La vexata quaestio delle voci del danno non patrimoniale: la parola alla Cassazione

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Articolo a cura del Dott. Gianmarco Torrigiani

Estremi: Corte di Cassazione, sez. III, 10.11.2020, n. 25164

danno

Indice

1. Il fatto
2. Il processo
3. La personalizzazione del danno biologico
4. L’autonomia del danno morale
5. Le massime di esprerienza
6. Conclusioni

1. Il fatto

Un pedone è stato investito da un veicolo e, a causa di ciò, ha subito gravissimi danni.
Ha scoperto poi che il veicolo in questione era stato rubato al suo proprietario e, come se non bastasse, il conducente, al momento del sinistro, non è stato individuato.
Pertanto, la vittima ha incardinato presso il Tribunale di Trieste un procedimento civile per tentare di ottenere il ristoro del danno non patrimoniale subito a seguito del sinistro stradale e ha chiamato in giudizio la Compagnia Assicuratrice designata dal “Fondo di Garanzia per le vittime della strada”, così come previsto all’art. 283, comma 1, lett. d), del D.lgs. 209/2005, c.d. “Codice delle Assicurazioni”.
Nel caso in cui, infatti, il veicolo investitore risulti essere stato posto in circolazione contro la volontà del proprietario, spetta proprio al sopramenzionato Fondo dover risarcire i danni alla persona causati dalla circolazione di quei mezzi per i quali è previsto l’obbligo di assicurazione.

2. Il processo

Il giudice di prime cure, proprio in virtù di tale norma, ha rigettato la domanda attorea sul presupposto che questi non sarebbe riuscito a dimostrare che il veicolo investitore era stato posto in circolazione contro la volontà del proprietario.
Tale assunto, è stato censurato, in sede di gravame, dalla Corte di Appello di Trieste, la quale ha ritenuto che, al contrario, il veicolo del sinistro coincidesse, indubbiamente, con il veicolo rubato, in quanto:

  1. le “due” vetture avevano identità di elementi quali: la marca, il modello, il colore;
  2. vi era prossimità temporale, tra la data del furto e quella dell’incidente, e geografica, tra i luoghi dove si sono verificati i due eventi.
  3. La stessa Corte ha, quindi, liquidato il gravissimo danno subito dal ricorrente, quantificandolo sulla base delle c.d. “Tabelle di Milano”.
  4. Infatti, come noto, per la liquidazione delle c.d. macro-lesioni conseguenti a sinistri stradali dovrebbe essere utilizzata una tabella unica nazionale di riferimento, a mente dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni, modificato dalla L. n. 124/2017, la quale, tuttavia, ad oggi, non è stata mai predisposta dal legislatore. In mancanza di essa vengono pertanto prese come riferimento quelle in uso presso il Tribunale di Milano.
  5. In particolare, la Corte ha liquidato una somma comprensiva di una personalizzazione del 25% sull’invalidità permanente, per “l’indubbia impossibilità (per la vittima) di cimentarsi in attività fisiche”, nonché per la lesione da questi subita tanto della capacità di lavoro generica, quanto di quella specifica.
  6. Ha liquidato, altresì, un’ulteriore somma a titolo di danno morale per le “sofferenze di natura del tutto interiore e non relazionale”, valutate “meritevoli di un compenso aggiuntivo”.
  7. La Compagnia ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che il Giudice territoriale avesse applicato in modo non corretto, come meglio si approfondirà, i criteri elaborati dalla Suprema Corte in merito alla liquidazione del danno non patrimoniale, oltre ad aver fatto un uso errato della prova presuntiva.
  8. Ebbene, la Suprema Corte, nell’esercizio della propria funzione nomofilattica, ha chiarito la corretta modalità di quantificazione del danno non patrimoniale e sul valore giuridico delle massime di esperienza nel processo civile.

