Nesso di causalità, prova scientifica e criterio di imputazione soggettiva da posizione di garanzia, nota a sentenza Cassazione III Sezione Penale pres. Nicola n. 10209/21 (Montefibre bis)

Articolo a cura dell’Avv. Marco Napolitano

Montefibre

Indice

1. Il caso
2. Il nesso di causalità
3. La valutazione del sapere esperto
4. La sentenza

1. Il caso

La Cassazione torna a pronunziarsi sul tema delle “morti da amianto” in un processo che vede imputati i dirigenti dello stabilimento Montefibre per i delitti di omicidio colposo e di lesioni personali colpose, aggravati dalla violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.
La Corte individua il vulnus della sentenza impugnata nella metodologia adoperata per la valutazione della prova “esperta” e di conseguenza nell’accertamento della sussistenza del nesso di causalità tra le condotte ascritte agli imputati e gli eventi.

2. Il nesso di causalità

Primo profilo affrontato è il nesso di causalità, preliminare rispetto alla verifica della sussistenza dell’elemento soggettivo; in concreto ritiene la S.C. che occorre valutare in precedenza se gli eventi (morte e lesioni) sono riconducibili alla prolungata esposizione dei lavoratori alle polveri di amianto nello stabilimento. Per dare risposta al quesito si deve valutare la prova scientifica.

3. La valutazione del sapere esperto

Il Collegio, aderendo agli insegnamenti della sentenza Cozzini (4 sez. n. 43786/10), “stella polare” sul tema della valutazione della prova scientifica e dei rapporti di quest’ultima con il giudice e il processo penale, antepone all’analisi dei casi concreti una premessa di ordine metodologico: il giudice è portatore di legittima ignoranza e il processo penale non è il luogo ove si forma sapere scientifico, esso giunge nel processo mediante il sapere degli esperti e il giudice deve assicurare la competenza e l’imparzialità del giudizio esperto e verificare mediante una documentata analisi della letteratura scientifica universale in materia, l’esistenza e l’apporto della legge scientifica di copertura.

