l’effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, poiché la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., non è limitata alla cd. “famiglia nucleare”, il rapporto tra nonni e nipoti, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, non può essere ancorato alla convivenza, escludendo automaticamente, in caso di insussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto” [7].

5. Il regime probatorio

Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio, la succitata sentenza [7] indica come il rapporto nonno-nipote vada collocato tra i legami di stretta parentela, con conseguente possibilità di ricorrere anche alle presunzioni semplici per provare tale voce di danno.
Ne consegue che la sussistenza del danno non patrimoniale patito dal nipote per la morte dei nonni, causata illecitamente da terzi, potrà essere considerata come provata sulla base della sola dimostrazione del vincolo di parentela.


[1] Cass. civ., sez. III, n. 23469/2018.
[2] Cass. civ., sez. III, ord., n. 9196/2018.
[3] Cass. civ., ord. n. 907/2018.
[4] Cass. civ. sez. III, n. 4253/2012.
[5] Cass. civ. Sez. III, n. 21230/2016.
[6] Cass. SS. UU. n. 26972/2008.
[7] da ultimo Cass. civ. sez. III, n. 29332/2017.

nonni e nipoti

Indice

1. Il danno da perdita del rapporto parentale
2. Il caso di specie
3. Un isolato orientamento
4. La decisione della Corte di Cassazione n. 7743/2020
5. Il regime probatorio

1. Il danno da perdita del rapporto parentale

Il danno da perdita del rapporto parentale è oramai figura consolidata in giurisprudenza.
Trattasi di quel danno “di natura non patrimoniale (ex art. 2059 c.c.), che un soggetto subisce in conseguenza dell’attività illecita posta in essere da un terzo, ai danni di altra persona, legata alla prima da un rapporto di natura familiare e/o affettiva[1].
Tale danno si estrinseca nella concreta perdita del godimento, nella vita del danneggiato, della presenza di quella particolare persona la cui relazione è caratterizzata da un’intensa unione affettiva e sentimentale; danno “che va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto ( …) nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti[2].
La liquidazione del risarcimento del danno va effettuata in via equitativa, secondo una “valutazione che tenga conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore circostanza utile, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti ed ogni altra circostanza allegata”[3].

2. Il caso di specie

Il caso in esame si riferisce alla domanda di risarcimento del danno proposta dai nipoti della nonna, deceduta a seguito di intervento chirurgico; lo stesso aveva provocato alla donna una peritonite acuta da perforazione vescicale, cagionandone il decesso con diagnosi di perforazione intestinale.
I nipoti avevano citato in giudizio l’Azienda Sanitaria in cui aveva avuto luogo l’intervento, domandando l’accertamento della condotta omissiva colposa dei medici che avevano eseguito l’operazione, nonché la condanna della Struttura Sanitaria al risarcimento dei danni, sia iure hereditatis che iure proprio.
Le istanze dei nipoti venivano accolte in primo grado e rigettate avanti alla Corte territoriale.

3. Un isolato orientamento

Secondo precedente e solitaria giurisprudenza a cui ha aderito la Corte d’Appello di Genova, il danno da lesione del rapporto parentale per soggetti estranei al nucleo familiare in senso stretto (i nonni, i nipoti, il genero o la nuora), diviene risarcibile quando sussiste una situazione di convivenza che ne diviene conditio sine qua non.
Tale orientamento ritiene che sia la convivenza l’elemento oggettivo idoneo a far presumere il vincolo affettivo tra le parti, “in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario” [4].

4. La decisione della Corte di Cassazione n. 7743/2020

Con la sentenza in esame, la Suprema Corte intende dare continuità all’orientamento manifestato in precedenza [5], secondo il quale la convivenza è parametro e misura per provare il valore e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro nonni e nipoti, ma non un limite al risarcimento stesso.
Il ragionamento della Corte di legittimità si fonda sulle note sentenze n. 8827 e n. 8828 del 31/05/2003, le quali hanno ridefinito, rispetto ai convincimenti tradizionali, presupposti e contenuti del risarcimento del danno non patrimoniale, secondo una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.
Tale indirizzo è stato posto poi a fondamento dell’argomentazione, con cui la Suprema Corte a Sezioni Unite [6] ha esteso la tutela del danno non patrimoniale ai casi in cui esso diviene il prodotto della lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione. Per effetto di tale estensione, la giurisprudenza di legittimità ha ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 c.c. anche la tutela riconosciuta ai soggetti che hanno subito la lesione dei diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.).
Seguono le Sezioni Unite evidenziando come vi siano disposizioni civilistiche (art. 75, 76 e 317 bis c.c.)  che riconoscono tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela, oltre a diritti, doveri e facoltà, estrinsecazione di rapporti significativi tra nonni e nipoti.
Ritenendo la convivenza quale unico elemento ad avere rilevanza giuridica, si escluderebbe aprioristicamente il diritto del nipote non convivente al  risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale.
Vi è però che la convivenza è un fattore esterno, momentaneo, e non necessariamente esistente tra soggetti non legati da vincoli affettivi e/o di parentela.
La Suprema Corte, nel caso in esame, conclude pertanto riaffermando che “in tema di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare l’effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, poiché la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., non è limitata alla cd. “famiglia nucleare”, il rapporto tra nonni e nipoti, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, non può essere ancorato alla convivenza, escludendo automaticamente, in caso di insussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto” [7].

5. Il regime probatorio

Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio, la succitata sentenza [7] indica come il rapporto nonno-nipote vada collocato tra i legami di stretta parentela, con conseguente possibilità di ricorrere anche alle presunzioni semplici per provare tale voce di danno.
Ne consegue che la sussistenza del danno non patrimoniale patito dal nipote per la morte dei nonni, causata illecitamente da terzi, potrà essere considerata come provata sulla base della sola dimostrazione del vincolo di parentela.


[1] Cass. civ., sez. III, n. 23469/2018.
[2] Cass. civ., sez. III, ord., n. 9196/2018.
[3] Cass. civ., ord. n. 907/2018.
[4] Cass. civ. sez. III, n. 4253/2012.
[5] Cass. civ. Sez. III, n. 21230/2016.
[6] Cass. SS. UU. n. 26972/2008.
[7] da ultimo Cass. civ. sez. III, n. 29332/2017.

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