3. La personalizzazione del danno biologico

Proprio in riferimento alla quantificazione del danno alla persona, la Suprema Corte ha precisato, anzitutto, che la personalizzazione del risarcimento del danno consiste in una variazione in aumento del valore standard (o punto base) delle tabelle di risarcimento adottate.
Tuttavia, ciò avviene solo in “circostanze eccezionali e specifiche”, che non solo devono avere inciso sulla vittima del sinistro in modo rilevante e su specifici aspetti dinamico-relazionali, ma devono essere debitamente provate.
Infatti, le Tabelle già quantificano le conseguenze che secondo l’“id quod plerumque accidit” derivano dalle lesioni all’integrità psico-fisica.
Su tali assunti, gli ermellini hanno evidenziato il doppio errore di diritto in cui è incorsa la Corte territoriale.
Anzitutto, essa ha personalizzato il punto base di risarcimento del danno non alla luce di “specifiche conseguenze eccezionali” derivanti dal sinistro, ma piuttosto per liquidare, in via equitativa, il danno alla capacità di lavoro, sia generica che specifica, peraltro nemmeno provato.
Tuttavia, così facendo, la Corte triestina ha violato un consolidato principio giurisprudenziale secondo cui:

  1. la perdita della capacità di lavoro generica è già ricompresa nella voce del danno biologico;
  2. quella specifica, invece, rileva nel calcolo del danno patrimoniale, in quanto tale lesione comporta una riduzione di una futura capacità di guadagno.

Più precisamente, quindi, la Corte territoriale ha errato non solo liquidando due volte la capacità lavorativa generica (sia come danno biologico “standard” sia come personalizzazione), ma, altresì, risarcendo la capacità di lavoro specifica come “danno non patrimoniale”, essendo, invece, questa, un danno di tipo patrimoniale.

4. L’autonomia del danno morale

Tra i motivi di gravame, la ricorrente ha censurato poi la liquidazione, in via autonoma, del danno morale, sostenendo che il danno biologico previsto dalle Tabelle milanesi già incorpora anche la sofferenza soggettiva, ossia il danno morale, con una ulteriore duplicazione di danni anche sotto tale profilo.
I Giudici di Piazza Cavour, pur accogliendo la censura, hanno precisato però che:

  1. il danno morale, quale “sofferenza di natura del tutto interiore e non relazionale, e perciò meritevole di compenso aggiuntivo al di là della personalizzazione per gli aspetti dinamici compromessi”, deve essere risarcito in quanto voce autonoma, ontologicamente differente dal danno biologico e da esso non conglobabile;
  2. ancora, secondo il dettato normativo (art. 138 C.d.A., punto 2, lett. a) ed e)), il danno morale dovrebbe essere liquidato successivamente alla personalizzazione del danno biologico;
  3. i redattori delle Tabelle milanesi hanno, tuttavia, adottato, “erroneamente”, una liquidazione congiunta del danno biologico e del danno morale, prevedendo un valore monetario complessivo (costituito dalla somma aritmetica di entrambe le voci di danno);
  4. pertanto, la liquidazione del danno morale eseguita in via separata rispetto alla liquidazione del danno biologico, seppur risulti una modalità teoricamente corretta, in concreto, se svolta sulla base delle Tabelle milanesi rappresenta, in effetti, una duplicazione risarcitoria in cui la Corte territoriale è evidentemente incorsa.

Gli ermellini hanno dettato quindi le seguenti linee guida per l’utilizzo delle Tabelle di Milano.
In particolare, il giudice di merito deve:

1) “accertare l’esistenza, nel singolo caso di specie, di un eventuale concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale”;
2) in caso di positivo accertamento del danno morale, utilizzare le dette Tabelle, con eventuale personalizzazione in presenza di specifiche peculiarità del caso concreto;
3) in caso, invece, di negativo accertamento del danno morale, “considerare la sola voce del danno biologico, depurata dall’aumento tabellarmente previsto per il danno morale secondo le percentuali ivi indicate”;
4) infine, in caso di positivo accertamento dei presupposti per la cd. personalizzazione del danno, procedere all’aumento fino al 30% del valore del solo danno biologico, depurato dalla componente morale del danno automaticamente (ma erroneamente, sempre secondo la Corte di legittimità) inserita in tabella.

