Interdittiva antimafia ancora al vaglio della Consulta: ordinanza di rimessione del Tar Calabria – Sez. staccata Reggio Calabria – n. 732/2020

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interdittiva antimafia

Indice

1. Inquadramento della disciplina antimafia
2. Precedente intervento della Corte Costituzionale – sent. n. 57/2020
3. Ordinanza di rimessione n. 732/2020 del Tar di Reggio Calabria

1. Inquadramento della disciplina antimafia

La documentazione antimafia è disciplinata dal d. lgs. n. 159 del 2011 (c.d. codice antimafia) e rappresenta una delle più pervasive misure di contrasto che lo Stato opera contro il fenomeno della criminalità organizzata nell’economia legale. In tal modo si definisce l’insieme dei provvedimenti presentati alla P.A. affinché questa venga a conoscenza dell’esistenza di divieti o impedimenti sintomatici di “mafiosità” a carico dei soggetti che vorrebbero operare con la pubblica amministrazione.
Il codice antimafia nasce come strumento a presidio dell’ordine pubblico e contempla misure preordinate alla tutela della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della Pubblica Amministrazione; valori che, nondimeno, vanno bilanciati con la tutela della iniziativa economica e la certezza del diritto. Il legislatore, infatti, ritiene che tali beni giuridici vengano minati e lesi ogniqualvolta una impresa in odore di mafia si inserisce nelle dinamiche del mercato e condiziona l’aggiudicazione di appalti o finanziamenti pubblici.
L’attuale normativa, frutto di tale difficile bilanciamento di valori, è il risultato di ben cinque riforme, avviate con la nota Legge Rognoni – La Torre (L. n. 646/1982) emanata all’indomani dell’omicidio del Prefetto Dalla Chiesa, come risposta dell’ordinamento ai fenomeni di criminalità organizzata.
Il legislatore ha così operato una reductio ad unitatem di una disciplina molto frammentata, incidendo sul regime normativo dei previgenti istituti in esame; ciononostante, si è posto in linea di continuità con i precedenti normativi tanto che all’art. 82 del codice antimafia, utilizza l’espressione “documentazione antimafia” proprio per indicare all’interno di tale genus due differenti species di certificazioni che coincidono per il contenuto dichiarativo ma differiscono in ordine all’ambito applicativo: le comunicazioni antimafia e le informazioni antimafia (art. 84). Il rilascio della documentazione citata si ha in esito ad un procedimento amministrativo di natura dichiarativa, con cui il Prefetto effettua l’accertamento della sussistenza di cause ostative alla stipulazione di contratti o alla valutazione sull’affidabilità dell’impresa.
Le comunicazioni antimafia hanno il carattere di documentazione base e devono essere acquisite per i contratti il cui valore è più modesto rispetto a quello di cui all’art. 91, al di sopra il quale, invece, è richiesta l’informazione antimafia. La loro finalità è quella di permettere alla P.A. di estromettere dal mercato degli appalti e dei finanziamenti pubblici quelle imprese che operano con effettivo condizionamento da parte della criminalità organizzata, ma anche con mero tentativo di infiltrazione mafiosa. Senza dubbio, l’informativa costituisce uno strumento di prevenzione molto più avanzato rispetto alla comunicazione.
In un’ottica di semplificazione e innovazione, è agevole richiamare anche l’istituzione della Banca dati nazionale della documentazione antimafia. Ad essa possono accedere i soggetti coinvolti nella dinamica procedimentale e cioè Prefettura, Stazioni appaltanti ed operatori economici di settore. Giova altresì osservare che per implementare l’efficienza del sistema, la L. n. 190/2012 (Legge anticorruzione) ha previsto l’istituzione presso ogni Prefettura della c.d. withe list nella quale vi è l’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa e si considera una vera e propria mappatura delle imprese.
In dottrina si ritiene che le informative prefettizie costituiscano il fronte più avanzato di difesa dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, tenendo presente che il nostro ordinamento applica resistenza al fenomeno mafioso su tre diversi livelli: in primis, con una risposta di tipo penalistico – repressivo tramite l’accertamento penale dell’associazione a delinquere di stampo mafioso; secondariamente, lo Stato interviene con la previsione di invasive misure di prevenzione personali e reali, adottate sulla base di indizi e sospetti al fine di evitare la commissione di reati da parte di soggetti considerati “socialmente pericolosi”; per ultimo, al terzo livello si collocano, a valle del sistema preventivo e repressivo, i provvedimenti di natura prefettizia nei confronti di soggetti che assumono relazioni qualificate con la criminalità, peraltro adottabili a prescindere da un accertamento di un loro coinvolgimento con le dinamiche criminali.