4. La sentenza

Rispetto ai casi di tumore polmonare, nel giudizio di rinvio era stato conferito incarico peritale; la corte territoriale ha inteso superare le conclusioni dei periti e ha rilevato che i dati acquisiti non consentivano di dimostrare la sussistenza del nesso causale poiché si era in presenza di leggi di copertura non di tipo universale ma statistico-probabilistico.
Il discostamento dalle conclusioni dei periti non è adeguatamente motivato, mancando sia un riferimento alla maggiore o minore attendibilità degli studi che sorreggono le tesi antagoniste sia un richiamo al grado di indipendenza e autorevolezza degli esperti, e soprattutto non è spiegato perché lo studio adottato dai consulenti non è stato ritenuto meritevole di considerazione sebbene scaturente da ricerca più recente e operata su scala internazionale.
Peraltro, l’esclusione del carattere universale della legge di copertura non può valere di per sé a fermare l’accertamento sul nesso causale, poiché il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente alla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, ed è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione doverosa, ed esclusa l’inferenza di fattori causali alternativi, l’evento con elevato grado di credibilità razionale non avrebbe avuto luogo (SS.UU. Franzese 30328/2002).
Ciò che interessa è l’individuazione della condizione necessaria all’evento, non di quella sufficiente, cioè dell’insieme di condizioni che rendono inevitabile il risultato.
Dunque il giudizio di elevata probabilità logica non definisce il nesso causale ma costituisce criterio con cui il giudice deve procedere all’accertamento probatorio del nesso causale, verificando se la legge statistica di riferimento trovi applicazione nel caso concreto di giudizio, stante l’alta probabilità logica che siano da escludere fattori causali alternativi.
Anche sul tema del mesotelioma pleurico la Corte d’appello, dopo avere conferito incarico a due periti, recepiva le teoria multistadio (rilevanza causale di tutte le esposizioni all’amianto) ma riteneva di non aderire alle loro conclusioni.
Posto che il suo compito non è verificare la maggiore validità di una teoria scientifica rispetto all’altra, la S.C. critica il metodo di valutazione delle conclusioni degli esperti e della verifica del nesso causale; sono stati condivisi alcuni assunti generali e valorizzati alcuni particolari, senza offrire spiegazioni adeguate in ordine al mancato accoglimento delle conclusioni finali. E censura ancora la corte territoriale per avere “creato il sapere scientifico” e non essersi attenuta agli insegnamenti della giurisprudenza di legittimità in ordine alla valutazione della prova scientifica.
Vero è che l’adesione alla teoria multistadio non comporta in automatico l’attribuzione di responsabilità a tutti gli imputati occorrendo in tal senso una valutazione in concreto, tuttavia ricorda il Collegio che la sentenza rescindente aveva ribadito che gli imputati avevano assunto una posizione di garanzia idonea a renderli responsabili delle conseguenze relative al mancato rispetto igiene sul lavoro, ma in caso di successione di posizioni di garanzia, in base a principio dell’equivalenza delle cause (art. 41 c.p.) il comportamento colposo del garante sopravvenuto non è sufficiente da solo a interrompere il rapporto di causalità tra violazione operata da primo garante e ed evento quando tale comportamento non abbia fatto venir meno la situazione di pericolo originariamente determinata.
Tale profilo non sufficientemente affrontato e non è stato spiegato quindi perché le esposizioni nei singoli periodi di responsabilità siano state eziologicamente irrilevanti nelle formazione progressiva delle malattie.
La corte avrebbe dovuto informare del perché le esposizioni avvenute nei periodi in cui erano in carica gli imputati erano irrilevanti, ed è generica e non esaustiva l’affermazione che quelle più remote assumono peso maggiore poiché anche tale dato andava coordinato con dato della lunghezza dei tempi de insorgenza della malattia e andava calato nella storia specifica di ciascun lavoratore e della durata dei periodi di responsabilità.
La sentenza veniva quindi annullata con rinvio per nuovo esame sul nesso causale.

montefibre

Indice

1. Il caso
2. Il nesso di causalità
3. La valutazione del sapere esperto
4. La sentenza

1. Il caso

La Cassazione torna a pronunziarsi sul tema delle “morti da amianto” in un processo che vede imputati i dirigenti dello stabilimento Montefibre per i delitti di omicidio colposo e di lesioni personali colpose, aggravati dalla violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro.
La Corte individua il vulnus della sentenza impugnata nella metodologia adoperata per la valutazione della prova “esperta” e di conseguenza nell’accertamento della sussistenza del nesso di causalità tra le condotte ascritte agli imputati e gli eventi.

2. Il nesso di causalità

Primo profilo affrontato è il nesso di causalità, preliminare rispetto alla verifica della sussistenza dell’elemento soggettivo; in concreto ritiene la S.C. che occorre valutare in precedenza se gli eventi (morte e lesioni) sono riconducibili alla prolungata esposizione dei lavoratori alle polveri di amianto nello stabilimento. Per dare risposta al quesito si deve valutare la prova scientifica.

3. La valutazione del sapere esperto

Il Collegio, aderendo agli insegnamenti della sentenza Cozzini (4 sez. n. 43786/10), “stella polare” sul tema della valutazione della prova scientifica e dei rapporti di quest’ultima con il giudice e il processo penale, antepone all’analisi dei casi concreti una premessa di ordine metodologico: il giudice è portatore di legittima ignoranza e il processo penale non è il luogo ove si forma sapere scientifico, esso giunge nel processo mediante il sapere degli esperti e il giudice deve assicurare la competenza e l’imparzialità del giudizio esperto e verificare mediante una documentata analisi della letteratura scientifica universale in materia, l’esistenza e l’apporto della legge scientifica di copertura.