5. Le massime di esperienza

Gli ermellini, infine, hanno escluso il presunto “automatismo risarcitorio” eccepito dal ricorrente, ritenendo, invece, che, la prova presuntiva (rectius “massime di esperienza”) possa rappresentare l’unica fonte di convincimento del giudice anche in relazione al danno morale.
Infatti, hanno precisato che:
– il danno morale non è un “danno in re ipsa” e l’attore ha l’onere di dimostrarne la sussistenza in concreto;
– l’attore, tuttavia, può adempiervi anche provando soltanto gli elementi ritenuti “idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti, onde consentire di risalire al fatto ignoto”.
Le massime di esperienza, quali species di prova presuntiva, infatti, sono delle regole di giudizio basate “su leggi naturali, statistiche, di scienza o di esperienza”, il cui utilizzo da parte del giudice non solo è doveroso, ma consente a questi di riconoscere come esistente un certo pregiudizio in tutti quei casi in cui si verifica una determinata lesione e possono essere sufficiente a fondare il suo convincimento.
Il ricorso a tale strumento probatorio, quindi, non solo appare essere un criterio logico-presuntivo funzionale all’accertamento del danno morale, ma consente di evitare che una parte sia costretta a quantificare una voce tanto soggettiva attraverso “estenuanti capitoli di prova relativi al significativo mutamento di stati d’animo interiori da cui possa inferirsi la dimostrazione del pregiudizio patito”.

6. Conclusioni

Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte di Cassazione ha rimodulato l’offerta risarcitoria, decurtando dall’importo disposto dalla Corte di Appello di Trieste le poste di danno relative:

  1. alla personalizzazione del danno biologico, attesa l’omessa prova delle conseguenze specifiche patite a seguito del sinistro dalla vittima;
  2. al danno morale poiché già ricompreso, come detto, nel valore monetario “base” indicato dalle suddette Tabelle.
danno

Indice

1. Il fatto
2. Il processo
3. La personalizzazione del danno biologico
4. L’autonomia del danno morale
5. Le massime di esprerienza
6. Conclusioni

1. Il fatto

Un pedone è stato investito da un veicolo e, a causa di ciò, ha subito gravissimi danni.
Ha scoperto poi che il veicolo in questione era stato rubato al suo proprietario e, come se non bastasse, il conducente, al momento del sinistro, non è stato individuato.
Pertanto, la vittima ha incardinato presso il Tribunale di Trieste un procedimento civile per tentare di ottenere il ristoro del danno non patrimoniale subito a seguito del sinistro stradale e ha chiamato in giudizio la Compagnia Assicuratrice designata dal “Fondo di Garanzia per le vittime della strada”, così come previsto all’art. 283, comma 1, lett. d), del D.lgs. 209/2005, c.d. “Codice delle Assicurazioni”.
Nel caso in cui, infatti, il veicolo investitore risulti essere stato posto in circolazione contro la volontà del proprietario, spetta proprio al sopramenzionato Fondo dover risarcire i danni alla persona causati dalla circolazione di quei mezzi per i quali è previsto l’obbligo di assicurazione.

2. Il processo

Il giudice di prime cure, proprio in virtù di tale norma, ha rigettato la domanda attorea sul presupposto che questi non sarebbe riuscito a dimostrare che il veicolo investitore era stato posto in circolazione contro la volontà del proprietario.
Tale assunto, è stato censurato, in sede di gravame, dalla Corte di Appello di Trieste, la quale ha ritenuto che, al contrario, il veicolo del sinistro coincidesse, indubbiamente, con il veicolo rubato, in quanto:

  1. le “due” vetture avevano identità di elementi quali: la marca, il modello, il colore;
  2. vi era prossimità temporale, tra la data del furto e quella dell’incidente, e geografica, tra i luoghi dove si sono verificati i due eventi.
  3. La stessa Corte ha, quindi, liquidato il gravissimo danno subito dal ricorrente, quantificandolo sulla base delle c.d. “Tabelle di Milano”.
  4. Infatti, come noto, per la liquidazione delle c.d. macro-lesioni conseguenti a sinistri stradali dovrebbe essere utilizzata una tabella unica nazionale di riferimento, a mente dell’art. 138 del Codice delle Assicurazioni, modificato dalla L. n. 124/2017, la quale, tuttavia, ad oggi, non è stata mai predisposta dal legislatore. In mancanza di essa vengono pertanto prese come riferimento quelle in uso presso il Tribunale di Milano.
  5. In particolare, la Corte ha liquidato una somma comprensiva di una personalizzazione del 25% sull’invalidità permanente, per “l’indubbia impossibilità (per la vittima) di cimentarsi in attività fisiche”, nonché per la lesione da questi subita tanto della capacità di lavoro generica, quanto di quella specifica.
  6. Ha liquidato, altresì, un’ulteriore somma a titolo di danno morale per le “sofferenze di natura del tutto interiore e non relazionale”, valutate “meritevoli di un compenso aggiuntivo”.
  7. La Compagnia ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che il Giudice territoriale avesse applicato in modo non corretto, come meglio si approfondirà, i criteri elaborati dalla Suprema Corte in merito alla liquidazione del danno non patrimoniale, oltre ad aver fatto un uso errato della prova presuntiva.
  8. Ebbene, la Suprema Corte, nell’esercizio della propria funzione nomofilattica, ha chiarito la corretta modalità di quantificazione del danno non patrimoniale e sul valore giuridico delle massime di esperienza nel processo civile.

3. La personalizzazione del danno biologico

Proprio in riferimento alla quantificazione del danno alla persona, la Suprema Corte ha precisato, anzitutto, che la personalizzazione del risarcimento del danno consiste in una variazione in aumento del valore standard (o punto base) delle tabelle di risarcimento adottate.
Tuttavia, ciò avviene solo in “circostanze eccezionali e specifiche”, che non solo devono avere inciso sulla vittima del sinistro in modo rilevante e su specifici aspetti dinamico-relazionali, ma devono essere debitamente provate.
Infatti, le Tabelle già quantificano le conseguenze che secondo l’“id quod plerumque accidit” derivano dalle lesioni all’integrità psico-fisica.
Su tali assunti, gli ermellini hanno evidenziato il doppio errore di diritto in cui è incorsa la Corte territoriale.
Anzitutto, essa ha personalizzato il punto base di risarcimento del danno non alla luce di “specifiche conseguenze eccezionali” derivanti dal sinistro, ma piuttosto per liquidare, in via equitativa, il danno alla capacità di lavoro, sia generica che specifica, peraltro nemmeno provato.
Tuttavia, così facendo, la Corte triestina ha violato un consolidato principio giurisprudenziale secondo cui:

  1. la perdita della capacità di lavoro generica è già ricompresa nella voce del danno biologico;
  2. quella specifica, invece, rileva nel calcolo del danno patrimoniale, in quanto tale lesione comporta una riduzione di una futura capacità di guadagno.

Più precisamente, quindi, la Corte territoriale ha errato non solo liquidando due volte la capacità lavorativa generica (sia come danno biologico “standard” sia come personalizzazione), ma, altresì, risarcendo la capacità di lavoro specifica come “danno non patrimoniale”, essendo, invece, questa, un danno di tipo patrimoniale.