Quanto alla natura giuridica da attribuire a tali comunicazioni, dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenerle appartenenti alla categoria delle certificazioni, ossia di mere dichiarazioni di scienza di fatti preesistenti a cui corrisponde un potere vincolato del Prefetto di mere attestazioni del fatto alla norma.
Invece, le informazioni antimafia presentano un contenuto misto, perché, se da una parte, certificano la presenza o meno di situazioni di interdizione oggetto delle comunicazioni, dall’altra, attestano – con una valutazione discrezionale del Prefetto – la ricorrenza di tentativi di condizionamento mafioso. Ed è in tale ottica che assumono la diversa natura giuridica del provvedimento discrezionale a contenuto accertativo. La sussistenza del tentativo di infiltrazione mafiosa, accertato dalla valutazione del Prefetto, produce l’estromissione dall’impresa stessa dal mercato degli appalti e finanziamenti pubblici. Ed ancora, a seguito dell’informativa antimafia rilasciata dal Prefetto, vengono revocate le autorizzazioni e le concessioni o si recede dai contratti, fatto salvo il pagamento del valore delle opere già eseguite e il rimborso delle spese sostenute per l’esecuzione del rimanente, nei limiti delle utilità conseguite.
Del resto, il Consiglio di Stato afferma il principio secondo il quale il Prefetto in tali casi esclude che un imprenditore, seppure dotato di mezzi economici e di adeguata organizzazione, possa godere della fiducia della pubblica amministrazione e, per tale ragione, godere di rapporti contrattuali con essa.
Ebbene, se da un lato l’informativa antimafia non implica alcune presunzione di pericolosità del soggetto economico, dall’altra determina in capo all’impresa una condizione di incapacità legale di contrarre, limitata ai rapporti con la PA e con i soggetti elencati all’art. 85 del codice antimafia. Una incapacità dalla valenza temporale illimitata, atteso che la sua durata perdura fintanto che il Prefetto certifichi il venir meno della situazione di pericolo precedentemente accertata.
Uno degli aspetti più controversi della materia risulta la nozione di “tentativi di infiltrazione mafiosa”, termine utilizzato per stabilire se, sulla base degli elementi raccolti dal Prefetto, si riesca a stabilire se l’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose, o esserne quantomeno condizionata. Sulla base della tipizzazione operata dal d.lgs. n. 159/2011, si ritiene che un’impresa possa considerarsi veicolo diretto o indiretto di una associazione mafiosa: nel primo caso, allorquando venga gestita da soggetti stabilmente collegati con sodalizi criminali o controllata e posseduta di fatto da uno di essi; nella seconda ipotesi, invece, quando i soggetti che sono in grado di determinarne l’andamento intrattengono rapporti d’affari, sociali, parentali, relazionali con soggetti, a loro volta, collusi con una consorteria mafiosa.
Consapevole dalla labilità di tali presupposti, la giurisprudenza negli anni ha chiarito come tale valutazione debba essere incentrata non tanto sulle prove quanto sugli indizi da cui è possibile desumere l’esistenza dei tentativi di ingerenza mafiosa. Recentemente, il Consiglio di Stato ha formulato un vero e proprio decalogo sugli elementi da valorizzare nel giudizio propedeutico all’adozione della misura interdittiva, tra cui si annoverano i provvedimenti sfavorevoli del giudice penale, proposta o applicazione delle misure di prevenzione, rapporti parentali, inserimento in un contesto di illegalità e abusivismo, condanne o applicazione di misure cautelari per uno dei reati spia di cui all’art. 84.
Si ritiene che, con questa sentenza, il Supremo collegio abbia indicato al Prefetto le linee da seguire in materia di interdittiva antimafia, essendo quest’ultimo tenuto a valutare in chiave oggettiva e storica anche i giudizi penali assolutori, seppur, come è noto, non è necessario che si addivenga a un accertamento connotato dalla soglia penalistica dell’”oltre ragionevole dubbio”, trovando invece applicazione il principio del “più probabile che non”. In altri termini, ai fini della sua adozione non è richiesto un quadro probatorio conforme all’accertamento di una responsabilità penale poiché la logica che ispira il codice antimafia è quella di prevenire un grave pericolo e non già quella di punire, nemmeno in modo indiretto, una condotta penalmente rilevante.