4. La sentenza

Rispetto ai casi di tumore polmonare, nel giudizio di rinvio era stato conferito incarico peritale; la corte territoriale ha inteso superare le conclusioni dei periti e ha rilevato che i dati acquisiti non consentivano di dimostrare la sussistenza del nesso causale poiché si era in presenza di leggi di copertura non di tipo universale ma statistico-probabilistico.
Il discostamento dalle conclusioni dei periti non è adeguatamente motivato, mancando sia un riferimento alla maggiore o minore attendibilità degli studi che sorreggono le tesi antagoniste sia un richiamo al grado di indipendenza e autorevolezza degli esperti, e soprattutto non è spiegato perché lo studio adottato dai consulenti non è stato ritenuto meritevole di considerazione sebbene scaturente da ricerca più recente e operata su scala internazionale.
Peraltro, l’esclusione del carattere universale della legge di copertura non può valere di per sé a fermare l’accertamento sul nesso causale, poiché il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente alla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, ed è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione doverosa, ed esclusa l’inferenza di fattori causali alternativi, l’evento con elevato grado di credibilità razionale non avrebbe avuto luogo (SS.UU. Franzese 30328/2002).
Ciò che interessa è l’individuazione della condizione necessaria all’evento, non di quella sufficiente, cioè dell’insieme di condizioni che rendono inevitabile il risultato.
Dunque il giudizio di elevata probabilità logica non definisce il nesso causale ma costituisce criterio con cui il giudice deve procedere all’accertamento probatorio del nesso causale, verificando se la legge statistica di riferimento trovi applicazione nel caso concreto di giudizio, stante l’alta probabilità logica che siano da escludere fattori causali alternativi.
Anche sul tema del mesotelioma pleurico la Corte d’appello, dopo avere conferito incarico a due periti, recepiva le teoria multistadio (rilevanza causale di tutte le esposizioni all’amianto) ma riteneva di non aderire alle loro conclusioni.
Posto che il suo compito non è verificare la maggiore validità di una teoria scientifica rispetto all’altra, la S.C. critica il metodo di valutazione delle conclusioni degli esperti e della verifica del nesso causale; sono stati condivisi alcuni assunti generali e valorizzati alcuni particolari, senza offrire spiegazioni adeguate in ordine al mancato accoglimento delle conclusioni finali. E censura ancora la corte territoriale per avere “creato il sapere scientifico” e non essersi attenuta agli insegnamenti della giurisprudenza di legittimità in ordine alla valutazione della prova scientifica.
Vero è che l’adesione alla teoria multistadio non comporta in automatico l’attribuzione di responsabilità a tutti gli imputati occorrendo in tal senso una valutazione in concreto, tuttavia ricorda il Collegio che la sentenza rescindente aveva ribadito che gli imputati avevano assunto una posizione di garanzia idonea a renderli responsabili delle conseguenze relative al mancato rispetto igiene sul lavoro, ma in caso di successione di posizioni di garanzia, in base a principio dell’equivalenza delle cause (art. 41 c.p.) il comportamento colposo del garante sopravvenuto non è sufficiente da solo a interrompere il rapporto di causalità tra violazione operata da primo garante e ed evento quando tale comportamento non abbia fatto venir meno la situazione di pericolo originariamente determinata.
Tale profilo non sufficientemente affrontato e non è stato spiegato quindi perché le esposizioni nei singoli periodi di responsabilità siano state eziologicamente irrilevanti nelle formazione progressiva delle malattie.
La corte avrebbe dovuto informare del perché le esposizioni avvenute nei periodi in cui erano in carica gli imputati erano irrilevanti, ed è generica e non esaustiva l’affermazione che quelle più remote assumono peso maggiore poiché anche tale dato andava coordinato con dato della lunghezza dei tempi de insorgenza della malattia e andava calato nella storia specifica di ciascun lavoratore e della durata dei periodi di responsabilità.
La sentenza veniva quindi annullata con rinvio per nuovo esame sul nesso causale.

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