4. L’autonomia del danno morale

Tra i motivi di gravame, la ricorrente ha censurato poi la liquidazione, in via autonoma, del danno morale, sostenendo che il danno biologico previsto dalle Tabelle milanesi già incorpora anche la sofferenza soggettiva, ossia il danno morale, con una ulteriore duplicazione di danni anche sotto tale profilo.
I Giudici di Piazza Cavour, pur accogliendo la censura, hanno precisato però che:

  1. il danno morale, quale “sofferenza di natura del tutto interiore e non relazionale, e perciò meritevole di compenso aggiuntivo al di là della personalizzazione per gli aspetti dinamici compromessi”, deve essere risarcito in quanto voce autonoma, ontologicamente differente dal danno biologico e da esso non conglobabile;
  2. ancora, secondo il dettato normativo (art. 138 C.d.A., punto 2, lett. a) ed e)), il danno morale dovrebbe essere liquidato successivamente alla personalizzazione del danno biologico;
  3. i redattori delle Tabelle milanesi hanno, tuttavia, adottato, “erroneamente”, una liquidazione congiunta del danno biologico e del danno morale, prevedendo un valore monetario complessivo (costituito dalla somma aritmetica di entrambe le voci di danno);
  4. pertanto, la liquidazione del danno morale eseguita in via separata rispetto alla liquidazione del danno biologico, seppur risulti una modalità teoricamente corretta, in concreto, se svolta sulla base delle Tabelle milanesi rappresenta, in effetti, una duplicazione risarcitoria in cui la Corte territoriale è evidentemente incorsa.

Gli ermellini hanno dettato quindi le seguenti linee guida per l’utilizzo delle Tabelle di Milano.
In particolare, il giudice di merito deve:

1) “accertare l’esistenza, nel singolo caso di specie, di un eventuale concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale”;
2) in caso di positivo accertamento del danno morale, utilizzare le dette Tabelle, con eventuale personalizzazione in presenza di specifiche peculiarità del caso concreto;
3) in caso, invece, di negativo accertamento del danno morale, “considerare la sola voce del danno biologico, depurata dall’aumento tabellarmente previsto per il danno morale secondo le percentuali ivi indicate”;
4) infine, in caso di positivo accertamento dei presupposti per la cd. personalizzazione del danno, procedere all’aumento fino al 30% del valore del solo danno biologico, depurato dalla componente morale del danno automaticamente (ma erroneamente, sempre secondo la Corte di legittimità) inserita in tabella.

5. Le massime di esperienza

Gli ermellini, infine, hanno escluso il presunto “automatismo risarcitorio” eccepito dal ricorrente, ritenendo, invece, che, la prova presuntiva (rectius “massime di esperienza”) possa rappresentare l’unica fonte di convincimento del giudice anche in relazione al danno morale.
Infatti, hanno precisato che:
– il danno morale non è un “danno in re ipsa” e l’attore ha l’onere di dimostrarne la sussistenza in concreto;
– l’attore, tuttavia, può adempiervi anche provando soltanto gli elementi ritenuti “idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti, onde consentire di risalire al fatto ignoto”.
Le massime di esperienza, quali species di prova presuntiva, infatti, sono delle regole di giudizio basate “su leggi naturali, statistiche, di scienza o di esperienza”, il cui utilizzo da parte del giudice non solo è doveroso, ma consente a questi di riconoscere come esistente un certo pregiudizio in tutti quei casi in cui si verifica una determinata lesione e possono essere sufficiente a fondare il suo convincimento.
Il ricorso a tale strumento probatorio, quindi, non solo appare essere un criterio logico-presuntivo funzionale all’accertamento del danno morale, ma consente di evitare che una parte sia costretta a quantificare una voce tanto soggettiva attraverso “estenuanti capitoli di prova relativi al significativo mutamento di stati d’animo interiori da cui possa inferirsi la dimostrazione del pregiudizio patito”.

6. Conclusioni

Sulla scorta di tali considerazioni, la Suprema Corte di Cassazione ha rimodulato l’offerta risarcitoria, decurtando dall’importo disposto dalla Corte di Appello di Trieste le poste di danno relative:

  1. alla personalizzazione del danno biologico, attesa l’omessa prova delle conseguenze specifiche patite a seguito del sinistro dalla vittima;
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