2. Precedente intervento della Corte Costituzionale – sent. n. 57/2020

Come già accennato, la materia pone un delicato problema di bilanciamento di interessi che ha richiesto l’intervento della Corte Costituzionale, pronunciatasi, nel marzo 2020. La Consulta, pur consapevole che l’attuale sistema normativo delle interdittive si pone in elisione della libertà di iniziativa economica privata assicurata dall’art. 41 Cost., ha ribadito come tale sacrificio risulti complessivamente giustificabile dal fatto che permette l’eliminazione dal circuito dell’economia legale i soggetti economici infiltrati dalle associazioni mafiose, atteso il preoccupante quadro emerso in ordine alle dimensioni e ai meccanismi del sistema.
Difatti, la forza intimidatoria del vincolo associativo e la disponibilità di ingenti capitali provenienti da attività illecite sono inevitabilmente destinate a tradursi in atti e comportamenti che inquinano e falsano il libero e naturale sviluppo dell’attività economica nei settori infiltrati, con grave vulnus, non solo per la concorrenza, ma per la stessa libertà e dignità umana. Ed invero, ove ciò accadesse, si permetterebbe ai sodalizi malavitosi di inserirsi nel circuito statale, accaparrando denaro pubblico. Pertanto, proprio alla luce della pericolosità sociale del fenomeno mafioso, in quell’occasione, è stato esclusa l’incompatibilità costituzionale delle norme del codice antimafia oggetto di rimessione.
Ciononostante, la stessa Corte, in chiosa nella medesima pronuncia, ricorda come rimanga comunque aperta la tematica relativa “alla impossibilità di esercitare in sede amministrativa i poteri previsti nel caso di adozione delle misure di prevenzione dall’art. 67, comma 5, del d.lgs. n. 159 del 2011, e cioè l’esclusione da parte del giudice delle decadenze e dei divieti previsti, nel caso in cui per effetto degli stessi verrebbero a mancare i mezzi di sostentamento all’interessato e alla famiglia”.
Ciò, senza dubbio, conduce a valorizzare l’importanza del riesame periodico a cui sono chiamate le autorità prefettizie e merita, peraltro, una rimeditazione da parte del legislatore, non potendo essere oggetto di una pronuncia specifica poiché non è stata dedotta in modo autonomo.

3. Ordinanza di rimessione n. 732/2020 del Tar di Reggio Calabria

Nonostante il chiaro monito dalla Corte al legislatore, l’inerzia normativa perdurante ha indotto il Tar di Reggio Calabria a sollevare, in via incidentale, la questione di legittimità costituzionale, proprio in relazione alla circostanza che vedeva, nel caso di specie, l’attività aziendale, attinta da interdittiva antimafia, quale unica fonte di reddito della famiglia in questione e che, in mancanza di essa, non avrebbe reso possibile il mantenimento di quattro figli conviventi di cui tre minori. Inoltre, per effetto del gravato provvedimento, si sarebbe posta la indifferibile necessità di licenziare otto dipendenti assunti con contratto a tempo pieno ed indeterminato i quali, considerato il periodo di crisi/emergenza, verosimilmente non avrebbero trovato una nuova collocazione lavorativa.
Nel caso de quo, l’automatismo creato dalle citate norme tra emissione dell’interdittiva e il blocco dell’esercizio dell’attività di impresa, condurrebbe verso una evidente disparità di trattamento rispetto alla disciplina prevista per l’analoga ipotesi delle interdittive conseguenti a misure di prevenzione nella quale, ai sensi dell’art. 67, comma 5 del codice antimafiale decadenze e i divieti previsti dal presente articolo possono essere esclusi dal giudice nel caso in cui per effetto degli stessi verrebbero a mancare i mezzi di sostentamento all’interessato e alla famiglia”.
Con riferimento all’art. 4 della Costituzione, il Tar di Reggio Calabria ha posto in parallelo la condizione del soggetto carcerato e quello colpito da interdittiva. Invero, il diritto al lavoro riconosciuto quale diritto fondamentale di tutti i cittadini, viene garantito anche al soggetto detenuto, per il quale il lavoro costituisce altresì componente essenziale del trattamento rieducativo; e allora, a maggior ragione, lo si dovrebbe ritenere tale anche per i soggetti colpiti da un provvedimento di natura cautelare e preventiva quale l’interdittiva antimafia, finalizzato a prevenire un evento che non necessariamente è attuale, ma anche solo potenziale, emesso da un’autorità amministrativa sulla base della succitata regola causale del “più probabile che non”.
Da ultimo, la critica mossa sotto il profilo delle garanzie procedimentali attiene alla violazione del diritto alla difesa ex art. 24 Cost., specificando come potrebbe, invece, rivelarsi utile che la parte privata metta il Prefetto in condizione di valutare le conseguenze pregiudizievoli su di sé e sulla propria famiglia che scaturiscono dall’interruzione dell’attività aziendale, valorizzando così un contraddittorio eventuale. Sul punto, il Giudice amministrativo è recentemente tornato a pronunciarsi, riconoscendo come seppure il sistema normativo non preveda il contraddittorio quale step obbligatorio, sarebbe comunque utile “un quantomeno parziale recupero delle garanzie procedimentali, nel rispetto dei diritti di difesa spettanti al soggetto destinatario del provvedimento sarebbe auspicabile, de iure condendo, in tutte quelle ipotesi in cui la permeabilità mafiosa appaia alquanto dubbia, incerta, e presenti, per così dire, delle zone grigie o interstiziali, rispetto alle quali l’apporto procedimentale del soggetto potrebbe fornire utili elementi a chiarire alla stessa autorità procedente la natura dei rapporti tra il soggetto e le dinamiche, spesso ambigue e fluide, del mondo criminale”.
Ebbene, proprio a cagione del proliferarsi dello strumento prefettizio, si ritiene necessario valorizzare la lotta alle mafie, senza però, richiedere – principalmente – un sacrificio sproporzionato del diritto di difesa, nonché della libertà di impresa, affinché l’ordinamento rimanga ancorato al canone della proporzionalità quale condizione di civiltà dell’agere amministrativo. Occorre, pertanto, evitare che la normativa di contrasto all’infiltrazione mafiosa – seppur fenomeno endemico nel nostro Paese – si trasformi in un diritto alla paura, tipico di una legislazione emergenziale.

interdittiva antimafia

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1. Inquadramento della disciplina antimafia
2. Precedente intervento della Corte Costituzionale – sent. n. 57/2020
3. Ordinanza di rimessione n. 732/2020 del Tar di Reggio Calabria

1. Inquadramento della disciplina antimafia

La documentazione antimafia è disciplinata dal d. lgs. n. 159 del 2011 (c.d. codice antimafia) e rappresenta una delle più pervasive misure di contrasto che lo Stato opera contro il fenomeno della criminalità organizzata nell’economia legale. In tal modo si definisce l’insieme dei provvedimenti presentati alla P.A. affinché questa venga a conoscenza dell’esistenza di divieti o impedimenti sintomatici di “mafiosità” a carico dei soggetti che vorrebbero operare con la pubblica amministrazione.
Il codice antimafia nasce come strumento a presidio dell’ordine pubblico e contempla misure preordinate alla tutela della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della Pubblica Amministrazione; valori che, nondimeno, vanno bilanciati con la tutela della iniziativa economica e la certezza del diritto. Il legislatore, infatti, ritiene che tali beni giuridici vengano minati e lesi ogniqualvolta una impresa in odore di mafia si inserisce nelle dinamiche del mercato e condiziona l’aggiudicazione di appalti o finanziamenti pubblici.
L’attuale normativa, frutto di tale difficile bilanciamento di valori, è il risultato di ben cinque riforme, avviate con la nota Legge Rognoni – La Torre (L. n. 646/1982) emanata all’indomani dell’omicidio del Prefetto Dalla Chiesa, come risposta dell’ordinamento ai fenomeni di criminalità organizzata.
Il legislatore ha così operato una reductio ad unitatem di una disciplina molto frammentata, incidendo sul regime normativo dei previgenti istituti in esame; ciononostante, si è posto in linea di continuità con i precedenti normativi tanto che all’art. 82 del codice antimafia, utilizza l’espressione “documentazione antimafia” proprio per indicare all’interno di tale genus due differenti species di certificazioni che coincidono per il contenuto dichiarativo ma differiscono in ordine all’ambito applicativo: le comunicazioni antimafia e le informazioni antimafia (art. 84). Il rilascio della documentazione citata si ha in esito ad un procedimento amministrativo di natura dichiarativa, con cui il Prefetto effettua l’accertamento della sussistenza di cause ostative alla stipulazione di contratti o alla valutazione sull’affidabilità dell’impresa.
Le comunicazioni antimafia hanno il carattere di documentazione base e devono essere acquisite per i contratti il cui valore è più modesto rispetto a quello di cui all’art. 91, al di sopra il quale, invece, è richiesta l’informazione antimafia. La loro finalità è quella di permettere alla P.A. di estromettere dal mercato degli appalti e dei finanziamenti pubblici quelle imprese che operano con effettivo condizionamento da parte della criminalità organizzata, ma anche con mero tentativo di infiltrazione mafiosa. Senza dubbio, l’informativa costituisce uno strumento di prevenzione molto più avanzato rispetto alla comunicazione.
In un’ottica di semplificazione e innovazione, è agevole richiamare anche l’istituzione della Banca dati nazionale della documentazione antimafia. Ad essa possono accedere i soggetti coinvolti nella dinamica procedimentale e cioè Prefettura, Stazioni appaltanti ed operatori economici di settore. Giova altresì osservare che per implementare l’efficienza del sistema, la L. n. 190/2012 (Legge anticorruzione) ha previsto l’istituzione presso ogni Prefettura della c.d. withe list nella quale vi è l’elenco dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa e si considera una vera e propria mappatura delle imprese.
In dottrina si ritiene che le informative prefettizie costituiscano il fronte più avanzato di difesa dello Stato nei confronti della criminalità organizzata, tenendo presente che il nostro ordinamento applica resistenza al fenomeno mafioso su tre diversi livelli: in primis, con una risposta di tipo penalistico – repressivo tramite l’accertamento penale dell’associazione a delinquere di stampo mafioso; secondariamente, lo Stato interviene con la previsione di invasive misure di prevenzione personali e reali, adottate sulla base di indizi e sospetti al fine di evitare la commissione di reati da parte di soggetti considerati “socialmente pericolosi”; per ultimo, al terzo livello si collocano, a valle del sistema preventivo e repressivo, i provvedimenti di natura prefettizia nei confronti di soggetti che assumono relazioni qualificate con la criminalità, peraltro adottabili a prescindere da un accertamento di un loro coinvolgimento con le dinamiche criminali.
Quanto alla natura giuridica da attribuire a tali comunicazioni, dottrina e giurisprudenza concordano nel ritenerle appartenenti alla categoria delle certificazioni, ossia di mere dichiarazioni di scienza di fatti preesistenti a cui corrisponde un potere vincolato del Prefetto di mere attestazioni del fatto alla norma.
Invece, le informazioni antimafia presentano un contenuto misto, perché, se da una parte, certificano la presenza o meno di situazioni di interdizione oggetto delle comunicazioni, dall’altra, attestano – con una valutazione discrezionale del Prefetto – la ricorrenza di tentativi di condizionamento mafioso. Ed è in tale ottica che assumono la diversa natura giuridica del provvedimento discrezionale a contenuto accertativo. La sussistenza del tentativo di infiltrazione mafiosa, accertato dalla valutazione del Prefetto, produce l’estromissione dall’impresa stessa dal mercato degli appalti e finanziamenti pubblici. Ed ancora, a seguito dell’informativa antimafia rilasciata dal Prefetto, vengono revocate le autorizzazioni e le concessioni o si recede dai contratti, fatto salvo il pagamento del valore delle opere già eseguite e il rimborso delle spese sostenute per l’esecuzione del rimanente, nei limiti delle utilità conseguite.
Del resto, il Consiglio di Stato afferma il principio secondo il quale il Prefetto in tali casi esclude che un imprenditore, seppure dotato di mezzi economici e di adeguata organizzazione, possa godere della fiducia della pubblica amministrazione e, per tale ragione, godere di rapporti contrattuali con essa.
Ebbene, se da un lato l’informativa antimafia non implica alcune presunzione di pericolosità del soggetto economico, dall’altra determina in capo all’impresa una condizione di incapacità legale di contrarre, limitata ai rapporti con la PA e con i soggetti elencati all’art. 85 del codice antimafia. Una incapacità dalla valenza temporale illimitata, atteso che la sua durata perdura fintanto che il Prefetto certifichi il venir meno della situazione di pericolo precedentemente accertata.
Uno degli aspetti più controversi della materia risulta la nozione di “tentativi di infiltrazione mafiosa”, termine utilizzato per stabilire se, sulla base degli elementi raccolti dal Prefetto, si riesca a stabilire se l’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose, o esserne quantomeno condizionata. Sulla base della tipizzazione operata dal d.lgs. n. 159/2011, si ritiene che un’impresa possa considerarsi veicolo diretto o indiretto di una associazione mafiosa: nel primo caso, allorquando venga gestita da soggetti stabilmente collegati con sodalizi criminali o controllata e posseduta di fatto da uno di essi; nella seconda ipotesi, invece, quando i soggetti che sono in grado di determinarne l’andamento intrattengono rapporti d’affari, sociali, parentali, relazionali con soggetti, a loro volta, collusi con una consorteria mafiosa.
Consapevole dalla labilità di tali presupposti, la giurisprudenza negli anni ha chiarito come tale valutazione debba essere incentrata non tanto sulle prove quanto sugli indizi da cui è possibile desumere l’esistenza dei tentativi di ingerenza mafiosa. Recentemente, il Consiglio di Stato ha formulato un vero e proprio decalogo sugli elementi da valorizzare nel giudizio propedeutico all’adozione della misura interdittiva, tra cui si annoverano i provvedimenti sfavorevoli del giudice penale, proposta o applicazione delle misure di prevenzione, rapporti parentali, inserimento in un contesto di illegalità e abusivismo, condanne o applicazione di misure cautelari per uno dei reati spia di cui all’art. 84.
Si ritiene che, con questa sentenza, il Supremo collegio abbia indicato al Prefetto le linee da seguire in materia di interdittiva antimafia, essendo quest’ultimo tenuto a valutare in chiave oggettiva e storica anche i giudizi penali assolutori, seppur, come è noto, non è necessario che si addivenga a un accertamento connotato dalla soglia penalistica dell’”oltre ragionevole dubbio”, trovando invece applicazione il principio del “più probabile che non”. In altri termini, ai fini della sua adozione non è richiesto un quadro probatorio conforme all’accertamento di una responsabilità penale poiché la logica che ispira il codice antimafia è quella di prevenire un grave pericolo e non già quella di punire, nemmeno in modo indiretto, una condotta penalmente rilevante.

2. Precedente intervento della Corte Costituzionale – sent. n. 57/2020

Come già accennato, la materia pone un delicato problema di bilanciamento di interessi che ha richiesto l’intervento della Corte Costituzionale, pronunciatasi, nel marzo 2020. La Consulta, pur consapevole che l’attuale sistema normativo delle interdittive si pone in elisione della libertà di iniziativa economica privata assicurata dall’art. 41 Cost., ha ribadito come tale sacrificio risulti complessivamente giustificabile dal fatto che permette l’eliminazione dal circuito dell’economia legale i soggetti economici infiltrati dalle associazioni mafiose, atteso il preoccupante quadro emerso in ordine alle dimensioni e ai meccanismi del sistema.
Difatti, la forza intimidatoria del vincolo associativo e la disponibilità di ingenti capitali provenienti da attività illecite sono inevitabilmente destinate a tradursi in atti e comportamenti che inquinano e falsano il libero e naturale sviluppo dell’attività economica nei settori infiltrati, con grave vulnus, non solo per la concorrenza, ma per la stessa libertà e dignità umana. Ed invero, ove ciò accadesse, si permetterebbe ai sodalizi malavitosi di inserirsi nel circuito statale, accaparrando denaro pubblico. Pertanto, proprio alla luce della pericolosità sociale del fenomeno mafioso, in quell’occasione, è stato esclusa l’incompatibilità costituzionale delle norme del codice antimafia oggetto di rimessione.
Ciononostante, la stessa Corte, in chiosa nella medesima pronuncia, ricorda come rimanga comunque aperta la tematica relativa “alla impossibilità di esercitare in sede amministrativa i poteri previsti nel caso di adozione delle misure di prevenzione dall’art. 67, comma 5, del d.lgs. n. 159 del 2011, e cioè l’esclusione da parte del giudice delle decadenze e dei divieti previsti, nel caso in cui per effetto degli stessi verrebbero a mancare i mezzi di sostentamento all’interessato e alla famiglia”.
Ciò, senza dubbio, conduce a valorizzare l’importanza del riesame periodico a cui sono chiamate le autorità prefettizie e merita, peraltro, una rimeditazione da parte del legislatore, non potendo essere oggetto di una pronuncia specifica poiché non è stata dedotta in modo autonomo.

3. Ordinanza di rimessione n. 732/2020 del Tar di Reggio Calabria

Nonostante il chiaro monito dalla Corte al legislatore, l’inerzia normativa perdurante ha indotto il Tar di Reggio Calabria a sollevare, in via incidentale, la questione di legittimità costituzionale, proprio in relazione alla circostanza che vedeva, nel caso di specie, l’attività aziendale, attinta da interdittiva antimafia, quale unica fonte di reddito della famiglia in questione e che, in mancanza di essa, non avrebbe reso possibile il mantenimento di quattro figli conviventi di cui tre minori. Inoltre, per effetto del gravato provvedimento, si sarebbe posta la indifferibile necessità di licenziare otto dipendenti assunti con contratto a tempo pieno ed indeterminato i quali, considerato il periodo di crisi/emergenza, verosimilmente non avrebbero trovato una nuova collocazione lavorativa.
Nel caso de quo, l’automatismo creato dalle citate norme tra emissione dell’interdittiva e il blocco dell’esercizio dell’attività di impresa, condurrebbe verso una evidente disparità di trattamento rispetto alla disciplina prevista per l’analoga ipotesi delle interdittive conseguenti a misure di prevenzione nella quale, ai sensi dell’art. 67, comma 5 del codice antimafiale decadenze e i divieti previsti dal presente articolo possono essere esclusi dal giudice nel caso in cui per effetto degli stessi verrebbero a mancare i mezzi di sostentamento all’interessato e alla famiglia”.
Con riferimento all’art. 4 della Costituzione, il Tar di Reggio Calabria ha posto in parallelo la condizione del soggetto carcerato e quello colpito da interdittiva. Invero, il diritto al lavoro riconosciuto quale diritto fondamentale di tutti i cittadini, viene garantito anche al soggetto detenuto, per il quale il lavoro costituisce altresì componente essenziale del trattamento rieducativo; e allora, a maggior ragione, lo si dovrebbe ritenere tale anche per i soggetti colpiti da un provvedimento di natura cautelare e preventiva quale l’interdittiva antimafia, finalizzato a prevenire un evento che non necessariamente è attuale, ma anche solo potenziale, emesso da un’autorità amministrativa sulla base della succitata regola causale del “più probabile che non”.
Da ultimo, la critica mossa sotto il profilo delle garanzie procedimentali attiene alla violazione del diritto alla difesa ex art. 24 Cost., specificando come potrebbe, invece, rivelarsi utile che la parte privata metta il Prefetto in condizione di valutare le conseguenze pregiudizievoli su di sé e sulla propria famiglia che scaturiscono dall’interruzione dell’attività aziendale, valorizzando così un contraddittorio eventuale. Sul punto, il Giudice amministrativo è recentemente tornato a pronunciarsi, riconoscendo come seppure il sistema normativo non preveda il contraddittorio quale step obbligatorio, sarebbe comunque utile “un quantomeno parziale recupero delle garanzie procedimentali, nel rispetto dei diritti di difesa spettanti al soggetto destinatario del provvedimento sarebbe auspicabile, de iure condendo, in tutte quelle ipotesi in cui la permeabilità mafiosa appaia alquanto dubbia, incerta, e presenti, per così dire, delle zone grigie o interstiziali, rispetto alle quali l’apporto procedimentale del soggetto potrebbe fornire utili elementi a chiarire alla stessa autorità procedente la natura dei rapporti tra il soggetto e le dinamiche, spesso ambigue e fluide, del mondo criminale”.
Ebbene, proprio a cagione del proliferarsi dello strumento prefettizio, si ritiene necessario valorizzare la lotta alle mafie, senza però, richiedere – principalmente – un sacrificio sproporzionato del diritto di difesa, nonché della libertà di impresa, affinché l’ordinamento rimanga ancorato al canone della proporzionalità quale condizione di civiltà dell’agere amministrativo. Occorre, pertanto, evitare che la normativa di contrasto all’infiltrazione mafiosa – seppur fenomeno endemico nel nostro Paese – si trasformi in un diritto alla paura, tipico di una legislazione emergenziale.

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